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Il ragno nero

Nel corso della sua attività di scrittore Jeremias Gotthelf non si allontanò mai dal paese di Lützelflüh, vicino a Berna. E le sue storie si svolgono spesso fra anguste e selvatiche valli della Svizzera tedesca, senza che lo sguardo si spinga oltre. Eppure, pochi narratori moderni hanno un respiro epico paragonabile, per vastità e vigore, a quello di Gotthelf. Fra i suoi racconti *Il ragno nero* spicca come il più conosciuto e celebrato – e sono in molti a considerarlo uno dei più belli che mai siano stati scritti. Tale è la forza delle sue immagini che Canetti ebbe a dire: «Lessi *Il ragno nero* e mi sentii perseguitato, come se quel ragno si fosse annidato nel mio viso». Un punto è evidente: nel *Ragno nero* , che si apre come una storia di battesimi di paese, l’inconscio esige per la prima volta il ruolo di protagonista e appare alla luce gettando nel panico chi lo percepisce. E il terrore che si genera è tanto più intenso in quanto non si configura all’interno di una cornice che presenta tutti i connotati del fantastico, ma al contrario interviene e agisce nell’ambito di un mondo quieto, ordinato, solerte, sullo sfondo di una natura che sembra ignara del male. *Il ragno nero* (1842) apparve per la prima volta in Italia nel 1945 nella eccellente versione – qui ripresa con alcuni ritocchi – che Massimo Mila condusse sull’edizione di Rütten & Loening, Potsdam, 1942.