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Storia d’Italia, Vol 20. L’Italia del miracolo [1948-1954]

Grazie alla stabilizzazione politica raggiunta con le elezioni del 18 aprile 1948, poteva finalmente avere inizio quell’opera di ricostruzione che a molti sembrava disperata. Eppure, in pochi anni, gli italiani dimostrarono di essere capaci di dare il meglio di sé proprio quando la situazione è più difficile. A prezzo di enormi sacrifici e di un duro confronto con l’opposizione, i diversi Governi De Gasperi contribuirono alla nascita di un’industria che si affermò poi come una delle più competitive d’Europa, affrontarono la questione meridionale istituendo la Cassa del Mezzogiorno, crearono un sistema fiscale moderno. Il dibattito politico era aspro, gli scontri di piazza violenti, ma entrambe le parti sapevano che non era più possibile mettere in discussione le grandi scelte di campo compiute dal Paese. In politica interna si assistè alla costituzione del PSDI di Saragat, all’allentarsi dell’unità d’azione tra PCI e PSI, all’evoluzione della DC in un «partito di centro che guarda a sinistra»: e in occasione del Quinto Congresso del partito (27 giugno 1954) i giovani emergenti (Fanfani, Moro, Gronchi) accantonarono uno stanco De Gasperi per dar vita a una politica che mirava, con il tempo, a coinvolgere nel governo il PSI di Nenni. Questo disegno trasse impulso dalla presidenza di Giovanni Gronchi e dal pontificato di Giovanni XXIII che, stabilendo per quanto riguardava il marxismo una netta distinzione tra «errore» ed «errante», favori un certo spostamento a sinistra dei voti dei cattolici più «impegnati». Anche nel pei, dopo il XX Congresso del PCUS (25 febbraio 1956), in cui Kruscev denunciò apertamente i crimini di Stalin, cominciò lentamente a incrinarsi la ferrea fede nell’URSS. Ma questi sono anche gli anni dei primi scandali finanziari che vedono coinvolti uomini di governo e di partito, della politica del rinvio, delle contraddizioni non risolte che, nascoste dall’apparente benessere dei «favolosi anni Sessanta», sarebbero di lì a poco esplose sconvolgendo il Paese.

Grazie alla stabilizzazione politica raggiunta con le elezioni del 18 aprile 1948, poteva finalmente avere inizio quell’opera di ricostruzione che a molti sembrava disperata. Eppure, in pochi anni, gli italiani dimostrarono di essere capaci di dare il meglio di sé proprio quando la situazione è più difficile. A prezzo di enormi sacrifici e di un duro confronto con l’opposizione, i diversi Governi De Gasperi contribuirono alla nascita di un’industria che si affermò poi come una delle più competitive d’Europa, affrontarono la questione meridionale istituendo la Cassa del Mezzogiorno, crearono un sistema fiscale moderno. Il dibattito politico era aspro, gli scontri di piazza violenti, ma entrambe le parti sapevano che non era più possibile mettere in discussione le grandi scelte di campo compiute dal Paese. In politica interna si assistè alla costituzione del PSDI di Saragat, all’allentarsi dell’unità d’azione tra PCI e PSI, all’evoluzione della DC in un «partito di centro che guarda a sinistra»: e in occasione del Quinto Congresso del partito (27 giugno 1954) i giovani emergenti (Fanfani, Moro, Gronchi) accantonarono uno stanco De Gasperi per dar vita a una politica che mirava, con il tempo, a coinvolgere nel governo il PSI di Nenni. Questo disegno trasse impulso dalla presidenza di Giovanni Gronchi e dal pontificato di Giovanni XXIII che, stabilendo per quanto riguardava il marxismo una netta distinzione tra «errore» ed «errante», favori un certo spostamento a sinistra dei voti dei cattolici più «impegnati». Anche nel pei, dopo il XX Congresso del PCUS (25 febbraio 1956), in cui Kruscev denunciò apertamente i crimini di Stalin, cominciò lentamente a incrinarsi la ferrea fede nell’URSS. Ma questi sono anche gli anni dei primi scandali finanziari che vedono coinvolti uomini di governo e di partito, della politica del rinvio, delle contraddizioni non risolte che, nascoste dall’apparente benessere dei «favolosi anni Sessanta», sarebbero di lì a poco esplose sconvolgendo il Paese.

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Storia d’Italia, Vol 19. L’Italia della Repubblica [1946-1948]

8 settembre 1943, 2 giugno 1946, 18 aprile 1948: tre giorni cruciali per la storia del nostro Paese. Il primo segna l’inizio della guerra civile che insanguinò L’Italia quando «era tagliata in due» (secondo un’incisiva definizione di Benedetto Croce), con la Repubblica Sociale di Mussolini a Nord tenuta in vita dai tedeschi e il Regno del Sud di Vittorio Emanuele III che godeva del sostegno degli Alleati. Fino al 25 aprile, e oltre, si combatté tra italiani una guerra disperata e feroce in nome – come sostenevano su fronti opposti repubblichini e partigiani – dell’onore, della dignità e della libertà. Furono proprio gli autori di questo libro a rompere una tradizione storiografica che parlava solo di «guerra di Liberazione» e a far conoscere a milioni di lettori che l’Italia aveva combattuto una guerra civile che, pur non raggiungendo gli orrori di quella spagnola, aveva provocato nel Paese una spaccatura che solo oggi si comincia timidamente a cercare di superare da entrambe le parti. Un Mussolini abulico, impotente e malato fu costretto da Hitler – pena un’occupazione ancora più feroce – a costituire una repubblica priva di un’autonomia reale, il cui unico compito era quello di aiutare i tedeschi nella repressione delle forze partigiane. Il Regno del Sud, da parte sua, cercò, collaborando con gli Alleati, di assicurare all’Italia il famoso «biglietto di ritorno» tra le grandi democrazie. Fu una guerra dura in cui «pietà era morta»: fucilazioni, rappresaglie, orrori e vendette private da entrambe le parti. Uscita distrutta da un conflitto immane, lacerata da una guerra intestina, guardata con diffidenza da tutte le potenze vincitrici, l’Italia ebbe la forza di voltare pagina, con il referendum del 2 giugno 1946 (seconda data cruciale), scegliendo la Repubblica e infine, il 18 aprile 1948 (terza data cruciale), di ancorarsi, grazie alla vittoria elettorale della De di De Gasperi, all’Occidente e alla democrazia. La lunga e faticosa ricostruzione poteva finalmente incominciare.

8 settembre 1943, 2 giugno 1946, 18 aprile 1948: tre giorni cruciali per la storia del nostro Paese. Il primo segna l’inizio della guerra civile che insanguinò L’Italia quando «era tagliata in due» (secondo un’incisiva definizione di Benedetto Croce), con la Repubblica Sociale di Mussolini a Nord tenuta in vita dai tedeschi e il Regno del Sud di Vittorio Emanuele III che godeva del sostegno degli Alleati. Fino al 25 aprile, e oltre, si combatté tra italiani una guerra disperata e feroce in nome – come sostenevano su fronti opposti repubblichini e partigiani – dell’onore, della dignità e della libertà. Furono proprio gli autori di questo libro a rompere una tradizione storiografica che parlava solo di «guerra di Liberazione» e a far conoscere a milioni di lettori che l’Italia aveva combattuto una guerra civile che, pur non raggiungendo gli orrori di quella spagnola, aveva provocato nel Paese una spaccatura che solo oggi si comincia timidamente a cercare di superare da entrambe le parti. Un Mussolini abulico, impotente e malato fu costretto da Hitler – pena un’occupazione ancora più feroce – a costituire una repubblica priva di un’autonomia reale, il cui unico compito era quello di aiutare i tedeschi nella repressione delle forze partigiane. Il Regno del Sud, da parte sua, cercò, collaborando con gli Alleati, di assicurare all’Italia il famoso «biglietto di ritorno» tra le grandi democrazie. Fu una guerra dura in cui «pietà era morta»: fucilazioni, rappresaglie, orrori e vendette private da entrambe le parti. Uscita distrutta da un conflitto immane, lacerata da una guerra intestina, guardata con diffidenza da tutte le potenze vincitrici, l’Italia ebbe la forza di voltare pagina, con il referendum del 2 giugno 1946 (seconda data cruciale), scegliendo la Repubblica e infine, il 18 aprile 1948 (terza data cruciale), di ancorarsi, grazie alla vittoria elettorale della De di De Gasperi, all’Occidente e alla democrazia. La lunga e faticosa ricostruzione poteva finalmente incominciare.

