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Il signor Cardinaud

«Lui non aveva ancora quindici anni e già l’amava. Non come si ama una donna ma come si ama un essere inaccessibile. Come, al tempo della prima comunione, aveva amato la Madonna». Alla fine Hubert Cardinaud è riuscito a sposarla, quella Marthe «di cui tutti dicevano che si dava delle arie». Così com’è riuscito, lui, il figlio del cestaio, a diventare un distinto impiegato: uno che la domenica, all’uscita della messa, scambia saluti compunti e soddisfatti con i conoscenti e poi, dopo essersi fermato in pasticceria a comprare un dolce, torna a casa dove la moglie sta cuocendo l’arrosto con le patate. Una domenica, però, trova l’arrosto bruciato e la casa vuota – e gli crolla il mondo addosso. Non gli ci vorrà molto per scoprire che Marthe se n’è andata con un poco di buono, e che tutti in città lo sanno, e lo compatiscono, e pensano che sia un uomo «finito, annientato». E invece no. Hubert decide di ritrovare Marthe, a ogni costo, di bere «il calice fino alla feccia». Simile a «una formica ostinata che segue ostinatamente la sua strada, il suo destino, e che, ogni volta che il carico le sfugge, lo afferra di nuovo, pur essendo quel carico più grosso di lei», andrà a cercare Marthe, perché il suo posto è lì, «accanto a lui e ai bambini», e perché confida «nel trionfo del bene sul male, nella supremazia dell’ordine sul disordine» – «nell’inevitabile, fatale armonia». Con la consueta acutezza psicologica, e una sorta di ammirata partecipazione, Simenon ci racconta di un amore eroico, capace di non indietreggiare di fronte al tradimento e alla vergogna.

«Lui non aveva ancora quindici anni e già l’amava. Non come si ama una donna ma come si ama un essere inaccessibile. Come, al tempo della prima comunione, aveva amato la Madonna». Alla fine Hubert Cardinaud è riuscito a sposarla, quella Marthe «di cui tutti dicevano che si dava delle arie». Così com’è riuscito, lui, il figlio del cestaio, a diventare un distinto impiegato: uno che la domenica, all’uscita della messa, scambia saluti compunti e soddisfatti con i conoscenti e poi, dopo essersi fermato in pasticceria a comprare un dolce, torna a casa dove la moglie sta cuocendo l’arrosto con le patate. Una domenica, però, trova l’arrosto bruciato e la casa vuota – e gli crolla il mondo addosso. Non gli ci vorrà molto per scoprire che Marthe se n’è andata con un poco di buono, e che tutti in città lo sanno, e lo compatiscono, e pensano che sia un uomo «finito, annientato». E invece no. Hubert decide di ritrovare Marthe, a ogni costo, di bere «il calice fino alla feccia». Simile a «una formica ostinata che segue ostinatamente la sua strada, il suo destino, e che, ogni volta che il carico le sfugge, lo afferra di nuovo, pur essendo quel carico più grosso di lei», andrà a cercare Marthe, perché il suo posto è lì, «accanto a lui e ai bambini», e perché confida «nel trionfo del bene sul male, nella supremazia dell’ordine sul disordine» – «nell’inevitabile, fatale armonia». Con la consueta acutezza psicologica, e una sorta di ammirata partecipazione, Simenon ci racconta di un amore eroico, capace di non indietreggiare di fronte al tradimento e alla vergogna.

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La agitada Navidad de Maigret

Una mañana de Navidad en que Maigret y su esposa se disponían a pasarla juntos y por la tarde ir al cine, se presentan a su casa un par de fulanas, la una que está terriblemente enamorada de él y la otra que no y le plantean el caso en el que Papá Noel se presentó por la noche y regaló a la hija de la que no una muñeca. El misterio está en que ese gordo ridículo ni siquiera existe.

Una mañana de Navidad en que Maigret y su esposa se disponían a pasarla juntos y por la tarde ir al cine, se presentan a su casa un par de fulanas, la una que está terriblemente enamorada de él y la otra que no y le plantean el caso en el que Papá Noel se presentó por la noche y regaló a la hija de la que no una muñeca. El misterio está en que ese gordo ridículo ni siquiera existe.

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La danzatrice del Gai-Moulin

Due giovani e patetici viveurs indebitati fino al collo si nascondono una sera nella cantina di un losco night-club di Liegi con l'intenzione di attendere l'ora di chiusura e di svuotare la cassa. Ma un cadavere, intravisto nell'oscurità alla luce fioca di un fiammifero, viene a turbare i loro piani: è il facoltoso greco cui poco prima rivolgeva le sue sapienti e professionali attenzioni Adèle, l'entraineuse del Gai-Moulin. E' una notte degli inganni, dove nessuno è ciò che sembra. Ma provvederà Maigret, ancora una volta, a capire di che si tratta.

