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L’istituzione negata

Noi neghiamo dialetticamente il nostro mandato sociale che ci richiederebbe di considerare il malato come un non-uomo e, negandolo, neghiamo il malato come non-uomo. Noi neghiamo la disumanizzazione del malato come risultato ultimo della malattia, imputandone il livello di distruzione alle violenze dell’asilo, dell’istituto, delle sue mortificazioni e imposizioni; che ci rimandano poi alla violenza, alla prevaricazione, alle mortificazioni su cui si fonda il nostro sistema sociale. La depsichiatrizzazione è un po’ il nostro leitmotiv. È il tentativo di mettere fra parentesi ogni schema, per agire in un terreno non ancora codificato e definito. Per incominciare non si può che negare tutto quello che è attorno a noi: la malattia, il nostro mandato sociale, il ruolo. Neghiamo cioè tutto ciò che può dare una connotazione già definita al nostro operato. Nel momento in cui neghiamo il nostro mandato sociale, noi neghiamo il malato come malato irrecuperabile e quindi il nostro ruolo di semplici carcerieri, tutori della tranquillità della società. La grande lotta di Franco Basaglia comincia con un no totale per uscire da un circolo vizioso, spalancando le porte su un’istituzione, una scienza e una società che mostrano il loro volto denudato nelle sue vergogne più nascoste. Uno scandalo del ’68.

Noi neghiamo dialetticamente il nostro mandato sociale che ci richiederebbe di considerare il malato come un non-uomo e, negandolo, neghiamo il malato come non-uomo. Noi neghiamo la disumanizzazione del malato come risultato ultimo della malattia, imputandone il livello di distruzione alle violenze dell’asilo, dell’istituto, delle sue mortificazioni e imposizioni; che ci rimandano poi alla violenza, alla prevaricazione, alle mortificazioni su cui si fonda il nostro sistema sociale. La depsichiatrizzazione è un po’ il nostro leitmotiv. È il tentativo di mettere fra parentesi ogni schema, per agire in un terreno non ancora codificato e definito. Per incominciare non si può che negare tutto quello che è attorno a noi: la malattia, il nostro mandato sociale, il ruolo. Neghiamo cioè tutto ciò che può dare una connotazione già definita al nostro operato. Nel momento in cui neghiamo il nostro mandato sociale, noi neghiamo il malato come malato irrecuperabile e quindi il nostro ruolo di semplici carcerieri, tutori della tranquillità della società. La grande lotta di Franco Basaglia comincia con un no totale per uscire da un circolo vizioso, spalancando le porte su un’istituzione, una scienza e una società che mostrano il loro volto denudato nelle sue vergogne più nascoste. Uno scandalo del ’68.

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Inferno. Il mondo in guerra 1939-1945

«Questo libro parla soprattutto dell’esperienza umana»: avverte Max Hastings nell’introduzione a questa straordinaria e imponente storia della Seconda guerra mondiale. L’esperienza, innanzi tutto, di milioni di singoli individui, soldati in prima linea o civili che fossero, schiacciati dalla necessità di sopravvivere nel mondo devastato dalla violenza e dall’orrore. Attraverso una miriade di microstorie estrapolate dai più diversi scenari del mondo in guerra, e costellate di fotografie, aneddoti e testimonianze pregnanti, Hastings ricostruisce il teatro di un «inferno» globale che non risparmiò alcun angolo del pianeta. Apprendiamo di aspetti inusitati e raccapriccianti del conflitto, come l’arrivo nella stremata Leningrado di un intero convoglio di gatti per debellare i ratti che si moltiplicavano banchettando coi cadaveri abbandonati nelle strade, o come l’invio di centomila «donne di conforto» tra le truppe nipponiche in Cina, che si aggiunsero alle molte donne del posto ridotte in schiavitù. I guerrieri di Hirohito, chiamati «YaKe», «stupidi», dai contadini cinesi, acquisirono una triste fama, tra le altre cose, anche per il crudele trattamento battezzato anch’esso «YaKe», che consisteva nel perforare le gambe delle ragazze disobbedienti con un bambù appuntito. Apprendiamo, tuttavia, anche dati e fatti storici precisi che gettano una luce nuova sulla guerra. Nel ripercorrere la Storia che va dall’invasione della Polonia alle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, il libro elabora un quadro diverso, completo sul piano geografico – considera per esempio i teatri di guerra di India e Cina, troppo spesso trascurati – e, per molti versi, sorprendente su quello statistico, con numeri che fanno pensare, come i circa trecentomila soldati russi uccisi dai propri comandanti – più del totale dei soldati inglesi uccisi per mano nemica durante l’intera guerra – o i quindici milioni di morti in Cina. Infine l’analisi storica, non disgiunta da quella prettamente militare, corredata da efficaci mappe esplicative, propone interrogativi di non poco conto dal punto di vista storico. Quali strategie, quali fronti, quali divisioni, quali resistenze di massa hanno determinato l’esito storico del conflitto? Quale reale incisività hanno avuto gli USA e la Gran Bretagna? Quanto valorosi e preparati nella cosiddetta «arte della guerra» furono i generali dei vari schieramenti? A chi, dati alla mano, è più giusto attribuire il merito di aver sconfitto Hitler e il nazismo? All’alleanza angloamericana o, considerando i dati storici reali, ai russi? Non è forse una realtà storica accertata che, già nel dicembre 1941, gli alti funzionari del Terzo Reich capirono che la vittoria militare era diventata impossibile perché la Russia non era stata sconfitta?

«Questo libro parla soprattutto dell’esperienza umana»: avverte Max Hastings nell’introduzione a questa straordinaria e imponente storia della Seconda guerra mondiale. L’esperienza, innanzi tutto, di milioni di singoli individui, soldati in prima linea o civili che fossero, schiacciati dalla necessità di sopravvivere nel mondo devastato dalla violenza e dall’orrore. Attraverso una miriade di microstorie estrapolate dai più diversi scenari del mondo in guerra, e costellate di fotografie, aneddoti e testimonianze pregnanti, Hastings ricostruisce il teatro di un «inferno» globale che non risparmiò alcun angolo del pianeta. Apprendiamo di aspetti inusitati e raccapriccianti del conflitto, come l’arrivo nella stremata Leningrado di un intero convoglio di gatti per debellare i ratti che si moltiplicavano banchettando coi cadaveri abbandonati nelle strade, o come l’invio di centomila «donne di conforto» tra le truppe nipponiche in Cina, che si aggiunsero alle molte donne del posto ridotte in schiavitù. I guerrieri di Hirohito, chiamati «YaKe», «stupidi», dai contadini cinesi, acquisirono una triste fama, tra le altre cose, anche per il crudele trattamento battezzato anch’esso «YaKe», che consisteva nel perforare le gambe delle ragazze disobbedienti con un bambù appuntito. Apprendiamo, tuttavia, anche dati e fatti storici precisi che gettano una luce nuova sulla guerra. Nel ripercorrere la Storia che va dall’invasione della Polonia alle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, il libro elabora un quadro diverso, completo sul piano geografico – considera per esempio i teatri di guerra di India e Cina, troppo spesso trascurati – e, per molti versi, sorprendente su quello statistico, con numeri che fanno pensare, come i circa trecentomila soldati russi uccisi dai propri comandanti – più del totale dei soldati inglesi uccisi per mano nemica durante l’intera guerra – o i quindici milioni di morti in Cina. Infine l’analisi storica, non disgiunta da quella prettamente militare, corredata da efficaci mappe esplicative, propone interrogativi di non poco conto dal punto di vista storico. Quali strategie, quali fronti, quali divisioni, quali resistenze di massa hanno determinato l’esito storico del conflitto? Quale reale incisività hanno avuto gli USA e la Gran Bretagna? Quanto valorosi e preparati nella cosiddetta «arte della guerra» furono i generali dei vari schieramenti? A chi, dati alla mano, è più giusto attribuire il merito di aver sconfitto Hitler e il nazismo? All’alleanza angloamericana o, considerando i dati storici reali, ai russi? Non è forse una realtà storica accertata che, già nel dicembre 1941, gli alti funzionari del Terzo Reich capirono che la vittoria militare era diventata impossibile perché la Russia non era stata sconfitta?

