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Asphodel

È trascorso poco più di un anno dal processo davanti alla Corte di Erebo e, questa volta, i problemi per l’avvocato Scott piovono dall’alto: la Santa Sede vuole che l’Immortality Awaits Corporation chiuda i battenti, pena la scomunica per tutti coloro che entreranno in contatto con gli immortali. Come se non bastasse, dopo una cena con Elizabeth, Ryan allontana violentemente la ragazza senza una ragione apparente. Il suo oscuro passato tornerà a tormentarlo nelle vesti di una donna, antica quanto crudele, che stravolgerà le carte in tavola esigendo la vita di Lise. L’unica speranza di salvezza è ritrovare l’oggetto da cui la vampira è ossessionata, andato perduto da ormai seimila anni. Per Ryan ed Elizabeth inizia una frenetica corsa contro il tempo, guidati dall’enigmatica profezia dell’Oracolo di Delfi: una ricerca che li porterà a far luce sui propri sentimenti e a scoprire quanto cedervi possa essere pericoloso. Asphodel è il romanzo conclusivo della duologia di “Red Carpet”.

È trascorso poco più di un anno dal processo davanti alla Corte di Erebo e, questa volta, i problemi per l’avvocato Scott piovono dall’alto: la Santa Sede vuole che l’Immortality Awaits Corporation chiuda i battenti, pena la scomunica per tutti coloro che entreranno in contatto con gli immortali. Come se non bastasse, dopo una cena con Elizabeth, Ryan allontana violentemente la ragazza senza una ragione apparente. Il suo oscuro passato tornerà a tormentarlo nelle vesti di una donna, antica quanto crudele, che stravolgerà le carte in tavola esigendo la vita di Lise. L’unica speranza di salvezza è ritrovare l’oggetto da cui la vampira è ossessionata, andato perduto da ormai seimila anni. Per Ryan ed Elizabeth inizia una frenetica corsa contro il tempo, guidati dall’enigmatica profezia dell’Oracolo di Delfi: una ricerca che li porterà a far luce sui propri sentimenti e a scoprire quanto cedervi possa essere pericoloso. Asphodel è il romanzo conclusivo della duologia di “Red Carpet”.

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Arthas. L’ascesa del re dei Lich. World of Warcraft

La sua malvagità è leggenda. Signore del Flagello e nemico giurato di tutti i popoli liberi di Azeroth, il Re dei Lich è un’entità di incommensurabile potere e ineguagliabile malizia, un’anima gelida che trama senza posa per la distruzione di ogni forma di vita presente nel World of Warcraft. Ma non è sempre stato così. Molto prima che il suo spirito si fondesse con quello dello sciamano degli orchi Ner’zhul, il Re dei Lich era Arthas Menethil, principe ed erede al trono di Lordaeron, devoto paladino della Mano D’Argento. Quando la misteriosa comparsa di una pestilenza in grado di diffondere il contagio della non morte sembra minacciare tutto ciò che ama, Arthas si spingerà fino alle gelide distese di Northrend alla sciagurata ricerca di un’antica lama runica i cui leggendari poteri potrebbero salvare la sua terra natale. Ma sarà proprio l’oggetto della sua ricerca a farlo precipitare nel baratro della dannazione, esigendo dal nuovo padrone un prezzo terribile.

La sua malvagità è leggenda. Signore del Flagello e nemico giurato di tutti i popoli liberi di Azeroth, il Re dei Lich è un’entità di incommensurabile potere e ineguagliabile malizia, un’anima gelida che trama senza posa per la distruzione di ogni forma di vita presente nel World of Warcraft. Ma non è sempre stato così. Molto prima che il suo spirito si fondesse con quello dello sciamano degli orchi Ner’zhul, il Re dei Lich era Arthas Menethil, principe ed erede al trono di Lordaeron, devoto paladino della Mano D’Argento. Quando la misteriosa comparsa di una pestilenza in grado di diffondere il contagio della non morte sembra minacciare tutto ciò che ama, Arthas si spingerà fino alle gelide distese di Northrend alla sciagurata ricerca di un’antica lama runica i cui leggendari poteri potrebbero salvare la sua terra natale. Ma sarà proprio l’oggetto della sua ricerca a farlo precipitare nel baratro della dannazione, esigendo dal nuovo padrone un prezzo terribile.