La danzatrice del Gai-Moulin (titolo originale francese La danseuse du Gai-Moulin, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret e la ballerina, Maigret e la ballerina del Gai-Moulin e La ballerina del Gai-Moulin) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.
È il decimo romanzo dedicato al personaggio del celebre commissario.

Due giovani e patetici viveurs indebitati fino al collo si nascondono una sera nella cantina di un losco night-club di Liegi con l'intenzione di attendere l'ora di chiusura e di svuotare la cassa. Ma un cadavere, intravisto nell'oscurità alla luce fioca di un fiammifero, viene a turbare i loro piani: è il facoltoso greco cui poco prima rivolgeva le sue sapienti e professionali attenzioni Adèle, l'entraineuse del Gai-Moulin. E' una notte degli inganni, dove nessuno è ciò che sembra. Ma provvederà Maigret, ancora una volta, a capire di che si tratta.

La danzatrice del Gai-Moulin (titolo originale francese La danseuse du Gai-Moulin, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret e la ballerina, Maigret e la ballerina del Gai-Moulin e La ballerina del Gai-Moulin) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.
È il decimo romanzo dedicato al personaggio del celebre commissario.

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L’osteria dei due soldi

Alla vigilia dell'esecuzione Jean Lenoir, un famoso capobanda di Belleville ha voglia di confidarsi indicando a Maigret una "balera da due soldi" dove avrebbe trovato un uomo colpevole di un vecchio assassinio. Dopo un mese dall'esecuzione Maigret incontra per caso un uomo che parla della "balera da due soldi". Al commissario non resta che seguirlo. Sulla Senna, vicino a Morsang, trova questa balera e una festosa compagnia di benestanti parigini che ogni fine settimana si ritrova sul fiume per fare baldoria. Ma troverà anche un nuovo delitto e un'atmosfera angosciosa e assurda, in cui si cammina senza meta, "senza sforzo, senza gioia, senza tristezza, brancolando in una coltre di nebbia".
(fonte: hoepli)

L'osteria dei due soldi (titolo originale francese La guinguette à deux sous, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret e l'osteria dei due soldi e La balera da due soldi) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.
È l'undicesimo romanzo dedicato al personaggio del celebre commissario.

Alla vigilia dell'esecuzione Jean Lenoir, un famoso capobanda di Belleville ha voglia di confidarsi indicando a Maigret una "balera da due soldi" dove avrebbe trovato un uomo colpevole di un vecchio assassinio. Dopo un mese dall'esecuzione Maigret incontra per caso un uomo che parla della "balera da due soldi". Al commissario non resta che seguirlo. Sulla Senna, vicino a Morsang, trova questa balera e una festosa compagnia di benestanti parigini che ogni fine settimana si ritrova sul fiume per fare baldoria. Ma troverà anche un nuovo delitto e un'atmosfera angosciosa e assurda, in cui si cammina senza meta, "senza sforzo, senza gioia, senza tristezza, brancolando in una coltre di nebbia".
(fonte: hoepli)

L'osteria dei due soldi (titolo originale francese La guinguette à deux sous, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret e l'osteria dei due soldi e La balera da due soldi) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.
È l'undicesimo romanzo dedicato al personaggio del celebre commissario.

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L’affare Saint-Fiacre

«La contessa di Saint-Fiacre teneva ancora la faccia tra le mani. Era rigida, immobile, come la maggior parte delle altre vecchie. «“Ite missa est… La messa è finita…”. «Solo allora Maigret capì quanto era stato angosciato. Quasi non se n’era reso conto. Senza volerlo sospirò di sollievo […]. «Ancora tre persone… Due… Qualcuno spostò una sedia… Rimaneva solo la contessa, e Maigret ebbe un fremito d’impazienza… «Il sacrestano, che aveva concluso il suo compito, gettò uno sguardo alla signora di Saint-Fiacre, e un’espressione dubbiosa gli si dipinse sul volto. In quel medesimo istante il commissario avanzò. «Giunti accanto a lei, rimasero entrambi stupiti di quell’immobilità e cercarono di vedere il volto che le mani giunte continuavano a nascondere. «Turbato, Maigret le sfiorò una spalla. Il corpo vacillò, come se fino a quel momento fosse stato sorretto da un filo, poi rotolò a terra e rimase inerte. «La contessa di Saint-Fiacre era morta».

L'affare Saint-Fiacre (titolo originale francese L'affaire Saint-Fiacre, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret e il caso Saint-Fiacre e Il caso Saint-Fiacre) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.
È il tredicesimo romanzo dedicato al personaggio del celebre commissario.

