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Attrazione naturale

2 ROMANZI IN 1 –
GIOCHI DI COPPIA di Natalie Anderson
Amanda Winchester doveva capire subito che aver incontrato in aereo Jared James, il ragazzo che le aveva rubato il cuore tempo addietro, non era un buon auspicio. Purtroppo, infatti, è lui il cliente da conquistare per l’agenzia pubblicitaria per cui lavora. Conquistare in tutti i sensi e… con tutti i sensi.
SAFARI DI PASSIONE di Natalie Anderson
Ana rimane sorpresa di incontrare il suo quasi ex marito Sebastian durante un safari in Africa. Prima di firmare le carte del divorzio, infatti, Seb l’ha seguita per tentare di riconquistarla. E sembra che i tramonti africani e la tenda che si trovano a condividere giochino a suo favore. Poi, però, la vacanza finisce. La passione che si è risvegliata tra loro resisterà ai colpi della cruda realtà?

2 ROMANZI IN 1 –
GIOCHI DI COPPIA di Natalie Anderson
Amanda Winchester doveva capire subito che aver incontrato in aereo Jared James, il ragazzo che le aveva rubato il cuore tempo addietro, non era un buon auspicio. Purtroppo, infatti, è lui il cliente da conquistare per l’agenzia pubblicitaria per cui lavora. Conquistare in tutti i sensi e… con tutti i sensi.
SAFARI DI PASSIONE di Natalie Anderson
Ana rimane sorpresa di incontrare il suo quasi ex marito Sebastian durante un safari in Africa. Prima di firmare le carte del divorzio, infatti, Seb l’ha seguita per tentare di riconquistarla. E sembra che i tramonti africani e la tenda che si trovano a condividere giochino a suo favore. Poi, però, la vacanza finisce. La passione che si è risvegliata tra loro resisterà ai colpi della cruda realtà?

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Valzer ribelle

Banner Clairmont respingeva l’idea di vendere Jasmine Hall, la sua magnifica tenuta, anche ad un acquirente affascinante come Rory Stewart. Però, mentre lo accompagnava nella visita alla sua proprietà, Banner avvertì, misteriosamente, che la sua dimora sembrava voler dare il benvenuto a quell’ospite.
La sera ci sarebbe stato un ballo in costume: soldati ribelli accompagnati da dame in crinolina. E Rory, che era rimasto incantato dalla sua affascinante guida, decise che avrebbe dovuto scoprire il mistero di Jasmine Hall, prima di amarne la proprietaria.
Poi, a mezzanotte, il destino li unì in un valzer. E un’antica leggenda diceva che chi avesse ballato l’ultimo valzer sarebbe vissuto per sempre a Jasmine Hall…

Banner Clairmont respingeva l’idea di vendere Jasmine Hall, la sua magnifica tenuta, anche ad un acquirente affascinante come Rory Stewart. Però, mentre lo accompagnava nella visita alla sua proprietà, Banner avvertì, misteriosamente, che la sua dimora sembrava voler dare il benvenuto a quell’ospite.
La sera ci sarebbe stato un ballo in costume: soldati ribelli accompagnati da dame in crinolina. E Rory, che era rimasto incantato dalla sua affascinante guida, decise che avrebbe dovuto scoprire il mistero di Jasmine Hall, prima di amarne la proprietaria.
Poi, a mezzanotte, il destino li unì in un valzer. E un’antica leggenda diceva che chi avesse ballato l’ultimo valzer sarebbe vissuto per sempre a Jasmine Hall…

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Una Pinta D’Inchiostro Irlandese

Questo romanzo rivelò Flann O’Brien nel 1939, l’anno di “Finnegans Wake” (e Joyce riconobbe subito in lui «un vero scrittore»). Oggi sappiamo che con questo libro cominciava a spuntare un nuovo, inconfondibile ramo nel grande albero irlandese della follia e della letteratura. Ma Flann O’Brien, bisogna aggiungere, non somiglia che a se stesso. «Come Dio, occorre definirlo con una tautologia» scrisse di lui Anthony Burgess. I non pochi lettori che hanno già amato “Il terzo poliziotto” ritroveranno qui il sapore di un singolare, allarmante humour nero, surreale e iperreale, imperturbabile nella sua capacità di sconvolgere a ogni passo le carte dell’immaginazione. Non sarebbe urbano chiedere a qualcuno di raccontare la trama di un romanzo di Flann O’Brien. Basterà quindi dire, per chiarire le cose, che si tratta di un romanzo-dentro-un-romanzo-dentro-un-romanzo, che è esilarante, che contiene parodie di un vasto numero di generi letterari – dalla poesia dei bardi gaelici alla disputa erudita – e che Dylan Thomas lo consigliava come «il libro giusto da regalare alla propria sorella se è una sporca ubriacona chiassosa». Infine: è un romanzo di alto virtuosismo linguistico, che ha avuto la fortuna di trovare in Italia il traduttore più congeniale che si potesse escogitare, per estro e umori: J. Rodolfo Wilcock. Alla fine di queste pagine, il lettore non mancherà di assentire pensosamente alle parole di Graham Greene: «Ho letto questo libro con passione e divertendomi dall’inizio alla fine, oltre che con quella specie di esultanza che si prova a teatro quando qualcuno sfascia delle porcellane sulla scena».

