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L’uomo del banco dei pegni

Sol Nazerman è un ebreo polacco che gestisce ad Harlem un banco dei pegni. Sopravvissuto allo sterminio della famiglia nei campi di concentramento nazisti, Sol è devastato dai ricordi e completamente chiuso in se stesso, come inaridito. Rifiuta ogni amicizia, e respinge senza esitazioni le timide manifestazioni di affetto dei pochi familiari rimastigli. Ciò lo rende un perfetto esecutore del suo compito, una sorta di usuraio nel più povero quartiere nero d’America. Sol taglieggia con freddezza tutti coloro che, spinti dalla necessità, si rivolgono a lui per impegnare qualcosa. Il banco è di proprietà di un certo Murillio, che se ne serve come copertura di un vasto giro d’affari poco puliti. Solo Jesus, il giovane commesso portoricano che affianca Sol, sembra poter scalfire quest’animo indurito dal dolore. Un rapporto complesso straordinariamente descritto da Wallant, uno dei migliori scrittori della sua generazione e uno dei primi ad avere il coraggio e il talento necessari per affrontare il tema dei sopravvissuti all’Olocausto. Quando il vecchio ebreo scopre la vera natura degli interessi di Murillio, le cose prendono una piega imprevista, una drammatica accelerazione che costringerà Sol a riaprire le porte del suo cuore straziato.
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Sol Nazerman è un ebreo polacco che gestisce ad Harlem un banco dei pegni. Sopravvissuto allo sterminio della famiglia nei campi di concentramento nazisti, Sol è devastato dai ricordi e completamente chiuso in se stesso, come inaridito. Rifiuta ogni amicizia, e respinge senza esitazioni le timide manifestazioni di affetto dei pochi familiari rimastigli. Ciò lo rende un perfetto esecutore del suo compito, una sorta di usuraio nel più povero quartiere nero d’America. Sol taglieggia con freddezza tutti coloro che, spinti dalla necessità, si rivolgono a lui per impegnare qualcosa. Il banco è di proprietà di un certo Murillio, che se ne serve come copertura di un vasto giro d’affari poco puliti. Solo Jesus, il giovane commesso portoricano che affianca Sol, sembra poter scalfire quest’animo indurito dal dolore. Un rapporto complesso straordinariamente descritto da Wallant, uno dei migliori scrittori della sua generazione e uno dei primi ad avere il coraggio e il talento necessari per affrontare il tema dei sopravvissuti all’Olocausto. Quando il vecchio ebreo scopre la vera natura degli interessi di Murillio, le cose prendono una piega imprevista, una drammatica accelerazione che costringerà Sol a riaprire le porte del suo cuore straziato.
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L’uomo dei cerchi azzurri

Sui marciapiedi di Parigi vengono tracciati da mesi strani cerchi con il gesso azzurro. In mezzo ai cerchi, un tappo, un portachiavi, un gatto… Giornalisti e psichiatri si divertono a discuterne, ma il commissario Adamsberg, appena trasferito a Parigi, pensa che non ci sia proprio nulla da ridere. Lui lo sente, lo sa, che quei segni trasudano crudeltà. E aspetta. Aspetta che nel cerchio azzurro compaia il primo cadavere.

Sui marciapiedi di Parigi vengono tracciati da mesi strani cerchi con il gesso azzurro. In mezzo ai cerchi, un tappo, un portachiavi, un gatto… Giornalisti e psichiatri si divertono a discuterne, ma il commissario Adamsberg, appena trasferito a Parigi, pensa che non ci sia proprio nulla da ridere. Lui lo sente, lo sa, che quei segni trasudano crudeltà. E aspetta. Aspetta che nel cerchio azzurro compaia il primo cadavere.

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L’uomo che dipingeva il silenzio

Iasi, Romania, inizio degli anni Cinquanta. Nella città grigia e monocolore come una fotografia, un uomo giunge alla stazione ferroviaria, poi a fatica si trascina fino all’ospedale dove viene soccorso dalle infermiere di turno, estenuato dalla debolezza e dalla tosse. Non ha documenti, solo un mucchietto di pezzi di carta incomprensibili in tasca, non parla. La caposala, Adriana, intuisce che potrebbe essere sordo e una delle infermiere, Safta, lo riconosce pur senza rivelarne l’identità: è Augustin, detto Tinu, come lo chiamavano affettuosamente a Poiana, nella grande residenza di campagna dei Valeanu, dove entrambi sono nati e cresciuti come fratelli, lei rampolla di una famiglia benestante, lui unico figlio illegittimo di Paraschiva, la cuoca di casa. Nel tentativo di comunicare con Tinu, Safta comincia a rievocare vicende sepolte nella sua memoria da anni: monologhi attraverso cui esprime il fluire dei pensieri, come se l’amico d’infanzia potesse udirla, come se solo la sua presenza silenziosa e indifferente potesse accogliere il dolore di quei racconti. Paradossalmente Augustin con la sua sordità incarna l’ascoltatore ideale, colui al quale confidare emozioni, segreti, reminiscenze che non potrebbero piú altrimenti riaffiorare. È cosí che il lettore passo dopo passo scopre le vicende dei due protagonisti: Augustin, che impara a usare la matita come la bacchetta di un rabdomante con cui intercettare la realtà e fissarla in forme del bello che siano per lui suoni e parole, e Safta, che sotto gli abiti del generoso servizio nasconde le ferite di privilegi spezzati e sogni infranti. Ed è in questo gioco di prospettive che la storia si dipana in un ritmico alternarsi tra presente e passato, tra Iasi e Poiana: la vita agiata dei Valeanu in contrasto con le fatiche quotidiane di domestici e contadini; la Romania precedente alla Seconda guerra mondiale e quella precipitata di lí a pochi anni sotto il regime comunista. Un passato scorto attraverso la lente della nostalgia e un presente tetro e difficile in cui anche gli essere umani scontano il trascorrere degli anni e delle esperienze vissute trasformandosi un poco alla volta in altri da sé: «Cosa importa chi siamo o chi siamo stati? … Abbiamo tutti tante di quelle identità, di questi tempi… C’è la persona che siamo dentro di noi, quella che eravamo in passato e poi quella che appare agli occhi degli altri». *** «Una tempesta di immagini ed emozioni». «Independent on Sunday» *** «Adoperando le parole, Harding ha creato il ritratto indimenticabile di un esilio dalla lingua». «Kirkus Review»