«La contessa di Saint-Fiacre teneva ancora la faccia tra le mani. Era rigida, immobile, come la maggior parte delle altre vecchie. «“Ite missa est… La messa è finita…”. «Solo allora Maigret capì quanto era stato angosciato. Quasi non se n’era reso conto. Senza volerlo sospirò di sollievo […]. «Ancora tre persone… Due… Qualcuno spostò una sedia… Rimaneva solo la contessa, e Maigret ebbe un fremito d’impazienza… «Il sacrestano, che aveva concluso il suo compito, gettò uno sguardo alla signora di Saint-Fiacre, e un’espressione dubbiosa gli si dipinse sul volto. In quel medesimo istante il commissario avanzò. «Giunti accanto a lei, rimasero entrambi stupiti di quell’immobilità e cercarono di vedere il volto che le mani giunte continuavano a nascondere. «Turbato, Maigret le sfiorò una spalla. Il corpo vacillò, come se fino a quel momento fosse stato sorretto da un filo, poi rotolò a terra e rimase inerte. «La contessa di Saint-Fiacre era morta».

L'affare Saint-Fiacre (titolo originale francese L'affaire Saint-Fiacre, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret e il caso Saint-Fiacre e Il caso Saint-Fiacre) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.
È il tredicesimo romanzo dedicato al personaggio del celebre commissario.

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Le Inchieste Di Maigret 6-10

Il volume contiene cinque inchieste del commissario Maigret: “Il cane giallo”, “Il pazzo di Bergerac”, “Una testa in gioco”, “La balera da due soldi” e “Un delitto in Olanda”. **
### Sinossi
Il volume contiene cinque inchieste del commissario Maigret: “Il cane giallo”, “Il pazzo di Bergerac”, “Una testa in gioco”, “La balera da due soldi” e “Un delitto in Olanda”.

Il volume contiene cinque inchieste del commissario Maigret: “Il cane giallo”, “Il pazzo di Bergerac”, “Una testa in gioco”, “La balera da due soldi” e “Un delitto in Olanda”. **
### Sinossi
Il volume contiene cinque inchieste del commissario Maigret: “Il cane giallo”, “Il pazzo di Bergerac”, “Una testa in gioco”, “La balera da due soldi” e “Un delitto in Olanda”.

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La casa dei Krull

La casa dei Krull è al margine estremo del paese, e loro stessi ne vengono tenuti ai margini. Benché naturalizzati, restano gli stranieri, i diversi. Da sempre, e nonostante gli sforzi fatti per integrarsi. Nel loro emporio non si serve la gente del luogo, neanche i vicini, ma solo le mogli dei marinai che a bordo delle chiatte percorrono il canale. E quando davanti all’emporio viene ripescato il cadavere di una ragazza violentata e uccisa, i sospetti cadono fatalmente su di loro. In un magistrale crescendo di tensione, e con un singolare (e formidabile) rovesciamento, vediamo montare l’ostilità della popolazione francese verso la famiglia tedesca, e l’avversione per una minoranza, che rappresenta un perfetto capro espiatorio, degenerare progressivamente in odio e violenza. Mentre all’interno della casa dei Krull ciascuno deve fare i conti con le proprie colpe e le proprie vergogne nascoste. In questo romanzo oscuramente profetico, scritto alla vigilia della guerra, Simenon affronta un tema che gli sta molto a cuore, e lo fa scegliendo il punto di vista, disincantato e sagace, di un cugino dei Krull, un ospite tanto più inquietante, e imbarazzante, in quanto diverso, per così dire, al quadrato: diverso, come i Krull, dagli abitanti del paese, ma diverso anche da loro stessi, perché dotato di un buonumore «sconosciuto in quella casa», e di una disinvoltura, di una «leggerezza fisica e morale» che la rigida etica protestante paventa e aborre – e sarà proprio questa sua intollerabile estraneità a scatenare la tempesta. **

La casa dei Krull è al margine estremo del paese, e loro stessi ne vengono tenuti ai margini. Benché naturalizzati, restano gli stranieri, i diversi. Da sempre, e nonostante gli sforzi fatti per integrarsi. Nel loro emporio non si serve la gente del luogo, neanche i vicini, ma solo le mogli dei marinai che a bordo delle chiatte percorrono il canale. E quando davanti all’emporio viene ripescato il cadavere di una ragazza violentata e uccisa, i sospetti cadono fatalmente su di loro. In un magistrale crescendo di tensione, e con un singolare (e formidabile) rovesciamento, vediamo montare l’ostilità della popolazione francese verso la famiglia tedesca, e l’avversione per una minoranza, che rappresenta un perfetto capro espiatorio, degenerare progressivamente in odio e violenza. Mentre all’interno della casa dei Krull ciascuno deve fare i conti con le proprie colpe e le proprie vergogne nascoste. In questo romanzo oscuramente profetico, scritto alla vigilia della guerra, Simenon affronta un tema che gli sta molto a cuore, e lo fa scegliendo il punto di vista, disincantato e sagace, di un cugino dei Krull, un ospite tanto più inquietante, e imbarazzante, in quanto diverso, per così dire, al quadrato: diverso, come i Krull, dagli abitanti del paese, ma diverso anche da loro stessi, perché dotato di un buonumore «sconosciuto in quella casa», e di una disinvoltura, di una «leggerezza fisica e morale» che la rigida etica protestante paventa e aborre – e sarà proprio questa sua intollerabile estraneità a scatenare la tempesta. **

