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“Sarebbe stato uno scontro tra Romani. Era incredibile: popoli interi premevano alle frontiere, un mondo intero vacillava, eppure quei soldati, che avrebbero dovuto sentirsi affratellati da un comune giuramento, erano sul punto di combattersi tra loro. E ancora una volta la Ventiduesima legione era chiamata a difendere l’onore di Roma e dell’Impero.” 280 d. C. Approfittando della deriva del potere di Roma, il governatore Bonoso, vittima della sua superbia e di una sconfinata ambizione, decide di tradire l’aquila e di costruire nelle Gallie un regno personale. Per conseguire i suoi piani non esita a muovere guerra ai Camavi, popolazione germanica colpevole di essersi dimostrata troppo fedele all’imperatore, stringendo al contempo preziose alleanze con diverse tribù barbare da sempre ostili al potere romano. Spetterà al legato imperiale Valerio Metronio, a capo della Ventiduesima legione, reprimere la ribellione e salvare l’onore di Roma, in un vorticoso giro di amicizie, alleanze e odi implacabili che coinvolge Romani e barbari, traditori e traditi.

Via dalla trincea

Nella notte tra il 23 e 24 ottobre 1917, sull’esercito appostato sul fronte di Caporetto si abbatte l’inferno. Gli austro-ungarici, col rinforzo di truppe germaniche, travolgono in poche ore le truppe italiane, stanche e demotivate dopo quasi tre anni di sanguinose e vane battaglie. In breve, la parola che in principio si osava appena sussurrare si fa evidenza: disfatta. Abbandonati a loro stessi dai generali, i soldati allo sbando attraversano il Friuli sconvolto. I civili, impauriti dall’avanzata del nemico e dall’amaro spettacolo di un’armata sconfitta, sono andati a ingrossare la triste colonna dei soldati in ritirata. Tra questi, c’è anche il sergente Tarcisio Angeretti, contadino bergamasco prestato controvoglia alle armi. Come del resto molti dei suoi commilitoni, mandati a combattere – e a morire – per ragioni che nessuno di loro comprende. Tranne forse Libero Santini, il socialista del battaglione, che la sa lunga su deboli e potenti; ma è pericoloso starlo a sentire. Tra episodi di viltà e sopraffazione, razzie e violenze, ma anche di grande generosità e amicizia, la strada di Tarcisio si incrocia con quella di altri militari, non solo eroi e non solo vigliacchi, e di civili. Come la “Bertini”, donna perduta che nasconde nel cuore una pena segreta. O Ersilia, giovane e coraggiosa vedova di guerra, decisa a tutto pur di portare in salvo la piccola Anita, l’orfana ribelle, inseparabile dal suo orsacchiotto di pezza. Mentre gli Arditi, sbeffeggiando chi si ritira, vanno incontro al nemico al canto di “giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza”, per gli altri l’unica possibilità di sfuggire alla morte o alla prigionia è raggiungere i ponti sul Tagliamento, e attraversarli prima che l’esercito li faccia saltare, in un estremo tentativo di fermare l’invasione. Non tutti arriveranno in tempo

La croce perduta. Il teutone

È il 1241. Dalle steppe dell’Est un’ondata di uomini dilaga nel centro dell’Europa. Sono assetati di sangue e saccheggi, una fama di crudeltà ed efferatezza li precede. Sono Tartari, un nome che è ormai sinonimo di terrore. Le forze cristiane chiamate a raccolta dal duca di Slesia, Enrico il Pio, li considerano selvaggi. Pagheranno caro lo sprezzo. Nella battaglia di Liegnitz, l’esercito viene annientato. Le città che si trovano sulla strada dei nemici sono rase al suolo, le popolazioni disperse. La Cristianità non ha mai corso un pericolo più grande. Di ritorno dalla Terrasanta, Eustachius von Felben, monaco guerriero dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici, sta attraversando con un pugno di compagni quelle terre devastate. È un uomo d’arme, animato però da una fede ardente, forgiata nel fuoco dei suoi tormenti interiori. In marcia verso il Nord, deve scortare un mercante veneziano, latore di un’importante missiva del Doge per il Gran Maestro dell’Ordine, e di un dono di valore inestimabile, prezioso quanto una reliquia: una croce tempestata di gemme, appartenuta a Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino. Dopo quasi vent’anni di battaglie in Terrasanta, Eustachius dovrà misurarsi con altri infedeli, più pericolosi di Turchi e Saraceni, perché molto più prossimi ai confini del mondo cristiano. I Tartari infatti sono ormai ovunque, tutto intorno al piccolo manipolo di uomini che viene assalito e depredato.
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Il segno di Attila

