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La pace mancata. La conferenza di Parigi e le sue conseguenze

Fra il gennaio 1919 e quello del 1920, a Parigi si decise il destino del mondo. Al termine del grande conflitto che secondo la promessa wilsoniana avrebbe dovuto «porre fine a tutte le guerre», in un momento decisivo per un possibile riscatto dopo anni di atrocità, i leader delle quattro potenze vincitrici si riunirono nella capitale francese per discutere i termini della pace: ridisegnare i confini politici e stabilire gli equilibri dell’Europa e del mondo. La trattativa, che avrebbe dovuto creare un ordine fondato sulla giustizia e il rispetto dei diritti dei popoli, non seppe dare al continente, e al mondo, un assetto per quanto possibile giusto e pacifico. Ai vinti vennero imposte dure condizioni, spesso a scopo vendicativo e sotto la minaccia di continuare ad affamare la popolazione civile. Sulle rovine degli imperi sconfitti nacquero nuovi Stati, in cui si affermarono i nazionalismi più gretti, sorsero problemi insolubili e numerose guerre locali. Le decisioni prese in relazione alla Germania sconfitta, contornata da piccoli Stati con forti minoranze tedesche, contribuirono in maniera determinante alla salita al potere di Hitler. Il presidente Wilson, che volle rappresentare il proprio Paese al tavolo delle trattative senza essere un diplomatico, né tantomeno possedere alcuna esperienza di negoziati internazionali, complicò ulteriormente la già ingarbugliata situazione postbellica, finalizzando la Conferenza di pace alla costituzione della Società delle Nazioni, alla quale gli stessi Stati Uniti non aderirono. Franco Cardini e Sergio Valzania ripercorrono in questo libro i fatti occorsi a Parigi in quell’anno fondamentale per la storia mondiale, le vicende che precedettero e seguirono la firma dei trattati di pace con i Paesi sconfitti. La Conferenza di Parigi del 1919 per i suoi protagonisti – il presidente Woodrow Wilson e i primi ministri Lloyd George, Clemenceau e Orlando – fu l’occasione mancata di stabilire un giusto ordine internazionale. I quattro leader ebbero nelle loro mani il destino del mondo, un potere e una responsabilità mai avuti prima, ma costruirono una pace che non ha funzionato, una «pace mancata», uno dei fallimenti più importanti e decisivi del secolo scorso. **

Dunkerque

«Alle 23.30 del 2 giugno, il capitano di vascello William Tennant trasmise il secco messaggio “BEF evacuato” all’ammiraglio Bertram Ramsay, che dirigeva l’operazione Dynamo dal castello di Dover. Si dichiarava in quel momento il pieno successo della maggiore manovra anfibia mai realizzata fino ad allora.» In pagine avvincenti come un romanzo d’azione, Franco Cardini e Sergio Valzania ci raccontano come si svolse l’operazione Dynamo: durante la Seconda guerra mondiale, in nove giorni 180.000 soldati inglesi e 140.000 soldati francesi e belgi furono evacuati dalle spiagge e dall’unico molo ancora operativo del porto di Dunkerque, nel Nord della Francia, sotto il costante bombardamento dell’artiglieria tedesca e della Luftwaffe. La decisione di abbandonare il territorio europeo era stata presa dopo che il 20 maggio le avanguardie corazzate tedesche avevano raggiunto la Manica nei pressi di Abbeville e l’intero esercito belga, le due migliori armate francesi e il BEF (il corpo di spedizione britannico) erano stati circondati, spalle al mare. Il loro destino sembrava segnato: una disperata resistenza e poi – esaurite le munizioni, i viveri e il carburante – la resa. Per riuscire in un’impresa di così vaste dimensioni in un contesto tanto ostile, l’ammiragliato inglese ricorse alla collaborazione di tutta la marineria portuale e da diporto britannica, che partecipò con entusiasmo e spirito di sacrificio all’operazione Dynamo con ogni tipo di imbarcazione disponibile, dando vita a una vera e propria epopea. Anche se Churchill ebbe a dire che «non si vincono le guerre con le evacuazioni», l’operazione venne comunque valutata un grande successo, superiore alle più rosee aspettative coltivate dal governo britannico nel momento in cui era stata decisa. I circa 240.000 inglesi inquadrati nelle sette divisioni che componevano il BEF costituivano infatti l’intero esercito inglese per quanto riguardava gli ufficiali, i sottufficiali di carriera e i soldati volontari. La loro perdita avrebbe forse privato la Gran Bretagna della possibilità di continuare da sola la guerra, dopo il collasso della Francia, dato che le sarebbero mancati i quadri di comando e gli istruttori per organizzare un esercito da opporre alle truppe dell’Asse. Quattro anni più tardi, con lo sbarco in Normandia, il 6 giugno, le truppe britanniche metteranno di nuovo piede in Europa per combattere i tedeschi e concludere vittoriosamente la Seconda guerra mondiale. Franco Cardini è professore emerito di Storia medievale presso l’Istituto italiano di Scienze umane e sociali/Scuola normale superiore e Directeur de Recherches nell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, nonché Fellow della Harvard University. Da Mondadori ha pubblicato: *Il Barbarossa* , *Francesco d’Assisi* , *La vera storia della Lega lombarda* , *Quell’antica festa crudele* , *Alla corte dei papi* , *Giovanna D’Arco* , *Il guardiano del Santo Sepolcro* (con Simonetta Della Seta) e, con Sergio Valzania, *Le radici perdute dell’Europa* e *La scintilla*. Inoltre ha scritto *I Re Magi: storia e leggende* , *Europa e Islam: storia di un malinteso* , *In Terrasanta: pellegrini italiani tra Medioevo e prima età moderna* , *L’invenzione dell’Occidente* , *Il libro delle feste: il cerchio sacro dell’anno* , *Europa* , *Europae*.