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Storia d’Italia, Vol 18. L’Italia della guerra civile [1943-1946]

8 settembre 1943, 2 giugno 1946, 18 aprile 1948: tre giorni cruciali per la storia del nostro Paese. Il primo segna l’inizio della guerra civile che insanguinò L’Italia quando «era tagliata in due» (secondo un’incisiva definizione di Benedetto Croce), con la Repubblica Sociale di Mussolini a Nord tenuta in vita dai tedeschi e il Regno del Sud di Vittorio Emanuele III che godeva del sostegno degli Alleati. Fino al 25 aprile, e oltre, si combatté tra italiani una guerra disperata e feroce in nome – come sostenevano su fronti opposti repubblichini e partigiani – dell’onore, della dignità e della libertà. Furono proprio gli autori di questo libro a rompere una tradizione storiografica che parlava solo di «guerra di Liberazione» e a far conoscere a milioni di lettori che l’Italia aveva combattuto una guerra civile che, pur non raggiungendo gli orrori di quella spagnola, aveva provocato nel Paese una spaccatura che solo oggi si comincia timidamente a cercare di superare da entrambe le parti. Un Mussolini abulico, impotente e malato fu costretto da Hitler – pena un’occupazione ancora più feroce – a costituire una repubblica priva di un’autonomia reale, il cui unico compito era quello di aiutare i tedeschi nella repressione delle forze partigiane. Il Regno del Sud, da parte sua, cercò, collaborando con gli Alleati, di assicurare all’Italia il famoso «biglietto di ritorno» tra le grandi democrazie. Fu una guerra dura in cui «pietà era morta»: fucilazioni, rappresaglie, orrori e vendette private da entrambe le parti. Uscita distrutta da un conflitto immane, lacerata da una guerra intestina, guardata con diffidenza da tutte le potenze vincitrici, l’Italia ebbe la forza di voltare pagina, con il referendum del 2 giugno 1946 (seconda data cruciale), scegliendo la Repubblica e infine, il 18 aprile 1948 (terza data cruciale), di ancorarsi, grazie alla vittoria elettorale della De di De Gasperi, all’Occidente e alla democrazia. La lunga e faticosa ricostruzione poteva finalmente incominciare.

8 settembre 1943, 2 giugno 1946, 18 aprile 1948: tre giorni cruciali per la storia del nostro Paese. Il primo segna l’inizio della guerra civile che insanguinò L’Italia quando «era tagliata in due» (secondo un’incisiva definizione di Benedetto Croce), con la Repubblica Sociale di Mussolini a Nord tenuta in vita dai tedeschi e il Regno del Sud di Vittorio Emanuele III che godeva del sostegno degli Alleati. Fino al 25 aprile, e oltre, si combatté tra italiani una guerra disperata e feroce in nome – come sostenevano su fronti opposti repubblichini e partigiani – dell’onore, della dignità e della libertà. Furono proprio gli autori di questo libro a rompere una tradizione storiografica che parlava solo di «guerra di Liberazione» e a far conoscere a milioni di lettori che l’Italia aveva combattuto una guerra civile che, pur non raggiungendo gli orrori di quella spagnola, aveva provocato nel Paese una spaccatura che solo oggi si comincia timidamente a cercare di superare da entrambe le parti. Un Mussolini abulico, impotente e malato fu costretto da Hitler – pena un’occupazione ancora più feroce – a costituire una repubblica priva di un’autonomia reale, il cui unico compito era quello di aiutare i tedeschi nella repressione delle forze partigiane. Il Regno del Sud, da parte sua, cercò, collaborando con gli Alleati, di assicurare all’Italia il famoso «biglietto di ritorno» tra le grandi democrazie. Fu una guerra dura in cui «pietà era morta»: fucilazioni, rappresaglie, orrori e vendette private da entrambe le parti. Uscita distrutta da un conflitto immane, lacerata da una guerra intestina, guardata con diffidenza da tutte le potenze vincitrici, l’Italia ebbe la forza di voltare pagina, con il referendum del 2 giugno 1946 (seconda data cruciale), scegliendo la Repubblica e infine, il 18 aprile 1948 (terza data cruciale), di ancorarsi, grazie alla vittoria elettorale della De di De Gasperi, all’Occidente e alla democrazia. La lunga e faticosa ricostruzione poteva finalmente incominciare.

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Storia d’Italia, Vol 17. L’Italia della disfatta [1940-1943]

Se da un lato la conquista dell’Impero aveva fatto credere a Mussolini che l’Italia fosse una grande potenza militare, dall’altro lo aveva isolato dalle democrazie occidentali che avevano timidamente osteggiato l’impresa africana. Ed è a questo punto che Adolf Hitler si schiera al fianco del duce, da lui considerato maestro e ispiratore: così nacque quest’alleanza fatale della quale, per qualche tempo, Mussolini si illuse di essere il leader. La guerra di Spagna cementò quest’unione tra Italia fascista e Germania nazista, rafforzata poi dal successo personale di Mussolini nelle trattative che condussero al Patto di Monaco (1938) e dal Patto d’Acciaio siglato l’anno dopo. Ma se i due dittatori sembravano procedere in pieno accordo (si pensi alle leggi razziali del 1938), nell’animo di Mussolini andava maturando nei confronti, del Fiihrer un complesso d’inferiorità che gli fece perdere quel fiuto al quale doveva i suoi maggiori successi. Quando Hitler invade la Polonia nel 1939 proclama la non belligeranza, quando l’anno successivo la Francia è in ginocchio entra in guerra per partecipare al banchetto dei vincitori, poi conduce un esercito male armato e peggio comandato in una velleitaria guerra parallela che condurrà ai disastri di Africa, Grecia e Russia. Agli inizi del 1943 è ormai chiaro che l’Italia è sconfitta: Vittorio Emanuele HI aveva già avviato prudenti contatti con gli Alleati per trovare una via d’uscita dal conflitto, ma sarà lo stesso fascismo che si autoaffonderà clamorosamente il 25 luglio quando il Gran Consiglio provocherà la caduta di Mussolini e il suo arresto da parte del re. Ma se il regime si era sciolto come neve al sole, la guerra – almeno secondo il proclama di Badoglio, nuovo capo del governo – «continuava». Era una finzione alla quale Hitler non abboccò e che lo spinse a inviare in Italia sempre più truppe. L’armistizio dell’8 settembre e la fuga di Vittorio Emanuele III e del Governo a Brindisi non sorpresero nessuno; sorpresero soltanto le migliaia e migliaia di soldati italiani lasciati senza ordini ed esposti alla vendetta tedesca.