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Incontri Con Uomini Di Qualità

Fra il 1961 e il 1977 Guido Davico Bonino ebbel’occasione di dialogare e confrontarsi con colleghi, intellettuali, autori che oggi, a più di quarant’annidai fatti narrati in questo libro, rappresentano il cuore della cultura italiana ed europea del Novecento. Montale, Pasolini, Morante, Sciascia, Gadda, Ginzburg, Fenoglio, De Filippo… Furono gli anni in cui, giovanissimo, Guido Davico Bonino lavorò all’Einaudi. Suo coach era Italo Calvino, con cui nei primi tempi condivise l’ufficio e che fu il destinatario delle sue molte domande, che spaziavano dai mestieri dell’editoria alle curiosità sugli scrittori che passavano da via Biancamano. Insieme a Calvino c’erano Giulio Bollati, fervido ideatore di sempre nuovi progetti editoriali, ma anche Norberto Bobbio, Massimo Mila, Elio Vittorini. Molti degli incontri che Davico Bonino rievoca in questo libro hanno l’aura di tante piccole epifanie, colme di sorprese e rivelatrici di aspetti singolari della personalità e dell’ope ra di «uomini di qualità»: Adorno fi losofo galante, Barthes analista e vittima della seduzione amorosa, Beckett cultore della pittura classica italiana, Fellini ossessionato dallo spiritismo, Ionesco nemico di qualunque ideologia, Nabokov cacciatore e collezionista di farfalle, Foucault maieuta degli studenti ribelli, Perec uomo-labirinto di sogni e ricordi, Queneau infaticabile vagabondo nel cosmo della scrittura, Marguerite Yourcenar aristocraticamente simpatizzante per il Maggio ’68. Per quanti amano i libri queste esperienze hanno qualcosa di leggendario: essere presenti là dove si crea la letteratura, nutrirsi delle riflessioni (e, talvolta, delle vere e proprie confessioni) di chi, attraverso i suoi libri, lascia un’impronta indelebile nella cultura del proprio tempo è oggi, salvo rare eccezioni, irrealizzabile. Non che non esistano più uomini di qualità, ma, qualunque ne sia il motivo, è sempre più raro potersi confrontare con una così ricca e variegata galleria di persone che scrutano con sguardo acuto e profondo la realtà e con le loro parole offrono un aiuto prezioso a comprenderla meglio.

Fra il 1961 e il 1977 Guido Davico Bonino ebbel’occasione di dialogare e confrontarsi con colleghi, intellettuali, autori che oggi, a più di quarant’annidai fatti narrati in questo libro, rappresentano il cuore della cultura italiana ed europea del Novecento. Montale, Pasolini, Morante, Sciascia, Gadda, Ginzburg, Fenoglio, De Filippo… Furono gli anni in cui, giovanissimo, Guido Davico Bonino lavorò all’Einaudi. Suo coach era Italo Calvino, con cui nei primi tempi condivise l’ufficio e che fu il destinatario delle sue molte domande, che spaziavano dai mestieri dell’editoria alle curiosità sugli scrittori che passavano da via Biancamano. Insieme a Calvino c’erano Giulio Bollati, fervido ideatore di sempre nuovi progetti editoriali, ma anche Norberto Bobbio, Massimo Mila, Elio Vittorini. Molti degli incontri che Davico Bonino rievoca in questo libro hanno l’aura di tante piccole epifanie, colme di sorprese e rivelatrici di aspetti singolari della personalità e dell’ope ra di «uomini di qualità»: Adorno fi losofo galante, Barthes analista e vittima della seduzione amorosa, Beckett cultore della pittura classica italiana, Fellini ossessionato dallo spiritismo, Ionesco nemico di qualunque ideologia, Nabokov cacciatore e collezionista di farfalle, Foucault maieuta degli studenti ribelli, Perec uomo-labirinto di sogni e ricordi, Queneau infaticabile vagabondo nel cosmo della scrittura, Marguerite Yourcenar aristocraticamente simpatizzante per il Maggio ’68. Per quanti amano i libri queste esperienze hanno qualcosa di leggendario: essere presenti là dove si crea la letteratura, nutrirsi delle riflessioni (e, talvolta, delle vere e proprie confessioni) di chi, attraverso i suoi libri, lascia un’impronta indelebile nella cultura del proprio tempo è oggi, salvo rare eccezioni, irrealizzabile. Non che non esistano più uomini di qualità, ma, qualunque ne sia il motivo, è sempre più raro potersi confrontare con una così ricca e variegata galleria di persone che scrutano con sguardo acuto e profondo la realtà e con le loro parole offrono un aiuto prezioso a comprenderla meglio.

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Il Saccheggio (Castelvecchi RX)

Si parla tanto di sprechi pubblici ma finora nessuno li aveva messi a disposizione di chi, inconsapevolmente e con troppi sacrifici, li finanzia. Solo nel 2012 lo Stato italiano ha affidato quasi 500mila incarichi di consulenza con un costo vicino ai 2 miliardi di euro. Il ricorso alle consulenze esterne è ormai prassi ovunque: nei ministeri che hanno speso quasi 20 milioni di euro, nelle Regioni dove il dato ammonta a 152 milioni, nei Comuni con ulteriori 420 milioni di euro generosamente elargiti ad amici e parenti, e così per tutte le altre diramazioni della Cosa pubblica. «Il saccheggio» è la prima inchiesta sugli uomini che sussurrano al potere e di fatto detengono le chiavi del Paese. Sono loro che controllano i grandi progetti dello Stato, affidano appalti alle aziende private, guidano i vertici delle istituzioni. Il giornalista de «la Repubblica» Daniele Autieri firma un lavoro che farà tremare i Palazzi. Un sistema consolidato che parte da dentro le mura della presidenza del Consiglio guidata da Silvio Berlusconi – in cui proliferano gli incarichi affidati ai fedelissimi di Mediaset o anche alla sorella di una presunta ex amante del Cavaliere – e si allarga alle assunzioni nei ministeri di ex soubrette e amici degli amici. Storie senza pudore, come quella della consulenza da 355mila euro per redigere il piano di governo del Comune di Colturano, un paesino di neanche duemila anime. Oppure la prezzolata prestazione per la sterilizzazione dei gatti randagi delle amministrazioni emiliane, gli incarichi per verificare la correttezza delle fatture emesse da Telecom Italia, la schiera dei mille consulenti del sindaco Alemanno o i collaboratori superpagati dell’ex ministro Corrado Passera.