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L’arte francese della guerra

“Stavo male, tutto andava male, attendevo la fine” dice il narratore di questo romanzo, un uomo in crisi d¿identità che ha appena perso il posto di lavoro e vaga spaesato per Lione con l’unica occupazione di infilare volantini nelle buche per le lettere. Non sa ancora che sta per fare l’incontro che gli cambierà la vita. Durante una pausa in una brasserie conosce un vecchio paracadutista che ha fama di aver attraversato tutte le guerre coloniali. Si chiama Victorien Salagnon ed è probabilmente l’unico pittore che si sia visto tra le file di quell’esercito in guerra. L’anonimo narratore ne rimane affascinato, tanto da offrirsi, in cambio delle lezioni di disegno, di scrivere la sua storia. Ha così inizio un viaggio all’indietro che racconta l’educazione di un ragazzo che ancora adolescente passa dai campi scout al fronte della Resistenza, dove il solo insegnamento che riceve è l’arte della guerra. Con questo unico sapere si lancia prima nella campagna d’Indocina, dove vedrà inquietantemente ripetersi alcuni orrori nazisti questa volta per mano dei francesi e dove imparerà l’arte del pennello da un antico maestro, e poi in Algeria, in una guerra confusa fatta di arresti illegali ed esecuzioni sommarie. Cambiano i fronti ma i metodi sono sempre gli stessi: terrore, brutalità, disprezzo della vita propria e altrui. Alexis Jenni, con occhio profondamente umano e non per questo meno lucido davanti al’orrore, racconta l’arte francese della guerra che non cambia mai, come non cambiano le ragioni francesi per scendere in battaglia. E nello stesso tempo, con uguale precisione e senza sconti, mostra quali sono gli effetti perversi delle guerre coloniali sulla madrepatria, sulle vite protette di tanti cittadini che crescono nei rassicuranti privilegi del loro stato ma circondati da odi e risentimenti, mentre il sangue continua a scorrere per mantenere vivo il mito ipocrita di una grandeur ormai passata. Un canto tragico e terribilmente epico di una nazione che sembra non trovare una via d’uscita all’uso della forza, e che può ricercarla solo nella propria lingua, nella capacità di riscattare le proprie storie.

“Stavo male, tutto andava male, attendevo la fine” dice il narratore di questo romanzo, un uomo in crisi d¿identità che ha appena perso il posto di lavoro e vaga spaesato per Lione con l’unica occupazione di infilare volantini nelle buche per le lettere. Non sa ancora che sta per fare l’incontro che gli cambierà la vita. Durante una pausa in una brasserie conosce un vecchio paracadutista che ha fama di aver attraversato tutte le guerre coloniali. Si chiama Victorien Salagnon ed è probabilmente l’unico pittore che si sia visto tra le file di quell’esercito in guerra. L’anonimo narratore ne rimane affascinato, tanto da offrirsi, in cambio delle lezioni di disegno, di scrivere la sua storia. Ha così inizio un viaggio all’indietro che racconta l’educazione di un ragazzo che ancora adolescente passa dai campi scout al fronte della Resistenza, dove il solo insegnamento che riceve è l’arte della guerra. Con questo unico sapere si lancia prima nella campagna d’Indocina, dove vedrà inquietantemente ripetersi alcuni orrori nazisti questa volta per mano dei francesi e dove imparerà l’arte del pennello da un antico maestro, e poi in Algeria, in una guerra confusa fatta di arresti illegali ed esecuzioni sommarie. Cambiano i fronti ma i metodi sono sempre gli stessi: terrore, brutalità, disprezzo della vita propria e altrui. Alexis Jenni, con occhio profondamente umano e non per questo meno lucido davanti al’orrore, racconta l’arte francese della guerra che non cambia mai, come non cambiano le ragioni francesi per scendere in battaglia. E nello stesso tempo, con uguale precisione e senza sconti, mostra quali sono gli effetti perversi delle guerre coloniali sulla madrepatria, sulle vite protette di tanti cittadini che crescono nei rassicuranti privilegi del loro stato ma circondati da odi e risentimenti, mentre il sangue continua a scorrere per mantenere vivo il mito ipocrita di una grandeur ormai passata. Un canto tragico e terribilmente epico di una nazione che sembra non trovare una via d’uscita all’uso della forza, e che può ricercarla solo nella propria lingua, nella capacità di riscattare le proprie storie.