Iasi, Romania, inizio degli anni Cinquanta. Nella città grigia e monocolore come una fotografia, un uomo giunge alla stazione ferroviaria, poi a fatica si trascina fino all’ospedale dove viene soccorso dalle infermiere di turno, estenuato dalla debolezza e dalla tosse. Non ha documenti, solo un mucchietto di pezzi di carta incomprensibili in tasca, non parla. La caposala, Adriana, intuisce che potrebbe essere sordo e una delle infermiere, Safta, lo riconosce pur senza rivelarne l’identità: è Augustin, detto Tinu, come lo chiamavano affettuosamente a Poiana, nella grande residenza di campagna dei Valeanu, dove entrambi sono nati e cresciuti come fratelli, lei rampolla di una famiglia benestante, lui unico figlio illegittimo di Paraschiva, la cuoca di casa. Nel tentativo di comunicare con Tinu, Safta comincia a rievocare vicende sepolte nella sua memoria da anni: monologhi attraverso cui esprime il fluire dei pensieri, come se l’amico d’infanzia potesse udirla, come se solo la sua presenza silenziosa e indifferente potesse accogliere il dolore di quei racconti. Paradossalmente Augustin con la sua sordità incarna l’ascoltatore ideale, colui al quale confidare emozioni, segreti, reminiscenze che non potrebbero piú altrimenti riaffiorare. È cosí che il lettore passo dopo passo scopre le vicende dei due protagonisti: Augustin, che impara a usare la matita come la bacchetta di un rabdomante con cui intercettare la realtà e fissarla in forme del bello che siano per lui suoni e parole, e Safta, che sotto gli abiti del generoso servizio nasconde le ferite di privilegi spezzati e sogni infranti. Ed è in questo gioco di prospettive che la storia si dipana in un ritmico alternarsi tra presente e passato, tra Iasi e Poiana: la vita agiata dei Valeanu in contrasto con le fatiche quotidiane di domestici e contadini; la Romania precedente alla Seconda guerra mondiale e quella precipitata di lí a pochi anni sotto il regime comunista. Un passato scorto attraverso la lente della nostalgia e un presente tetro e difficile in cui anche gli essere umani scontano il trascorrere degli anni e delle esperienze vissute trasformandosi un poco alla volta in altri da sé: «Cosa importa chi siamo o chi siamo stati? … Abbiamo tutti tante di quelle identità, di questi tempi… C’è la persona che siamo dentro di noi, quella che eravamo in passato e poi quella che appare agli occhi degli altri». *** «Una tempesta di immagini ed emozioni». «Independent on Sunday» *** «Adoperando le parole, Harding ha creato il ritratto indimenticabile di un esilio dalla lingua». «Kirkus Review»

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L’uomo a rovescio

Ma è davvero un lupo che uccide le pecore tra le montagne del Mercantour? Mentre superstizioni e leggende cominciano a girare, un sospetto si diffonde: non è un animale, potrebbe essere un lupo mannaro. E quando una donna viene ritrovata sgozzata, il dubbio diventa certezza.

Ma è davvero un lupo che uccide le pecore tra le montagne del Mercantour? Mentre superstizioni e leggende cominciano a girare, un sospetto si diffonde: non è un animale, potrebbe essere un lupo mannaro. E quando una donna viene ritrovata sgozzata, il dubbio diventa certezza.

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Uomini e no

Lampi d’umanità e d’amore nella torva, violenta Milano del 1944. La stagione più dura della Resistenza in uno dei migliori romanzi del dopoguerra, una delle pagine più alte della nostra letteratura civile.
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### Sinossi
Lampi d’umanità e d’amore nella torva, violenta Milano del 1944. La stagione più dura della Resistenza in uno dei migliori romanzi del dopoguerra, una delle pagine più alte della nostra letteratura civile.

Lampi d’umanità e d’amore nella torva, violenta Milano del 1944. La stagione più dura della Resistenza in uno dei migliori romanzi del dopoguerra, una delle pagine più alte della nostra letteratura civile.
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### Sinossi
Lampi d’umanità e d’amore nella torva, violenta Milano del 1944. La stagione più dura della Resistenza in uno dei migliori romanzi del dopoguerra, una delle pagine più alte della nostra letteratura civile.