Se da un lato la conquista dell’Impero aveva fatto credere a Mussolini che l’Italia fosse una grande potenza militare, dall’altro lo aveva isolato dalle democrazie occidentali che avevano timidamente osteggiato l’impresa africana. Ed è a questo punto che Adolf Hitler si schiera al fianco del duce, da lui considerato maestro e ispiratore: così nacque quest’alleanza fatale della quale, per qualche tempo, Mussolini si illuse di essere il leader. La guerra di Spagna cementò quest’unione tra Italia fascista e Germania nazista, rafforzata poi dal successo personale di Mussolini nelle trattative che condussero al Patto di Monaco (1938) e dal Patto d’Acciaio siglato l’anno dopo. Ma se i due dittatori sembravano procedere in pieno accordo (si pensi alle leggi razziali del 1938), nell’animo di Mussolini andava maturando nei confronti, del Fiihrer un complesso d’inferiorità che gli fece perdere quel fiuto al quale doveva i suoi maggiori successi. Quando Hitler invade la Polonia nel 1939 proclama la non belligeranza, quando l’anno successivo la Francia è in ginocchio entra in guerra per partecipare al banchetto dei vincitori, poi conduce un esercito male armato e peggio comandato in una velleitaria guerra parallela che condurrà ai disastri di Africa, Grecia e Russia. Agli inizi del 1943 è ormai chiaro che l’Italia è sconfitta: Vittorio Emanuele HI aveva già avviato prudenti contatti con gli Alleati per trovare una via d’uscita dal conflitto, ma sarà lo stesso fascismo che si autoaffonderà clamorosamente il 25 luglio quando il Gran Consiglio provocherà la caduta di Mussolini e il suo arresto da parte del re. Ma se il regime si era sciolto come neve al sole, la guerra – almeno secondo il proclama di Badoglio, nuovo capo del governo – «continuava». Era una finzione alla quale Hitler non abboccò e che lo spinse a inviare in Italia sempre più truppe. L’armistizio dell’8 settembre e la fuga di Vittorio Emanuele III e del Governo a Brindisi non sorpresero nessuno; sorpresero soltanto le migliaia e migliaia di soldati italiani lasciati senza ordini ed esposti alla vendetta tedesca.

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Storia d’Italia, Vol 16. L’Italia dell’Asse [1936-1940]

Se da un lato la conquista dell’Impero aveva fatto credere a Mussolini che l’Italia fosse una grande potenza militare, dall’altro lo aveva isolato dalle democrazie occidentali che avevano timidamente osteggiato l’impresa africana. Ed è a questo punto che Adolf Hitler si schiera al fianco del duce, da lui considerato maestro e ispiratore: così nacque quest’alleanza fatale della quale, per qualche tempo, Mussolini si illuse di essere il leader. La guerra di Spagna cementò quest’unione tra Italia fascista e Germania nazista, rafforzata poi dal successo personale di Mussolini nelle trattative che condussero al Patto di Monaco (1938) e dal Patto d’Acciaio siglato l’anno dopo. Ma se i due dittatori sembravano procedere in pieno accordo (si pensi alle leggi razziali del 1938), nell’animo di Mussolini andava maturando nei confronti, del Fiihrer un complesso d’inferiorità che gli fece perdere quel fiuto al quale doveva i suoi maggiori successi. Quando Hitler invade la Polonia nel 1939 proclama la non belligeranza, quando l’anno successivo la Francia è in ginocchio entra in guerra per partecipare al banchetto dei vincitori, poi conduce un esercito male armato e peggio comandato in una velleitaria guerra parallela che condurrà ai disastri di Africa, Grecia e Russia. Agli inizi del 1943 è ormai chiaro che l’Italia è sconfitta: Vittorio Emanuele HI aveva già avviato prudenti contatti con gli Alleati per trovare una via d’uscita dal conflitto, ma sarà lo stesso fascismo che si autoaffonderà clamorosamente il 25 luglio quando il Gran Consiglio provocherà la caduta di Mussolini e il suo arresto da parte del re. Ma se il regime si era sciolto come neve al sole, la guerra – almeno secondo il proclama di Badoglio, nuovo capo del governo – «continuava». Era una finzione alla quale Hitler non abboccò e che lo spinse a inviare in Italia sempre più truppe. L’armistizio dell’8 settembre e la fuga di Vittorio Emanuele III e del Governo a Brindisi non sorpresero nessuno; sorpresero soltanto le migliaia e migliaia di soldati italiani lasciati senza ordini ed esposti alla vendetta tedesca.

Se da un lato la conquista dell’Impero aveva fatto credere a Mussolini che l’Italia fosse una grande potenza militare, dall’altro lo aveva isolato dalle democrazie occidentali che avevano timidamente osteggiato l’impresa africana. Ed è a questo punto che Adolf Hitler si schiera al fianco del duce, da lui considerato maestro e ispiratore: così nacque quest’alleanza fatale della quale, per qualche tempo, Mussolini si illuse di essere il leader. La guerra di Spagna cementò quest’unione tra Italia fascista e Germania nazista, rafforzata poi dal successo personale di Mussolini nelle trattative che condussero al Patto di Monaco (1938) e dal Patto d’Acciaio siglato l’anno dopo. Ma se i due dittatori sembravano procedere in pieno accordo (si pensi alle leggi razziali del 1938), nell’animo di Mussolini andava maturando nei confronti, del Fiihrer un complesso d’inferiorità che gli fece perdere quel fiuto al quale doveva i suoi maggiori successi. Quando Hitler invade la Polonia nel 1939 proclama la non belligeranza, quando l’anno successivo la Francia è in ginocchio entra in guerra per partecipare al banchetto dei vincitori, poi conduce un esercito male armato e peggio comandato in una velleitaria guerra parallela che condurrà ai disastri di Africa, Grecia e Russia. Agli inizi del 1943 è ormai chiaro che l’Italia è sconfitta: Vittorio Emanuele HI aveva già avviato prudenti contatti con gli Alleati per trovare una via d’uscita dal conflitto, ma sarà lo stesso fascismo che si autoaffonderà clamorosamente il 25 luglio quando il Gran Consiglio provocherà la caduta di Mussolini e il suo arresto da parte del re. Ma se il regime si era sciolto come neve al sole, la guerra – almeno secondo il proclama di Badoglio, nuovo capo del governo – «continuava». Era una finzione alla quale Hitler non abboccò e che lo spinse a inviare in Italia sempre più truppe. L’armistizio dell’8 settembre e la fuga di Vittorio Emanuele III e del Governo a Brindisi non sorpresero nessuno; sorpresero soltanto le migliaia e migliaia di soldati italiani lasciati senza ordini ed esposti alla vendetta tedesca.

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Storia d’Italia, Vol 15. L’Italia littoria [1925-1936]

Dalla violenta irruzione del fascismo nella vita politica italiana, alla sua trasformazione in regime, alla sua conquista totale dello Stato e dei suoi apparati, a quelli che Renzo De Felice definì «gli anni del consenso», alla vittoriosa impresa d'Abissinia, alla proclamazione dell'Impero. Questi anni di storia d'Italia coincidono con la vicenda personale di Benito Mussolini – un oscuro maestro di provincia che era stato, di volta in volta, un agitatore socialista, un deciso avversario della campagna libica, un eccezionale giornalista, un convinto interventista, un irriducibile avversario dei socialisti e della sinistra rivoluzionaria nell'immediato dopoguerra. Mussolini conquista il potere attraverso un simulacro di rivoluzione che sarebbe stato facilissimo evitare se ciò che rimaneva dello Stato liberale e Casa Savoia avessero avuto il coraggio di ordinare all'esercito di disperdere la massa sbandata di camicie nere che marciava su Roma forte solo della altrui debolezza. Così non fu e Mussolini prese il potere, benedetto anche da quei liberali che pensavano di servirsene e poi di scaricarlo. Si sbagliarono: Mussolini era un animale politico dal fiuto incredibile. Si impadronì dello Stato, sopravvisse alla crisi del delitto Matteotti, istituì di fatto il regime con il famoso discorso del 3 gennaio 1925, avviò una politica economica che diede buoni risultati, avviò la grande stagione delle opere pubbliche (soprattutto la bonifica dell'Agro Pontino), istituì lo Stato corporativo… In Europa e nel mondo personaggi insospettabili (Churchill, per esempio) lo ammiravano e stimavano, l'opposizione antifascista era, come disse Giorgio Amendola, ridotta a un pugno di idealisti perseguitati in Italia e all'estero. Mussolini avrebbe potuto cogliere quel momento per giungere a una pacificazione definitiva del Paese (perfino i suoi oppositori più strenui sembravano rassegnati ad accettarla), invece, inebriato dal successo della guerra d'Africa, si illuse che l'Italia fosse una grande potenza militare e su questo, come un giocatore d'azzardo, puntò tutto: nel giro di pochi anni avrebbe perso tutto e condotto alla rovina l'Italia.