Si parla tanto di sprechi pubblici ma finora nessuno li aveva messi a disposizione di chi, inconsapevolmente e con troppi sacrifici, li finanzia. Solo nel 2012 lo Stato italiano ha affidato quasi 500mila incarichi di consulenza con un costo vicino ai 2 miliardi di euro. Il ricorso alle consulenze esterne è ormai prassi ovunque: nei ministeri che hanno speso quasi 20 milioni di euro, nelle Regioni dove il dato ammonta a 152 milioni, nei Comuni con ulteriori 420 milioni di euro generosamente elargiti ad amici e parenti, e così per tutte le altre diramazioni della Cosa pubblica. «Il saccheggio» è la prima inchiesta sugli uomini che sussurrano al potere e di fatto detengono le chiavi del Paese. Sono loro che controllano i grandi progetti dello Stato, affidano appalti alle aziende private, guidano i vertici delle istituzioni. Il giornalista de «la Repubblica» Daniele Autieri firma un lavoro che farà tremare i Palazzi. Un sistema consolidato che parte da dentro le mura della presidenza del Consiglio guidata da Silvio Berlusconi – in cui proliferano gli incarichi affidati ai fedelissimi di Mediaset o anche alla sorella di una presunta ex amante del Cavaliere – e si allarga alle assunzioni nei ministeri di ex soubrette e amici degli amici. Storie senza pudore, come quella della consulenza da 355mila euro per redigere il piano di governo del Comune di Colturano, un paesino di neanche duemila anime. Oppure la prezzolata prestazione per la sterilizzazione dei gatti randagi delle amministrazioni emiliane, gli incarichi per verificare la correttezza delle fatture emesse da Telecom Italia, la schiera dei mille consulenti del sindaco Alemanno o i collaboratori superpagati dell’ex ministro Corrado Passera.

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Il pietrificatore di Triora

Nel corso dei secoli alcuni studiosi e scienziati si sono dedicati ad un’arte tanto oscura quanto inquietante: la pietrificazione.Con essa hanno cercato di rendere immortale ciò che per sua stessa natura non lo è: le nostre spoglie mortali.I loro nomi sono: Giovanni Battista Negroni, Raimondo De Sangro, Girolamo Segato, Efisio Marini, Francesco Spirito e Paolo Gorini.A Triora, antico borgo del Ponente Ligure, nel corso dell’annuale kermesse di Strigora, con la quale si rievoca il processo per stregoneria del 1587, il male si scatena.Il paese si trova a fronteggiare masse stralunate di fanatici dell’occulto e un serial killer deciso a trasformare incaute turiste in statue di pietra.Spetterà a Leonardo Fiorentini, mercante d’arte milanese con il pallino delle investigazioni e nostalgico del Ventennio, risolvere il caso.

Nel corso dei secoli alcuni studiosi e scienziati si sono dedicati ad un’arte tanto oscura quanto inquietante: la pietrificazione.Con essa hanno cercato di rendere immortale ciò che per sua stessa natura non lo è: le nostre spoglie mortali.I loro nomi sono: Giovanni Battista Negroni, Raimondo De Sangro, Girolamo Segato, Efisio Marini, Francesco Spirito e Paolo Gorini.A Triora, antico borgo del Ponente Ligure, nel corso dell’annuale kermesse di Strigora, con la quale si rievoca il processo per stregoneria del 1587, il male si scatena.Il paese si trova a fronteggiare masse stralunate di fanatici dell’occulto e un serial killer deciso a trasformare incaute turiste in statue di pietra.Spetterà a Leonardo Fiorentini, mercante d’arte milanese con il pallino delle investigazioni e nostalgico del Ventennio, risolvere il caso.

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Il marchese cerca moglie

Inghilterra, prima metà ‘800 – Lady Hester ha deciso: il Marchese di Lensborough è decisamente un insensibile arrogante. Non solo va cercando una moglie che gli dia un erede con lo stesso trasporto con cui “sceglierebbe un cavallo”, ma per giunta non ne fa mistero! Pur non conoscendolo di persona, dunque, è decisa a odiarlo, tanto più che il suo sguardo insistente le dà i brividi e fa riaffiorare in lei vecchi incubi che sperava di aver dimenticato. Da parte sua, Lord Jasper vuole una moglie diversa dalle solite dame dell’aristocrazia, una donna che sia così inadatta al ruolo di marchesa da essere uno schiaffo per la buona società. E la fanciulla malvestita e dimessa che da anni fa la governante a casa di suo zio gli sembra subito la candidata ideale.

Inghilterra, prima metà ‘800 – Lady Hester ha deciso: il Marchese di Lensborough è decisamente un insensibile arrogante. Non solo va cercando una moglie che gli dia un erede con lo stesso trasporto con cui “sceglierebbe un cavallo”, ma per giunta non ne fa mistero! Pur non conoscendolo di persona, dunque, è decisa a odiarlo, tanto più che il suo sguardo insistente le dà i brividi e fa riaffiorare in lei vecchi incubi che sperava di aver dimenticato. Da parte sua, Lord Jasper vuole una moglie diversa dalle solite dame dell’aristocrazia, una donna che sia così inadatta al ruolo di marchesa da essere uno schiaffo per la buona società. E la fanciulla malvestita e dimessa che da anni fa la governante a casa di suo zio gli sembra subito la candidata ideale.

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I segreti della casa sul mare

A Whiskey Beach c’è un gioiello incastonato sul promontorio, un guardiano a protezione della costa. È una villa che affaccia sul mare: per i turisti un sogno irrealizzabile, per Eli Landon, avvocato di Boston, semplicemente la casa di famiglia. Ma ultimamente sta diventando qualcosa di più importante, un rifugio lontano dai problemi. Sua moglie è stata uccisa, e la polizia sta scandagliando la sua vita alla ricerca di una prova di colpevolezza. La villa sul mare è il luogo della consolazione e dei ricordi, la casa della sua amata nonna. E poi lì non è solo: con lui c’è Abra Walsh, una donna determinata e instancabile, dai molteplici interessi e dai mille talenti – incluso quello di riuscire ad aiutare Eli a riprendere in mano la sua vita e riscattare il suo nome. Quello che li lega è più forte di una sincera amicizia, è qualcosa che unisce indissolubilmente i loro destini, anche ora che sembrano minacciati da qualcuno intenzionato a distruggere Eli Landon una volta per tutte…