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L’ultimo vero bacio

Davanti a Betty Sue Flowers gli uomini si riducono cosí, «tutti in fila in attesa del turno». Ma Betty Sue è scomparsa nel nulla, e in molti la rimpiangono. Anche il detective C. W. Sughrue si mette a cercarla, mentre è in caccia del vecchio Trahearne, lo scrittore alcolizzato in fuga dalle sue troppe donne. E mentre i colpi di scena si susseguono senza respiro, Sughrue sente di essersi cacciato in un guaio ancora piú grosso di quanto credeva, e che qualcuno – ma chi? – lo sta manovrando come un burattino. Inseguiti e inseguitori si scambiano continuamente la parte, e la realtà, fino alla fine, non è mai quella che sembra. *** «Il libro che ha cambiato per sempre le carte in tavola nel mondo del noir è stato L’ultimo vero bacio, nel 1978. E il bello è che l’ha fatto dall’interno stesso del genere, lasciando a bocca aperta il mondo dei lettori e quello degli scrittori. È stato proprio in quell’istante che io e tanti miei colleghi abbiamo capito con chiarezza cosa era possibile fare con un romanzo poliziesco, e quale livello si poteva raggiungere. Certo, bisogna chiamarsi James Crumley». Dennis Lehane «Il Grande Romanzo Americano? È uscito da un pezzo, e ha per titolo L’ultimo vero bacio». Neal Stephenson *** «… Scorsi una donna appoggiata allo stipite della porta, una silhouette in controluce, braccia conserte e caviglie incrociate come se ci aspettasse da chissà quanto, come se fosse lí da giorni interi, a scrutare un mare buio e tempestoso da un ballatoio coperto».

Davanti a Betty Sue Flowers gli uomini si riducono cosí, «tutti in fila in attesa del turno». Ma Betty Sue è scomparsa nel nulla, e in molti la rimpiangono. Anche il detective C. W. Sughrue si mette a cercarla, mentre è in caccia del vecchio Trahearne, lo scrittore alcolizzato in fuga dalle sue troppe donne. E mentre i colpi di scena si susseguono senza respiro, Sughrue sente di essersi cacciato in un guaio ancora piú grosso di quanto credeva, e che qualcuno – ma chi? – lo sta manovrando come un burattino. Inseguiti e inseguitori si scambiano continuamente la parte, e la realtà, fino alla fine, non è mai quella che sembra. *** «Il libro che ha cambiato per sempre le carte in tavola nel mondo del noir è stato L’ultimo vero bacio, nel 1978. E il bello è che l’ha fatto dall’interno stesso del genere, lasciando a bocca aperta il mondo dei lettori e quello degli scrittori. È stato proprio in quell’istante che io e tanti miei colleghi abbiamo capito con chiarezza cosa era possibile fare con un romanzo poliziesco, e quale livello si poteva raggiungere. Certo, bisogna chiamarsi James Crumley». Dennis Lehane «Il Grande Romanzo Americano? È uscito da un pezzo, e ha per titolo L’ultimo vero bacio». Neal Stephenson *** «… Scorsi una donna appoggiata allo stipite della porta, una silhouette in controluce, braccia conserte e caviglie incrociate come se ci aspettasse da chissà quanto, come se fosse lí da giorni interi, a scrutare un mare buio e tempestoso da un ballatoio coperto».

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L’ultimo Cesare

Roma, primo secolo avanti Cristo. Catilina è appena morto e Pompeo si trova in Oriente a combattere il re Mitridate. Nell’Urbe, il console Cicerone e il pontefice massimo Giulio Cesare ingaggiano una sotterranea lotta per il potere. Mamerco Mamilio non vorrebbe andarci di mezzo, ma è un uomo facilmente ricattabile: a volte faccendiere, a volte inquirente è un factotum dal passato torbido, fatto di collusioni con il potente di turno, e Cesare e Cicerone vorrebbero ognuno portarlo dalla propria parte. Mentre Mamerco lotta per non sacrificare la sua indipendenza, due donne vengono brutalmente uccise e alcune scritte vergate col sangue annunciano l’imminente fine dell’Urbe. L’investigatore di Roma antica, capitale del peccato, sarà quindi costretto a sporcarsi le mani…
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Roma, primo secolo avanti Cristo. Catilina è appena morto e Pompeo si trova in Oriente a combattere il re Mitridate. Nell’Urbe, il console Cicerone e il pontefice massimo Giulio Cesare ingaggiano una sotterranea lotta per il potere. Mamerco Mamilio non vorrebbe andarci di mezzo, ma è un uomo facilmente ricattabile: a volte faccendiere, a volte inquirente è un factotum dal passato torbido, fatto di collusioni con il potente di turno, e Cesare e Cicerone vorrebbero ognuno portarlo dalla propria parte. Mentre Mamerco lotta per non sacrificare la sua indipendenza, due donne vengono brutalmente uccise e alcune scritte vergate col sangue annunciano l’imminente fine dell’Urbe. L’investigatore di Roma antica, capitale del peccato, sarà quindi costretto a sporcarsi le mani…
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L’ultimo addio