Dalla violenta irruzione del fascismo nella vita politica italiana, alla sua trasformazione in regime, alla sua conquista totale dello Stato e dei suoi apparati, a quelli che Renzo De Felice definì «gli anni del consenso», alla vittoriosa impresa d'Abissinia, alla proclamazione dell'Impero. Questi anni di storia d'Italia coincidono con la vicenda personale di Benito Mussolini – un oscuro maestro di provincia che era stato, di volta in volta, un agitatore socialista, un deciso avversario della campagna libica, un eccezionale giornalista, un convinto interventista, un irriducibile avversario dei socialisti e della sinistra rivoluzionaria nell'immediato dopoguerra. Mussolini conquista il potere attraverso un simulacro di rivoluzione che sarebbe stato facilissimo evitare se ciò che rimaneva dello Stato liberale e Casa Savoia avessero avuto il coraggio di ordinare all'esercito di disperdere la massa sbandata di camicie nere che marciava su Roma forte solo della altrui debolezza. Così non fu e Mussolini prese il potere, benedetto anche da quei liberali che pensavano di servirsene e poi di scaricarlo. Si sbagliarono: Mussolini era un animale politico dal fiuto incredibile. Si impadronì dello Stato, sopravvisse alla crisi del delitto Matteotti, istituì di fatto il regime con il famoso discorso del 3 gennaio 1925, avviò una politica economica che diede buoni risultati, avviò la grande stagione delle opere pubbliche (soprattutto la bonifica dell'Agro Pontino), istituì lo Stato corporativo… In Europa e nel mondo personaggi insospettabili (Churchill, per esempio) lo ammiravano e stimavano, l'opposizione antifascista era, come disse Giorgio Amendola, ridotta a un pugno di idealisti perseguitati in Italia e all'estero. Mussolini avrebbe potuto cogliere quel momento per giungere a una pacificazione definitiva del Paese (perfino i suoi oppositori più strenui sembravano rassegnati ad accettarla), invece, inebriato dal successo della guerra d'Africa, si illuse che l'Italia fosse una grande potenza militare e su questo, come un giocatore d'azzardo, puntò tutto: nel giro di pochi anni avrebbe perso tutto e condotto alla rovina l'Italia.

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Storia d’Italia, Vol 14. L’Italia in camicia nera [1919-1925]

Dalla violenta irruzione del fascismo nella vita politica italiana, alla sua trasformazione in regime, alla sua conquista totale dello Stato e dei suoi apparati, a quelli che Renzo De Felice definì «gli anni del consenso», alla vittoriosa impresa d'Abissinia, alla proclamazione dell'Impero. Questi anni di storia d'Italia coincidono con la vicenda personale di Benito Mussolini – un oscuro maestro di provincia che era stato, di volta in volta, un agitatore socialista, un deciso avversario della campagna libica, un eccezionale giornalista, un convinto interventista, un irriducibile avversario dei socialisti e della sinistra rivoluzionaria nell'immediato dopoguerra. Mussolini conquista il potere attraverso un simulacro di rivoluzione che sarebbe stato facilissimo evitare se ciò che rimaneva dello Stato liberale e Casa Savoia avessero avuto il coraggio di ordinare all'esercito di disperdere la massa sbandata di camicie nere che marciava su Roma forte solo della altrui debolezza. Così non fu e Mussolini prese il potere, benedetto anche da quei liberali che pensavano di servirsene e poi di scaricarlo. Si sbagliarono: Mussolini era un animale politico dal fiuto incredibile. Si impadronì dello Stato, sopravvisse alla crisi del delitto Matteotti, istituì di fatto il regime con il famoso discorso del 3 gennaio 1925, avviò una politica economica che diede buoni risultati, avviò la grande stagione delle opere pubbliche (soprattutto la bonifica dell'Agro Pontino), istituì lo Stato corporativo… In Europa e nel mondo personaggi insospettabili (Churchill, per esempio) lo ammiravano e stimavano, l'opposizione antifascista era, come disse Giorgio Amendola, ridotta a un pugno di idealisti perseguitati in Italia e all'estero. Mussolini avrebbe potuto cogliere quel momento per giungere a una pacificazione definitiva del Paese (perfino i suoi oppositori più strenui sembravano rassegnati ad accettarla), invece, inebriato dal successo della guerra d'Africa, si illuse che l'Italia fosse una grande potenza militare e su questo, come un giocatore d'azzardo, puntò tutto: nel giro di pochi anni avrebbe perso tutto e condotto alla rovina l'Italia.

Dalla violenta irruzione del fascismo nella vita politica italiana, alla sua trasformazione in regime, alla sua conquista totale dello Stato e dei suoi apparati, a quelli che Renzo De Felice definì «gli anni del consenso», alla vittoriosa impresa d'Abissinia, alla proclamazione dell'Impero. Questi anni di storia d'Italia coincidono con la vicenda personale di Benito Mussolini – un oscuro maestro di provincia che era stato, di volta in volta, un agitatore socialista, un deciso avversario della campagna libica, un eccezionale giornalista, un convinto interventista, un irriducibile avversario dei socialisti e della sinistra rivoluzionaria nell'immediato dopoguerra. Mussolini conquista il potere attraverso un simulacro di rivoluzione che sarebbe stato facilissimo evitare se ciò che rimaneva dello Stato liberale e Casa Savoia avessero avuto il coraggio di ordinare all'esercito di disperdere la massa sbandata di camicie nere che marciava su Roma forte solo della altrui debolezza. Così non fu e Mussolini prese il potere, benedetto anche da quei liberali che pensavano di servirsene e poi di scaricarlo. Si sbagliarono: Mussolini era un animale politico dal fiuto incredibile. Si impadronì dello Stato, sopravvisse alla crisi del delitto Matteotti, istituì di fatto il regime con il famoso discorso del 3 gennaio 1925, avviò una politica economica che diede buoni risultati, avviò la grande stagione delle opere pubbliche (soprattutto la bonifica dell'Agro Pontino), istituì lo Stato corporativo… In Europa e nel mondo personaggi insospettabili (Churchill, per esempio) lo ammiravano e stimavano, l'opposizione antifascista era, come disse Giorgio Amendola, ridotta a un pugno di idealisti perseguitati in Italia e all'estero. Mussolini avrebbe potuto cogliere quel momento per giungere a una pacificazione definitiva del Paese (perfino i suoi oppositori più strenui sembravano rassegnati ad accettarla), invece, inebriato dal successo della guerra d'Africa, si illuse che l'Italia fosse una grande potenza militare e su questo, come un giocatore d'azzardo, puntò tutto: nel giro di pochi anni avrebbe perso tutto e condotto alla rovina l'Italia.