”Erano mille voci e rumori diversi; era, in una parola, il respiro dell’immensa armata di Attila.” 451 d.C. Al culmine di un’atroce guerra nelle Gallie, dove saccheggi, violenze e massacri avevano fatto terra bruciata, Unni e Romani, affiancati dai rispettivi alleati, sono giunti alla resa dei conti. Decine di migliaia di uomini si fronteggiano nella fatale piana dei Campi Catalaunici, in un confronto che segnerà per sempre la storia d’Europa. Due eserciti immensi, due grandi condottieri, entrambi capaci di infiammare i loro uomini e spingerli alle più grandi imprese. E se l’unno Balamber è disposto a sacrificare la sua vita per salvare quella di Attila, il romano Sebastiano si batterà fino all’estremo agli ordini di Flavio Ezio. Due uomini coraggiosi, accomunati dallo stesso senso dell’onore, divisi dalla guerra e dal bel volto di una donna intrepida e misteriosa, sullo sfondo tragico e fiammeggiante dell’invasione unna, contro la quale l’Impero romano combatte la sua ultima battaglia.
(source: Bol.com)

Il centurione di Augusto (Bestseller)

È una grigia giornata d’autunno dell’anno 9 d.C. Nell’atmosfera ovattata e quasi sospesa della foresta di Teutoburgo, un senso di pericolo serra come una morsa gli animi dei soldati. Le parole di Segeste, capo dei Cherusci e alleato di Roma, risuonano ancora funeree:”Morirete, morirete tutti!”. Sordo a quell’avvertimento, il generale Publio Quintilio Varo continua ad avanzare verso la trappola che i Germani gli hanno teso, ignaro di andare incontro a un’ecatombe. Fino a quando, inevitabilmente travolte dalla furia dei barbari, tre intere legioni ai suoi ordini vengono annientate in un agguato nel folto della boscaglia. Un massacro annunciato, che getterà un’ombra sulla gloria di Roma e aprirà una profonda ferita nella memoria di ogni cittadino dell’Impero. In un quadro di devastazione e di morte, le vicende del centurione Calidio, pronto a morire pur di mettere in salvo almeno l’aquila, l’insegna simbolo di Roma, si intrecciano a quelle dei soldati, dei comandanti, degli uomini, donne e bambini al seguito delle colonne romane, ciascuno sorretto dall’orgoglio di appartenere a una grande civiltà. Un intreccio avvincente di storia e invenzione, di eroismo e viltà, dal grande pathos.
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### Sinossi
È una grigia giornata d’autunno dell’anno 9 d.C. Nell’atmosfera ovattata e quasi sospesa della foresta di Teutoburgo, un senso di pericolo serra come una morsa gli animi dei soldati. Le parole di Segeste, capo dei Cherusci e alleato di Roma, risuonano ancora funeree:”Morirete, morirete tutti!”. Sordo a quell’avvertimento, il generale Publio Quintilio Varo continua ad avanzare verso la trappola che i Germani gli hanno teso, ignaro di andare incontro a un’ecatombe. Fino a quando, inevitabilmente travolte dalla furia dei barbari, tre intere legioni ai suoi ordini vengono annientate in un agguato nel folto della boscaglia. Un massacro annunciato, che getterà un’ombra sulla gloria di Roma e aprirà una profonda ferita nella memoria di ogni cittadino dell’Impero. In un quadro di devastazione e di morte, le vicende del centurione Calidio, pronto a morire pur di mettere in salvo almeno l’aquila, l’insegna simbolo di Roma, si intrecciano a quelle dei soldati, dei comandanti, degli uomini, donne e bambini al seguito delle colonne romane, ciascuno sorretto dall’orgoglio di appartenere a una grande civiltà. Un intreccio avvincente di storia e invenzione, di eroismo e viltà, dal grande pathos.