La Pace Mancata

Fra il gennaio 1919 e quello del 1920, a Parigi si decise il destino del mondo. Al termine del grande conflitto che secondo la promessa wilsoniana avrebbe dovuto ‘porre fine a tutte le guerre’, in un momento decisivo per un possibile riscatto dopo anni di atrocità, i leader delle quattro potenze vincitrici si riunirono nella capitale francese per discutere i termini della pace: ridisegnare i confini politici e stabilire gli equilibri dell’Europa e del mondo.

La trattativa, che avrebbe dovuto creare un ordine fondato sulla giustizia e il rispetto dei diritti dei popoli, non seppe dare al continente, e al mondo, un assetto per quanto possibile giusto e pacifico. Ai vinti vennero imposte dure condizioni, spesso a scopo vendicativo e sotto la minaccia di continuare ad affamare la popolazione civile. Sulle rovine degli imperi sconfitti nacquero nuovi Stati, in cui si affermarono i nazionalismi più gretti, sorsero problemi insolubili e numerose guerre locali. Le decisioni prese in relazione alla Germania sconfitta, contornata da piccoli Stati con forti minoranze tedesche, contribuirono in maniera determinante alla salita al potere di Hitler. Il presidente Wilson, che volle rappresentare il proprio paese al tavolo delle trattative senza essere un diplomatico, né tantomeno possedere alcuna esperienza di negoziati internazionali, complicò ulteriormente la già ingarbugliata situazione postbellica, finalizzando la Conferenza di pace alla costituzione della Società delle Nazioni, alla quale gli stessi Stati Uniti non aderirono.

Franco Cardini e Sergio Valzania ripercorrono in questo libro i fatti occorsi a Parigi in quell’anno fondamentale per la storia mondiale, le vicende che precedettero e seguirono la firma dei trattati di pace con i paesi sconfitti. La Conferenza di Parigi del 1919 per i suoi protagonisti – il presidente Woodrow Wilson e i primi ministri Lloyd George, Clemenceau e Orlando – fu l’occasione mancata di stabilire un giusto ordine internazionale. I quattro leader ebbero nelle loro mani il destino del mondo, un potere e una responsabilità mai avuti prima, ma costruirono una pace che non ha funzionato, una ‘pace mancata’, uno dei fallimenti più importanti e decisivi del secolo scorso.