Quando J vede Brian per la prima volta, viene rapita dai suoi occhi. Non solo è identico al suo attore preferito ma è il primo ragazzo che le fa tremare le ginocchia. È l’ultimo anno di liceo e dal primo “incontro bagnato”, le loro vite saranno destinate a intrecciarsi e sciogliersi più volte quando Brian ammetterà il suo segreto. Tra amici eccentrici, una nonna “non convenzionale”, e canzoni che accompagneranno la loro storia, riusciranno a stare insieme o sarà l’ultimo addio?
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Quando J vede Brian per la prima volta, viene rapita dai suoi occhi. Non solo è identico al suo attore preferito ma è il primo ragazzo che le fa tremare le ginocchia. È l’ultimo anno di liceo e dal primo “incontro bagnato”, le loro vite saranno destinate a intrecciarsi e sciogliersi più volte quando Brian ammetterà il suo segreto. Tra amici eccentrici, una nonna “non convenzionale”, e canzoni che accompagneranno la loro storia, riusciranno a stare insieme o sarà l’ultimo addio?
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Gli ultimi giorni di Pompei

Introduzione di Antonio Varone Edizione integrale È il 79 d.C., e sullo sfondo di Pompei si staglia minaccioso il Vesuvio, che si prepara a seppellire la città con la sua forza devastante. Amore e odio, gelosia e passione, inganni e riti magici si consumano in uno dei più amati romanzi di sempre, tra splendori di case e banchetti, feroci combattimenti di gladiatori e i primi messaggi del credo cristiano. Guidati dalla penna di Bulwer-Lytton, scopriamo la vita di tutti i giorni in una civiltà raffinata e dedita alle credenze misteriche, partecipiamo al susseguirsi degli eventi che incalzano i personaggi, emblemi dell’impotenza dell’uomo di fronte alla dirompente forza della Natura. Il vulcano stesso finisce per essere il vero protagonista della vicenda: la sua furia in grado di cancellare un’intera città eleva la contingenza del quotidiano a simbolo della precarietà dell’esistenza. Edward Bulwer-Lyttonnacque a Londra nel 1803. Fu membro della camera dei Lord inglese col titolo di barone; narratore e poeta, visse a Parigi, a Roma e a Napoli. Si occupò anche di magia ed esoterismo e fu Gran Patrono della Società Rosacrociana d’Inghilterra. Morì nel 1873. Scrisse moltissimo: romanzi (Pelham, Lucrezia, Aroldo, La razza futura), drammi (La signora di Lione, Richelieu) e un poema epico (Re Artù), ma l’opera che gli valse la celebrità fu Gli ultimi giorni di Pompei, fonte di ispirazione per artisti di ogni genere e oggetto di numerosi adattamenti cinematografici.

Introduzione di Antonio Varone Edizione integrale È il 79 d.C., e sullo sfondo di Pompei si staglia minaccioso il Vesuvio, che si prepara a seppellire la città con la sua forza devastante. Amore e odio, gelosia e passione, inganni e riti magici si consumano in uno dei più amati romanzi di sempre, tra splendori di case e banchetti, feroci combattimenti di gladiatori e i primi messaggi del credo cristiano. Guidati dalla penna di Bulwer-Lytton, scopriamo la vita di tutti i giorni in una civiltà raffinata e dedita alle credenze misteriche, partecipiamo al susseguirsi degli eventi che incalzano i personaggi, emblemi dell’impotenza dell’uomo di fronte alla dirompente forza della Natura. Il vulcano stesso finisce per essere il vero protagonista della vicenda: la sua furia in grado di cancellare un’intera città eleva la contingenza del quotidiano a simbolo della precarietà dell’esistenza. Edward Bulwer-Lyttonnacque a Londra nel 1803. Fu membro della camera dei Lord inglese col titolo di barone; narratore e poeta, visse a Parigi, a Roma e a Napoli. Si occupò anche di magia ed esoterismo e fu Gran Patrono della Società Rosacrociana d’Inghilterra. Morì nel 1873. Scrisse moltissimo: romanzi (Pelham, Lucrezia, Aroldo, La razza futura), drammi (La signora di Lione, Richelieu) e un poema epico (Re Artù), ma l’opera che gli valse la celebrità fu Gli ultimi giorni di Pompei, fonte di ispirazione per artisti di ogni genere e oggetto di numerosi adattamenti cinematografici.

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L’ultima missione

Da ragazzina, Callie si era presa una terribile cotta per Micah che però, nonostante la forte attrazione, l’aveva rifiutata ritenendola troppo giovane. Poi le loro strade avevano preso direzioni diverse, e lui era diventato un mercenario. Ora, a quattro anni, di distanza, molte cose sono cambiate… ma non i sentimenti. E quando lei viene rapita da un pericoloso fuorilegge, Micah non esita a entrare in azione. Ma salvare Callie è senza dubbio meno difficile che resistere al desiderio.I mercenari di Jacobsville – Vol. 2/3

Da ragazzina, Callie si era presa una terribile cotta per Micah che però, nonostante la forte attrazione, l’aveva rifiutata ritenendola troppo giovane. Poi le loro strade avevano preso direzioni diverse, e lui era diventato un mercenario. Ora, a quattro anni, di distanza, molte cose sono cambiate… ma non i sentimenti. E quando lei viene rapita da un pericoloso fuorilegge, Micah non esita a entrare in azione. Ma salvare Callie è senza dubbio meno difficile che resistere al desiderio.I mercenari di Jacobsville – Vol. 2/3