A Whiskey Beach c’è un gioiello incastonato sul promontorio, un guardiano a protezione della costa. È una villa che affaccia sul mare: per i turisti un sogno irrealizzabile, per Eli Landon, avvocato di Boston, semplicemente la casa di famiglia. Ma ultimamente sta diventando qualcosa di più importante, un rifugio lontano dai problemi. Sua moglie è stata uccisa, e la polizia sta scandagliando la sua vita alla ricerca di una prova di colpevolezza. La villa sul mare è il luogo della consolazione e dei ricordi, la casa della sua amata nonna. E poi lì non è solo: con lui c’è Abra Walsh, una donna determinata e instancabile, dai molteplici interessi e dai mille talenti – incluso quello di riuscire ad aiutare Eli a riprendere in mano la sua vita e riscattare il suo nome. Quello che li lega è più forte di una sincera amicizia, è qualcosa che unisce indissolubilmente i loro destini, anche ora che sembrano minacciati da qualcuno intenzionato a distruggere Eli Landon una volta per tutte…

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I padroni della crisi

La crisi economica è feroce. Sembra interminabile. Anche chi, solo nel 2011, negava la sua esistenza è costretto a fare i conti con i danni sociali e umani della recessione. Mentre le televisioni si occupano a orario continuato del famigerato spread e le manovre finanziarie «lacrime e sangue» si susseguono, Biagio Simonetta indica una prospettiva che pochi considerano. È il punto di vista dei vincitori, quello delle mafie. Il principio è il solito: molto denaro, molto potere. Soprattutto quando il denaro, tutt’intorno, scarseggia. L’applicazione è tanto lineare quanto sconcertante: in Italia e nel mondo, più l’economia si contrae, più le mafie si espandono. L’immensa liquidità proveniente dal traffico di cocaina ha salvato dal fallimento alcune delle banche più grandi del pianeta. I prestiti di ’ndrangheta, camorra e Cosa nostra soccorrono le piccole imprese strette nella morsa del fisco e del credit crunch; se l’unica alternativa è chiudere i battenti, poco importa che le organizzazioni criminali richiedano tassi da usura e che alla fine si impadroniscano dell’azienda. E se davanti al dramma della disoccupazione e della povertà lo Stato latita, la liquidità mafiosa compra tutto, anche il consenso della popolazione. O trova ottime occasioni per il riciclaggio, approfittando di chi, disperato, vende i gioielli di famiglia al «compro oro» per pagare il mutuo o si illude di poter sbancare la «macchinetta» della sala giochi. I padroni della crisi esplora la forza camaleontica delle mafie, capaci di trarre vantaggio dalla sofferenza di tutto il resto della società, oggi come ai tempi di Al Capone. Afferma una verità amara, che pochi vogliono ascoltare: l’economia illegale ha dato sollievo a buona parte dell’economia legale, anche e soprattutto al Nord. Ma è un sollievo passeggero, illusorio; si trasforma in un cappio che, mentre la recessione avanza, si stringe intorno al collo delle persone. E minaccia la nostra democrazia.

La crisi economica è feroce. Sembra interminabile. Anche chi, solo nel 2011, negava la sua esistenza è costretto a fare i conti con i danni sociali e umani della recessione. Mentre le televisioni si occupano a orario continuato del famigerato spread e le manovre finanziarie «lacrime e sangue» si susseguono, Biagio Simonetta indica una prospettiva che pochi considerano. È il punto di vista dei vincitori, quello delle mafie. Il principio è il solito: molto denaro, molto potere. Soprattutto quando il denaro, tutt’intorno, scarseggia. L’applicazione è tanto lineare quanto sconcertante: in Italia e nel mondo, più l’economia si contrae, più le mafie si espandono. L’immensa liquidità proveniente dal traffico di cocaina ha salvato dal fallimento alcune delle banche più grandi del pianeta. I prestiti di ’ndrangheta, camorra e Cosa nostra soccorrono le piccole imprese strette nella morsa del fisco e del credit crunch; se l’unica alternativa è chiudere i battenti, poco importa che le organizzazioni criminali richiedano tassi da usura e che alla fine si impadroniscano dell’azienda. E se davanti al dramma della disoccupazione e della povertà lo Stato latita, la liquidità mafiosa compra tutto, anche il consenso della popolazione. O trova ottime occasioni per il riciclaggio, approfittando di chi, disperato, vende i gioielli di famiglia al «compro oro» per pagare il mutuo o si illude di poter sbancare la «macchinetta» della sala giochi. I padroni della crisi esplora la forza camaleontica delle mafie, capaci di trarre vantaggio dalla sofferenza di tutto il resto della società, oggi come ai tempi di Al Capone. Afferma una verità amara, che pochi vogliono ascoltare: l’economia illegale ha dato sollievo a buona parte dell’economia legale, anche e soprattutto al Nord. Ma è un sollievo passeggero, illusorio; si trasforma in un cappio che, mentre la recessione avanza, si stringe intorno al collo delle persone. E minaccia la nostra democrazia.

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Gli emigrati

Quattro personaggi intrecciano negli Emigrati la loro vita con quella dell’autore: Henry Selwyn, brillante chirurgo e uomo di mondo, ritiratosi in tarda età nella torre di una casa della campagna inglese dove Sebald affitta in gioventù un appartamento; Paul Bereyter, promeneur walseriano e maestro elementare del futuro scrittore in una scuola di paese; il prozio Ambros Adelwarth, cameriere negli hotel di lusso di mezzo mondo e maggiordomo presso l’alta società; il pittore Max Ferber, compagno di lunghe conversazioni serali a Manchester. Quattro personaggi legati alle vicende del popolo ebraico, spaesati ed errabondi, di cui Sebald ripercorre il cammino andando in cerca di amici e testimoni, diari, documenti, ritagli di giornali, fotografie, cartoline, e intessendo come sempre parola e immagine fotografica in un’investigazione che è anche indagine sul proprio sradicamento. Se in Austerlitz Sebald si ritrarrà sullo sfondo, qui è egli stesso a prendere in mano il filo del ricordo, dispiegando una struggente sinfonia dei senza casa: dall’inizio in sordina del primo movimento, lacerato da uno sparo finale, al corpo ascetico del maestro Bereyter disteso sopra i binari, con l’abetaia innevata sullo sfondo, alla storia di Ambros Adelwarth, dove il tripudio di luci, profumi, colori declina nelle atmosfere cupe di una clinica psichiatrica, fino al lento ripiegarsi di una vita fra le brume di Manchester, nelle penombre dei pub al porto o dell’atelier dove Ferber disegna e cancella senza tregua la propria opera.

Quattro personaggi intrecciano negli Emigrati la loro vita con quella dell’autore: Henry Selwyn, brillante chirurgo e uomo di mondo, ritiratosi in tarda età nella torre di una casa della campagna inglese dove Sebald affitta in gioventù un appartamento; Paul Bereyter, promeneur walseriano e maestro elementare del futuro scrittore in una scuola di paese; il prozio Ambros Adelwarth, cameriere negli hotel di lusso di mezzo mondo e maggiordomo presso l’alta società; il pittore Max Ferber, compagno di lunghe conversazioni serali a Manchester. Quattro personaggi legati alle vicende del popolo ebraico, spaesati ed errabondi, di cui Sebald ripercorre il cammino andando in cerca di amici e testimoni, diari, documenti, ritagli di giornali, fotografie, cartoline, e intessendo come sempre parola e immagine fotografica in un’investigazione che è anche indagine sul proprio sradicamento. Se in Austerlitz Sebald si ritrarrà sullo sfondo, qui è egli stesso a prendere in mano il filo del ricordo, dispiegando una struggente sinfonia dei senza casa: dall’inizio in sordina del primo movimento, lacerato da uno sparo finale, al corpo ascetico del maestro Bereyter disteso sopra i binari, con l’abetaia innevata sullo sfondo, alla storia di Ambros Adelwarth, dove il tripudio di luci, profumi, colori declina nelle atmosfere cupe di una clinica psichiatrica, fino al lento ripiegarsi di una vita fra le brume di Manchester, nelle penombre dei pub al porto o dell’atelier dove Ferber disegna e cancella senza tregua la propria opera.