(source: Bol.com)

L’arte del comando. Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone

**Lungimiranza, intuizione, capacità di anticipare gli eventi e di guidare gli altri
Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone sono diventati dei modelli per i condottieri delle epoche successive. Generali ritenuti invincibili, effettuarono conquiste sorprendenti e tentarono di creare costruzioni politiche che potessero sopravvivere ai loro fondatori, anche se così non fu.**
Nonostante vissero in periodi lontani nel tempo, i tre conquistatori sono legati tra di loro nell’immaginario collettivo, e riconosciuti come i più grandi rappresentanti della storia militare dell’Occidente. Cosa hanno in comune queste personalità? Penetrarono a fondo i misteri dell’arte della guerra, seppero guidare i loro uomini in battaglia come nessun altro, e conseguirono numerosi e importanti successi. Possedevano soprattutto, e al massimo grado, la vera dote del generale: la capacità di comprendere gli avvenimenti nei quali erano coinvolti sulla base di informazioni scarse e contraddittorie. Erano in grado di rendersi conto della posizione e delle intenzioni del nemico e percepivano il succedersi delle azioni sul campo di battaglia con tale sicurezza da intervenire al momento giusto e nel modo migliore. Lungimiranza, intuizione, capacità di anticipare gli eventi e di guidare gli altri. In una sola parola, carisma.
**L’eternità è la loro più grande conquista.**
• biografia militare di Alessandro
• biografia militare di Cesare
• biografia militare di Napoleone
• strategie e tattiche
• la rappresentazione del potere
• i tratti comuni
• l’esito delle loro imprese
• il mito del conquistatore
e tanti altri argomenti…
**Sergio Valzania**
Nato a Firenze nel 1951, è un giornalista, autore radiofonico e televisivo, ha insegnato Scienza della comunicazione alle università di Genova e di Siena. È stato direttore di Radio 2, Radio 3, e vicedirettore di Radio Rai. Ha scritto parecchi libri con tematiche storiche, prediligendo le biografie. Tra le opere più recenti ricordiamo: *Jutland*, *Austerlitz*, *Wallenstein*, *Dal profondo*, *U-Boot* e *Cento giorni da imperatore*.

La città degli uomini. Cinque riflessioni in un mondo che cambia

Fausto Bertinotti affronta in questo libro i temi cruciali del mondo contemporaneo: la crisi della democrazia, la globalizzazione e la mobilità sociale, la guerra e il terrorismo, le relazioni fra l’Europa e gli Stati Uniti, la funzione della politica nella nostra società e il suo rapporto con l’etica. Le sue posizioni sono chiare e spesso controcorrente, e la sua critica a molti dei luoghi comuni che si sono imposti negli ultimi anni è radicale. A differenza di quanto spesso si sostiene, da qualche decennio a questa parte il tasso di democrazia si è ridotto in modo significativo. Se negli anni Sessanta e Settanta la partecipazione popolare al potere pubblico ha ricevuto la massima spinta propulsiva, oggi si sono affermate – e vanno affermandosi sempre di più – nuove istituzioni, dalla natura sovranazionale e sottratte al controllo dei cittadini, che influenzano pesantemente la vita di ognuno di noi e che, dietro la maschera di una pretesa neutralità tecnica, sono in realtà controllate da poteri forti.
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La via lattea

In Spagna e in Portogallo la galassia che gli antichi chiamavano Via Lattea si chiama Cammino di Santiago, perché indica la via da est a ovest che porta al luogo della supposta sepoltura dell’apostolo Giacomo (Iago in spagnolo, da cui Sant’Iago). In una sorta di inversione, il Cammino di Santiago si chiama a sua volta Via Lattea, per sottolineare la sua natura di via «sotto le stelle». La Via Lattea è anche il titolo di un film di Luis Buñuel del 1969 che narra le avventure di due pellegrini in cammino verso la tomba di San Giacomo, e i metaforici duelli sulle questioni dottrinali che li accompagnano per tutto il percorso, fino alla meta. In spirito programmaticamente buñueliano, il matematico ateo Piergiorgio Odifreddi e il giornalista credente Sergio Valzania (e per un tratto lo storico cattolico Franco Cardini) hanno affrontato il Cammino di Santiago de Compostela tra il 24 aprile e il 26 maggio 2008, dando vita a continue e quotidiane schermaglie verbali su Radio3. Le ripercorrono ora in questo libro: schermaglie che, partendo dalla contrapposizione fra la Natura e Dio, si allargano a toccare non solo la scienza e la religione, ma anche l’etica, la filosofia, la storia e l’arte, per approdare infine a una meditazione sulla vita tutta.