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Storia d’Italia, Vol 13. L’Italia di Giolitti [1900-1920]

Ora che l’Italia è fatta bisogna fare gli italiani» aveva detto Massimo d’Azeglio subito dopo la raggiunta Unità del Paese, ma a questa celebre frase fa da inquietante controcanto una battuta che il romanziere Federico De Roberto mette in bocca a un notabile e gattopardo siciliano nel suo romanzo I Viceré ambientato nella Sicilia annessa al Continente: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…». Il cinismo di questa battuta è determinato dalle delusioni di un’Unità che, se aveva fatto più ricco il Nord, aveva di fatto ridotto il Meridione a una colonia amministrata o da «piemontesi» o da «tangentari» ante litteram che facevano incetta di denaro. Un’Italia in cui i lavori pubblici arricchiscono i privati, in cui -fatta eccezione per pochi personaggi (uno su tutti, Quintino Sella) – la cosa pubblica diviene cosa privata, in cui gli scandali economici hanno come ispiratori governi e uomini politici, in cui nasce la piaga del trasformismo in cui la destra non ha alcuna remora a divenire sinistra e viceversa. Sono anche anni in cui assistiamo al declino fatale dell’esercito italiano, con le sconfitte di Custoza e di Lissa nel 1866, ai velleitari tentativi dell’«Italietta» di trovare, il suo posto al sole in Africa (dove incorrerà però nelle disfatte di Dogali (1887) e di Adua (1896) e di essere (senza risultato) annoverata tra le «potenze» europee, alla feroce repressione del generale Bava Beccaris che non esita (1898) a ordinare all’esercito di sparare sulla folla che protestava a Milano per il rincaro del pane. L’uomo che riuscì a mutare questo stato di cose fu uno dei pochi grandi statisti italiani dello scorso secolo: Giovanni Giolitti, che pose fine all’involuzione autoritaria in cui rischiava di precipitare il Paese, contribuì con le sue riforme alla nascita della grande industria, soddisfo le velleità di potenza dell’esercito conquistando la Libia – il famoso «scatolone di sabbia» -, cercò, vanamente di tenere l’Italia fuori dal bagno di sangue del primo conflitto mondiale. Tornò per l’ultima volta al governo nel 1919 e pose fine all’impresa fiumana di D’Annunzio. Quando abbandonò il suo incarico di primo ministro non c’era più nessuno in grado di arrestare la marea montante del fascismo.

Ora che l’Italia è fatta bisogna fare gli italiani» aveva detto Massimo d’Azeglio subito dopo la raggiunta Unità del Paese, ma a questa celebre frase fa da inquietante controcanto una battuta che il romanziere Federico De Roberto mette in bocca a un notabile e gattopardo siciliano nel suo romanzo I Viceré ambientato nella Sicilia annessa al Continente: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…». Il cinismo di questa battuta è determinato dalle delusioni di un’Unità che, se aveva fatto più ricco il Nord, aveva di fatto ridotto il Meridione a una colonia amministrata o da «piemontesi» o da «tangentari» ante litteram che facevano incetta di denaro. Un’Italia in cui i lavori pubblici arricchiscono i privati, in cui -fatta eccezione per pochi personaggi (uno su tutti, Quintino Sella) – la cosa pubblica diviene cosa privata, in cui gli scandali economici hanno come ispiratori governi e uomini politici, in cui nasce la piaga del trasformismo in cui la destra non ha alcuna remora a divenire sinistra e viceversa. Sono anche anni in cui assistiamo al declino fatale dell’esercito italiano, con le sconfitte di Custoza e di Lissa nel 1866, ai velleitari tentativi dell’«Italietta» di trovare, il suo posto al sole in Africa (dove incorrerà però nelle disfatte di Dogali (1887) e di Adua (1896) e di essere (senza risultato) annoverata tra le «potenze» europee, alla feroce repressione del generale Bava Beccaris che non esita (1898) a ordinare all’esercito di sparare sulla folla che protestava a Milano per il rincaro del pane. L’uomo che riuscì a mutare questo stato di cose fu uno dei pochi grandi statisti italiani dello scorso secolo: Giovanni Giolitti, che pose fine all’involuzione autoritaria in cui rischiava di precipitare il Paese, contribuì con le sue riforme alla nascita della grande industria, soddisfo le velleità di potenza dell’esercito conquistando la Libia – il famoso «scatolone di sabbia» -, cercò, vanamente di tenere l’Italia fuori dal bagno di sangue del primo conflitto mondiale. Tornò per l’ultima volta al governo nel 1919 e pose fine all’impresa fiumana di D’Annunzio. Quando abbandonò il suo incarico di primo ministro non c’era più nessuno in grado di arrestare la marea montante del fascismo.

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Storia d’Italia, Vol 12. L’Italia dei Notabili [1861-1900]

Ora che l’Italia è fatta bisogna fare gli italiani» aveva detto Massimo d’Azeglio subito dopo la raggiunta Unità del Paese, ma a questa celebre frase fa da inquietante controcanto una battuta che il romanziere Federico De Roberto mette in bocca a un notabile e gattopardo siciliano nel suo romanzo I Viceré ambientato nella Sicilia annessa al Continente: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…». Il cinismo di questa battuta è determinato dalle delusioni di un’Unità che, se aveva fatto più ricco il Nord, aveva di fatto ridotto il Meridione a una colonia amministrata o da «piemontesi» o da «tangentari» ante litteram che facevano incetta di denaro. Un’Italia in cui i lavori pubblici arricchiscono i privati, in cui -fatta eccezione per pochi personaggi (uno su tutti, Quintino Sella) – la cosa pubblica diviene cosa privata, in cui gli scandali economici hanno come ispiratori governi e uomini politici, in cui nasce la piaga del trasformismo in cui la destra non ha alcuna remora a divenire sinistra e viceversa. Sono anche anni in cui assistiamo al declino fatale dell’esercito italiano, con le sconfitte di Custoza e di Lissa nel 1866, ai velleitari tentativi dell’«Italietta» di trovare, il suo posto al sole in Africa (dove incorrerà però nelle disfatte di Dogali (1887) e di Adua (1896) e di essere (senza risultato) annoverata tra le «potenze» europee, alla feroce repressione del generale Bava Beccaris che non esita (1898) a ordinare all’esercito di sparare sulla folla che protestava a Milano per il rincaro del pane. L’uomo che riuscì a mutare questo stato di cose fu uno dei pochi grandi statisti italiani dello scorso secolo: Giovanni Giolitti, che pose fine all’involuzione autoritaria in cui rischiava di precipitare il Paese, contribuì con le sue riforme alla nascita della grande industria, soddisfo le velleità di potenza dell’esercito conquistando la Libia – il famoso «scatolone di sabbia» -, cercò, vanamente di tenere l’Italia fuori dal bagno di sangue del primo conflitto mondiale. Tornò per l’ultima volta al governo nel 1919 e pose fine all’impresa fiumana di D’Annunzio. Quando abbandonò il suo incarico di primo ministro non c’era più nessuno in grado di arrestare la marea montante del fascismo.

Ora che l’Italia è fatta bisogna fare gli italiani» aveva detto Massimo d’Azeglio subito dopo la raggiunta Unità del Paese, ma a questa celebre frase fa da inquietante controcanto una battuta che il romanziere Federico De Roberto mette in bocca a un notabile e gattopardo siciliano nel suo romanzo I Viceré ambientato nella Sicilia annessa al Continente: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…». Il cinismo di questa battuta è determinato dalle delusioni di un’Unità che, se aveva fatto più ricco il Nord, aveva di fatto ridotto il Meridione a una colonia amministrata o da «piemontesi» o da «tangentari» ante litteram che facevano incetta di denaro. Un’Italia in cui i lavori pubblici arricchiscono i privati, in cui -fatta eccezione per pochi personaggi (uno su tutti, Quintino Sella) – la cosa pubblica diviene cosa privata, in cui gli scandali economici hanno come ispiratori governi e uomini politici, in cui nasce la piaga del trasformismo in cui la destra non ha alcuna remora a divenire sinistra e viceversa. Sono anche anni in cui assistiamo al declino fatale dell’esercito italiano, con le sconfitte di Custoza e di Lissa nel 1866, ai velleitari tentativi dell’«Italietta» di trovare, il suo posto al sole in Africa (dove incorrerà però nelle disfatte di Dogali (1887) e di Adua (1896) e di essere (senza risultato) annoverata tra le «potenze» europee, alla feroce repressione del generale Bava Beccaris che non esita (1898) a ordinare all’esercito di sparare sulla folla che protestava a Milano per il rincaro del pane. L’uomo che riuscì a mutare questo stato di cose fu uno dei pochi grandi statisti italiani dello scorso secolo: Giovanni Giolitti, che pose fine all’involuzione autoritaria in cui rischiava di precipitare il Paese, contribuì con le sue riforme alla nascita della grande industria, soddisfo le velleità di potenza dell’esercito conquistando la Libia – il famoso «scatolone di sabbia» -, cercò, vanamente di tenere l’Italia fuori dal bagno di sangue del primo conflitto mondiale. Tornò per l’ultima volta al governo nel 1919 e pose fine all’impresa fiumana di D’Annunzio. Quando abbandonò il suo incarico di primo ministro non c’era più nessuno in grado di arrestare la marea montante del fascismo.