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Giocare da uomo

La notte del 22 maggio 2010, quando l’Inter di Mourinho sale sul tetto d’Europa e conquista la sua terza Champions League, a sollevare per primo quel trofeo così a lungo inseguito non può che essere il capitano di tante battaglie, Javier Zanetti.
Arrivato da giovane sconosciuto alla corte del presidente Moratti, nel lontano 1995, Zanetti ha legato in modo indissolubile la propria carriera alla maglia nerazzurra, ultima «bandiera» in un calcio dove i grandi campioni sono spesso fuoriclasse senza radici. Tutti, compagni e allenatori, tifosi e avversari, insieme alle qualità tecniche ammirano la tenacia e la costanza che mette in partita: oggi come vent’anni fa, per lui l’entusiasmo è sempre lo stesso, corsa e cuore, salire palla al piede a centrocampo e puntare l’uomo, macinare chilometri su chilometri sulla fascia.
Del resto il suo soprannome è «El Tractor», il trattore.
Un campione in campo e fuori dal campo, Zanetti ha creato la Fondazione Pupi per aiutare bambini e ragazzi disagiati di quei barrios di Buenos Aires dove è cresciuto e dove, per aiutare la famiglia, lavorava come muratore insieme al padre o consegnava il latte alzandosi alle tre del mattino.
Nella notte del trionfo al Santiago Bernabeu di Madrid, qualcuno fatica a riconoscere in quel volto pazzo di gioia, con la coppa appena conquistata a mo’ di cappello, l’autorevole capitano capace in campo di parlare con l’esempio più che con le urla, il campione tranquillo che tutti considerano erede di un altro grande capitano della storia interista, Giacinto Facchetti.
Forse perché non sanno che Javier Zanetti, ciuffo da bravo ragazzo, serio, determinato, «fortunato e felice» come si definisce ripensando alla sua eccezionale avventura sportiva, nasconde un po’ di quel Dna di follia della sua unica grande squadra, la Pazza Inter con cui ha sofferto, perduto e vinto. E il cui orgoglio per i tanti trofei conquistati – fra tutti, lo storico Triplete – nessuno potrà mai cancellare.
Ripercorrendo con Gianni Riotta la propria carriera, Zanetti mette da parte il personaggio pubblico e si racconta «a tutto campo», rivivendo la Partita Infinita di un ragazzino che a Buenos Aires giocava su campetti fangosi e che a quarant’anni ha vinto tutto. Ma non ha mai dimenticato che, se è arrivato ad alzare in alto quella coppa, lo deve ai valori in cui crede, la fatica, il lavoro, la famiglia. Perché per correre dietro a ragazzi che hanno la metà dei tuoi anni non basta avere fiato, ci vuole il carattere di un vero uomo.

La notte del 22 maggio 2010, quando l’Inter di Mourinho sale sul tetto d’Europa e conquista la sua terza Champions League, a sollevare per primo quel trofeo così a lungo inseguito non può che essere il capitano di tante battaglie, Javier Zanetti.
Arrivato da giovane sconosciuto alla corte del presidente Moratti, nel lontano 1995, Zanetti ha legato in modo indissolubile la propria carriera alla maglia nerazzurra, ultima «bandiera» in un calcio dove i grandi campioni sono spesso fuoriclasse senza radici. Tutti, compagni e allenatori, tifosi e avversari, insieme alle qualità tecniche ammirano la tenacia e la costanza che mette in partita: oggi come vent’anni fa, per lui l’entusiasmo è sempre lo stesso, corsa e cuore, salire palla al piede a centrocampo e puntare l’uomo, macinare chilometri su chilometri sulla fascia.
Del resto il suo soprannome è «El Tractor», il trattore.
Un campione in campo e fuori dal campo, Zanetti ha creato la Fondazione Pupi per aiutare bambini e ragazzi disagiati di quei barrios di Buenos Aires dove è cresciuto e dove, per aiutare la famiglia, lavorava come muratore insieme al padre o consegnava il latte alzandosi alle tre del mattino.
Nella notte del trionfo al Santiago Bernabeu di Madrid, qualcuno fatica a riconoscere in quel volto pazzo di gioia, con la coppa appena conquistata a mo’ di cappello, l’autorevole capitano capace in campo di parlare con l’esempio più che con le urla, il campione tranquillo che tutti considerano erede di un altro grande capitano della storia interista, Giacinto Facchetti.
Forse perché non sanno che Javier Zanetti, ciuffo da bravo ragazzo, serio, determinato, «fortunato e felice» come si definisce ripensando alla sua eccezionale avventura sportiva, nasconde un po’ di quel Dna di follia della sua unica grande squadra, la Pazza Inter con cui ha sofferto, perduto e vinto. E il cui orgoglio per i tanti trofei conquistati – fra tutti, lo storico Triplete – nessuno potrà mai cancellare.
Ripercorrendo con Gianni Riotta la propria carriera, Zanetti mette da parte il personaggio pubblico e si racconta «a tutto campo», rivivendo la Partita Infinita di un ragazzino che a Buenos Aires giocava su campetti fangosi e che a quarant’anni ha vinto tutto. Ma non ha mai dimenticato che, se è arrivato ad alzare in alto quella coppa, lo deve ai valori in cui crede, la fatica, il lavoro, la famiglia. Perché per correre dietro a ragazzi che hanno la metà dei tuoi anni non basta avere fiato, ci vuole il carattere di un vero uomo.