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Il Mediterraneo in barca

Che Simenon sia un prodigioso narratore è a tutti noto. Ma forse non tutti sanno che, in particolare fra il 1931 e il 1946, è stato un reporter non meno prodigioso – e singolare. Singolare perché, lungi dal considerarsi un inviato speciale, i suoi reportage li ha scritti «per sé», per viaggiare, per finanziare la sua curiosità. Quella curiosità nei confronti dell’uomo che ha scoperto in sé sin da quando, giovanissimo, lavorava alla «Gazette de Liège»: «Ho sempre colto la differenza fra l’uomo vestito e l’uomo nudo» ha dichiarato. «Intendo dire l’uomo com’è davvero, e l’uomo come si mostra in pubblico, e anche come si vede allo specchio». Così, alla vigilia di ogni viaggio, Simenon andava da un amico caporedattore e gli diceva: «La settimana prossima parto. Le interessano dodici articoli?». Ma proprio perché concepiti in funzione dell’unica attività che gli stesse a cuore, la scrittura – non a caso ha voluto intitolare il volume che li raccoglie «Mes apprentissages» («Il mio apprendistato») –, i suoi pezzi giornalistici non fanno dunque che rivelarci un’altra faccia del Simenon romanziere. Lo dimostra questo resoconto di una crociera compiuta nel Mediterraneo – da Porquerolles alla Tunisia passando dall’Elba, Messina, Siracusa, Malta – a bordo di una goletta: una lunga crociera durante la quale Simenon, che si era ripromesso di capire e descrivere il Mare nostrum, non potrà che confermarsi nella sua vera vocazione, la stessa di Stevenson: raccontare storie. **
### Sinossi
Che Simenon sia un prodigioso narratore è a tutti noto. Ma forse non tutti sanno che, in particolare fra il 1931 e il 1946, è stato un reporter non meno prodigioso – e singolare. Singolare perché, lungi dal considerarsi un inviato speciale, i suoi reportage li ha scritti «per sé», per viaggiare, per finanziare la sua curiosità. Quella curiosità nei confronti dell’uomo che ha scoperto in sé sin da quando, giovanissimo, lavorava alla «Gazette de Liège»: «Ho sempre colto la differenza fra l’uomo vestito e l’uomo nudo» ha dichiarato. «Intendo dire l’uomo com’è davvero, e l’uomo come si mostra in pubblico, e anche come si vede allo specchio». Così, alla vigilia di ogni viaggio, Simenon andava da un amico caporedattore e gli diceva: «La settimana prossima parto. Le interessano dodici articoli?». Ma proprio perché concepiti in funzione dell’unica attività che gli stesse a cuore, la scrittura – non a caso ha voluto intitolare il volume che li raccoglie «Mes apprentissages» («Il mio apprendistato») –, i suoi pezzi giornalistici non fanno dunque che rivelarci un’altra faccia del Simenon romanziere. Lo dimostra questo resoconto di una crociera compiuta nel Mediterraneo – da Porquerolles alla Tunisia passando dall’Elba, Messina, Siracusa, Malta – a bordo di una goletta: una lunga crociera durante la quale Simenon, che si era ripromesso di capire e descrivere il Mare nostrum, non potrà che confermarsi nella sua vera vocazione, la stessa di Stevenson: raccontare storie.