Questo romanzo rivelò Flann O’Brien nel 1939, l’anno di “Finnegans Wake” (e Joyce riconobbe subito in lui «un vero scrittore»). Oggi sappiamo che con questo libro cominciava a spuntare un nuovo, inconfondibile ramo nel grande albero irlandese della follia e della letteratura. Ma Flann O’Brien, bisogna aggiungere, non somiglia che a se stesso. «Come Dio, occorre definirlo con una tautologia» scrisse di lui Anthony Burgess. I non pochi lettori che hanno già amato “Il terzo poliziotto” ritroveranno qui il sapore di un singolare, allarmante humour nero, surreale e iperreale, imperturbabile nella sua capacità di sconvolgere a ogni passo le carte dell’immaginazione. Non sarebbe urbano chiedere a qualcuno di raccontare la trama di un romanzo di Flann O’Brien. Basterà quindi dire, per chiarire le cose, che si tratta di un romanzo-dentro-un-romanzo-dentro-un-romanzo, che è esilarante, che contiene parodie di un vasto numero di generi letterari – dalla poesia dei bardi gaelici alla disputa erudita – e che Dylan Thomas lo consigliava come «il libro giusto da regalare alla propria sorella se è una sporca ubriacona chiassosa». Infine: è un romanzo di alto virtuosismo linguistico, che ha avuto la fortuna di trovare in Italia il traduttore più congeniale che si potesse escogitare, per estro e umori: J. Rodolfo Wilcock. Alla fine di queste pagine, il lettore non mancherà di assentire pensosamente alle parole di Graham Greene: «Ho letto questo libro con passione e divertendomi dall’inizio alla fine, oltre che con quella specie di esultanza che si prova a teatro quando qualcuno sfascia delle porcellane sulla scena».

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Un Piccolo Sogno

Rachel Stone è appena arrivata a Salvation, una città che non ama e da cui è ricambiata con altrettanta cordiale ostilità. Ha la macchina in panne, il portafoglio vuoto e suo figlio di cinque anni che dorme sul sedile tra gli scatoloni del trasloco. Ma Rachel è una giovane vedova molto determinata, pronta a fare qualsiasi cosa pur di lasciarsi alle spalle un passato scandaloso. Qualsiasi cosa, tranne innamorarsi di nuovo. Eppure quando la sua vitalità invade i confini dello schivo Gabe Bonner, un uomo ostaggio dei suoi ricordi, la passione tra i due si accende contro ogni previsione, attirando le critiche dei soliti benpensanti. Benvenuti a Salvation, in Carolina del Nord, dove un uomo che ha smarrito la propria tenerezza incontra una donna con niente da perdere. Un luogo in cui i sogni potrebbero anche avverarsi.

Rachel Stone è appena arrivata a Salvation, una città che non ama e da cui è ricambiata con altrettanta cordiale ostilità. Ha la macchina in panne, il portafoglio vuoto e suo figlio di cinque anni che dorme sul sedile tra gli scatoloni del trasloco. Ma Rachel è una giovane vedova molto determinata, pronta a fare qualsiasi cosa pur di lasciarsi alle spalle un passato scandaloso. Qualsiasi cosa, tranne innamorarsi di nuovo. Eppure quando la sua vitalità invade i confini dello schivo Gabe Bonner, un uomo ostaggio dei suoi ricordi, la passione tra i due si accende contro ogni previsione, attirando le critiche dei soliti benpensanti. Benvenuti a Salvation, in Carolina del Nord, dove un uomo che ha smarrito la propria tenerezza incontra una donna con niente da perdere. Un luogo in cui i sogni potrebbero anche avverarsi.

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Un gomitolo di concause. Lettere a Pietro Citati

Nel 1956, allorché diventa consulente di Livio Garzanti, il giovane Citati non può sospettare che gli verrà affidato un compito impossibile: occuparsi del più impervio, moroso, nevrotico, geniale scrittore del Novecento, Carlo Emilio Gadda. Rapidamente, Citati ne conquista la fiducia: e a questo miracoloso soda­li­zio dobbiamo libri come il *Pasticciaccio* , *I viaggi la morte* , *Accoppiamenti giudiziosi*. Ma alle funzioni di editor Citati ne ha ben presto aggiunte di ancor più de­li­cate: quelle di confidente, consigliere, amico e gaddista militante – in altre parole, di *intermediario* fra l’Ingegnere e il mon­do. Ne è prova il lo­ro splendido carteggio, tutto da assaporare: rassicurato dalla dedizione e dal veemente impegno in suo favore di Citati, stimolato dalla vastità dei suoi interessi e dalla sua attività di critico, Gadda rompe gli argini, si abbandona a lettere ‘esorbitanti’ e ‘barocche’, di volta in volta ec­centrici saggi, nobili *poèmes en prose* , irresistibili bizze. Come quella, degna di *Verso la Certosa* , in cui rievoca per Citati la sua mania di architettare mentalmente «case e ville e castelli durante le lunghe camminate dell’infanzia e dell’adolescenza sugli stradali prealpini, nelle ore d’una fuggente serenità». O quella, strepitosa, in cui sfoga la sua rabbia contro Moravia e la Morante, colpevoli di averlo «sfiancato, rintronato e vilipeso», durante una cena a Trastevere, con la loro «cornacchiante erogazione di teoremi storiografici» – ossia con le accuse mosse alle borghesie. Si capirà allora come mai Citati abbia scritto che in ogni momento della vita di Gadda sembravano convergere «il passato … il presente, il futuro, la realtà, il sogno, il tragico, il comico, la colpa, il rimorso, l’immaginazione, il gioco, la follia…».