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Francesco e i burattini

Tutti i momenti importanti della vita di Francesco d’Assisi furono spettacolo, parole cantate o gridate, gesti da magnifico attore-regista. E un testo teatrale – pieno di invenzioni ed emozioni – sembra davvero l’unica forma in grado di spiegare Francesco senza fargli torto.Sul palcoscenico Igor Sibaldi ricostruisce, qui, le tensioni che produsse il nuovo modo francescano di intendere il Cristianesimo, le grandi aperture che avrebbe potuto avere, l’amicizia con il sultano, l’amore-conflitto con Chiara. E fa emergere i demoni che, da sempre, alimentano negli uomini la paura del cambiamento e della grandezza.Un frate disperso narra la vita e il pensiero di Francesco d’Assisi in uno spettacolo di burattini. Vuole far sapere come andò davvero, e come venne dimenticato l’insegnamento dello straordinario santo-filosofo-poeta. Ragioni di Stato, ragioni di famiglia, ragioni religiose e, soprattutto, paure si scontrano con un uomo che esortava tutti a essere semplicemente se stessi.Francesco viene travolto e sconfitto, ma davvero, tutti i suoi avversari appaiono, in confronto a lui, come burattini mossi da altre forze, e non dalla propria libera volontà. **
### Sinossi
Tutti i momenti importanti della vita di Francesco d’Assisi furono spettacolo, parole cantate o gridate, gesti da magnifico attore-regista. E un testo teatrale – pieno di invenzioni ed emozioni – sembra davvero l’unica forma in grado di spiegare Francesco senza fargli torto.Sul palcoscenico Igor Sibaldi ricostruisce, qui, le tensioni che produsse il nuovo modo francescano di intendere il Cristianesimo, le grandi aperture che avrebbe potuto avere, l’amicizia con il sultano, l’amore-conflitto con Chiara. E fa emergere i demoni che, da sempre, alimentano negli uomini la paura del cambiamento e della grandezza.Un frate disperso narra la vita e il pensiero di Francesco d’Assisi in uno spettacolo di burattini. Vuole far sapere come andò davvero, e come venne dimenticato l’insegnamento dello straordinario santo-filosofo-poeta. Ragioni di Stato, ragioni di famiglia, ragioni religiose e, soprattutto, paure si scontrano con un uomo che esortava tutti a essere semplicemente se stessi.Francesco viene travolto e sconfitto, ma davvero, tutti i suoi avversari appaiono, in confronto a lui, come burattini mossi da altre forze, e non dalla propria libera volontà.

Tutti i momenti importanti della vita di Francesco d’Assisi furono spettacolo, parole cantate o gridate, gesti da magnifico attore-regista. E un testo teatrale – pieno di invenzioni ed emozioni – sembra davvero l’unica forma in grado di spiegare Francesco senza fargli torto.Sul palcoscenico Igor Sibaldi ricostruisce, qui, le tensioni che produsse il nuovo modo francescano di intendere il Cristianesimo, le grandi aperture che avrebbe potuto avere, l’amicizia con il sultano, l’amore-conflitto con Chiara. E fa emergere i demoni che, da sempre, alimentano negli uomini la paura del cambiamento e della grandezza.Un frate disperso narra la vita e il pensiero di Francesco d’Assisi in uno spettacolo di burattini. Vuole far sapere come andò davvero, e come venne dimenticato l’insegnamento dello straordinario santo-filosofo-poeta. Ragioni di Stato, ragioni di famiglia, ragioni religiose e, soprattutto, paure si scontrano con un uomo che esortava tutti a essere semplicemente se stessi.Francesco viene travolto e sconfitto, ma davvero, tutti i suoi avversari appaiono, in confronto a lui, come burattini mossi da altre forze, e non dalla propria libera volontà. **
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Tutti i momenti importanti della vita di Francesco d’Assisi furono spettacolo, parole cantate o gridate, gesti da magnifico attore-regista. E un testo teatrale – pieno di invenzioni ed emozioni – sembra davvero l’unica forma in grado di spiegare Francesco senza fargli torto.Sul palcoscenico Igor Sibaldi ricostruisce, qui, le tensioni che produsse il nuovo modo francescano di intendere il Cristianesimo, le grandi aperture che avrebbe potuto avere, l’amicizia con il sultano, l’amore-conflitto con Chiara. E fa emergere i demoni che, da sempre, alimentano negli uomini la paura del cambiamento e della grandezza.Un frate disperso narra la vita e il pensiero di Francesco d’Assisi in uno spettacolo di burattini. Vuole far sapere come andò davvero, e come venne dimenticato l’insegnamento dello straordinario santo-filosofo-poeta. Ragioni di Stato, ragioni di famiglia, ragioni religiose e, soprattutto, paure si scontrano con un uomo che esortava tutti a essere semplicemente se stessi.Francesco viene travolto e sconfitto, ma davvero, tutti i suoi avversari appaiono, in confronto a lui, come burattini mossi da altre forze, e non dalla propria libera volontà.

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Fino in fondo

Quando, in un corridoio di Westminster, Yvonne Carmichael incontra lo sguardo ipnotico di un uomo elegante, sicuro di sé, non sospetta che la sua vita sta per cambiare in modo radicale. A 52 anni, Yvonne è una donna attraente, una scienziata brillante nel campo della genetica, ha una bella casa, un buon marito, due figli adulti e una cerchia di amici fedeli. Ma in un istante decide di seguire lo sconosciuto nella cappella della cripta del Parlamento, e di abbandonarsi con lui a una torrida seduta di sesso, senza parole, senza nomi, e – pensa la donna – senza seguito.
Invece un seguito ci sarà: la relazione continua, clandestina, episodica, resa ancora più eccitante dal mistero che circonda la professione del bel seduttore. Il romanzo che leggiamo è la cronaca di quello che diventa presto passione, poi amore, e che Yvonne affida a tarda notte al file di un computer, rivolgendosi all’amante senza nome.
L’idea di poter controllare la relazione adulterina e condurre una doppia vita sentimentale si rivela presto illusoria, perché l’uomo adora fare sesso nei luoghi più impensati, anche pubblici, per esempio in fondo a un vicolo accanto a un centro convegni dove Yvonne è attesa per una festa. Il collega che la vede comparire dal fondo di Apple Tree Yard aggiustandosi i vestiti, con il viso e gli occhi luminosi, capisce, la attira in una trappola e la violenta, aiutato dalla notevole quantità di cocktail ingeriti. Poi dà inizio a un vero e proprio stalking, terrorizzando la sua vittima, che ricorre all’aiuto dell’amante, con conseguenze tragiche. Infatti per poche, intense pagine all’inizio del romanzo troviamo i due innamorati in un’aula dell’Old Bailey, imputati di omicidio volontario, e da un certo punto in poi il romanzo continua come un vero legal thriller che tiene con il fiato sospeso anche il lettore abituato a divorare le storie di John Grisham o Scott Turow. Con la differenza che Louise Doughty non ha bisogno di inventare trame complicate e improbabili per raccontare il delitto e le sue conseguenze: le basta una profonda conoscenza dell’animo femminile e della sua totale diversità da quello maschile.
Senza facili sentimentalismi, con una scrittura appassionata e fluviale, Doughty riesce nella difficile impresa di coniugare una storia di sesso e amore con quella di un processo dagli esiti imprevedibili. Lasciando alle ultime pagine la rivelazione della verità che la cronaca di Yvonne nasconde sotto un velo di ambiguità per tutto il romanzo.