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Arrivano i pagliacci

Allegra Lunare ha vent’anni, è nel momento in cui la vita, per molti, comincia: invece per lei finisce, e deve trovare il coraggio per iniziarne una tutta nuova. Allora Allegra scrive: per non avere paura, per salvarsi l’infanzia, per non dimenticare il senso delle persone e delle cose che sono stati il suo mondo fino a quel momento. Scrive una lettera ai nuovi inquilini che abiteranno la casa dove ha vissuto con la sua bizzarra famiglia, e prende spunto dagli oggetti che rimangono nell’appartamento e di quei pochi che porterà con sé. Ognuno di essi racconta una storia: quella di suo padre, universitario rivoluzionario, e della mamma, giovanissima modella americana; la nascita di suo fratello Giuliano, con la sindrome di down; l’amore magico tra Adriana e Matilde; l’incontro strepitoso con Zuellen, che è affamata d’amore e sa trasformare tutto in qualcos’altro; le cose che ha imparato a teatro e al circo, la più importante: che dopo il numero dei trapezi – quando trattieni il fiato e la felicità sembra spezzarsi a ogni passo – arriva sempre il numero dei pagliacci… La scrittura di Allegra procede come il respiro veloce della giovinezza, quando si ha fretta di capire: per libere associazioni, per assonanze del cuore, accostando ai sentimenti cose che ne sono i correlativi oggettivi, e che spesso li esprimono con molta maggior potenza. Il suo sguardo si posa su ogni spazio da una prospettiva inattesa, filtrato dalle lenti colorate con cui ha imparato a osservare la vita per non essere lambita dalle sue ombre: e ci restituisce un’istantanea sorprendente, candida e acutissima al tempo stesso. «Ho scritto Arrivano i pagliacci quattordici anni fa: avevo ventidue anni, ero alla ricerca pazza di non sapevo neanche io che cosa e quello che scrivevo lo era con me. Quando si fa così il rischio è quello di dare voce a un’urgenza, anziché riflettere bene per dare urgenza a una voce. E forse l’ho corso.» Così scrive nella Nota che chiude questo romanzo Chiara Gamberale, che su quel testo giovanile ha rilavorato con passione e che è davvero una scrittrice intrepida: capace, ogni volta che crea un personaggio, di lasciarsene possedere, e di restituircene poi la voce con un timbro autentico, urgente – appunto – come una domanda che ci riguarda da vicino. Allegra Lunare è proprio così: nel raccontare di sé finisce per porre domande su di noi. Domande vive, che scorticano le apparenze e guardano oltre la superficie: domande rischiose, ma senza correre questo pericolo non c’è vita, e non ci sarebbe letteratura.

Allegra Lunare ha vent’anni, è nel momento in cui la vita, per molti, comincia: invece per lei finisce, e deve trovare il coraggio per iniziarne una tutta nuova. Allora Allegra scrive: per non avere paura, per salvarsi l’infanzia, per non dimenticare il senso delle persone e delle cose che sono stati il suo mondo fino a quel momento. Scrive una lettera ai nuovi inquilini che abiteranno la casa dove ha vissuto con la sua bizzarra famiglia, e prende spunto dagli oggetti che rimangono nell’appartamento e di quei pochi che porterà con sé. Ognuno di essi racconta una storia: quella di suo padre, universitario rivoluzionario, e della mamma, giovanissima modella americana; la nascita di suo fratello Giuliano, con la sindrome di down; l’amore magico tra Adriana e Matilde; l’incontro strepitoso con Zuellen, che è affamata d’amore e sa trasformare tutto in qualcos’altro; le cose che ha imparato a teatro e al circo, la più importante: che dopo il numero dei trapezi – quando trattieni il fiato e la felicità sembra spezzarsi a ogni passo – arriva sempre il numero dei pagliacci… La scrittura di Allegra procede come il respiro veloce della giovinezza, quando si ha fretta di capire: per libere associazioni, per assonanze del cuore, accostando ai sentimenti cose che ne sono i correlativi oggettivi, e che spesso li esprimono con molta maggior potenza. Il suo sguardo si posa su ogni spazio da una prospettiva inattesa, filtrato dalle lenti colorate con cui ha imparato a osservare la vita per non essere lambita dalle sue ombre: e ci restituisce un’istantanea sorprendente, candida e acutissima al tempo stesso. «Ho scritto Arrivano i pagliacci quattordici anni fa: avevo ventidue anni, ero alla ricerca pazza di non sapevo neanche io che cosa e quello che scrivevo lo era con me. Quando si fa così il rischio è quello di dare voce a un’urgenza, anziché riflettere bene per dare urgenza a una voce. E forse l’ho corso.» Così scrive nella Nota che chiude questo romanzo Chiara Gamberale, che su quel testo giovanile ha rilavorato con passione e che è davvero una scrittrice intrepida: capace, ogni volta che crea un personaggio, di lasciarsene possedere, e di restituircene poi la voce con un timbro autentico, urgente – appunto – come una domanda che ci riguarda da vicino. Allegra Lunare è proprio così: nel raccontare di sé finisce per porre domande su di noi. Domande vive, che scorticano le apparenze e guardano oltre la superficie: domande rischiose, ma senza correre questo pericolo non c’è vita, e non ci sarebbe letteratura.