Che Simenon sia un prodigioso narratore è a tutti noto. Ma forse non tutti sanno che, in particolare fra il 1931 e il 1946, è stato un reporter non meno prodigioso – e singolare. Singolare perché, lungi dal considerarsi un inviato speciale, i suoi reportage li ha scritti «per sé», per viaggiare, per finanziare la sua curiosità. Quella curiosità nei confronti dell’uomo che ha scoperto in sé sin da quando, giovanissimo, lavorava alla «Gazette de Liège»: «Ho sempre colto la differenza fra l’uomo vestito e l’uomo nudo» ha dichiarato. «Intendo dire l’uomo com’è davvero, e l’uomo come si mostra in pubblico, e anche come si vede allo specchio». Così, alla vigilia di ogni viaggio, Simenon andava da un amico caporedattore e gli diceva: «La settimana prossima parto. Le interessano dodici articoli?». Ma proprio perché concepiti in funzione dell’unica attività che gli stesse a cuore, la scrittura – non a caso ha voluto intitolare il volume che li raccoglie «Mes apprentissages» («Il mio apprendistato») –, i suoi pezzi giornalistici non fanno dunque che rivelarci un’altra faccia del Simenon romanziere. Lo dimostra questo resoconto di una crociera compiuta nel Mediterraneo – da Porquerolles alla Tunisia passando dall’Elba, Messina, Siracusa, Malta – a bordo di una goletta: una lunga crociera durante la quale Simenon, che si era ripromesso di capire e descrivere il Mare nostrum, non potrà che confermarsi nella sua vera vocazione, la stessa di Stevenson: raccontare storie. **
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Che Simenon sia un prodigioso narratore è a tutti noto. Ma forse non tutti sanno che, in particolare fra il 1931 e il 1946, è stato un reporter non meno prodigioso – e singolare. Singolare perché, lungi dal considerarsi un inviato speciale, i suoi reportage li ha scritti «per sé», per viaggiare, per finanziare la sua curiosità. Quella curiosità nei confronti dell’uomo che ha scoperto in sé sin da quando, giovanissimo, lavorava alla «Gazette de Liège»: «Ho sempre colto la differenza fra l’uomo vestito e l’uomo nudo» ha dichiarato. «Intendo dire l’uomo com’è davvero, e l’uomo come si mostra in pubblico, e anche come si vede allo specchio». Così, alla vigilia di ogni viaggio, Simenon andava da un amico caporedattore e gli diceva: «La settimana prossima parto. Le interessano dodici articoli?». Ma proprio perché concepiti in funzione dell’unica attività che gli stesse a cuore, la scrittura – non a caso ha voluto intitolare il volume che li raccoglie «Mes apprentissages» («Il mio apprendistato») –, i suoi pezzi giornalistici non fanno dunque che rivelarci un’altra faccia del Simenon romanziere. Lo dimostra questo resoconto di una crociera compiuta nel Mediterraneo – da Porquerolles alla Tunisia passando dall’Elba, Messina, Siracusa, Malta – a bordo di una goletta: una lunga crociera durante la quale Simenon, che si era ripromesso di capire e descrivere il Mare nostrum, non potrà che confermarsi nella sua vera vocazione, la stessa di Stevenson: raccontare storie.

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Turista da banane o Le domeniche di Tahiti

Oscar Donadieu, giovanotto sensibile e introverso, ultimo erede di un potente clan di armatori della Rochelle, sbarca a Tahiti sognando «di immergersi nella natura, di vivere a tu per tu con lei e con lei sola, rinunciando agli agi della civiltà». Eppure, già nel corso della traversata, qualcuno lo ha messo in guardia: «Forse farebbe meglio a non scendere dalla nave e a tornarsene dritto in Francia». Eviterebbe così di diventare uno di quelli che i locali definiscono sprezzantemente «turisti da banane», relitti della vita tropicale vaganti fra sbronze tristi, ragazze facili, squallide notti e sordidi intrallazzi. Con fierezza, Donadieu pensa che queste cose possono succedere ad altri, non a lui. Ma la realtà è vischiosa, e il destino ignora la geografia. E a dispetto dello scenario di palme e luce abbagliante, la cupa sorte della famiglia Donadieu non tarderà a compiersi, in questo romanzo dell’evasione impossibile. Compiuto a Porquerolles nel 1936 dopo un viaggio intorno al mondo durato cinque mesi, *Turista da banane* fu pubblicato nel 1938.

Oscar Donadieu, giovanotto sensibile e introverso, ultimo erede di un potente clan di armatori della Rochelle, sbarca a Tahiti sognando «di immergersi nella natura, di vivere a tu per tu con lei e con lei sola, rinunciando agli agi della civiltà». Eppure, già nel corso della traversata, qualcuno lo ha messo in guardia: «Forse farebbe meglio a non scendere dalla nave e a tornarsene dritto in Francia». Eviterebbe così di diventare uno di quelli che i locali definiscono sprezzantemente «turisti da banane», relitti della vita tropicale vaganti fra sbronze tristi, ragazze facili, squallide notti e sordidi intrallazzi. Con fierezza, Donadieu pensa che queste cose possono succedere ad altri, non a lui. Ma la realtà è vischiosa, e il destino ignora la geografia. E a dispetto dello scenario di palme e luce abbagliante, la cupa sorte della famiglia Donadieu non tarderà a compiersi, in questo romanzo dell’evasione impossibile. Compiuto a Porquerolles nel 1936 dopo un viaggio intorno al mondo durato cinque mesi, *Turista da banane* fu pubblicato nel 1938.