Nel 1956, allorché diventa consulente di Livio Garzanti, il giovane Citati non può sospettare che gli verrà affidato un compito impossibile: occuparsi del più impervio, moroso, nevrotico, geniale scrittore del Novecento, Carlo Emilio Gadda. Rapidamente, Citati ne conquista la fiducia: e a questo miracoloso soda­li­zio dobbiamo libri come il *Pasticciaccio* , *I viaggi la morte* , *Accoppiamenti giudiziosi*. Ma alle funzioni di editor Citati ne ha ben presto aggiunte di ancor più de­li­cate: quelle di confidente, consigliere, amico e gaddista militante – in altre parole, di *intermediario* fra l’Ingegnere e il mon­do. Ne è prova il lo­ro splendido carteggio, tutto da assaporare: rassicurato dalla dedizione e dal veemente impegno in suo favore di Citati, stimolato dalla vastità dei suoi interessi e dalla sua attività di critico, Gadda rompe gli argini, si abbandona a lettere ‘esorbitanti’ e ‘barocche’, di volta in volta ec­centrici saggi, nobili *poèmes en prose* , irresistibili bizze. Come quella, degna di *Verso la Certosa* , in cui rievoca per Citati la sua mania di architettare mentalmente «case e ville e castelli durante le lunghe camminate dell’infanzia e dell’adolescenza sugli stradali prealpini, nelle ore d’una fuggente serenità». O quella, strepitosa, in cui sfoga la sua rabbia contro Moravia e la Morante, colpevoli di averlo «sfiancato, rintronato e vilipeso», durante una cena a Trastevere, con la loro «cornacchiante erogazione di teoremi storiografici» – ossia con le accuse mosse alle borghesie. Si capirà allora come mai Citati abbia scritto che in ogni momento della vita di Gadda sembravano convergere «il passato … il presente, il futuro, la realtà, il sogno, il tragico, il comico, la colpa, il rimorso, l’immaginazione, il gioco, la follia…».

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Un dolce dittatore

“Perchè ti sei vestita così?”, mormorò Andres sfiorando con le dita il leggero tessuto di seta.
Sara non rispose. Preda di un vortice improvviso, gli cinse la vita e lo strinse a sè.
Ma no, non doveva…
Andres Sereno, capo carismatico della rivoluzione, si batte per la libertà della sua terra, Kadeira, e per la salvezza di Sara Marsh.
Per proteggere la donna dai terroristi e per convincerla a ricambiare il suo amore è costretto a rapirla.
E Sara, travolta dell’impetuosa passione di Sereno, gli si abbandona totalmente. Ma quell’uomo è undittatore spietato, perennemente in guerra, e la decisione di trascorrere accanto a lui il resto della vita non è poi così facile da prendere…

“Perchè ti sei vestita così?”, mormorò Andres sfiorando con le dita il leggero tessuto di seta.
Sara non rispose. Preda di un vortice improvviso, gli cinse la vita e lo strinse a sè.
Ma no, non doveva…
Andres Sereno, capo carismatico della rivoluzione, si batte per la libertà della sua terra, Kadeira, e per la salvezza di Sara Marsh.
Per proteggere la donna dai terroristi e per convincerla a ricambiare il suo amore è costretto a rapirla.
E Sara, travolta dell’impetuosa passione di Sereno, gli si abbandona totalmente. Ma quell’uomo è undittatore spietato, perennemente in guerra, e la decisione di trascorrere accanto a lui il resto della vita non è poi così facile da prendere…

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Stare Male Quando Va Tutto Bene (Stanchi Della Vita ?)

**Sente-se perdido, triste, sem coragem, angustiado? Pergunta-se por que sente-se mal quando tem “tudo para ser feliz”? Tem medo de ficar deprimido pelo resto da vida, de não ser capaz de sair disso sem ajuda? Teme nunca mais ser a mesma pessoa? Questiona sua normalidade?**
Então este livro é para você.
A depressão parece ser mais misteriosa e terrível do que é pelos inúmeros preconceitos e mal entendidos que são comumente difundidos. Longe de qualquer fatalismo, a autora, outrora deprimida e agora muito feliz, apresenta um ponto de vista reconfortante e cheio de bom senso sobre um fenômeno muito mais natural do que pensamos.
É uma leitura indispensável, como um sopro de ar puro.
*Ganhadora de seis prêmios literários e especialista em literatura moderna, Lucia Canovi consagra sua vida a suas paixões: a família e a literatura. Ela passou sete anos escrevendo “Cansou de Viver?”, livro que já se tornou uma referência, tendo mudado a vida de inúmeros leitores e já tem versões em inglês, espanhol, italiano, alemão, russo e japonês.*
“Cansou de Viver?” é composto por 13 volumes em kindle. Este é o volume 1.
\—————————————————————————–
Monica Bocaiuva é carioca, formada em jornalismo pela PUC-RJ e viveu nos Estados Unidos, Singapura e França. Após trinta anos trabalhando na área corporativa dedica-se agora a uma de suas grandes paixões, a tradução, ao lado da família e do ciclismo.

**Sente-se perdido, triste, sem coragem, angustiado? Pergunta-se por que sente-se mal quando tem “tudo para ser feliz”? Tem medo de ficar deprimido pelo resto da vida, de não ser capaz de sair disso sem ajuda? Teme nunca mais ser a mesma pessoa? Questiona sua normalidade?**
Então este livro é para você.
A depressão parece ser mais misteriosa e terrível do que é pelos inúmeros preconceitos e mal entendidos que são comumente difundidos. Longe de qualquer fatalismo, a autora, outrora deprimida e agora muito feliz, apresenta um ponto de vista reconfortante e cheio de bom senso sobre um fenômeno muito mais natural do que pensamos.
É uma leitura indispensável, como um sopro de ar puro.
*Ganhadora de seis prêmios literários e especialista em literatura moderna, Lucia Canovi consagra sua vida a suas paixões: a família e a literatura. Ela passou sete anos escrevendo “Cansou de Viver?”, livro que já se tornou uma referência, tendo mudado a vida de inúmeros leitores e já tem versões em inglês, espanhol, italiano, alemão, russo e japonês.*
“Cansou de Viver?” é composto por 13 volumes em kindle. Este é o volume 1.
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Monica Bocaiuva é carioca, formada em jornalismo pela PUC-RJ e viveu nos Estados Unidos, Singapura e França. Após trinta anos trabalhando na área corporativa dedica-se agora a uma de suas grandes paixões, a tradução, ao lado da família e do ciclismo.