Bandiere rosse, aquile nere

25 luglio 1943. All’annuncio della destituzione di Benito Mussolini, folle festanti invadono le città italiane. L’esito disastroso del conflitto in cui il capo del fascismo ha trascinato il Paese ha capovolto il mondo di certezze che il regime aveva costruito in vent’anni. Tutti sono convinti che la fine della guerra sia ormai imminente. Quando però, l’8 settembre, finalmente arriva l’armistizio con gli Alleati, è subito chiaro che il peggio comincia proprio in quel momento. È in questo clima drammatico che si incrociano le vite di alcuni giovani: Alberto, che dalle battaglie in Africa settentrionale è tornato invalido e pieno di amarezza e di rancore; suo fratello Eugenio, ancora pronto a battersi e sacrificarsi per il suo ideale fascista; Anita, loro sorella adottiva, militante comunista, e infine Stefano, che già ha combattuto contro il fascismo in Spagna. Le loro storie sono parte della nostra storia. Storie di vincitori e vinti, di vittime ed eroi, di uomini e donne posti di fronte a scelte irrevocabili e dolorose, che li contrappongono in una atroce guerra civile. Senza falsa retorica o facili ideologismi, Guido Cervo mette la sua penna di formidabile narratore storico al servizio di una delle pagine più drammatiche della nostra memoria nazionale, dando voce, carne e sangue a una galleria di personaggi indimenticabili.
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### Sinossi
25 luglio 1943. All’annuncio della destituzione di Benito Mussolini, folle festanti invadono le città italiane. L’esito disastroso del conflitto in cui il capo del fascismo ha trascinato il Paese ha capovolto il mondo di certezze che il regime aveva costruito in vent’anni. Tutti sono convinti che la fine della guerra sia ormai imminente. Quando però, l’8 settembre, finalmente arriva l’armistizio con gli Alleati, è subito chiaro che il peggio comincia proprio in quel momento. È in questo clima drammatico che si incrociano le vite di alcuni giovani: Alberto, che dalle battaglie in Africa settentrionale è tornato invalido e pieno di amarezza e di rancore; suo fratello Eugenio, ancora pronto a battersi e sacrificarsi per il suo ideale fascista; Anita, loro sorella adottiva, militante comunista, e infine Stefano, che già ha combattuto contro il fascismo in Spagna. Le loro storie sono parte della nostra storia. Storie di vincitori e vinti, di vittime ed eroi, di uomini e donne posti di fronte a scelte irrevocabili e dolorose, che li contrappongono in una atroce guerra civile. Senza falsa retorica o facili ideologismi, Guido Cervo mette la sua penna di formidabile narratore storico al servizio di una delle pagine più drammatiche della nostra memoria nazionale, dando voce, carne e sangue a una galleria di personaggi indimenticabili.

L’aquila sul Nilo

61 d. C. Un’incudine abbagliante di pietra e sabbia, martellata senza tregua da un sole implacabile. Il centurione della Guardia Pretoriana Marco Damazio non può fare a meno di lasciar scorrere uno sguardo preoccupato su quella desolante distesa, per poi volgerlo alla carovana alle sue spalle: una cinquantina tra militari, servi e uomini di studio, più cammellieri e personale indigeno. Lasciata la fortezza di Syene, estremo avamposto dell’Impero di Roma, sono in viaggio da più di un mese nel misterioso regno di Nubia, sempre fiancheggiando il Nilo, avventurandosi nel deserto solo quando è indispensabile.Il loro compito ufficialmente è trovare le sorgenti del grande fiume, scoprire il segreto del suo fertile limo e allargare le conoscenze romane sull’Africa nera. Ma Marco Damazio e il suo pari grado Gaio Terenzio, incaricati di guidare la spedizione, sono ben consapevoli delle reali ambizioni di conquista che hanno indotto l’imperatore Nerone a dare il via all’impresa.La situazione è tutto fuorché tranquilla. La regione è in subbuglio, agguati, complotti, incursioni di genti barbare minacciano la spedizione. Nello scenario ostile del deserto, la tempra dei suoi componenti è sottoposta a durissime prove. Alcuni crollano al suolo per il calore e non si rialzano più, e attorno all’acqua fetida dei pozzi si celano pericoli invisibili, insidiosi come la lama di una spada. Ma tutto il cammino della spedizione sarà disseminato di morti, perché l’Africa profonda si rivelerà un incubo anche peggiore.Più Damazio e i suoi compagni si avvicinano alle sorgenti del Nilo, più queste sembrano irraggiungibili, mentre nella favolosa Meroe, capitale della Nubia, si intrecciano trame omicide, alleanze, passioni impossibili e tradimenti destinati a cambiare il corso di molte esistenze.