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L’ispettore Cadavre

Per tutti, dalle vecchiette appostate dietro le tendine smosse ai ragazzini che poco prima lo avevano superato girandosi a guardarlo con insolenza, lui era l’intruso, l’indesiderabile. O, peggio ancora, era qualcuno di cui non ci si poteva fidare, venuto da chissà dove a fare chissà che cosa. Sarà stato anche per via di quegli sguardi che lo spiavano, ma il commissario, che camminava con le mani sprofondate nelle tasche del pesante cappotto, si sentiva come uno di quegli squallidi personaggi tormentati da un vizio segreto che si aggirano nei paraggi della porte Saint-Martin o altrove con le spalle curve e lo sguardo sfuggente, rasentando le case per prudenza alla vista di un agente della Buoncostume. Era forse un riflesso della triste figura di Cavre? Ebbe quasi voglia di mandare a prendere la sua valigia dai Naud, di salire sul primo treno e di andare dal giudice Bréjon per dirgli: «A Saint-Aubin non mi vogliono… Suo cognato se la sbrogli da sé…». (Le inchieste di Maigret 22 di 75)

Per tutti, dalle vecchiette appostate dietro le tendine smosse ai ragazzini che poco prima lo avevano superato girandosi a guardarlo con insolenza, lui era l’intruso, l’indesiderabile. O, peggio ancora, era qualcuno di cui non ci si poteva fidare, venuto da chissà dove a fare chissà che cosa. Sarà stato anche per via di quegli sguardi che lo spiavano, ma il commissario, che camminava con le mani sprofondate nelle tasche del pesante cappotto, si sentiva come uno di quegli squallidi personaggi tormentati da un vizio segreto che si aggirano nei paraggi della porte Saint-Martin o altrove con le spalle curve e lo sguardo sfuggente, rasentando le case per prudenza alla vista di un agente della Buoncostume. Era forse un riflesso della triste figura di Cavre? Ebbe quasi voglia di mandare a prendere la sua valigia dai Naud, di salire sul primo treno e di andare dal giudice Bréjon per dirgli: «A Saint-Aubin non mi vogliono… Suo cognato se la sbrogli da sé…». (Le inchieste di Maigret 22 di 75)

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Il Crocevia delle Tre Vedove: Le inchieste di Maigret

«Lei veniva avanti, la figura ancora indistinta nella semioscurità. Veniva avanti come la protagonista di un film, o meglio come la donna dei sogni di un adolescente. Era vestita di velluto nero? Fatto sta che era più scura di tutto il resto, che spiccava come un’ombra intensa, sontuosa. E la poca luce ancora sospesa nell’aria si concentrava sui suoi capelli biondi e leggeri, sul viso opaco». «Ho saputo che desidera parlarmi, commissario… Ma la prego, si accomodi…». «Il suo accento era più marcato di quello di Carl. La voce cantava, abbassandosi sull’ultima sillaba delle parole. E il fratello le stava accanto come uno schiavo al fianco della regina affidata alla sua protezione». (Le inchieste di Maigret 11 di 75) **
### Sinossi
«Lei veniva avanti, la figura ancora indistinta nella semioscurità. Veniva avanti come la protagonista di un film, o meglio come la donna dei sogni di un adolescente. Era vestita di velluto nero? Fatto sta che era più scura di tutto il resto, che spiccava come un’ombra intensa, sontuosa. E la poca luce ancora sospesa nell’aria si concentrava sui suoi capelli biondi e leggeri, sul viso opaco». «Ho saputo che desidera parlarmi, commissario… Ma la prego, si accomodi…». «Il suo accento era più marcato di quello di Carl. La voce cantava, abbassandosi sull’ultima sillaba delle parole. E il fratello le stava accanto come uno schiavo al fianco della regina affidata alla sua protezione». (Le inchieste di Maigret 11 di 75)

«Lei veniva avanti, la figura ancora indistinta nella semioscurità. Veniva avanti come la protagonista di un film, o meglio come la donna dei sogni di un adolescente. Era vestita di velluto nero? Fatto sta che era più scura di tutto il resto, che spiccava come un’ombra intensa, sontuosa. E la poca luce ancora sospesa nell’aria si concentrava sui suoi capelli biondi e leggeri, sul viso opaco». «Ho saputo che desidera parlarmi, commissario… Ma la prego, si accomodi…». «Il suo accento era più marcato di quello di Carl. La voce cantava, abbassandosi sull’ultima sillaba delle parole. E il fratello le stava accanto come uno schiavo al fianco della regina affidata alla sua protezione». (Le inchieste di Maigret 11 di 75) **
### Sinossi
«Lei veniva avanti, la figura ancora indistinta nella semioscurità. Veniva avanti come la protagonista di un film, o meglio come la donna dei sogni di un adolescente. Era vestita di velluto nero? Fatto sta che era più scura di tutto il resto, che spiccava come un’ombra intensa, sontuosa. E la poca luce ancora sospesa nell’aria si concentrava sui suoi capelli biondi e leggeri, sul viso opaco». «Ho saputo che desidera parlarmi, commissario… Ma la prego, si accomodi…». «Il suo accento era più marcato di quello di Carl. La voce cantava, abbassandosi sull’ultima sillaba delle parole. E il fratello le stava accanto come uno schiavo al fianco della regina affidata alla sua protezione». (Le inchieste di Maigret 11 di 75)