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Sorriso straniero

In un primo momento Kelsey aveva cercato di sedurre Elizabeth Conner con uno scopo ben preciso: cercare di carpire alla ragazza notizie utili alle indagini che stava svolgendo.
Ma in breve tempo il suo interesse si trasforma in una passione più forte di quanto avrebbe immaginato.
Una passione alla quale la stessa Elizabeth non sa resistere, sebbene conosca appena il nome di quell’uomo che ha saputo conquistarla con un semplice sorriso…

In un primo momento Kelsey aveva cercato di sedurre Elizabeth Conner con uno scopo ben preciso: cercare di carpire alla ragazza notizie utili alle indagini che stava svolgendo.
Ma in breve tempo il suo interesse si trasforma in una passione più forte di quanto avrebbe immaginato.
Una passione alla quale la stessa Elizabeth non sa resistere, sebbene conosca appena il nome di quell’uomo che ha saputo conquistarla con un semplice sorriso…

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Saggio sulla negazione. Per un’antropologia linguistica

In ogni momento ricorriamo a una particella grammaticale dimessa e priva di blasone, senza sospettare che nella sua inappariscenza sia all’opera un dispositivo così potente da orchestrare l’intera significazione, e con essa il mondo. Quel connettivo sintattico è il ‘non’, di portata eguagliabile soltanto all’universale dello scambio, ossia il denaro. È la negazione a separare il pensiero verbale dalle prestazioni cognitive taciturne, come le sensazioni o le immagini mentali. Parlando di ciò che ‘non’ accade qui e ora o di proprietà ‘non’ riferibili a un certo oggetto, l’animale umano disattiva l’originaria empatia neurale, prelinguistica, si distanzia dalle prescrizioni del proprio corredo istintuale e accede a una socialità di secondo livello, negoziata e instabile, che istituisce la sfera pubblica. Il parlante infatti impara presto che l’enunciato negativo non è la controfigura linguistica di realtà sgradevoli o sentimenti distruttivi: mentre li rifiuta, dà loro un nome, li include. Effetto di incivilimento sempre esposto ad altre, insorgenti retroazioni antropologiche, secondo Paolo Virno, che sulla costitutiva negatività del linguaggio scrive un saggio-spartiacque. Da una paroletta riesce a dispiegare una inaspettata fenomenologia della coscienza negatrice. **

In ogni momento ricorriamo a una particella grammaticale dimessa e priva di blasone, senza sospettare che nella sua inappariscenza sia all’opera un dispositivo così potente da orchestrare l’intera significazione, e con essa il mondo. Quel connettivo sintattico è il ‘non’, di portata eguagliabile soltanto all’universale dello scambio, ossia il denaro. È la negazione a separare il pensiero verbale dalle prestazioni cognitive taciturne, come le sensazioni o le immagini mentali. Parlando di ciò che ‘non’ accade qui e ora o di proprietà ‘non’ riferibili a un certo oggetto, l’animale umano disattiva l’originaria empatia neurale, prelinguistica, si distanzia dalle prescrizioni del proprio corredo istintuale e accede a una socialità di secondo livello, negoziata e instabile, che istituisce la sfera pubblica. Il parlante infatti impara presto che l’enunciato negativo non è la controfigura linguistica di realtà sgradevoli o sentimenti distruttivi: mentre li rifiuta, dà loro un nome, li include. Effetto di incivilimento sempre esposto ad altre, insorgenti retroazioni antropologiche, secondo Paolo Virno, che sulla costitutiva negatività del linguaggio scrive un saggio-spartiacque. Da una paroletta riesce a dispiegare una inaspettata fenomenologia della coscienza negatrice. **

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Saggio Sulla Negazione

In ogni momento ricorriamo a una particella grammaticale dimessa e priva di blasone, senza sospettare che nella sua inappariscenza sia all’opera un dispositivo così potente da orchestrare l’intera significazione, e con essa il mondo. Quel connettivo sintattico è il ‘non’, di portata eguagliabile soltanto all’universale dello scambio, ossia il denaro. È la negazione a separare il pensiero verbale dalle prestazioni cognitive taciturne, come le sensazioni o le immagini mentali. Parlando di ciò che ‘non’ accade qui e ora o di proprietà ‘non’ riferibili a un certo oggetto, l’animale umano disattiva l’originaria empatia neurale, prelinguistica, si distanzia dalle prescrizioni del proprio corredo istintuale e accede a una socialità di secondo livello, negoziata e instabile, che istituisce la sfera pubblica. Il parlante infatti impara presto che l’enunciato negativo non è la controfigura linguistica di realtà sgradevoli o sentimenti distruttivi: mentre li rifiuta, dà loro un nome, li include. Effetto di incivilimento sempre esposto ad altre, insorgenti retroazioni antropologiche, secondo Paolo Virno, che sulla costitutiva negatività del linguaggio scrive un saggio-spartiacque. Da una paroletta riesce a dispiegare una inaspettata fenomenologia della coscienza negatrice.