La legione invincibile

276 d. C. Dopo aver arginato una devastante invasione di barbari lungo il Reno, il legato Valerio Metronio, comandante della XXII legione, ritorna da vincitore a Mogontiacum, estremo baluardo romano.Ma la situazione che deve affrontare è disastrosa. Le recenti vittorie sui nemici di Roma non bastano a placare il malcontento di una popolazione ridotta allo stremo dal freddo e dalla mancanza di approvvigionamenti. E mentre Mogontiacum diventa scenario di una sanguinosa rivolta, una coalizione di genti barbare, unite dall’odio verso i conquistatori romani, continua a minacciare i confini dell’Impero.Spetta a Valerio riportare l’ordine e organizzare la resistenza, in attesa di ricevere i rinforzi dell’imperatore Probo, apprestandosi ad affrontare una nuova e determinante battaglia. In un grande affresco storico, guerre, intrighi e passioni si intrecciano segnando il destino di indimenticabili personaggi e di un’intera civiltà.

Il legato romano

275 d.C., confine renano. La foschia della notte aleggia ancora sul villaggio addormentato quando i soldati romani irrompono tra le capanne, rovesciando sugli abitanti una valanga di ferro e di fuoco. Per Valerio e per l’Impero una nuova quanto inutile vittoria. Qualcosa di nuovo sta succedendo oltre il Reno. Una coalizione di tribù di dimensioni mai viste si sta riunendo per invadere le Gallie. Il destino di Roma sembra segnato. Alla valorosa XXII legione di Valerio Metronio spetta il compito di tentare l’impossibile.
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Le Mura Di Adrianopoli

Le mura di Adrianopoli by Guido Cervo
Stremati dopo un lungo vagabondare e affamati, i Goti si sono schierati lungo le rive del Danubio. Con la promessa di infoltire con i propri uomini le schiere dell’esercito romano, hanno ottenuto dall’imperatore Valente di insediarsi in quelle terre di confine, costantemente sotto la minaccia dei Persiani. Ma la pacifica convivenza si rivela ben presto una chimera. Le condizioni miserabili in cui sono costretti a vivere gli “ospiti” barbari si traducono in aperta ostilità. Fino a quando, il 9 agosto 378, Goti e Romani giungono al confronto decisivo. Nell’assolata piana di Adrianopoli, capitale della Tracia, i due eserciti si fronteggiano, disponendosi a una battaglia che i loro capi, consapevoli della posta in gioco e riluttanti a dare il via alla strage, vorrebbero ancora evitare. Ma basta un niente, uno squillo di trombe, un fraintendimento, per vanificare l’estremo tentativo di instaurare una trattativa e innescare un incendio dilagante. La carica avventata degli arcieri isauri trascina all’assalto tutti i reparti romani, mentre dai colli circostanti le orde barbariche calano su di loro a getto continuo: una marea inarrestabile che investirà di lì a poco la stessa Adrianopoli, in quello che sarà il giorno più lungo dell’Impero, dopo il quale nulla sarà più come prima.

La Difesa Dell’impero

La difesa dell’impero by Guido Cervo
275 d.C., confine renano. La luce dell’alba sta lentamente mettendo in fuga le ombre della notte quando, a un cenno del legato Valerio Metronio, i legionari romani irrompono tra le capanne rovesciando sugli abitanti insonnoliti una valanga di ferro e di fuoco. Nel giro di poche ore, di Ildiviasio, capitale dei Suàrdoni, non rimane che cenere.
Per Valerio e per l’Impero è una nuova, illusoria vittoria. Perché, in realtà, i tempi della grandezza di Roma sono tramontati e i confini lungo il Reno sono tutt’altro che inviolabili. Le razzie dei barbari diventano sempre più frequenti e le azioni punitive come quella di Ildiviasio non sono che episodi di una snervante guerra di confine.
Ma questa volta è diverso. Qualcosa sta succedendo oltre il Reno. Una coalizione di tribù di immense dimensioni si sta riunendo per invadere le Gallie. Orde di uomini armati e feroci sono in movimento da ogni direzione. Varcato il Reno, devasteranno ogni cosa lungo il cammino. Il destino di Roma sembra segnato. Alla valorosa XXII legione di Valerio Metronio spetta il compito di tentare l’impossibile.
Sullo sfondo di uno scenario dominato dalla violenza e dal sangue, si intrecciano le storie dei protagonisti, uomini e donne, barbari e romani, delle loro personali battaglie e dei loro amori. E sarà la guerra a decidere, nel bene e nel male, le sorti di ognuno di loro.