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Storia d’Italia, Vol 10. L’Italia giacobina e carbonara [1789-1831]

La Rivoluzione francese prima, la grande avventura napoleonica poi avevano sconvolto e distrutto l'ordine che faceva sopravvivere quegli Stati, staterelli, regni e ducati in cui era frammentata la penisola. L’Italia, come scrisse Stendhal, aveva riassaporato, almeno per quanto riguarda i suoi uomini più illuminati, quel gusto per la libertà che avrebbe segnato la nascita di quel Risorgimento che, tra mille incertezze e tentennamenti, avrebbe portato alla nascita dell'Italia unita, ultima a raggiungere questo traguardo tra gli Stati europei. In questi anni si assiste, infatti, al sorgere confuso e contraddittorio degli ideali risorgimentali. Confuso e contraddittorio perché ancora oggi è difficile individuare con precisione chi volle in realtà questa unità: Casa Savoia?, i generosi idealisti mazziniani?, le potenze straniere?, la volontà corale di un popolo? E proprio questo l'argomento principale che viene affrontato in questo libro. La libertà fu perseguita con il sostegno della volontà popolare o le masse rimasero indifferenti o perfino avverse (come nella tragedia della Rivoluzione napoletana del 1799) agli ideali di giustizia e libertà importati d'Oltralpe?
L’Italia napoleonica e repubblicana, quella borbonica del Regno delle Due Sicilie, dello Stato pontificio, del Piemonte sabaudo, dei ducati e granducati e quella dei giacobini e dei carbonari rivivono in modo superbo in questa smagliante ricostruzione che va alla radice degli eterni vizi italiani: l'incostanza nelle scelte, degli alleati, il timore di agire e di scendere in campo, le speranze e i sogni scambiati per realtà, la pavidità degli intellettuali, il cinismo e l'indifferenza di ampi strati delle diverse classi sociali, chiuse in un miope egoismo teso a difendere i propri interessi particolari.

La Rivoluzione francese prima, la grande avventura napoleonica poi avevano sconvolto e distrutto l'ordine che faceva sopravvivere quegli Stati, staterelli, regni e ducati in cui era frammentata la penisola. L’Italia, come scrisse Stendhal, aveva riassaporato, almeno per quanto riguarda i suoi uomini più illuminati, quel gusto per la libertà che avrebbe segnato la nascita di quel Risorgimento che, tra mille incertezze e tentennamenti, avrebbe portato alla nascita dell'Italia unita, ultima a raggiungere questo traguardo tra gli Stati europei. In questi anni si assiste, infatti, al sorgere confuso e contraddittorio degli ideali risorgimentali. Confuso e contraddittorio perché ancora oggi è difficile individuare con precisione chi volle in realtà questa unità: Casa Savoia?, i generosi idealisti mazziniani?, le potenze straniere?, la volontà corale di un popolo? E proprio questo l'argomento principale che viene affrontato in questo libro. La libertà fu perseguita con il sostegno della volontà popolare o le masse rimasero indifferenti o perfino avverse (come nella tragedia della Rivoluzione napoletana del 1799) agli ideali di giustizia e libertà importati d'Oltralpe?
L’Italia napoleonica e repubblicana, quella borbonica del Regno delle Due Sicilie, dello Stato pontificio, del Piemonte sabaudo, dei ducati e granducati e quella dei giacobini e dei carbonari rivivono in modo superbo in questa smagliante ricostruzione che va alla radice degli eterni vizi italiani: l'incostanza nelle scelte, degli alleati, il timore di agire e di scendere in campo, le speranze e i sogni scambiati per realtà, la pavidità degli intellettuali, il cinismo e l'indifferenza di ampi strati delle diverse classi sociali, chiuse in un miope egoismo teso a difendere i propri interessi particolari.

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Storia d’Italia, Vol 09. L’Italia del Settecento [1700-1789]

Gli anni che vanno dal 1600 al 1789 segnano, per l'Italia, un momento di profonda decadenza, politica e commerciale. La scoperta delle Americhe e il commercio per le Indie orientali avevano drasticamente ridotto l'importanza del Mediterraneo e, di conseguenza, dei porti italiani. Gli staterelli in cui è frazionata la penisola, sempre divisi e rissosi tra loro, assistono impotenti alla guerra tra Spagna e Francia, in trepidante attesa di conoscere chi sarebbe stato il loro padrone e di correre in aiuto del vincitore. La Controriforma, in nome della fede e del papa re, imperversa perseguitando, attraverso la lunga mano dell'Inquisizione, pensatori come Galileo, Paolo Sarpi e Tommaso Campanella. Solo l'arte sembra, almeno in parte, sopravvivere a questo declino in caduta libera: Claudio Monteverdi, Giambattista Marino, Gian Lorenzo Bernini fanno sì che il pensiero creativo italiano mantenga ancora una posizione di tutto rispetto in àmbito europeo. Sono gli anni degli avventurieri della spada e della penna: geniali imbroglioni come, nel migliore dei casi, Giacomo Casanova e il sedicente conte di Cagliostro.
Se in Francia nasce il «secolo dei lumi» e Voltaire e Rousseau con le loro opere preparano il terreno per quella Rivoluzione del 1789 che avrebbe mutato per sempre il mondo, in Italia, salvo alcune eccezioni, è la stagione dell'arcadia e delle accademie, tese alla ricerca di una vuota perfezione formale, priva di nerbo e di contenuto. Un'Italia stanca, esangue, quasi dormiente e ben esemplificata dal «giovin signore» nel Giorno di Giuseppe Par ini. Un'Italia, però, che sarebbe stata bruscamente costretta al risveglio dalla ventata di desiderio di libertà e di nuovo che, proveniente dalla Francia, travolse ogni cosa.

Gli anni che vanno dal 1600 al 1789 segnano, per l'Italia, un momento di profonda decadenza, politica e commerciale. La scoperta delle Americhe e il commercio per le Indie orientali avevano drasticamente ridotto l'importanza del Mediterraneo e, di conseguenza, dei porti italiani. Gli staterelli in cui è frazionata la penisola, sempre divisi e rissosi tra loro, assistono impotenti alla guerra tra Spagna e Francia, in trepidante attesa di conoscere chi sarebbe stato il loro padrone e di correre in aiuto del vincitore. La Controriforma, in nome della fede e del papa re, imperversa perseguitando, attraverso la lunga mano dell'Inquisizione, pensatori come Galileo, Paolo Sarpi e Tommaso Campanella. Solo l'arte sembra, almeno in parte, sopravvivere a questo declino in caduta libera: Claudio Monteverdi, Giambattista Marino, Gian Lorenzo Bernini fanno sì che il pensiero creativo italiano mantenga ancora una posizione di tutto rispetto in àmbito europeo. Sono gli anni degli avventurieri della spada e della penna: geniali imbroglioni come, nel migliore dei casi, Giacomo Casanova e il sedicente conte di Cagliostro.
Se in Francia nasce il «secolo dei lumi» e Voltaire e Rousseau con le loro opere preparano il terreno per quella Rivoluzione del 1789 che avrebbe mutato per sempre il mondo, in Italia, salvo alcune eccezioni, è la stagione dell'arcadia e delle accademie, tese alla ricerca di una vuota perfezione formale, priva di nerbo e di contenuto. Un'Italia stanca, esangue, quasi dormiente e ben esemplificata dal «giovin signore» nel Giorno di Giuseppe Par ini. Un'Italia, però, che sarebbe stata bruscamente costretta al risveglio dalla ventata di desiderio di libertà e di nuovo che, proveniente dalla Francia, travolse ogni cosa.