In ogni momento ricorriamo a una particella grammaticale dimessa e priva di blasone, senza sospettare che nella sua inappariscenza sia all’opera un dispositivo così potente da orchestrare l’intera significazione, e con essa il mondo. Quel connettivo sintattico è il ‘non’, di portata eguagliabile soltanto all’universale dello scambio, ossia il denaro. È la negazione a separare il pensiero verbale dalle prestazioni cognitive taciturne, come le sensazioni o le immagini mentali. Parlando di ciò che ‘non’ accade qui e ora o di proprietà ‘non’ riferibili a un certo oggetto, l’animale umano disattiva l’originaria empatia neurale, prelinguistica, si distanzia dalle prescrizioni del proprio corredo istintuale e accede a una socialità di secondo livello, negoziata e instabile, che istituisce la sfera pubblica. Il parlante infatti impara presto che l’enunciato negativo non è la controfigura linguistica di realtà sgradevoli o sentimenti distruttivi: mentre li rifiuta, dà loro un nome, li include. Effetto di incivilimento sempre esposto ad altre, insorgenti retroazioni antropologiche, secondo Paolo Virno, che sulla costitutiva negatività del linguaggio scrive un saggio-spartiacque. Da una paroletta riesce a dispiegare una inaspettata fenomenologia della coscienza negatrice.

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Richard Wagner. Genio e antisemitismo

Pochi musicisti sono così controversi come Richard Wagner, figura emblematica, nel bene e nel male, della cultura nazionale tedesca. In particolare continua a essere molto discusso il suo supposto antisemitismo che, visto con gli occhi dell’oggi, dopo il nazismo e la Shoah, appare un peccato mortale. La vicinanza del cosiddetto circolo di Bayreuth al nascente partito nazionalsocialista, la passione di Hitler per la sua musica, l’appropriazione di simboli wagneriani da parte del regime e il pesante coinvolgimento della famiglia Wagner nelle vicende del Terzo Reich hanno stimolato infatti, dopo la seconda guerra mondiale, un’abbondante letteratura in cui il musicista viene presentato come un campione dell’odio razziale e un precursore del nazismo. Quanto è corretto e argomentabile questo giudizio se ci si basa sui suoi scritti e sulla sua immensa opera musicale? Alberto Defanti guida il lettore attraverso l’intero corpus di opere del Maestro, analizzando vicende e idee spesso gravate da un pregiudizio ostile e cercando di dare una risposta credibile a una questione che da sempre intriga e inquieta. **
### Sinossi
Pochi musicisti sono così controversi come Richard Wagner, figura emblematica, nel bene e nel male, della cultura nazionale tedesca. In particolare continua a essere molto discusso il suo supposto antisemitismo che, visto con gli occhi dell’oggi, dopo il nazismo e la Shoah, appare un peccato mortale. La vicinanza del cosiddetto circolo di Bayreuth al nascente partito nazionalsocialista, la passione di Hitler per la sua musica, l’appropriazione di simboli wagneriani da parte del regime e il pesante coinvolgimento della famiglia Wagner nelle vicende del Terzo Reich hanno stimolato infatti, dopo la seconda guerra mondiale, un’abbondante letteratura in cui il musicista viene presentato come un campione dell’odio razziale e un precursore del nazismo. Quanto è corretto e argomentabile questo giudizio se ci si basa sui suoi scritti e sulla sua immensa opera musicale? Alberto Defanti guida il lettore attraverso l’intero corpus di opere del Maestro, analizzando vicende e idee spesso gravate da un pregiudizio ostile e cercando di dare una risposta credibile a una questione che da sempre intriga e inquieta.

Pochi musicisti sono così controversi come Richard Wagner, figura emblematica, nel bene e nel male, della cultura nazionale tedesca. In particolare continua a essere molto discusso il suo supposto antisemitismo che, visto con gli occhi dell’oggi, dopo il nazismo e la Shoah, appare un peccato mortale. La vicinanza del cosiddetto circolo di Bayreuth al nascente partito nazionalsocialista, la passione di Hitler per la sua musica, l’appropriazione di simboli wagneriani da parte del regime e il pesante coinvolgimento della famiglia Wagner nelle vicende del Terzo Reich hanno stimolato infatti, dopo la seconda guerra mondiale, un’abbondante letteratura in cui il musicista viene presentato come un campione dell’odio razziale e un precursore del nazismo. Quanto è corretto e argomentabile questo giudizio se ci si basa sui suoi scritti e sulla sua immensa opera musicale? Alberto Defanti guida il lettore attraverso l’intero corpus di opere del Maestro, analizzando vicende e idee spesso gravate da un pregiudizio ostile e cercando di dare una risposta credibile a una questione che da sempre intriga e inquieta. **
### Sinossi
Pochi musicisti sono così controversi come Richard Wagner, figura emblematica, nel bene e nel male, della cultura nazionale tedesca. In particolare continua a essere molto discusso il suo supposto antisemitismo che, visto con gli occhi dell’oggi, dopo il nazismo e la Shoah, appare un peccato mortale. La vicinanza del cosiddetto circolo di Bayreuth al nascente partito nazionalsocialista, la passione di Hitler per la sua musica, l’appropriazione di simboli wagneriani da parte del regime e il pesante coinvolgimento della famiglia Wagner nelle vicende del Terzo Reich hanno stimolato infatti, dopo la seconda guerra mondiale, un’abbondante letteratura in cui il musicista viene presentato come un campione dell’odio razziale e un precursore del nazismo. Quanto è corretto e argomentabile questo giudizio se ci si basa sui suoi scritti e sulla sua immensa opera musicale? Alberto Defanti guida il lettore attraverso l’intero corpus di opere del Maestro, analizzando vicende e idee spesso gravate da un pregiudizio ostile e cercando di dare una risposta credibile a una questione che da sempre intriga e inquieta.

