2337–2352 di 4048 risultati

Storia d’Italia, Vol 14. L’Italia in camicia nera [1919-1925]

Dalla violenta irruzione del fascismo nella vita politica italiana, alla sua trasformazione in regime, alla sua conquista totale dello Stato e dei suoi apparati, a quelli che Renzo De Felice definì «gli anni del consenso», alla vittoriosa impresa d'Abissinia, alla proclamazione dell'Impero. Questi anni di storia d'Italia coincidono con la vicenda personale di Benito Mussolini – un oscuro maestro di provincia che era stato, di volta in volta, un agitatore socialista, un deciso avversario della campagna libica, un eccezionale giornalista, un convinto interventista, un irriducibile avversario dei socialisti e della sinistra rivoluzionaria nell'immediato dopoguerra. Mussolini conquista il potere attraverso un simulacro di rivoluzione che sarebbe stato facilissimo evitare se ciò che rimaneva dello Stato liberale e Casa Savoia avessero avuto il coraggio di ordinare all'esercito di disperdere la massa sbandata di camicie nere che marciava su Roma forte solo della altrui debolezza. Così non fu e Mussolini prese il potere, benedetto anche da quei liberali che pensavano di servirsene e poi di scaricarlo. Si sbagliarono: Mussolini era un animale politico dal fiuto incredibile. Si impadronì dello Stato, sopravvisse alla crisi del delitto Matteotti, istituì di fatto il regime con il famoso discorso del 3 gennaio 1925, avviò una politica economica che diede buoni risultati, avviò la grande stagione delle opere pubbliche (soprattutto la bonifica dell'Agro Pontino), istituì lo Stato corporativo… In Europa e nel mondo personaggi insospettabili (Churchill, per esempio) lo ammiravano e stimavano, l'opposizione antifascista era, come disse Giorgio Amendola, ridotta a un pugno di idealisti perseguitati in Italia e all'estero. Mussolini avrebbe potuto cogliere quel momento per giungere a una pacificazione definitiva del Paese (perfino i suoi oppositori più strenui sembravano rassegnati ad accettarla), invece, inebriato dal successo della guerra d'Africa, si illuse che l'Italia fosse una grande potenza militare e su questo, come un giocatore d'azzardo, puntò tutto: nel giro di pochi anni avrebbe perso tutto e condotto alla rovina l'Italia.

Storia d’Italia, Vol 13. L’Italia di Giolitti [1900-1920]

Ora che l’Italia è fatta bisogna fare gli italiani» aveva detto Massimo d’Azeglio subito dopo la raggiunta Unità del Paese, ma a questa celebre frase fa da inquietante controcanto una battuta che il romanziere Federico De Roberto mette in bocca a un notabile e gattopardo siciliano nel suo romanzo I Viceré ambientato nella Sicilia annessa al Continente: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…». Il cinismo di questa battuta è determinato dalle delusioni di un’Unità che, se aveva fatto più ricco il Nord, aveva di fatto ridotto il Meridione a una colonia amministrata o da «piemontesi» o da «tangentari» ante litteram che facevano incetta di denaro. Un’Italia in cui i lavori pubblici arricchiscono i privati, in cui -fatta eccezione per pochi personaggi (uno su tutti, Quintino Sella) – la cosa pubblica diviene cosa privata, in cui gli scandali economici hanno come ispiratori governi e uomini politici, in cui nasce la piaga del trasformismo in cui la destra non ha alcuna remora a divenire sinistra e viceversa. Sono anche anni in cui assistiamo al declino fatale dell’esercito italiano, con le sconfitte di Custoza e di Lissa nel 1866, ai velleitari tentativi dell’«Italietta» di trovare, il suo posto al sole in Africa (dove incorrerà però nelle disfatte di Dogali (1887) e di Adua (1896) e di essere (senza risultato) annoverata tra le «potenze» europee, alla feroce repressione del generale Bava Beccaris che non esita (1898) a ordinare all’esercito di sparare sulla folla che protestava a Milano per il rincaro del pane. L’uomo che riuscì a mutare questo stato di cose fu uno dei pochi grandi statisti italiani dello scorso secolo: Giovanni Giolitti, che pose fine all’involuzione autoritaria in cui rischiava di precipitare il Paese, contribuì con le sue riforme alla nascita della grande industria, soddisfo le velleità di potenza dell’esercito conquistando la Libia – il famoso «scatolone di sabbia» -, cercò, vanamente di tenere l’Italia fuori dal bagno di sangue del primo conflitto mondiale. Tornò per l’ultima volta al governo nel 1919 e pose fine all’impresa fiumana di D’Annunzio. Quando abbandonò il suo incarico di primo ministro non c’era più nessuno in grado di arrestare la marea montante del fascismo.