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Armand il vampiro. Le cronache dei vampiri

Morto carbonizzato sul sagrato della cattedrale di Saint Patrick, a New York: questa era la fine che tutti credevano avesse fatto il vampiro Armand. Invece Armand è sopravvissuto ed è pronto a raccontare al vampiro-biografo David Talbot la sua vita, lunga oltre cinquecento anni. Bello come un angelo, Armand ha l’aspetto di un eterno adolescente; tuttavia, dietro quell’eterea sembianza, si celano una vicenda colma di violenze e un’anima tormentata e profondamente inquieta. Dalle steppe russe alla Venezia più misteriosa fino all’incontro con Marius, il Maestro, colui che gli offrirà la conoscenza e l’immortalità, colui che lo salverà dall’abisso e lo condannerà in eterno…

Morto carbonizzato sul sagrato della cattedrale di Saint Patrick, a New York: questa era la fine che tutti credevano avesse fatto il vampiro Armand. Invece Armand è sopravvissuto ed è pronto a raccontare al vampiro-biografo David Talbot la sua vita, lunga oltre cinquecento anni. Bello come un angelo, Armand ha l’aspetto di un eterno adolescente; tuttavia, dietro quell’eterea sembianza, si celano una vicenda colma di violenze e un’anima tormentata e profondamente inquieta. Dalle steppe russe alla Venezia più misteriosa fino all’incontro con Marius, il Maestro, colui che gli offrirà la conoscenza e l’immortalità, colui che lo salverà dall’abisso e lo condannerà in eterno…

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Le argentee Teste d’Uovo (Urania)

In un futuro ormai prossimo, gli scrittori si limiteranno a firmare le opere composte elettronicamente dai mulini-a-parole (e a recitare in pubblico i ruoli imposti dalle biografie sulle alette di copertina). Solo i colleghi robot sapranno scrivere sul serio, ma com’è ovvio, per un pubblico di robot. Questo fino al giorno in cui gli scrittori inferociti distruggeranno i mulini-a-parole, salvo poi dover affrontare una grave crisi di creatività. In tanto caos mediatico, l’Editrice Razzi è l’unica a restare imperturbabile: forse perché custodisce il grande segreto del secolo precedente, il Divorzio Psicosomatico di Daniel Zukertort. E infatti, in una nursery segreta vivono ancora le trenta argentee Teste d’Uovo la cui esistenza potrebbe sconvolgere sia il mondo della finzione che quello della realtà.

In un futuro ormai prossimo, gli scrittori si limiteranno a firmare le opere composte elettronicamente dai mulini-a-parole (e a recitare in pubblico i ruoli imposti dalle biografie sulle alette di copertina). Solo i colleghi robot sapranno scrivere sul serio, ma com’è ovvio, per un pubblico di robot. Questo fino al giorno in cui gli scrittori inferociti distruggeranno i mulini-a-parole, salvo poi dover affrontare una grave crisi di creatività. In tanto caos mediatico, l’Editrice Razzi è l’unica a restare imperturbabile: forse perché custodisce il grande segreto del secolo precedente, il Divorzio Psicosomatico di Daniel Zukertort. E infatti, in una nursery segreta vivono ancora le trenta argentee Teste d’Uovo la cui esistenza potrebbe sconvolgere sia il mondo della finzione che quello della realtà.