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L’ultima diva

Wisconsin, anni Trenta. Per Elsa Emerson, Hollywood non è solo un sogno o un’aspirazione, bensì una necessità. Da bambina, Elsa cresce con il profumo della campagna in fiore che si mescola a quello del legno scricchiolante del palcoscenico: è suo padre a mostrarle le prime luci dello spettacolo e a condurla verso il mondo della recitazione gestendo un piccolo teatro estivo all’aperto. Elsa impara a memoria le battute delle rappresentazioni e ammira quegli attori che le regalano momenti magici fino al giorno in cui viene inaspettatamente chiamata a essere una di loro. Da gioco meraviglioso, calcare le scene diviene la sua via di fuga dalla realtà di provincia nella quale vive, finché il piccolo teatro di casa non le basta più. Sarà Los Angeles ad accoglierla e a trasformarla da ragazza qualunque in una vera diva, grazie all’aiuto di un produttore con cui si sposa formando una delle coppie più invidiate dello star system. La giovane Elsa non esiste più e nasce l’icona Laura Lamont, nome che sembra più appropriato al mondo di cui ora lei fa parte. Ma proprio quando pare aver conquistato il successo, l’amore e quella vita perfetta che ha sempre desiderato, Laura scopre che tutto questo ha un prezzo, ed è costretta a pagarlo troppo presto. Per tenere in piedi il suo mondo, la grande star ha bisogno di Elsa, di quello che era prima. Emma Straub trasporta il lettore nel mondo del cinema in bianco e nero, dove il grande potere dell’illusione e la vita reale si scontrano. Dalle pagine di L’ultima diva traspaiono grande intelligenza, delicatezza e profondità di un’autrice che dà vita a un personaggio che non è mai scontato e in cui è facile identificarsi.

Wisconsin, anni Trenta. Per Elsa Emerson, Hollywood non è solo un sogno o un’aspirazione, bensì una necessità. Da bambina, Elsa cresce con il profumo della campagna in fiore che si mescola a quello del legno scricchiolante del palcoscenico: è suo padre a mostrarle le prime luci dello spettacolo e a condurla verso il mondo della recitazione gestendo un piccolo teatro estivo all’aperto. Elsa impara a memoria le battute delle rappresentazioni e ammira quegli attori che le regalano momenti magici fino al giorno in cui viene inaspettatamente chiamata a essere una di loro. Da gioco meraviglioso, calcare le scene diviene la sua via di fuga dalla realtà di provincia nella quale vive, finché il piccolo teatro di casa non le basta più. Sarà Los Angeles ad accoglierla e a trasformarla da ragazza qualunque in una vera diva, grazie all’aiuto di un produttore con cui si sposa formando una delle coppie più invidiate dello star system. La giovane Elsa non esiste più e nasce l’icona Laura Lamont, nome che sembra più appropriato al mondo di cui ora lei fa parte. Ma proprio quando pare aver conquistato il successo, l’amore e quella vita perfetta che ha sempre desiderato, Laura scopre che tutto questo ha un prezzo, ed è costretta a pagarlo troppo presto. Per tenere in piedi il suo mondo, la grande star ha bisogno di Elsa, di quello che era prima. Emma Straub trasporta il lettore nel mondo del cinema in bianco e nero, dove il grande potere dell’illusione e la vita reale si scontrano. Dalle pagine di L’ultima diva traspaiono grande intelligenza, delicatezza e profondità di un’autrice che dà vita a un personaggio che non è mai scontato e in cui è facile identificarsi.

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Tutti i nostri ieri

«Scritto nel 1952, Tutti i nostri ieri è il pendant romanzesco di Lessico famigliare … Chi scruta e registra è una ragazza un po’ al margine, che si tiene come fuori dal gioco, che pare finga non saperne nulla ma che poi è l’anima, affettuosa e feroce, di tutto il nodo di sentimenti che intorno si svolge. Solo che qui la voce è fissata in una specie d’immaturità attonita e sorda, e in un’unica cadenza, quasi un canto monodico, percorre tutto il libro… Il piacere di Natalia è inventare storie familiari che portino in sé quello snodarsi di sentimenti e legami e caratteri e simpatie e antipatie e rancori e amori, che hanno le storie delle vere famiglie, e quel tanto di sempre prevedibile e quel tanto di sempre casuale, e quel tanto di comune aria di famiglia e quel tanto d’imprevedibilità individuale nel venir su dei figlioli, una generazione dopo l’altra». Italo Calvino

«Scritto nel 1952, Tutti i nostri ieri è il pendant romanzesco di Lessico famigliare … Chi scruta e registra è una ragazza un po’ al margine, che si tiene come fuori dal gioco, che pare finga non saperne nulla ma che poi è l’anima, affettuosa e feroce, di tutto il nodo di sentimenti che intorno si svolge. Solo che qui la voce è fissata in una specie d’immaturità attonita e sorda, e in un’unica cadenza, quasi un canto monodico, percorre tutto il libro… Il piacere di Natalia è inventare storie familiari che portino in sé quello snodarsi di sentimenti e legami e caratteri e simpatie e antipatie e rancori e amori, che hanno le storie delle vere famiglie, e quel tanto di sempre prevedibile e quel tanto di sempre casuale, e quel tanto di comune aria di famiglia e quel tanto d’imprevedibilità individuale nel venir su dei figlioli, una generazione dopo l’altra». Italo Calvino

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Tutta la luce del mondo: Il romanzo di San Francesco