Quando, in un corridoio di Westminster, Yvonne Carmichael incontra lo sguardo ipnotico di un uomo elegante, sicuro di sé, non sospetta che la sua vita sta per cambiare in modo radicale. A 52 anni, Yvonne è una donna attraente, una scienziata brillante nel campo della genetica, ha una bella casa, un buon marito, due figli adulti e una cerchia di amici fedeli. Ma in un istante decide di seguire lo sconosciuto nella cappella della cripta del Parlamento, e di abbandonarsi con lui a una torrida seduta di sesso, senza parole, senza nomi, e – pensa la donna – senza seguito.
Invece un seguito ci sarà: la relazione continua, clandestina, episodica, resa ancora più eccitante dal mistero che circonda la professione del bel seduttore. Il romanzo che leggiamo è la cronaca di quello che diventa presto passione, poi amore, e che Yvonne affida a tarda notte al file di un computer, rivolgendosi all’amante senza nome.
L’idea di poter controllare la relazione adulterina e condurre una doppia vita sentimentale si rivela presto illusoria, perché l’uomo adora fare sesso nei luoghi più impensati, anche pubblici, per esempio in fondo a un vicolo accanto a un centro convegni dove Yvonne è attesa per una festa. Il collega che la vede comparire dal fondo di Apple Tree Yard aggiustandosi i vestiti, con il viso e gli occhi luminosi, capisce, la attira in una trappola e la violenta, aiutato dalla notevole quantità di cocktail ingeriti. Poi dà inizio a un vero e proprio stalking, terrorizzando la sua vittima, che ricorre all’aiuto dell’amante, con conseguenze tragiche. Infatti per poche, intense pagine all’inizio del romanzo troviamo i due innamorati in un’aula dell’Old Bailey, imputati di omicidio volontario, e da un certo punto in poi il romanzo continua come un vero legal thriller che tiene con il fiato sospeso anche il lettore abituato a divorare le storie di John Grisham o Scott Turow. Con la differenza che Louise Doughty non ha bisogno di inventare trame complicate e improbabili per raccontare il delitto e le sue conseguenze: le basta una profonda conoscenza dell’animo femminile e della sua totale diversità da quello maschile.
Senza facili sentimentalismi, con una scrittura appassionata e fluviale, Doughty riesce nella difficile impresa di coniugare una storia di sesso e amore con quella di un processo dagli esiti imprevedibili. Lasciando alle ultime pagine la rivelazione della verità che la cronaca di Yvonne nasconde sotto un velo di ambiguità per tutto il romanzo.

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EROTICA LUSSURIA – RACCONTI EROTICI Di Sesso E Perversioni (Italian Edition)

EROTICA LUSSURIA – RACCONTI EROTICI di sesso e perversioni
A CURA DI Andrej Kobalsky
Vietato ai minori
“Mi hai legata. Lo sai che mi piace, lo so che ti piace. Oramai non ne posso più fare a meno. L’hai fatto la prima volta che ci siamo rincontrati: eri stato particolarmente audace, considerando il fatto che non ci vedevamo più da oltre otto anni. Ricordo che mi lasciasti dei lunghi segni rossi sui polsi che faticai a nascondere sotto le maniche del tailleur. Non so per quale ragione, ma rimasi quasi dispiaciuta quando sparirono. Poi comprasti questo paio di polsiere in cuoio: alte, morbide, in qualche modo addirittura eleganti. A volte penso che mi stiano talmente ben addosso che potrei portarle tutto il giorno, come un monile. Penso che ti piacerebbe se lo facessi: ti sentiresti lusingato che io esibissi i simboli del tuo possesso ma sai bene che non è così. Non te lo concederei se tu non fossi alla mia altezza.
Ecco, mi hai stretto le fibbie attorno ai polsi, mi hai legato le mani alla spalliera del tuo letto. Adesso sono nuda, con le braccia aperte e immobili. No, non sono nuda. Ho scelto di mettermi addosso ciò che mi piace, ciò che ti piace: le mie calze, la tua collana. E i miei stivali….”

EROTICA LUSSURIA – RACCONTI EROTICI di sesso e perversioni
A CURA DI Andrej Kobalsky
Vietato ai minori
“Mi hai legata. Lo sai che mi piace, lo so che ti piace. Oramai non ne posso più fare a meno. L’hai fatto la prima volta che ci siamo rincontrati: eri stato particolarmente audace, considerando il fatto che non ci vedevamo più da oltre otto anni. Ricordo che mi lasciasti dei lunghi segni rossi sui polsi che faticai a nascondere sotto le maniche del tailleur. Non so per quale ragione, ma rimasi quasi dispiaciuta quando sparirono. Poi comprasti questo paio di polsiere in cuoio: alte, morbide, in qualche modo addirittura eleganti. A volte penso che mi stiano talmente ben addosso che potrei portarle tutto il giorno, come un monile. Penso che ti piacerebbe se lo facessi: ti sentiresti lusingato che io esibissi i simboli del tuo possesso ma sai bene che non è così. Non te lo concederei se tu non fossi alla mia altezza.
Ecco, mi hai stretto le fibbie attorno ai polsi, mi hai legato le mani alla spalliera del tuo letto. Adesso sono nuda, con le braccia aperte e immobili. No, non sono nuda. Ho scelto di mettermi addosso ciò che mi piace, ciò che ti piace: le mie calze, la tua collana. E i miei stivali….”

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Discorso Sulla Servitù Volontaria

“(…) vorrei solo comprendere come è possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante città e nazioni tollerino talvolta un solo tiranno, che non ha altro potere che quello che gli danno; che ha il potere di nuocere loro solo finché essi possono sopportarlo; che non potrebbe far loro alcun male, se non quando essi preferiscono sopportarlo piuttosto che contraddirlo. È davvero sorprendente, e tuttavia così comune che c’è più da dispiacersi che da stupirsi nel vedere milioni e milioni di uomini servire miserevolmente, col collo sotto il giogo, non costretti da una forza più grande, ma perché sembra siano ammaliati e affascinati dal nome solo di uno, di cui non dovrebbero temere la potenza, visto che è solo, né amare le qualità, visto che nei loro confronti è inumano e selvaggio.” Étienne De La Boétie (1530-1563) è stato un uomo politico, scrittore, filosofo e giurista. Ricoprì la carica di consigliere al parlamento di Bordeaux nel periodo degli scontri religiosi in seguito al diffondersi della riforma protestante. Nel 1560 è in-caricato di una missione segreta di riconciliazione religiosa presso Caterina de’ Medici. È nota la sua amicizia con Montaigne, il quale la descriverà nei suoi Saggi. Dopo essersi am-malato, a trentatré anni morì tra le braccia dell’amico al quale, col suo testamento, aveva lasciato i propri scritti. Montaigne, seppur con reticenze ed ambiguità, si incaricherà di pubblicare i suoi scritti. Il Discorso sulla servitù volontaria ha visto nella sua storia numerose edizioni clandestine e non, la traduzione che presentiamo è basata sul “Manoscritto di Mesmes” presente nella biblioteca di Montaigne.

“(…) vorrei solo comprendere come è possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante città e nazioni tollerino talvolta un solo tiranno, che non ha altro potere che quello che gli danno; che ha il potere di nuocere loro solo finché essi possono sopportarlo; che non potrebbe far loro alcun male, se non quando essi preferiscono sopportarlo piuttosto che contraddirlo. È davvero sorprendente, e tuttavia così comune che c’è più da dispiacersi che da stupirsi nel vedere milioni e milioni di uomini servire miserevolmente, col collo sotto il giogo, non costretti da una forza più grande, ma perché sembra siano ammaliati e affascinati dal nome solo di uno, di cui non dovrebbero temere la potenza, visto che è solo, né amare le qualità, visto che nei loro confronti è inumano e selvaggio.” Étienne De La Boétie (1530-1563) è stato un uomo politico, scrittore, filosofo e giurista. Ricoprì la carica di consigliere al parlamento di Bordeaux nel periodo degli scontri religiosi in seguito al diffondersi della riforma protestante. Nel 1560 è in-caricato di una missione segreta di riconciliazione religiosa presso Caterina de’ Medici. È nota la sua amicizia con Montaigne, il quale la descriverà nei suoi Saggi. Dopo essersi am-malato, a trentatré anni morì tra le braccia dell’amico al quale, col suo testamento, aveva lasciato i propri scritti. Montaigne, seppur con reticenze ed ambiguità, si incaricherà di pubblicare i suoi scritti. Il Discorso sulla servitù volontaria ha visto nella sua storia numerose edizioni clandestine e non, la traduzione che presentiamo è basata sul “Manoscritto di Mesmes” presente nella biblioteca di Montaigne.