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Quel Patto Tra Borbone E Savoia

Che cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stata una rivoluzione americana? Se la Gran Bretagna, nell’agosto del 1914, si fosse astenuta dall’intervenire nel conflitto? Se la Germania avesse invaso la Gran Bretagna nel maggio del 1940? Se il Terzo Reich avesse sconfitto l’Unione Sovietica? Se Kennedy non fosse stato assassinato? La storia, ricorda Sergio Romano, in questo saggio “non è lineare, progressiva, razionale. È soltanto umana, vale a dire una combinazione di fattori contraddittori da cui emergono risultati effimeri, diversi dall’obiettivo perseguito, sempre peggiori o migliori delle intenzioni nobili o ignobili dei suoi protagonisti.” Ecco perché non è sconveniente che gli storici si divertano a giocare con il passato per reinventarlo a loro piacimento. Come hanno fatto Chesterton, Belloc e Churchill in passato. E come fa magistralmente Romano nei tre episodi di storia virtuale qui raccolti: una svolta imprevista nella storia dell’unità italiana nel 1861, la grande vittoria della Russia sul Giappone a Tsushima nel 1905 e quella franco-americana contro il generale nord-vietnamita Giap a Dien Bien Phu nel 1954.

Che cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stata una rivoluzione americana? Se la Gran Bretagna, nell’agosto del 1914, si fosse astenuta dall’intervenire nel conflitto? Se la Germania avesse invaso la Gran Bretagna nel maggio del 1940? Se il Terzo Reich avesse sconfitto l’Unione Sovietica? Se Kennedy non fosse stato assassinato? La storia, ricorda Sergio Romano, in questo saggio “non è lineare, progressiva, razionale. È soltanto umana, vale a dire una combinazione di fattori contraddittori da cui emergono risultati effimeri, diversi dall’obiettivo perseguito, sempre peggiori o migliori delle intenzioni nobili o ignobili dei suoi protagonisti.” Ecco perché non è sconveniente che gli storici si divertano a giocare con il passato per reinventarlo a loro piacimento. Come hanno fatto Chesterton, Belloc e Churchill in passato. E come fa magistralmente Romano nei tre episodi di storia virtuale qui raccolti: una svolta imprevista nella storia dell’unità italiana nel 1861, la grande vittoria della Russia sul Giappone a Tsushima nel 1905 e quella franco-americana contro il generale nord-vietnamita Giap a Dien Bien Phu nel 1954.

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Poesia come esperienza: Una formazione nei versi

Perché un’antologia poetica oggi? L’Italia, paese di poeti, oltre che di santi e navigatori, sembra affetta da una singolare schizofrenia: da una parte ha smesso di leggere la poesia, dall’altra tende
a celebrarla come unico certificato di creatività (contiamo due milioni di poeti!).
In questo viaggio alla riscoperta dei principali nomi della poesia italiana, da Dante a Zanzotto,  passando – ne citiamo solo alcuni – per Petrarca, Ariosto, Tasso, e ancora Leopardi, Saba, fino a Pasolini e Amelia Rosselli, e per alcuni imprescindibili autori stranieri – tra cui Keats, Baudelaire, Rimbaud, ma anche Hikmet e Szymborska –, il critico e saggista Filippo La Porta rivendica il valore dei versi nel mondo contemporaneo. Oggi più che mai l’esperienza del linguaggio poetico, quella del corpo materiale del testo che si apre a innumerevoli orizzonti di senso, è un prezioso antidoto contro l’assuefazione a una comunicazione onnipresente e standardizzata: «equivalente emotivo
del pensiero» (Eliot), la poesia risponde al nostro bisogno di un “sapere” degli affetti, di una scienza “esatta” delle relazioni invisibili (e non ovvie) tra le cose. Seguendo questo filo rosso, La Porta – abitualmente “critico di prosa” – ci offre un’antologia poetica unica e singolare, mescolata all’autobiografia e capace di interrogare il presente, rivolta a tutti ma in particolare ai giovani, mostrando come la poesia possa essere  sorprendentemente attuale e ancora capace di dare significato e forma alla nostra esperienza.

Perché un’antologia poetica oggi? L’Italia, paese di poeti, oltre che di santi e navigatori, sembra affetta da una singolare schizofrenia: da una parte ha smesso di leggere la poesia, dall’altra tende
a celebrarla come unico certificato di creatività (contiamo due milioni di poeti!).
In questo viaggio alla riscoperta dei principali nomi della poesia italiana, da Dante a Zanzotto,  passando – ne citiamo solo alcuni – per Petrarca, Ariosto, Tasso, e ancora Leopardi, Saba, fino a Pasolini e Amelia Rosselli, e per alcuni imprescindibili autori stranieri – tra cui Keats, Baudelaire, Rimbaud, ma anche Hikmet e Szymborska –, il critico e saggista Filippo La Porta rivendica il valore dei versi nel mondo contemporaneo. Oggi più che mai l’esperienza del linguaggio poetico, quella del corpo materiale del testo che si apre a innumerevoli orizzonti di senso, è un prezioso antidoto contro l’assuefazione a una comunicazione onnipresente e standardizzata: «equivalente emotivo
del pensiero» (Eliot), la poesia risponde al nostro bisogno di un “sapere” degli affetti, di una scienza “esatta” delle relazioni invisibili (e non ovvie) tra le cose. Seguendo questo filo rosso, La Porta – abitualmente “critico di prosa” – ci offre un’antologia poetica unica e singolare, mescolata all’autobiografia e capace di interrogare il presente, rivolta a tutti ma in particolare ai giovani, mostrando come la poesia possa essere  sorprendentemente attuale e ancora capace di dare significato e forma alla nostra esperienza.