In un Medioevo “pieno di stupore”, teatro di battaglie, custode di segreti, terra di avventure e di viaggi, di amori e paure estreme, dispensatore di attimi sottratti a un’eternità di cui pareva si cibasse ogni cosa, sorse un uomo, Giovanni di Bernardone, poi conosciuto come Francesco. L’uomo di Assisi, colui che vedeva la luce e la bellezza del suo Maestro Gesù in ogni volto di persona ma anche di animale, e non solo in essi ma pure nel sole, nella luna, nella terra su cui camminava insieme agli altri. San Francesco, il “poverello” per antonomasia, il folle di Dio. Aldo Nove in questo suo nuovo libro non si limita a ricostruire la storia di Francesco. Lo fa, con leggerezza e autenticità, dal punto di vista del nipote Piccardo, un ragazzino dapprima spaurito di fronte alle scelte radicali dello zio, ma poi gradualmente pervaso di una ammirazione giocata sullo stacco fra il riconoscimento della Verità e la coscienza di non poter essere come Francesco, di non poter seguire il suo cammino nello stesso modo. Sullo sfondo, le forti emozioni e gli sconvolgimenti di un’epoca che non fu affatto buia come talora si crede, ma viva come lo sono i linguaggi infantili, forse i soli a cogliere il momento indicibile in cui la vita di un testimone del Regno come Francesco si trasforma in esperienza condivisibile di santità.

In un Medioevo “pieno di stupore”, teatro di battaglie, custode di segreti, terra di avventure e di viaggi, di amori e paure estreme, dispensatore di attimi sottratti a un’eternità di cui pareva si cibasse ogni cosa, sorse un uomo, Giovanni di Bernardone, poi conosciuto come Francesco. L’uomo di Assisi, colui che vedeva la luce e la bellezza del suo Maestro Gesù in ogni volto di persona ma anche di animale, e non solo in essi ma pure nel sole, nella luna, nella terra su cui camminava insieme agli altri. San Francesco, il “poverello” per antonomasia, il folle di Dio. Aldo Nove in questo suo nuovo libro non si limita a ricostruire la storia di Francesco. Lo fa, con leggerezza e autenticità, dal punto di vista del nipote Piccardo, un ragazzino dapprima spaurito di fronte alle scelte radicali dello zio, ma poi gradualmente pervaso di una ammirazione giocata sullo stacco fra il riconoscimento della Verità e la coscienza di non poter essere come Francesco, di non poter seguire il suo cammino nello stesso modo. Sullo sfondo, le forti emozioni e gli sconvolgimenti di un’epoca che non fu affatto buia come talora si crede, ma viva come lo sono i linguaggi infantili, forse i soli a cogliere il momento indicibile in cui la vita di un testimone del Regno come Francesco si trasforma in esperienza condivisibile di santità.

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Tutta colpa di Freud

La malattia più diffusa al mondo è senza dubbio l’amore. Lo sa bene Francesco Taramelli, psicoterapeuta di coppia abituato a trattare l’amore in tutte le salse, specializzato in casi disperati. E proprio con tre casi disperati comincia questa storia.
Sara, trentun anni, omosessuale da sempre, vive a New York e sta per sposare Jodie; ma quando questo grande amore scompare all’improvviso, per lei non c’è altro che il ritorno a casa e una potente inversione di rotta: diventare eterosessuale.
Marta, trent’anni, romantica libraia costantemente innamorata di uomini impossibili, si ritrova a correr dietro a un ladro di libri, sordo, muto e sfuggente. In compenso molto, ma molto affascinante.
Emma, diciotto anni, brillante e vivace studentessa in attesa degli esami di maturità, polemica e insoddisfatta, soprattutto sentimentalmente, ha appena lasciato Diego. Ora nella sua vita è entrato Alessandro, architetto che lavora all’Ikea, sensibile, disponibile, perfetto o quasi: ha cinquant’anni ed è sposato da sette. Ma il vero caso disperato, alla fine, è proprio il povero psicanalista, considerando che Sara, Marta ed Emma sono le sue tre adorate figlie. Sua moglie l’ha abbandonato diciassette anni prima, così, da bravo mammo, ha cresciuto da solo le tre ragazze che, anche se non è “deontologicamente corretto”, da sempre frequentano il lettino del suo studio per farsi aiutare a risolvere i loro problemi d’amore.
Con questa brillante commedia, Paolo Genovese ci racconta l’imprevedibile fantasia con cui l’amore entra nella nostra vita e soprattutto come non ne voglia più uscire.
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### Sinossi
La malattia più diffusa al mondo è senza dubbio l’amore. Lo sa bene Francesco Taramelli, psicoterapeuta di coppia abituato a trattare l’amore in tutte le salse, specializzato in casi disperati. E proprio con tre casi disperati comincia questa storia.
Sara, trentun anni, omosessuale da sempre, vive a New York e sta per sposare Jodie; ma quando questo grande amore scompare all’improvviso, per lei non c’è altro che il ritorno a casa e una potente inversione di rotta: diventare eterosessuale.
Marta, trent’anni, romantica libraia costantemente innamorata di uomini impossibili, si ritrova a correr dietro a un ladro di libri, sordo, muto e sfuggente. In compenso molto, ma molto affascinante.
Emma, diciotto anni, brillante e vivace studentessa in attesa degli esami di maturità, polemica e insoddisfatta, soprattutto sentimentalmente, ha appena lasciato Diego. Ora nella sua vita è entrato Alessandro, architetto che lavora all’Ikea, sensibile, disponibile, perfetto o quasi: ha cinquant’anni ed è sposato da sette. Ma il vero caso disperato, alla fine, è proprio il povero psicanalista, considerando che Sara, Marta ed Emma sono le sue tre adorate figlie. Sua moglie l’ha abbandonato diciassette anni prima, così, da bravo mammo, ha cresciuto da solo le tre ragazze che, anche se non è “deontologicamente corretto”, da sempre frequentano il lettino del suo studio per farsi aiutare a risolvere i loro problemi d’amore.
Con questa brillante commedia, Paolo Genovese ci racconta l’imprevedibile fantasia con cui l’amore entra nella nostra vita e soprattutto come non ne voglia più uscire.