La croce perduta

È il 1241. Dalle steppe dell’Est un’ondata di uomini dilaga nel centro dell’Europa. Sono assetati di sangue e saccheggi, una fama di crudeltà ed efferatezza li precede. Sono Tartari, un nome ormai sinonimo di terrore. Le forze cristiane chiamate a raccolta dal duca di Slesia, Enrico il Pio, li considerano selvaggi. Pagheranno caro lo sprezzo. Nella battaglia di Liegnitz, l’esercito viene annientato. Le città che si trovano sulla strada degli invasori sono rase al suolo, le popolazioni disperse.
Di ritorno dalla Terrasanta, Eustachius von Felben, monaco guerriero dell’Ordine dei cavalieri teutonici, sta attraversando con un pugno di compagni quelle terre devastate. È un uomo d’arme, animato però da una fede incrollabile e ardente, nella quale soltanto trova rifugio dall’incalzare dei suoi tormenti interiori. In marcia verso il Nord, deve scortare un mercante veneziano, latore di un’importante missiva del Doge per il Gran Maestro dell’Ordine in Prussia, e di un dono di valore inestimabile, prezioso quanto una reliquia: una croce tempestata di gemme, appartenuta a Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino. Dopo quasi vent’anni di battaglie in Terrasanta, Eustachius dovrà misurarsi con altri infedeli, più pericolosi di Turchi e Saraceni, perché molto più prossimi ai confini del mondo cristiano. I Tartari infatti sono ormai ovunque, tutto intorno al piccolo manipolo di uomini che viene assalito e depredato. Armato solo della propria spada e della sua fede, Eustachius dovrà combattere per strappare al capo dell’orda nemica la croce rubata e per sottrarre centinaia di cristiani alla crudeltà dei barbari invasori. Perché quella è la sua missione di cavaliere: difendere i deboli e la Croce. Sempre e a qualunque costo.
(source: Bol.com)

L’Onore Di Roma

“Sarebbe stato uno scontro tra Romani. Era incredibile: popoli interi premevano alle frontiere, un mondo intero vacillava, eppure quei soldati, che avrebbero dovuto sentirsi affratellati da un comune giuramento, erano sul punto di combattersi tra loro.
E ancora una volta la Ventiduesima legione era chiamata a difendere l’onore di Roma e dell’Impero.”

280 d. C. Approfittando della deriva del potere di Roma, il governatore Bonoso, vittima della sua superbia e di una sconfinata ambizione, decide di tradire l’aquila e di costruire nelle Gallie un regno personale. Per conseguire i suoi piani non esita a muovere guerra ai Camavi, popolazione germanica colpevole di essersi dimostrata troppo fedele all’imperatore, stringendo al contempo preziose alleanze con diverse tribù barbare da sempre ostili al potere romano.
Spetterà al legato imperiale Valerio Metronio, a capo della Ventiduesima legione, reprimere la ribellione e salvare l’onore di Roma, in un vorticoso giro di amicizie, alleanze e odi implacabili che coinvolge Romani e barbari, traditori e traditi.
(source: Bol.com)

Il centurione di Augusto

È una grigia giornata d’autunno dell’anno 9 d.C. Nell’atmosfera ovattata e quasi sospesa della foresta di Teutoburgo, un senso di pericolo serra come una morsa gli animi dei soldati. Le parole di Segeste, capo dei Cherusci e alleato di Roma, risuonano ancora funeree:”Morirete, morirete tutti!”. Sordo a quell’avvertimento, il generale Publio Quintilio Varo continua ad avanzare verso la trappola che i Germani gli hanno teso, ignaro di andare incontro a un’ecatombe. Fino a quando, inevitabilmente travolte dalla furia dei barbari, tre intere legioni ai suoi ordini vengono annientate in un agguato nel folto della boscaglia. Un massacro annunciato, che getterà un’ombra sulla gloria di Roma e aprirà una profonda ferita nella memoria di ogni cittadino dell’Impero. In un quadro di devastazione e di morte, le vicende del centurione Calidio, pronto a morire pur di mettere in salvo almeno l’aquila, l’insegna simbolo di Roma, si intrecciano a quelle dei soldati, dei comandanti, degli uomini, donne e bambini al seguito delle colonne romane, ciascuno sorretto dall’orgoglio di appartenere a una grande civiltà. Un intreccio avvincente di storia e invenzione, di eroismo e viltà, dal grande pathos.
(source: Bol.com)