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Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia

Andrea detto Osso, Martina detta Pupetta, Marco detto Gaga, tre trentenni senza grazia di Dio, funzionano così: non sopportano le minchiate. Le minchiate e i pidocchi. E Lortica, il piccolo paese siciliano dove sono cresciuti e da cui sono andati via per inseguire studi, lavori e amori, a Roma, Berlino e Praga, ne è infestata. Il sindaco racconta minchiate, ma anche il comandante dei carabinieri, persino un ministro della Repubblica. Alla minchiata più grossa, una menzogna sui fratelli Bonanno, che a Lortica volevano aprire un negozio di fiori e per questo sono stati ammazzati dai pidocchi, i tre amici decidono di tornare in paese con un piano: istituire una squadra di sabotatori delle minchiate e mettere tutto a soqquadro assieme all’aiuto di Mario detto Mario, quarantenne scorbutico e idealista. Tra discoteche scalcagnate, musica elettronica rock e tarantelle, pupi, cannoli e templi greci, il mare d’agosto e le campagne riarse, Montalbano e Il Gattopardo, attentati all’ordine pubblico e scazzottate indimenticabili, questa brigata di antieroi riesce a far esplodere molti luoghi comuni sulla Sicilia e sull’Italia. Fino a una rocambolesca sfida finale e una risposta tutta loro alla domanda: come li scacciamo questi pidocchi?

Andrea detto Osso, Martina detta Pupetta, Marco detto Gaga, tre trentenni senza grazia di Dio, funzionano così: non sopportano le minchiate. Le minchiate e i pidocchi. E Lortica, il piccolo paese siciliano dove sono cresciuti e da cui sono andati via per inseguire studi, lavori e amori, a Roma, Berlino e Praga, ne è infestata. Il sindaco racconta minchiate, ma anche il comandante dei carabinieri, persino un ministro della Repubblica. Alla minchiata più grossa, una menzogna sui fratelli Bonanno, che a Lortica volevano aprire un negozio di fiori e per questo sono stati ammazzati dai pidocchi, i tre amici decidono di tornare in paese con un piano: istituire una squadra di sabotatori delle minchiate e mettere tutto a soqquadro assieme all’aiuto di Mario detto Mario, quarantenne scorbutico e idealista. Tra discoteche scalcagnate, musica elettronica rock e tarantelle, pupi, cannoli e templi greci, il mare d’agosto e le campagne riarse, Montalbano e Il Gattopardo, attentati all’ordine pubblico e scazzottate indimenticabili, questa brigata di antieroi riesce a far esplodere molti luoghi comuni sulla Sicilia e sull’Italia. Fino a una rocambolesca sfida finale e una risposta tutta loro alla domanda: come li scacciamo questi pidocchi?

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Per Una Filosofia Della Morale

“La filosofia vive oggi, sotto la superficie, uno dei momenti più intensi e drammatici della sua lunga storia quando si rende conto di trovarsi di fronte a una grande svolta: il passaggio dalla tradizione essenzialistica alla nuova consapevolezza assenzialistica. La filosofia dell’essenza cede il posto alla filosofia dell’assenza. È un vero e proprio rovesciamento della teoresi”. Questo volume raccoglie le quattro principali opere teoretiche di Pietro Piovani, quelle che configurano la sua filosofia della morale. Nella pluralità delle visioni del mondo, i princìpi organicamente prospettati e proposti dall’autore non possono essere della filosofia della morale, bensì di una. Né essi potrebbero essere di filosofia morale, bensì di filosofia della morale: la filosofia della morale è sempre, tendenzialmente, fenomenologia dell’esperienza morale, caratterizzante l’umanità. La filosofia della morale può definirsi la scienza di queste implicazioni. Il soggetto che, nell’accettazione di tutte le più spregiudicate novità gnoseologiche e psicologiche, sa di non poter essere assoluto, perché condizionato nella sua datità, modifica questa datità col riconoscerla. In tal modo definisce la propria coesistenzialità, che non è un elemento ricavabile dalla cosiddetta vita di relazione o acquisibile in un dato momento dell’esistere: è ineliminabile dalla struttura medesima dell’esistenza. In tal senso l’espansione morale non è manifestazione di una essenza spirituale ontologicamente costituita; non è un fatto, ma un farsi. Di qui la polemica anti-personalistica della morale piovaniana, che contrappone alla staticità della persona la dinamicità della personalità come instaurazione personalitaria. La massima della morale piovaniana è: agisci in maniera che il tuo comportamento implichi sempre il rispetto verso ogni altro dei tuoi coesistenti”. Contro ogni forma di prevaricazione, il rispetto non è limite ma ragione di dilatazione della individualità in una pluralità di relazioni che, per essere libera, non può essere ridotta a nessuna configurazione di contenuti. Soltanto dentro questo formalismo, che non è vuoto indifferenziato ma capacità, con la sua tensionalità, di modellare formazioni storicamente plurime,si comprende la teoria del valore come valorazione, in cui è valore ciò che ha valore. La storicissima filosofia della morale piovaniana potrebbe definirsi una dialettica tra forme etiche e formazioni storiche, mai risolubili in un medio che risolva fino a dissolvere i suoi termini, che sono immediati in quanto mediabili.