La malattia più diffusa al mondo è senza dubbio l’amore. Lo sa bene Francesco Taramelli, psicoterapeuta di coppia abituato a trattare l’amore in tutte le salse, specializzato in casi disperati. E proprio con tre casi disperati comincia questa storia.
Sara, trentun anni, omosessuale da sempre, vive a New York e sta per sposare Jodie; ma quando questo grande amore scompare all’improvviso, per lei non c’è altro che il ritorno a casa e una potente inversione di rotta: diventare eterosessuale.
Marta, trent’anni, romantica libraia costantemente innamorata di uomini impossibili, si ritrova a correr dietro a un ladro di libri, sordo, muto e sfuggente. In compenso molto, ma molto affascinante.
Emma, diciotto anni, brillante e vivace studentessa in attesa degli esami di maturità, polemica e insoddisfatta, soprattutto sentimentalmente, ha appena lasciato Diego. Ora nella sua vita è entrato Alessandro, architetto che lavora all’Ikea, sensibile, disponibile, perfetto o quasi: ha cinquant’anni ed è sposato da sette. Ma il vero caso disperato, alla fine, è proprio il povero psicanalista, considerando che Sara, Marta ed Emma sono le sue tre adorate figlie. Sua moglie l’ha abbandonato diciassette anni prima, così, da bravo mammo, ha cresciuto da solo le tre ragazze che, anche se non è “deontologicamente corretto”, da sempre frequentano il lettino del suo studio per farsi aiutare a risolvere i loro problemi d’amore.
Con questa brillante commedia, Paolo Genovese ci racconta l’imprevedibile fantasia con cui l’amore entra nella nostra vita e soprattutto come non ne voglia più uscire.
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### Sinossi
La malattia più diffusa al mondo è senza dubbio l’amore. Lo sa bene Francesco Taramelli, psicoterapeuta di coppia abituato a trattare l’amore in tutte le salse, specializzato in casi disperati. E proprio con tre casi disperati comincia questa storia.
Sara, trentun anni, omosessuale da sempre, vive a New York e sta per sposare Jodie; ma quando questo grande amore scompare all’improvviso, per lei non c’è altro che il ritorno a casa e una potente inversione di rotta: diventare eterosessuale.
Marta, trent’anni, romantica libraia costantemente innamorata di uomini impossibili, si ritrova a correr dietro a un ladro di libri, sordo, muto e sfuggente. In compenso molto, ma molto affascinante.
Emma, diciotto anni, brillante e vivace studentessa in attesa degli esami di maturità, polemica e insoddisfatta, soprattutto sentimentalmente, ha appena lasciato Diego. Ora nella sua vita è entrato Alessandro, architetto che lavora all’Ikea, sensibile, disponibile, perfetto o quasi: ha cinquant’anni ed è sposato da sette. Ma il vero caso disperato, alla fine, è proprio il povero psicanalista, considerando che Sara, Marta ed Emma sono le sue tre adorate figlie. Sua moglie l’ha abbandonato diciassette anni prima, così, da bravo mammo, ha cresciuto da solo le tre ragazze che, anche se non è “deontologicamente corretto”, da sempre frequentano il lettino del suo studio per farsi aiutare a risolvere i loro problemi d’amore.
Con questa brillante commedia, Paolo Genovese ci racconta l’imprevedibile fantasia con cui l’amore entra nella nostra vita e soprattutto come non ne voglia più uscire.

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Truciolo

«Márai sorride!» potremmo annunciare oggi (come la MGM, quando distribuì “Ninotchka”, annunciava al mondo che la Garbo rideva). Che Sándor Márai, la cui voce ci aveva soggiogati in romanzi intensi e drammatici come “Le braci” o “Divorzio a Buda”, si riveli in questo libro anche umorista sottile e arguto moralista, sarà per tutti una piacevole sorpresa. D’altronde, ci confessa lo stesso Márai nella sua premessa in forma di burlesca autodifesa, «non si può pretendere da uno scrittore che se ne vada in giro perennemente in abito togato, che assuma sempre pose tragiche»: arriva un momento in cui questi «non ha più alcuna voglia di restare fedele al genere umano», e – sfidando lo sdegno dei «profeti dal volto arcigno» che lo esortano a dedicarsi ai gravi problemi che affliggono l’umanità – decide di scrivere la storia di un cane. Il cane che il «signore» regala alla «signora» la vigilia di Natale, ancora sudicio di fango e paglia, ha un pedigree quanto mai incerto e un gran brutto carattere: non è quel che si dice una bestiola mansueta, e dimostra sin dalla più tenera età una radicale insofferenza per qualsiasi disciplina. E sarà proprio a causa del suo caratteraccio se i rapporti fra lui e il signore, inizialmente improntati a una virile, calda complicità, giungeranno a un epilogo inatteso – e tutt’altro che edificante. Sfuggendo a ogni forma di sentimentalismo, e perfettamente conscio dell’ipocrisia che c’è molto spesso nel cosiddetto «amore per gli animali», Márai ci regala un piccolo capolavoro, pieno di vivacità e ironia, e un personaggio, il cane Truciolo, vero e forte, uno di quelli che non si dimenticano facilmente. Scritto nel 1932 e riedito nel 1940, “Truciolo” è uno dei libri in cui più apertamente si manifesta la vena autobiografica di Sándor Márai (1900-1989).