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Archangel

Fluke Kelso, professore inglese in viaggio di studio a Mosca, ascolta incredulo la storia che gli racconta Papu Rapava. Papu era presente la notte in cui Stalin morì e giura di aver assistito al furto delle sue carte. Poche ore dopo Papu viene ucciso, e tutto lascia pensare che stia accadendo qualcosa di incredibile. Forse il dittatore più crudele della storia o qualcuno che gli era molto vicino sta per ritornare. Un thriller magistrale costruito su un’inquietante ipotesi fantapolitica.

Fluke Kelso, professore inglese in viaggio di studio a Mosca, ascolta incredulo la storia che gli racconta Papu Rapava. Papu era presente la notte in cui Stalin morì e giura di aver assistito al furto delle sue carte. Poche ore dopo Papu viene ucciso, e tutto lascia pensare che stia accadendo qualcosa di incredibile. Forse il dittatore più crudele della storia o qualcuno che gli era molto vicino sta per ritornare. Un thriller magistrale costruito su un’inquietante ipotesi fantapolitica.

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Arance a colazione: e un sorriso prima di dormire

Non esiste corteggiamento più eccitante di quello tra due sconosciuti. Se poi il lui e la lei in questione sono entrambi accoppiati e costretti a scambiarsi SMS di nascosto, allora le attese trepidanti con il cellulare sempre a portata di mano, i brividi, gli equivoci e le emozioni a fior di pelle sono garantiti. Peccato che non tutto, e non tutti, siano ciò che appaiono in questo romanzo sorprendente e lieve, toccante e sincero. Perché quando la verità viene alla luce e la fantasia e la realtà si incontrano (anzi, si scontrano) possono accadere le cose più inaspettate. Anche di scoprire che ciò che credevamo di desiderare è nostro da sempre.

Non esiste corteggiamento più eccitante di quello tra due sconosciuti. Se poi il lui e la lei in questione sono entrambi accoppiati e costretti a scambiarsi SMS di nascosto, allora le attese trepidanti con il cellulare sempre a portata di mano, i brividi, gli equivoci e le emozioni a fior di pelle sono garantiti. Peccato che non tutto, e non tutti, siano ciò che appaiono in questo romanzo sorprendente e lieve, toccante e sincero. Perché quando la verità viene alla luce e la fantasia e la realtà si incontrano (anzi, si scontrano) possono accadere le cose più inaspettate. Anche di scoprire che ciò che credevamo di desiderare è nostro da sempre.

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Aquila solitaria

A pochi giorni dal Natale Kate riceve la più terribile delle notizie, quella temuta da sempre e che avrebbe sperato non arrivasse mai. Stordita e sconvolta, si abbandona allora al flusso dei ricordi, tornando a quella sera di dicembre del 1940 in cui, bellissima debuttante newyorkese, aveva incontrato Joe, una leggenda negli ambienti dell’aeronautica, ma soprattutto un uomo sensibile e affascinante che l’aveva attratta da subito. Era cominciata così la loro grande storia d’amore, segnata da alti e bassi, addii e riconciliazioni¿

A pochi giorni dal Natale Kate riceve la più terribile delle notizie, quella temuta da sempre e che avrebbe sperato non arrivasse mai. Stordita e sconvolta, si abbandona allora al flusso dei ricordi, tornando a quella sera di dicembre del 1940 in cui, bellissima debuttante newyorkese, aveva incontrato Joe, una leggenda negli ambienti dell’aeronautica, ma soprattutto un uomo sensibile e affascinante che l’aveva attratta da subito. Era cominciata così la loro grande storia d’amore, segnata da alti e bassi, addii e riconciliazioni¿

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Un anno sull’altipiano

Scritto nel 1936, apparso per la prima volta in Francia nel ’38 e poi da Einaudi nel 1945, questo libro è ancora oggi una delle maggiori opere che la nostra letteratura possegga sulla Grande Guerra. L’Altipiano è quello di Asiago, l’anno dal giugno 1916 al luglio 1917. Un anno di continui assalti a trincee inespugnabili, di battaglie assurde volute da comandanti imbevuti di retorica patriottica e di vanità, di episodi spesso tragici e talvolta grotteschi, attraverso i quali la guerra viene rivelata nella sua dura realtà di “ozio e sangue”, di “fango e cognac”. Con uno stile asciutto e a tratti ironico Lussu mette in scena una spietata requisitoria contro l’orrore della guerra senza toni polemici, descrivendo con forza e autenticità i sentimenti dei soldati, i loro drammi, gli errori e le disumanità che avrebbero portato alla disfatta di Caporetto.