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Con la scusa dell’amore

«È una battaglia che si vuole combattere davvero?» rispondono Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker a chi chiede cosa si può fare per sconfiggere la violenza sulle donne. Loro questa battaglia la combattono da sei anni, da quando hanno fondato Doppia Difesa. Sei anni di impegno intensissimo e di riflettori accesi su una drammatica realtà per troppo tempo ignorata. Sulla base di esperienze innanzitutto personali, alcune raccontate qui per la prima volta, Bongiorno e Hunziker spiegano come la violenza si possa estirpare soltanto agendo sulla discriminazione che ne è l’anticamera. Le loro storie, e quelle delle vittime incontrate, ascoltate, difese, evidenziano infatti punti deboli e contraddizioni di una società in cui le donne faticano a credere in se stesse e a essere solidali, in cui spesso sono costrette a scegliere tra lavoro e famiglia (anche per la scarsa collaborazione di mariti e compagni), in cui ancora si pensa che esistano lavori «da uomini», in cui parole come «stalking» e «femminicidio» sono tristemente all’ordine del giorno. Ecco perché è necessaria una ri-educazione civile, intellettuale e sentimentale – in famiglia, a scuola, sul lavoro – imperniata su uguaglianza e rispetto, degli altri e di sé. Solo se riusciamo a cambiare i nostri comportamenti possiamo contribuire a un cambiamento più grande. Un cambiamento che la legge può e deve accompagnare.

«È una battaglia che si vuole combattere davvero?» rispondono Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker a chi chiede cosa si può fare per sconfiggere la violenza sulle donne. Loro questa battaglia la combattono da sei anni, da quando hanno fondato Doppia Difesa. Sei anni di impegno intensissimo e di riflettori accesi su una drammatica realtà per troppo tempo ignorata. Sulla base di esperienze innanzitutto personali, alcune raccontate qui per la prima volta, Bongiorno e Hunziker spiegano come la violenza si possa estirpare soltanto agendo sulla discriminazione che ne è l’anticamera. Le loro storie, e quelle delle vittime incontrate, ascoltate, difese, evidenziano infatti punti deboli e contraddizioni di una società in cui le donne faticano a credere in se stesse e a essere solidali, in cui spesso sono costrette a scegliere tra lavoro e famiglia (anche per la scarsa collaborazione di mariti e compagni), in cui ancora si pensa che esistano lavori «da uomini», in cui parole come «stalking» e «femminicidio» sono tristemente all’ordine del giorno. Ecco perché è necessaria una ri-educazione civile, intellettuale e sentimentale – in famiglia, a scuola, sul lavoro – imperniata su uguaglianza e rispetto, degli altri e di sé. Solo se riusciamo a cambiare i nostri comportamenti possiamo contribuire a un cambiamento più grande. Un cambiamento che la legge può e deve accompagnare.

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Come convincere gli altri a fare quello che vuoi e farti amare per questo

Con il suo solito stile divertente e accattivante, Henrik Fexeus insegna a esercitare il controllo e a indirizzare le opinioni e i comportamenti degli altri per raggiungere i propri obiettivi. In quest’opera l’autore prende per mano il lettore e lo guida passo passo nell’apprendimento di 64 tecniche che possono essere usate in ogni ambito della vita quotidiana e lavorativa. Il libro è presentato come un videogioco, in cui ogni parte, ogni mossa, conduce al livello successivo. Partecipando al Gioco del potere di Fexeus si apprende a: usare meccanismi psicologici universali per influenzare lo stato mentale degli interlocutori; guadagnare la fiducia degli altri con un uso efficace della comunicazione verbale; creare un ambiente armonico in cui le persone siano spinte a collaborare con noi; affrontare chi si mostra ostile o pone ostacoli al raggiungimento dei propri obiettivi. **
### Sinossi
Con il suo solito stile divertente e accattivante, Henrik Fexeus insegna a esercitare il controllo e a indirizzare le opinioni e i comportamenti degli altri per raggiungere i propri obiettivi. In quest’opera l’autore prende per mano il lettore e lo guida passo passo nell’apprendimento di 64 tecniche che possono essere usate in ogni ambito della vita quotidiana e lavorativa. Il libro è presentato come un videogioco, in cui ogni parte, ogni mossa, conduce al livello successivo. Partecipando al Gioco del potere di Fexeus si apprende a: usare meccanismi psicologici universali per influenzare lo stato mentale degli interlocutori; guadagnare la fiducia degli altri con un uso efficace della comunicazione verbale; creare un ambiente armonico in cui le persone siano spinte a collaborare con noi; affrontare chi si mostra ostile o pone ostacoli al raggiungimento dei propri obiettivi.

Con il suo solito stile divertente e accattivante, Henrik Fexeus insegna a esercitare il controllo e a indirizzare le opinioni e i comportamenti degli altri per raggiungere i propri obiettivi. In quest’opera l’autore prende per mano il lettore e lo guida passo passo nell’apprendimento di 64 tecniche che possono essere usate in ogni ambito della vita quotidiana e lavorativa. Il libro è presentato come un videogioco, in cui ogni parte, ogni mossa, conduce al livello successivo. Partecipando al Gioco del potere di Fexeus si apprende a: usare meccanismi psicologici universali per influenzare lo stato mentale degli interlocutori; guadagnare la fiducia degli altri con un uso efficace della comunicazione verbale; creare un ambiente armonico in cui le persone siano spinte a collaborare con noi; affrontare chi si mostra ostile o pone ostacoli al raggiungimento dei propri obiettivi. **
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Con il suo solito stile divertente e accattivante, Henrik Fexeus insegna a esercitare il controllo e a indirizzare le opinioni e i comportamenti degli altri per raggiungere i propri obiettivi. In quest’opera l’autore prende per mano il lettore e lo guida passo passo nell’apprendimento di 64 tecniche che possono essere usate in ogni ambito della vita quotidiana e lavorativa. Il libro è presentato come un videogioco, in cui ogni parte, ogni mossa, conduce al livello successivo. Partecipando al Gioco del potere di Fexeus si apprende a: usare meccanismi psicologici universali per influenzare lo stato mentale degli interlocutori; guadagnare la fiducia degli altri con un uso efficace della comunicazione verbale; creare un ambiente armonico in cui le persone siano spinte a collaborare con noi; affrontare chi si mostra ostile o pone ostacoli al raggiungimento dei propri obiettivi.

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