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Storia d’Italia, Vol 08. L’Italia del Seicento [1600-1700]

Gli anni che vanno dal 1600 al 1789 segnano, per l'Italia, un momento di profonda decadenza, politica e commerciale. La scoperta delle Americhe e il commercio per le Indie orientali avevano drasticamente ridotto l'importanza del Mediterraneo e, di conseguenza, dei porti italiani. Gli staterelli in cui è frazionata la penisola, sempre divisi e rissosi tra loro, assistono impotenti alla guerra tra Spagna e Francia, in trepidante attesa di conoscere chi sarebbe stato il loro padrone e di correre in aiuto del vincitore. La Controriforma, in nome della fede e del papa re, imperversa perseguitando, attraverso la lunga mano dell'Inquisizione, pensatori come Galileo, Paolo Sarpi e Tommaso Campanella. Solo l'arte sembra, almeno in parte, sopravvivere a questo declino in caduta libera: Claudio Monteverdi, Giambattista Marino, Gian Lorenzo Bernini fanno sì che il pensiero creativo italiano mantenga ancora una posizione di tutto rispetto in àmbito europeo. Sono gli anni degli avventurieri della spada e della penna: geniali imbroglioni come, nel migliore dei casi, Giacomo Casanova e il sedicente conte di Cagliostro.
Se in Francia nasce il «secolo dei lumi» e Voltaire e Rousseau con le loro opere preparano il terreno per quella Rivoluzione del 1789 che avrebbe mutato per sempre il mondo, in Italia, salvo alcune eccezioni, è la stagione dell'arcadia e delle accademie, tese alla ricerca di una vuota perfezione formale, priva di nerbo e di contenuto. Un'Italia stanca, esangue, quasi dormiente e ben esemplificata dal «giovin signore» nel Giorno di Giuseppe Par ini. Un'Italia, però, che sarebbe stata bruscamente costretta al risveglio dalla ventata di desiderio di libertà e di nuovo che, proveniente dalla Francia, travolse ogni cosa.

Gli anni che vanno dal 1600 al 1789 segnano, per l'Italia, un momento di profonda decadenza, politica e commerciale. La scoperta delle Americhe e il commercio per le Indie orientali avevano drasticamente ridotto l'importanza del Mediterraneo e, di conseguenza, dei porti italiani. Gli staterelli in cui è frazionata la penisola, sempre divisi e rissosi tra loro, assistono impotenti alla guerra tra Spagna e Francia, in trepidante attesa di conoscere chi sarebbe stato il loro padrone e di correre in aiuto del vincitore. La Controriforma, in nome della fede e del papa re, imperversa perseguitando, attraverso la lunga mano dell'Inquisizione, pensatori come Galileo, Paolo Sarpi e Tommaso Campanella. Solo l'arte sembra, almeno in parte, sopravvivere a questo declino in caduta libera: Claudio Monteverdi, Giambattista Marino, Gian Lorenzo Bernini fanno sì che il pensiero creativo italiano mantenga ancora una posizione di tutto rispetto in àmbito europeo. Sono gli anni degli avventurieri della spada e della penna: geniali imbroglioni come, nel migliore dei casi, Giacomo Casanova e il sedicente conte di Cagliostro.
Se in Francia nasce il «secolo dei lumi» e Voltaire e Rousseau con le loro opere preparano il terreno per quella Rivoluzione del 1789 che avrebbe mutato per sempre il mondo, in Italia, salvo alcune eccezioni, è la stagione dell'arcadia e delle accademie, tese alla ricerca di una vuota perfezione formale, priva di nerbo e di contenuto. Un'Italia stanca, esangue, quasi dormiente e ben esemplificata dal «giovin signore» nel Giorno di Giuseppe Par ini. Un'Italia, però, che sarebbe stata bruscamente costretta al risveglio dalla ventata di desiderio di libertà e di nuovo che, proveniente dalla Francia, travolse ogni cosa.

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Storia d’Italia, Vol 07. L’Italia della Controriforma [1492-1600]

Se volessimo riassumere brevemente gli anni che vanno dal 1250 al 1600, potremmo definirli "crescila, apogeo e decadenza dell'Italia". Sebbene divisa in piccoli Stati sovrani e rissosi tra loro, in questo periodo l'Italia raggiunge in campo artistico e letterario uno splendore senza precedenti nella storia. Dopo la solitaria lezione di Dante, Petrarca e Boccaccio dettano i canoni letterari che saranno seguiti dall'Europa per ben tre secoli, i pittori italiani stupiscono per i capolavori con cui adornano le chiese e le corti dei potenti, gli architetti rielaborano la grande lezione greca e romana per giungere a una sua nuova interpretazione. La quasi totalità del commercio del Mediterraneo è in mano ai mercanti italiani e fiumi dì denaro affluiscono nelle mani dei banchieri e dei signori delle diverse corti della penisola. Ma a questa grandezza artistica e economica si accompagna una debolezza politica che verrà a galla dopo la morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico e nello stesso anno la scoperta dell'America avrebbe cambiato per sempre le rotte del grande commercio mondiale. Nel 1494 la calata in Italia di Carlo Vili di Francia avrebbe posto fine all'effimera libertà italiana. In questo periodo, inoltre, si diffondeva in Europa la Riforma di Lutero, insorto contro la Chiesa di Roma. Un messaggio che non raggiunse l'Italia che abbracciò (o subì) la Controriforma, piombando in un oscurantismo spirituale e culturale che l'avrebbe segnata nei secoli a venire.

Se volessimo riassumere brevemente gli anni che vanno dal 1250 al 1600, potremmo definirli "crescila, apogeo e decadenza dell'Italia". Sebbene divisa in piccoli Stati sovrani e rissosi tra loro, in questo periodo l'Italia raggiunge in campo artistico e letterario uno splendore senza precedenti nella storia. Dopo la solitaria lezione di Dante, Petrarca e Boccaccio dettano i canoni letterari che saranno seguiti dall'Europa per ben tre secoli, i pittori italiani stupiscono per i capolavori con cui adornano le chiese e le corti dei potenti, gli architetti rielaborano la grande lezione greca e romana per giungere a una sua nuova interpretazione. La quasi totalità del commercio del Mediterraneo è in mano ai mercanti italiani e fiumi dì denaro affluiscono nelle mani dei banchieri e dei signori delle diverse corti della penisola. Ma a questa grandezza artistica e economica si accompagna una debolezza politica che verrà a galla dopo la morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico e nello stesso anno la scoperta dell'America avrebbe cambiato per sempre le rotte del grande commercio mondiale. Nel 1494 la calata in Italia di Carlo Vili di Francia avrebbe posto fine all'effimera libertà italiana. In questo periodo, inoltre, si diffondeva in Europa la Riforma di Lutero, insorto contro la Chiesa di Roma. Un messaggio che non raggiunse l'Italia che abbracciò (o subì) la Controriforma, piombando in un oscurantismo spirituale e culturale che l'avrebbe segnata nei secoli a venire.