Il mondo rubato

“Ascoltami bene. Non interrompermi e non fare domande. Ho poco tempo e molte cose da dirti, tutte molto importanti, e non so se riuscirò ad arrivare alla fine: la magia di guarigione è fallita. Una lettera non basta e del resto io non sono in condizioni di scriverla. Bisogna che qualcuno vada a Pairzit e racconti quello che è successo.” Con queste ultime parole di Qoeth, rappresentante dell’Imperatore ad Attras, colpito a morte dai pirati laztebi, inizia la disperata missione del giovane Keerg, un pellegrinaggio costellato di sortilegi e battaglie, viaggi e pericoli tra le mille città e le mille razze del Mondo rubato. Un’odissea fantasy che porterà l’eroe fino ai confini del mondo, all’eterno inseguimento della danzatrice Damatria, sua compagna di avventure, una fanciulla capace di indovinare il futuro…
Copertina: Luca Michelucci
* supplemento a Urania #1358

La macchina magica

Keerg, il valoroso guerriero che già una volta aveva salvato le Terre Note ( ne Il mondo rubato), è chiamato ad affrontare nuove sfide in nome dell’Imperatore. Forze maligne si celano al di là delle Grandi Montagne di Ghiaccio e misteriosi nemici sono all’opera per dare ai Laztebi – i crudeli, deformi ed enigmatici barbari dalla pelle verde – il dominio sul regno dell’uomo.
Lasciato il suo volontario isolamento al Forte di Rohna, Keerg mette insieme un esercito di coraggiosi nani combattenti e di temerarie donne guerriere. Attraverso un mondo di selvaggia bellezza e spaventosi terrori, Keerg guiderà l’armata nel cuore del territorio nemico, preparandosi ad affrontare la Macchina Magica in quella che potrebbe diventare l’ultima guerra dell’uomo.
Copertina: Victor Togliani
* Supplemento a Urania #1394

La Scintilla

La scintilla by Franco Cardini, Sergio Valzania
All’inizio di agosto del 1914 scoppia la prima guerra mondiale. L’Italia rimane estranea alle ostilità fino al 24 maggio 1915, ma le sue responsabilità in relazione al conflitto sono molto gravi e risalgono a qualche tempo prima.
Nel 1911 l’Europa è infatti in un sostanziale equilibrio, lo sviluppo economico è tumultuoso e le grandi potenze hanno risolto quasi tutti i loro contrasti coloniali: l’unico elemento di instabilità viene dall’impero ottomano, il cui collasso porterebbe a conseguenze imprevedibili. In particolare è preoccupante la situazione nei Balcani, dove i nazionalismi serbo, bulgaro, greco e rumeno aspirano a un riassetto generale della regione a spese dei territori appartenenti a Costantinopoli. Dopo oltre un quarantennio di pace fra le potenze del continente, è l’Italia che riapre la stagione dei conflitti, invadendo le province ottomane di Tripolitania e Cirenaica.
Giolitti, indifferente ai problemi continentali, è alla ricerca di una vittoria militare di prestigio che taciti le opposizioni di destra e rifiuta ogni offerta di cessione di fatto dei territori avanzata da Costantinopoli, conservandone la sovranità nominale, sull’esempio dell’Egitto e dell’Algeria, da anni protettorati inglese e francese. Nasce così l’impresa di Libia, inutile e proditorio attacco all’impero ottomano. La mancanza di una visione strategica da parte dello stato maggiore italiano fa sì che la guerra si trascini per più di un anno e questo induce gli Stati balcanici, Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro, ad attaccare a loro volta l’impero ottomano. L’esito delle guerre balcaniche porta alla nascita della Grande Serbia, la cui stessa esistenza destabilizza l’Austria-Ungheria, già in crisi per le tensioni nazionalistiche che la attraversano. L’equilibrio europeo è compromesso in modo irrimediabile e a Sarajevo viene accesa la miccia della bomba che l’Italia ha innescato, l’occasione attesa dal governo di Vienna per tentare di ridimensionare l’avversario serbo.
Mentre l’Europa si prepara a celebrare i cento anni trascorsi dallo scoppio della prima guerra mondiale, Franco Cardini e Sergio Valzania ricostruiscono la catena di eventi che condusse alla tragedia, evidenziando il ruolo chiave svolto dalla guerra di Libia. Spetta dunque all’Italia l’avere «dato il la» alla finis Europae e al «tramonto dell’Occidente»? «Se è così» scrivono Cardini e Valzania «non vanno comunque dimenticati i molti e gravi problemi ai quali, nel ’14, si cercò di rispondere con le armi: quello sociale anzitutto, insieme con quello rappresentato dallo sfruttamento colonialistico al quale la scienza positivistica porgeva l’alibi della superiore civiltà occidentale e del “fardello dell’Uomo Bianco”, tanto simile al fagotto del ladro.»