Scritto nel 1936, apparso per la prima volta in Francia nel ’38 e poi da Einaudi nel 1945, questo libro è ancora oggi una delle maggiori opere che la nostra letteratura possegga sulla Grande Guerra. L’Altipiano è quello di Asiago, l’anno dal giugno 1916 al luglio 1917. Un anno di continui assalti a trincee inespugnabili, di battaglie assurde volute da comandanti imbevuti di retorica patriottica e di vanità, di episodi spesso tragici e talvolta grotteschi, attraverso i quali la guerra viene rivelata nella sua dura realtà di “ozio e sangue”, di “fango e cognac”. Con uno stile asciutto e a tratti ironico Lussu mette in scena una spietata requisitoria contro l’orrore della guerra senza toni polemici, descrivendo con forza e autenticità i sentimenti dei soldati, i loro drammi, gli errori e le disumanità che avrebbero portato alla disfatta di Caporetto.

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Anna Karenina

“Qual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? È la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese: Il faut le battre le fer, le broyer, le pétrir […]. Il ferro che il vecchio contadino vuole battere, frantumare, lavorare, cioè distruggere, è la stessa vitalità, il desiderio sessuale, l’amore colpevole e scandaloso di Anna; e così essa lo sente e lo intende come la colpa che la condanna[…]. Ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa.” Dalla Postfazione di Gianlorenzo Pacini

“Qual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? È la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese: Il faut le battre le fer, le broyer, le pétrir […]. Il ferro che il vecchio contadino vuole battere, frantumare, lavorare, cioè distruggere, è la stessa vitalità, il desiderio sessuale, l’amore colpevole e scandaloso di Anna; e così essa lo sente e lo intende come la colpa che la condanna[…]. Ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa.” Dalla Postfazione di Gianlorenzo Pacini

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L’angelo di Mauthausen

Austria, 1943. Circolano voci inquietanti sul Kommando 50: si dice che nel campo satellite del grande lager di Mauthausen il Reich sperimenti armi segrete con cui annientare i bolscevichi. Nascosto tra le montagne, isolato durante le tormente di neve, quel posto è un mistero anche per il maggiore Lauser. Ma un ordine dei superiori – quindi indiscutibile – l’ha incaricato di assumerne il comando, facendosi saltare alle spalle il ponte che lo collega alla civiltà. L’unico. Durante il viaggio di avvicinamento del convoglio guidato da Lauser, poi, c’è un passeggero speciale che non ha mai abbandonato la sua auto blindata… Qualcosa non torna. La realtà supera però ogni cattivo presentimento del maggiore, perché il Kommando 50 lo accoglie come l’anticamera dell’inferno. Sabotate le linee elettriche, un killer sta uccidendo con ferocia maniacale le guardie naziste, lasciando accanto ai cadaveri strani simboli disegnati col loro sangue. Non si tratta dell’opera di un folle, perché l’ombra che si aggira indisturbata tra le baracche si sta servendo del linguaggio della Torah per comunicare il suo messaggio oscuro, che sembra voler ribaltare le leggi della violenza. E per decifrarlo, un carnefice e una vittima dovranno indagare insieme, riannodando i fili di un passato pieno di cicatrici. Perché la strada verso l’assassino si rivela ben presto un labirinto di trappole mortali. Con L’angelo di Mauthausen Roberto Genovesi ha scritto un thriller che ha il ritmo implacabile delle grandi serie tv, e ci fa scoprire che è sempre possibile, anche solo per un istante, invertire il corso della Storia.