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Storia d’Italia, Vol 06. L’Italia dei secoli d’oro [1250-1492]

Se volessimo riassumere brevemente gli anni che vanno dal 1250 al 1600, potremmo definirli "crescila, apogeo e decadenza dell'Italia". Sebbene divisa in piccoli Stati sovrani e rissosi tra loro, in questo periodo l'Italia raggiunge in campo artistico e letterario uno splendore senza precedenti nella storia. Dopo la solitaria lezione di Dante, Petrarca e Boccaccio dettano i canoni letterari che saranno seguiti dall'Europa per ben tre secoli, i pittori italiani stupiscono per i capolavori con cui adornano le chiese e le corti dei potenti, gli architetti rielaborano la grande lezione greca e romana per giungere a una sua nuova interpretazione. La quasi totalità del commercio del Mediterraneo è in mano ai mercanti italiani e fiumi dì denaro affluiscono nelle mani dei banchieri e dei signori delle diverse corti della penisola. Ma a questa grandezza artistica e economica si accompagna una debolezza politica che verrà a galla dopo la morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico e nello stesso anno la scoperta dell'America avrebbe cambiato per sempre le rotte del grande commercio mondiale. Nel 1494 la calata in Italia di Carlo Vili di Francia avrebbe posto fine all'effimera libertà italiana. In questo periodo, inoltre, si diffondeva in Europa la Riforma di Lutero, insorto contro la Chiesa di Roma. Un messaggio che non raggiunse l'Italia che abbracciò (o subì) la Controriforma, piombando in un oscurantismo spirituale e culturale che l'avrebbe segnata nei secoli a venire.

Se volessimo riassumere brevemente gli anni che vanno dal 1250 al 1600, potremmo definirli "crescila, apogeo e decadenza dell'Italia". Sebbene divisa in piccoli Stati sovrani e rissosi tra loro, in questo periodo l'Italia raggiunge in campo artistico e letterario uno splendore senza precedenti nella storia. Dopo la solitaria lezione di Dante, Petrarca e Boccaccio dettano i canoni letterari che saranno seguiti dall'Europa per ben tre secoli, i pittori italiani stupiscono per i capolavori con cui adornano le chiese e le corti dei potenti, gli architetti rielaborano la grande lezione greca e romana per giungere a una sua nuova interpretazione. La quasi totalità del commercio del Mediterraneo è in mano ai mercanti italiani e fiumi dì denaro affluiscono nelle mani dei banchieri e dei signori delle diverse corti della penisola. Ma a questa grandezza artistica e economica si accompagna una debolezza politica che verrà a galla dopo la morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico e nello stesso anno la scoperta dell'America avrebbe cambiato per sempre le rotte del grande commercio mondiale. Nel 1494 la calata in Italia di Carlo Vili di Francia avrebbe posto fine all'effimera libertà italiana. In questo periodo, inoltre, si diffondeva in Europa la Riforma di Lutero, insorto contro la Chiesa di Roma. Un messaggio che non raggiunse l'Italia che abbracciò (o subì) la Controriforma, piombando in un oscurantismo spirituale e culturale che l'avrebbe segnata nei secoli a venire.

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Storia d’Italia, Vol 05. L’Italia dei Comuni [1000-1250]

Da Costantino il Grande – e all’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale di Roma – alla morte di Federico II, l’imperatore tedesco che sognava un’Italia colta e laica e affrancata dal potere temporale del papato. Quasi ottocento anni di storia durante i quali assistiamo al crollo dell’impero romano d’Occidente, alle invasioni barbariche, alla svolta dell’anno 1000 quando, come dice Rodolfo il Glabro, «si videro rinnovare per tutta la terra, ma specialmente in Gallia e in Italia, le basiliche e le chiese», alle crociate, allo scontro tra papato e impero, e alla lotta dei liberi comuni per la propria indipendenza. Le repubbliche marinare, il monachesimo, le eresie, la nascita della lingua italiana; personaggi come San Benedetto, Odoacre, Matilde di Canossa, Enrico IV, Federico Barbarossa, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Arnaldo da Brescia… Anni duri e difficili in cui si andò formando il carattere distintivo degli italiani – fatto di un ostinato individualismo prossimo all’anarchia che ci porterà sempre a privilegiare il campanile a scapito dell’idea o della realtà di uno Stato nazionale e unitario – e si preparò il miracolo del Rinascimento.

Da Costantino il Grande – e all’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale di Roma – alla morte di Federico II, l’imperatore tedesco che sognava un’Italia colta e laica e affrancata dal potere temporale del papato. Quasi ottocento anni di storia durante i quali assistiamo al crollo dell’impero romano d’Occidente, alle invasioni barbariche, alla svolta dell’anno 1000 quando, come dice Rodolfo il Glabro, «si videro rinnovare per tutta la terra, ma specialmente in Gallia e in Italia, le basiliche e le chiese», alle crociate, allo scontro tra papato e impero, e alla lotta dei liberi comuni per la propria indipendenza. Le repubbliche marinare, il monachesimo, le eresie, la nascita della lingua italiana; personaggi come San Benedetto, Odoacre, Matilde di Canossa, Enrico IV, Federico Barbarossa, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Arnaldo da Brescia… Anni duri e difficili in cui si andò formando il carattere distintivo degli italiani – fatto di un ostinato individualismo prossimo all’anarchia che ci porterà sempre a privilegiare il campanile a scapito dell’idea o della realtà di uno Stato nazionale e unitario – e si preparò il miracolo del Rinascimento.

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Storia d’Italia, Vol 04. L’Italia dei secoli bui [476-1000]

Da Costantino il Grande – e all’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale di Roma – alla morte di Federico II, l’imperatore tedesco che sognava un’Italia colta e laica e affrancata dal potere temporale del papato. Quasi ottocento anni di storia durante i quali assistiamo al crollo dell’impero romano d’Occidente, alle invasioni barbariche, alla svolta dell’anno 1000 quando, come dice Rodolfo il Glabro, «si videro rinnovare per tutta la terra, ma specialmente in Gallia e in Italia, le basiliche e le chiese», alle crociate, allo scontro tra papato e impero, e alla lotta dei liberi comuni per la propria indipendenza. Le repubbliche marinare, il monachesimo, le eresie, la nascita della lingua italiana; personaggi come San Benedetto, Odoacre, Matilde di Canossa, Enrico IV, Federico Barbarossa, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Arnaldo da Brescia… Anni duri e difficili in cui si andò formando il carattere distintivo degli italiani – fatto di un ostinato individualismo prossimo all’anarchia che ci porterà sempre a privilegiare il campanile a scapito dell’idea o della realtà di uno Stato nazionale e unitario – e si preparò il miracolo del Rinascimento.

Da Costantino il Grande – e all’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale di Roma – alla morte di Federico II, l’imperatore tedesco che sognava un’Italia colta e laica e affrancata dal potere temporale del papato. Quasi ottocento anni di storia durante i quali assistiamo al crollo dell’impero romano d’Occidente, alle invasioni barbariche, alla svolta dell’anno 1000 quando, come dice Rodolfo il Glabro, «si videro rinnovare per tutta la terra, ma specialmente in Gallia e in Italia, le basiliche e le chiese», alle crociate, allo scontro tra papato e impero, e alla lotta dei liberi comuni per la propria indipendenza. Le repubbliche marinare, il monachesimo, le eresie, la nascita della lingua italiana; personaggi come San Benedetto, Odoacre, Matilde di Canossa, Enrico IV, Federico Barbarossa, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Arnaldo da Brescia… Anni duri e difficili in cui si andò formando il carattere distintivo degli italiani – fatto di un ostinato individualismo prossimo all’anarchia che ci porterà sempre a privilegiare il campanile a scapito dell’idea o della realtà di uno Stato nazionale e unitario – e si preparò il miracolo del Rinascimento.

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