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Pedigree

«Miliardi, miliardi e miliardi di animali sulla faccia della terra, per aria, nell’acqua, dappertutto, compiono senza sosta, minuto per minuto, uno sforzo di tutte le loro cellule verso un divenire che non conoscono, come le formiche che traversano precipizi trascinando fardelli cento volte più grandi di loro, si avventurano fra montagne di sabbia o di fango e ritentano dieci volte l’assalto a un medesimo ostacolo, senza che la loro carovana cambi strada». Così apparvero, all’occhio di Simenon, i primi anni della sua vita: innumerevoli piccoli gesti e piccole figure, grumi di pigmento su una tela sconfinata. Era un epos grandioso della piccolezza, delle esistenze oscure, una delle quali era stata la sua. Simenon viveva allora da sfollato a Fontenay-le-Comte, nel 1941. «Un medico, in base a una radiografia sospetta, mi annunciò che mi rimanevano al massimo due anni di vita e mi condannò a un’inattività quasi totale». Simenon non poteva però cessare di scrivere. Pensò a qualcosa di unico e di ultimo: raccontare la sua infanzia, in forma di lunga lettera al figlio. Poi quella lettera diventò romanzo, il più personale e segreto di Simenon, ma anche quello dove ritroviamo tutta la sostanza, in senso chimico, di tutti i suoi libri. Non è la storia dell’infanzia di un artista. Anzi, a lungo il piccolo Roger vi fa da comparsa, mentre campeggia sulla scena la minuta figura della madre Élise. Questa donna «che si scusa di esistere, di esserci, che chiede perdono prima d’aver fatto il male», ha la presenza perentoria dei grandi personaggi della letteratura. La sua fragilità è tutta apparente. Élise possiede una fibra inattaccabile e un occhio sicuro, che riconosce subito se il marito Désiré ha comprato un etto e mezzo di fegato invece di un etto. Pochi scrittori hanno saputo illuminare come Simenon i profondi misteri della piccola borghesia, e soprattutto della sua frangia più pura, quella che lotta testardamente per non cadere nella mera povertà, quella per cui il decoro è un baluardo contro l’umiliazione perpetua. Per questi esseri, fra i quali Simenon è cresciuto, i parenti, le stanze, i vestiti, le chiacchiere dei vicini formano una rete fittissima, che oscura il cielo e grava sulla vita. Quella rete è il pedigree di cui Simenon è stato il perfetto genealogista in tutta la sua opera. Mai però la sua lente si è avvicinata così tanto all’oggetto della narrazione come in questo libro. Qui i dettagli rimangono fissati come nella mente del bambino Roger quando finge di giocare e «contempla il meraviglioso pulviscolo dorato che sale dalla camera e viene come assorbito lentamente, irresistibilmente, dall’aria umida della strada». Così Roger diventerà, senza saperlo, uno scrittore già quella sera in cui, tornando a casa, ritrova «i pochi metri cubi luminosi e caldi della cucina, e tutti al loro posto, rigidi, racchiusi nell’immobilità dell’atmosfera come gli abitanti di Pompei nella lava». Allora, «per qualche istante sente il palpitare di una vita immateriale che è quella della casa, di quella casa e di nessun’altra, percepisce quasi il rodio del tempo». Diviso in tre parti, “Pedigree” fu scritto fra il 1941 e il 1943. La prima pubblicazione completa è del 1948.