Austria, 1943. Circolano voci inquietanti sul Kommando 50: si dice che nel campo satellite del grande lager di Mauthausen il Reich sperimenti armi segrete con cui annientare i bolscevichi. Nascosto tra le montagne, isolato durante le tormente di neve, quel posto è un mistero anche per il maggiore Lauser. Ma un ordine dei superiori – quindi indiscutibile – l’ha incaricato di assumerne il comando, facendosi saltare alle spalle il ponte che lo collega alla civiltà. L’unico. Durante il viaggio di avvicinamento del convoglio guidato da Lauser, poi, c’è un passeggero speciale che non ha mai abbandonato la sua auto blindata… Qualcosa non torna. La realtà supera però ogni cattivo presentimento del maggiore, perché il Kommando 50 lo accoglie come l’anticamera dell’inferno. Sabotate le linee elettriche, un killer sta uccidendo con ferocia maniacale le guardie naziste, lasciando accanto ai cadaveri strani simboli disegnati col loro sangue. Non si tratta dell’opera di un folle, perché l’ombra che si aggira indisturbata tra le baracche si sta servendo del linguaggio della Torah per comunicare il suo messaggio oscuro, che sembra voler ribaltare le leggi della violenza. E per decifrarlo, un carnefice e una vittima dovranno indagare insieme, riannodando i fili di un passato pieno di cicatrici. Perché la strada verso l’assassino si rivela ben presto un labirinto di trappole mortali. Con L’angelo di Mauthausen Roberto Genovesi ha scritto un thriller che ha il ritmo implacabile delle grandi serie tv, e ci fa scoprire che è sempre possibile, anche solo per un istante, invertire il corso della Storia.

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Amore

Un piccolo hotel incastonato in una scogliera scoscesa, la spiaggia di ciottoli, il mare indaco: per Sugi, che dopo infiniti fallimenti deve affrontare anche il disonore, è l’approdo cercato – lo scenario ideale per morire. Si è concesso un unico, singolare lusso: tre giorni, il tempo necessario per leggere il resoconto del favoloso viaggio che nel XIII secolo Willem van Ruysbroeck compì attraverso l’impero dei Mongoli. Nulla tranne quel libro lo tiene legato alla vita. Ma l’unica altra ospite dell’albergo, la giovane Nami, nel registrarsi ha indicato come motivo del suo soggiorno «Mors»: forse una criptica richiesta di soccorso, o una sfida lanciata alla sorte. È fatale che fra loro nasca un silenzioso dialogo, che ha la stessa iridescenza del mare in cui entrambi hanno deciso di scomparire. E di astrali rispondenze, impercettibili cataclismi, arcane complicità, beffarde rappresaglie scatenate dai luoghi (come l’abbagliante Giardino di pietra di Kyoto) sono intessuti anche gli altri due, altrettanto memorabili, racconti qui riuniti. Racconti che esplorano, con la sovrana maestria che i lettori del “Fucile da caccia” ben conoscono, quell’indecifrabile e ingannevole universo che si spalanca dietro la parola «amore».

Un piccolo hotel incastonato in una scogliera scoscesa, la spiaggia di ciottoli, il mare indaco: per Sugi, che dopo infiniti fallimenti deve affrontare anche il disonore, è l’approdo cercato – lo scenario ideale per morire. Si è concesso un unico, singolare lusso: tre giorni, il tempo necessario per leggere il resoconto del favoloso viaggio che nel XIII secolo Willem van Ruysbroeck compì attraverso l’impero dei Mongoli. Nulla tranne quel libro lo tiene legato alla vita. Ma l’unica altra ospite dell’albergo, la giovane Nami, nel registrarsi ha indicato come motivo del suo soggiorno «Mors»: forse una criptica richiesta di soccorso, o una sfida lanciata alla sorte. È fatale che fra loro nasca un silenzioso dialogo, che ha la stessa iridescenza del mare in cui entrambi hanno deciso di scomparire. E di astrali rispondenze, impercettibili cataclismi, arcane complicità, beffarde rappresaglie scatenate dai luoghi (come l’abbagliante Giardino di pietra di Kyoto) sono intessuti anche gli altri due, altrettanto memorabili, racconti qui riuniti. Racconti che esplorano, con la sovrana maestria che i lettori del “Fucile da caccia” ben conoscono, quell’indecifrabile e ingannevole universo che si spalanca dietro la parola «amore».