“La filosofia vive oggi, sotto la superficie, uno dei momenti più intensi e drammatici della sua lunga storia quando si rende conto di trovarsi di fronte a una grande svolta: il passaggio dalla tradizione essenzialistica alla nuova consapevolezza assenzialistica. La filosofia dell’essenza cede il posto alla filosofia dell’assenza. È un vero e proprio rovesciamento della teoresi”. Questo volume raccoglie le quattro principali opere teoretiche di Pietro Piovani, quelle che configurano la sua filosofia della morale. Nella pluralità delle visioni del mondo, i princìpi organicamente prospettati e proposti dall’autore non possono essere della filosofia della morale, bensì di una. Né essi potrebbero essere di filosofia morale, bensì di filosofia della morale: la filosofia della morale è sempre, tendenzialmente, fenomenologia dell’esperienza morale, caratterizzante l’umanità. La filosofia della morale può definirsi la scienza di queste implicazioni. Il soggetto che, nell’accettazione di tutte le più spregiudicate novità gnoseologiche e psicologiche, sa di non poter essere assoluto, perché condizionato nella sua datità, modifica questa datità col riconoscerla. In tal modo definisce la propria coesistenzialità, che non è un elemento ricavabile dalla cosiddetta vita di relazione o acquisibile in un dato momento dell’esistere: è ineliminabile dalla struttura medesima dell’esistenza. In tal senso l’espansione morale non è manifestazione di una essenza spirituale ontologicamente costituita; non è un fatto, ma un farsi. Di qui la polemica anti-personalistica della morale piovaniana, che contrappone alla staticità della persona la dinamicità della personalità come instaurazione personalitaria. La massima della morale piovaniana è: agisci in maniera che il tuo comportamento implichi sempre il rispetto verso ogni altro dei tuoi coesistenti”. Contro ogni forma di prevaricazione, il rispetto non è limite ma ragione di dilatazione della individualità in una pluralità di relazioni che, per essere libera, non può essere ridotta a nessuna configurazione di contenuti. Soltanto dentro questo formalismo, che non è vuoto indifferenziato ma capacità, con la sua tensionalità, di modellare formazioni storicamente plurime,si comprende la teoria del valore come valorazione, in cui è valore ciò che ha valore. La storicissima filosofia della morale piovaniana potrebbe definirsi una dialettica tra forme etiche e formazioni storiche, mai risolubili in un medio che risolva fino a dissolvere i suoi termini, che sono immediati in quanto mediabili.

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Per un nuovo Occidente. Scritti 1919-1958

Durante l’ultimo World Economic Forum di Davos si è scritto che un fantasma stesse perseguitando i potenti della terra, riuniti nella cittadina svizzera: lo spettro di Karl Polanyi, lo scienziato sociale che, con «La grande trasformazione», raccontò l’impatto della società di mercato e dell’industrializzazione sulla civiltà occidentale, e colse meglio di chiunque altro gli effetti politici, culturali e antropologici della crisi degli anni trenta. Oggi, mentre imperversa una nuova Grande recessione, idee che parevano ormai relegate alle librerie polverose dei dipartimenti universitari sono riemerse in tutta la loro attualità. Prima fra tutte, la questione, fondamentale, del ruolo dell’economia nella società. Al centro dei saggi raccolti in queste pagine, scritti tra il 1919 e il 1958 e inediti a livello mondiale, c’è il tentativo di indicare la strada per tornare a un’economia ancorata alla società e alle sue istituzioni culturali, religiose, politiche, in aperta polemica con l’ideologia del laissez-faire. Storico, giurista, antropologo ed economista, decenni fa Polanyi parlava già dei problemi del nostro presente: le distorsioni della democrazia generate dal liberismo sregolato, le conseguenze del capitalismo sull’ambiente, la tendenza alla mercificazione di ogni cosa, il ruolo del potere pubblico nell’affermazione e nella tenuta del sistema economico. La riflessione dello studioso ebreo ungherese sulle filosofie e i modelli istituzionali anglosassoni, continentali, fascisti e sovietici, e sulle loro intersezioni con il sistema economico, sfocia in una proposta alternativa al mercato autoregolato: non un sistema centralizzato, ma un’economia cooperativa, capace di orientare verso un reale progresso umano la produzione e la tecnologia. Una forma di socialismo che elevi a suo valore fondante la libertà della persona, libertà irriducibile alla sola sfera economica e realizzabile soltanto nei legami sociali tra gli individui. Dopotutto, è questo il più formidabile patrimonio culturale dell’Occidente. E sebbene le scelte politiche e l’economicismo abbiano dilapidato tale patrimonio, è solo riscoprendolo che potremo aprirci a un incontro fecondo con le altre civiltà.

Durante l’ultimo World Economic Forum di Davos si è scritto che un fantasma stesse perseguitando i potenti della terra, riuniti nella cittadina svizzera: lo spettro di Karl Polanyi, lo scienziato sociale che, con «La grande trasformazione», raccontò l’impatto della società di mercato e dell’industrializzazione sulla civiltà occidentale, e colse meglio di chiunque altro gli effetti politici, culturali e antropologici della crisi degli anni trenta. Oggi, mentre imperversa una nuova Grande recessione, idee che parevano ormai relegate alle librerie polverose dei dipartimenti universitari sono riemerse in tutta la loro attualità. Prima fra tutte, la questione, fondamentale, del ruolo dell’economia nella società. Al centro dei saggi raccolti in queste pagine, scritti tra il 1919 e il 1958 e inediti a livello mondiale, c’è il tentativo di indicare la strada per tornare a un’economia ancorata alla società e alle sue istituzioni culturali, religiose, politiche, in aperta polemica con l’ideologia del laissez-faire. Storico, giurista, antropologo ed economista, decenni fa Polanyi parlava già dei problemi del nostro presente: le distorsioni della democrazia generate dal liberismo sregolato, le conseguenze del capitalismo sull’ambiente, la tendenza alla mercificazione di ogni cosa, il ruolo del potere pubblico nell’affermazione e nella tenuta del sistema economico. La riflessione dello studioso ebreo ungherese sulle filosofie e i modelli istituzionali anglosassoni, continentali, fascisti e sovietici, e sulle loro intersezioni con il sistema economico, sfocia in una proposta alternativa al mercato autoregolato: non un sistema centralizzato, ma un’economia cooperativa, capace di orientare verso un reale progresso umano la produzione e la tecnologia. Una forma di socialismo che elevi a suo valore fondante la libertà della persona, libertà irriducibile alla sola sfera economica e realizzabile soltanto nei legami sociali tra gli individui. Dopotutto, è questo il più formidabile patrimonio culturale dell’Occidente. E sebbene le scelte politiche e l’economicismo abbiano dilapidato tale patrimonio, è solo riscoprendolo che potremo aprirci a un incontro fecondo con le altre civiltà.

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