«Miliardi, miliardi e miliardi di animali sulla faccia della terra, per aria, nell’acqua, dappertutto, compiono senza sosta, minuto per minuto, uno sforzo di tutte le loro cellule verso un divenire che non conoscono, come le formiche che traversano precipizi trascinando fardelli cento volte più grandi di loro, si avventurano fra montagne di sabbia o di fango e ritentano dieci volte l’assalto a un medesimo ostacolo, senza che la loro carovana cambi strada». Così apparvero, all’occhio di Simenon, i primi anni della sua vita: innumerevoli piccoli gesti e piccole figure, grumi di pigmento su una tela sconfinata. Era un epos grandioso della piccolezza, delle esistenze oscure, una delle quali era stata la sua. Simenon viveva allora da sfollato a Fontenay-le-Comte, nel 1941. «Un medico, in base a una radiografia sospetta, mi annunciò che mi rimanevano al massimo due anni di vita e mi condannò a un’inattività quasi totale». Simenon non poteva però cessare di scrivere. Pensò a qualcosa di unico e di ultimo: raccontare la sua infanzia, in forma di lunga lettera al figlio. Poi quella lettera diventò romanzo, il più personale e segreto di Simenon, ma anche quello dove ritroviamo tutta la sostanza, in senso chimico, di tutti i suoi libri. Non è la storia dell’infanzia di un artista. Anzi, a lungo il piccolo Roger vi fa da comparsa, mentre campeggia sulla scena la minuta figura della madre Élise. Questa donna «che si scusa di esistere, di esserci, che chiede perdono prima d’aver fatto il male», ha la presenza perentoria dei grandi personaggi della letteratura. La sua fragilità è tutta apparente. Élise possiede una fibra inattaccabile e un occhio sicuro, che riconosce subito se il marito Désiré ha comprato un etto e mezzo di fegato invece di un etto. Pochi scrittori hanno saputo illuminare come Simenon i profondi misteri della piccola borghesia, e soprattutto della sua frangia più pura, quella che lotta testardamente per non cadere nella mera povertà, quella per cui il decoro è un baluardo contro l’umiliazione perpetua. Per questi esseri, fra i quali Simenon è cresciuto, i parenti, le stanze, i vestiti, le chiacchiere dei vicini formano una rete fittissima, che oscura il cielo e grava sulla vita. Quella rete è il pedigree di cui Simenon è stato il perfetto genealogista in tutta la sua opera. Mai però la sua lente si è avvicinata così tanto all’oggetto della narrazione come in questo libro. Qui i dettagli rimangono fissati come nella mente del bambino Roger quando finge di giocare e «contempla il meraviglioso pulviscolo dorato che sale dalla camera e viene come assorbito lentamente, irresistibilmente, dall’aria umida della strada». Così Roger diventerà, senza saperlo, uno scrittore già quella sera in cui, tornando a casa, ritrova «i pochi metri cubi luminosi e caldi della cucina, e tutti al loro posto, rigidi, racchiusi nell’immobilità dell’atmosfera come gli abitanti di Pompei nella lava». Allora, «per qualche istante sente il palpitare di una vita immateriale che è quella della casa, di quella casa e di nessun’altra, percepisce quasi il rodio del tempo». Diviso in tre parti, “Pedigree” fu scritto fra il 1941 e il 1943. La prima pubblicazione completa è del 1948.

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Mi amigo Maigret

Mister Pyke, un inspector de Scotland Yard sigue a todas partes como una sombra al célebre comisario Maigret. De pronto surge un caso que tal vez le haga olvidar esa insidiosa presencia: en la isla de Porquerolles han matado a Marcel Pazaud, un ex delincuente, al día siguiente de que pregonara en el bar más frecuentado que era amigo de Maigret.

Mister Pyke, un inspector de Scotland Yard sigue a todas partes como una sombra al célebre comisario Maigret. De pronto surge un caso que tal vez le haga olvidar esa insidiosa presencia: en la isla de Porquerolles han matado a Marcel Pazaud, un ex delincuente, al día siguiente de que pregonara en el bar más frecuentado que era amigo de Maigret.

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Maigret y los ancianos

Un anciano ex embajador ha sido muerto a tiros en su casa. No hay móviles aparentes ni nada en lo que basar una investigación. Más aún: como dice el mismo comisario Maigret en un pasaje de la novela, «todos dicen la verdad». Y es que el fallecido tenía una característica: durante más de cuarenta años se carteó con una mujer que se había casado con otro hombre por conveniencia aristocrática; cada día, estuviera donde estuviese. ¿Podría constituir esa relación un motivo para el asesinato? Difícilmente, pues se da la circunstancia de que el marido conocía y aprobaba tal correspondencia, seguro de que ambos, su esposa y el diplomático, mantendrían su palabra de honor de no casarse hasta que él hubiera fallecido. Y porque, además, el crimen se produjo justamente dos días después del fallecimiento de este noble tan caballeresco y poco celoso.

Un anciano ex embajador ha sido muerto a tiros en su casa. No hay móviles aparentes ni nada en lo que basar una investigación. Más aún: como dice el mismo comisario Maigret en un pasaje de la novela, «todos dicen la verdad». Y es que el fallecido tenía una característica: durante más de cuarenta años se carteó con una mujer que se había casado con otro hombre por conveniencia aristocrática; cada día, estuviera donde estuviese. ¿Podría constituir esa relación un motivo para el asesinato? Difícilmente, pues se da la circunstancia de que el marido conocía y aprobaba tal correspondencia, seguro de que ambos, su esposa y el diplomático, mantendrían su palabra de honor de no casarse hasta que él hubiera fallecido. Y porque, además, el crimen se produjo justamente dos días después del fallecimiento de este noble tan caballeresco y poco celoso.

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