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Amok

Amok è una parola malese. Indica «una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana… un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun’altra intossicazione alcolica». Lo sa bene la voce narrante di questa tesa novella – un medico dai tanti conti in sospeso: con la giustizia, con la professione, con la propria vita ormai annientata. E su una grande e rumorosa città natante che fende l’Oceano Indiano, e ricorda la non meno fatale nave della Novella degli scacchi, una confessione simile a un delirio ricrea davanti ai nostri occhi un mondo coloniale che «divora l’anima e succhia il midollo dalle ossa», scatenando forze capaci di scardinare in un attimo ordinate esistenze. Un mondo febbrile dove si scontrano la protervia di una donna di imperiosa bellezza, convinta che tutto si compri col denaro, e la divorante passione di un uomo cui i tropici e la solitudine hanno sviato la mente e i sensi. La nave va verso un’Europa ormai crepuscolare, verso una conclusione ineluttabile, lontano dalla giungla e dalla città d’acqua in cui i due hanno giocato una partita dall’esito segnato sin dal primo incontro: «Nel giro di un’ora, da che quella donna era entrata nella mia stanza, mi ero buttato la vita alle spalle lanciandomi alla cieca nel furore dell’amok».

Amok è una parola malese. Indica «una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana… un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun’altra intossicazione alcolica». Lo sa bene la voce narrante di questa tesa novella – un medico dai tanti conti in sospeso: con la giustizia, con la professione, con la propria vita ormai annientata. E su una grande e rumorosa città natante che fende l’Oceano Indiano, e ricorda la non meno fatale nave della Novella degli scacchi, una confessione simile a un delirio ricrea davanti ai nostri occhi un mondo coloniale che «divora l’anima e succhia il midollo dalle ossa», scatenando forze capaci di scardinare in un attimo ordinate esistenze. Un mondo febbrile dove si scontrano la protervia di una donna di imperiosa bellezza, convinta che tutto si compri col denaro, e la divorante passione di un uomo cui i tropici e la solitudine hanno sviato la mente e i sensi. La nave va verso un’Europa ormai crepuscolare, verso una conclusione ineluttabile, lontano dalla giungla e dalla città d’acqua in cui i due hanno giocato una partita dall’esito segnato sin dal primo incontro: «Nel giro di un’ora, da che quella donna era entrata nella mia stanza, mi ero buttato la vita alle spalle lanciandomi alla cieca nel furore dell’amok».

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Ammissione di colpa

La vicenda misteriosa di un avvocato che sparisce dalla circolazione portando con sé un’enorme somma di denaro di un suo cliente. Un legal-thriller scritto da uno dei massimi autori contemporanei di romanzi polizieschi.

La vicenda misteriosa di un avvocato che sparisce dalla circolazione portando con sé un’enorme somma di denaro di un suo cliente. Un legal-thriller scritto da uno dei massimi autori contemporanei di romanzi polizieschi.

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American Tabloid

«Erano sbirri corrotti e artisti del ricatto. Erano intercettatori, soldati di fortuna e cabarettisti froci. Se solo un istante delle loro esistenze avesse imboccato un percorso diverso, la storia americana come noi la conosciamo non sarebbe esistita.» J. Edgar Hoover, capo dell’FBI. Jimmy Hoffa, presidente del sindacato dei trasporti. Howard Hughes, editore miliardario. Robert Kennedy, senatore. John F. Kennedy, senatore e poi presidente degli Stati Uniti. Tra il 1958 e il 1963 questi erano gli uomini che tenevano in pugno l’America. Ma erano anche i protagonisti di una guerra sporca e segreta, affidata a spie corrotte e trafficanti di droga, a killer e prostitute. Mai così amaro, mai così violento, James Ellroy racconta, nuda e cruda, la storia di un’America senza eroi. Un’America che ha perso anche il ricordo dell’onore e dell’innocenza.

«Erano sbirri corrotti e artisti del ricatto. Erano intercettatori, soldati di fortuna e cabarettisti froci. Se solo un istante delle loro esistenze avesse imboccato un percorso diverso, la storia americana come noi la conosciamo non sarebbe esistita.» J. Edgar Hoover, capo dell’FBI. Jimmy Hoffa, presidente del sindacato dei trasporti. Howard Hughes, editore miliardario. Robert Kennedy, senatore. John F. Kennedy, senatore e poi presidente degli Stati Uniti. Tra il 1958 e il 1963 questi erano gli uomini che tenevano in pugno l’America. Ma erano anche i protagonisti di una guerra sporca e segreta, affidata a spie corrotte e trafficanti di droga, a killer e prostitute. Mai così amaro, mai così violento, James Ellroy racconta, nuda e cruda, la storia di un’America senza eroi. Un’America che ha perso anche il ricordo dell’onore e dell’innocenza.

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