«Márai sorride!» potremmo annunciare oggi (come la MGM, quando distribuì “Ninotchka”, annunciava al mondo che la Garbo rideva). Che Sándor Márai, la cui voce ci aveva soggiogati in romanzi intensi e drammatici come “Le braci” o “Divorzio a Buda”, si riveli in questo libro anche umorista sottile e arguto moralista, sarà per tutti una piacevole sorpresa. D’altronde, ci confessa lo stesso Márai nella sua premessa in forma di burlesca autodifesa, «non si può pretendere da uno scrittore che se ne vada in giro perennemente in abito togato, che assuma sempre pose tragiche»: arriva un momento in cui questi «non ha più alcuna voglia di restare fedele al genere umano», e – sfidando lo sdegno dei «profeti dal volto arcigno» che lo esortano a dedicarsi ai gravi problemi che affliggono l’umanità – decide di scrivere la storia di un cane. Il cane che il «signore» regala alla «signora» la vigilia di Natale, ancora sudicio di fango e paglia, ha un pedigree quanto mai incerto e un gran brutto carattere: non è quel che si dice una bestiola mansueta, e dimostra sin dalla più tenera età una radicale insofferenza per qualsiasi disciplina. E sarà proprio a causa del suo caratteraccio se i rapporti fra lui e il signore, inizialmente improntati a una virile, calda complicità, giungeranno a un epilogo inatteso – e tutt’altro che edificante. Sfuggendo a ogni forma di sentimentalismo, e perfettamente conscio dell’ipocrisia che c’è molto spesso nel cosiddetto «amore per gli animali», Márai ci regala un piccolo capolavoro, pieno di vivacità e ironia, e un personaggio, il cane Truciolo, vero e forte, uno di quelli che non si dimenticano facilmente. Scritto nel 1932 e riedito nel 1940, “Truciolo” è uno dei libri in cui più apertamente si manifesta la vena autobiografica di Sándor Márai (1900-1989).

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La trilogia nera

Contea di Bradley, Vermont. L’ex poliziotto Joe Denton ha appena finito di scontare sette anni per il tentato omicidio del procuratore distrettuale. Si illude di aver chiuso con il passato, con la violenza, la droga e le scommesse: ma un crimine di quel genere è impossibile da dimenticare. Kyle Nevin è invece un ‘bravo ragazzo’, gestisce gli affari nei quartieri a sud di Boston. Ammazza solo se costretto, non pesta i piedi a nessuno: eppure Red Mahoney, il suo boss, lo vende all’fbi. Quando Nevin esce di galera ha quindi una sola cosa in mente: fare a pezzi Red. Per racimolare qualche dollaro organizza un rapimento, ma niente va come dovrebbe…Né la fortuna sorride a Leonard March, sgherro ‘storico’ del mafioso Sal Lombard. Quando dopo quattordici anni le porte del carcere gli si aprono davanti, per mettere insieme due pasti caldi al giorno si ritrova a pulire gabinetti. Non sarebbe poi così male, per uno che ha sessantadue anni e ventotto omicidi sulla coscienza: ma ci si può reinventare una vita ‘normale’ quando là fuori tutti vogliono la tua testa? Una trilogia di noir brutali e irriverenti per tre scalcagnati, indimenticabili antieroi: Zeltserman si è guadagnato, di diritto, un posto d’onore nel prestigioso Pantheon del crime.

Contea di Bradley, Vermont. L’ex poliziotto Joe Denton ha appena finito di scontare sette anni per il tentato omicidio del procuratore distrettuale. Si illude di aver chiuso con il passato, con la violenza, la droga e le scommesse: ma un crimine di quel genere è impossibile da dimenticare. Kyle Nevin è invece un ‘bravo ragazzo’, gestisce gli affari nei quartieri a sud di Boston. Ammazza solo se costretto, non pesta i piedi a nessuno: eppure Red Mahoney, il suo boss, lo vende all’fbi. Quando Nevin esce di galera ha quindi una sola cosa in mente: fare a pezzi Red. Per racimolare qualche dollaro organizza un rapimento, ma niente va come dovrebbe…Né la fortuna sorride a Leonard March, sgherro ‘storico’ del mafioso Sal Lombard. Quando dopo quattordici anni le porte del carcere gli si aprono davanti, per mettere insieme due pasti caldi al giorno si ritrova a pulire gabinetti. Non sarebbe poi così male, per uno che ha sessantadue anni e ventotto omicidi sulla coscienza: ma ci si può reinventare una vita ‘normale’ quando là fuori tutti vogliono la tua testa? Una trilogia di noir brutali e irriverenti per tre scalcagnati, indimenticabili antieroi: Zeltserman si è guadagnato, di diritto, un posto d’onore nel prestigioso Pantheon del crime.

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