Storia d’Italia, Vol 12. L’Italia dei Notabili [1861-1900]

Ora che l’Italia è fatta bisogna fare gli italiani» aveva detto Massimo d’Azeglio subito dopo la raggiunta Unità del Paese, ma a questa celebre frase fa da inquietante controcanto una battuta che il romanziere Federico De Roberto mette in bocca a un notabile e gattopardo siciliano nel suo romanzo I Viceré ambientato nella Sicilia annessa al Continente: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…». Il cinismo di questa battuta è determinato dalle delusioni di un’Unità che, se aveva fatto più ricco il Nord, aveva di fatto ridotto il Meridione a una colonia amministrata o da «piemontesi» o da «tangentari» ante litteram che facevano incetta di denaro. Un’Italia in cui i lavori pubblici arricchiscono i privati, in cui -fatta eccezione per pochi personaggi (uno su tutti, Quintino Sella) – la cosa pubblica diviene cosa privata, in cui gli scandali economici hanno come ispiratori governi e uomini politici, in cui nasce la piaga del trasformismo in cui la destra non ha alcuna remora a divenire sinistra e viceversa. Sono anche anni in cui assistiamo al declino fatale dell’esercito italiano, con le sconfitte di Custoza e di Lissa nel 1866, ai velleitari tentativi dell’«Italietta» di trovare, il suo posto al sole in Africa (dove incorrerà però nelle disfatte di Dogali (1887) e di Adua (1896) e di essere (senza risultato) annoverata tra le «potenze» europee, alla feroce repressione del generale Bava Beccaris che non esita (1898) a ordinare all’esercito di sparare sulla folla che protestava a Milano per il rincaro del pane. L’uomo che riuscì a mutare questo stato di cose fu uno dei pochi grandi statisti italiani dello scorso secolo: Giovanni Giolitti, che pose fine all’involuzione autoritaria in cui rischiava di precipitare il Paese, contribuì con le sue riforme alla nascita della grande industria, soddisfo le velleità di potenza dell’esercito conquistando la Libia – il famoso «scatolone di sabbia» -, cercò, vanamente di tenere l’Italia fuori dal bagno di sangue del primo conflitto mondiale. Tornò per l’ultima volta al governo nel 1919 e pose fine all’impresa fiumana di D’Annunzio. Quando abbandonò il suo incarico di primo ministro non c’era più nessuno in grado di arrestare la marea montante del fascismo.

Storia d’Italia, Vol 10. L’Italia giacobina e carbonara [1789-1831]

La Rivoluzione francese prima, la grande avventura napoleonica poi avevano sconvolto e distrutto l'ordine che faceva sopravvivere quegli Stati, staterelli, regni e ducati in cui era frammentata la penisola. L’Italia, come scrisse Stendhal, aveva riassaporato, almeno per quanto riguarda i suoi uomini più illuminati, quel gusto per la libertà che avrebbe segnato la nascita di quel Risorgimento che, tra mille incertezze e tentennamenti, avrebbe portato alla nascita dell'Italia unita, ultima a raggiungere questo traguardo tra gli Stati europei. In questi anni si assiste, infatti, al sorgere confuso e contraddittorio degli ideali risorgimentali. Confuso e contraddittorio perché ancora oggi è difficile individuare con precisione chi volle in realtà questa unità: Casa Savoia?, i generosi idealisti mazziniani?, le potenze straniere?, la volontà corale di un popolo? E proprio questo l'argomento principale che viene affrontato in questo libro. La libertà fu perseguita con il sostegno della volontà popolare o le masse rimasero indifferenti o perfino avverse (come nella tragedia della Rivoluzione napoletana del 1799) agli ideali di giustizia e libertà importati d'Oltralpe?
L’Italia napoleonica e repubblicana, quella borbonica del Regno delle Due Sicilie, dello Stato pontificio, del Piemonte sabaudo, dei ducati e granducati e quella dei giacobini e dei carbonari rivivono in modo superbo in questa smagliante ricostruzione che va alla radice degli eterni vizi italiani: l'incostanza nelle scelte, degli alleati, il timore di agire e di scendere in campo, le speranze e i sogni scambiati per realtà, la pavidità degli intellettuali, il cinismo e l'indifferenza di ampi strati delle diverse classi sociali, chiuse in un miope egoismo teso a difendere i propri interessi particolari.

Storia d’Italia, Vol 09. L’Italia del Settecento [1700-1789]

Gli anni che vanno dal 1600 al 1789 segnano, per l'Italia, un momento di profonda decadenza, politica e commerciale. La scoperta delle Americhe e il commercio per le Indie orientali avevano drasticamente ridotto l'importanza del Mediterraneo e, di conseguenza, dei porti italiani. Gli staterelli in cui è frazionata la penisola, sempre divisi e rissosi tra loro, assistono impotenti alla guerra tra Spagna e Francia, in trepidante attesa di conoscere chi sarebbe stato il loro padrone e di correre in aiuto del vincitore. La Controriforma, in nome della fede e del papa re, imperversa perseguitando, attraverso la lunga mano dell'Inquisizione, pensatori come Galileo, Paolo Sarpi e Tommaso Campanella. Solo l'arte sembra, almeno in parte, sopravvivere a questo declino in caduta libera: Claudio Monteverdi, Giambattista Marino, Gian Lorenzo Bernini fanno sì che il pensiero creativo italiano mantenga ancora una posizione di tutto rispetto in àmbito europeo. Sono gli anni degli avventurieri della spada e della penna: geniali imbroglioni come, nel migliore dei casi, Giacomo Casanova e il sedicente conte di Cagliostro.
Se in Francia nasce il «secolo dei lumi» e Voltaire e Rousseau con le loro opere preparano il terreno per quella Rivoluzione del 1789 che avrebbe mutato per sempre il mondo, in Italia, salvo alcune eccezioni, è la stagione dell'arcadia e delle accademie, tese alla ricerca di una vuota perfezione formale, priva di nerbo e di contenuto. Un'Italia stanca, esangue, quasi dormiente e ben esemplificata dal «giovin signore» nel Giorno di Giuseppe Par ini. Un'Italia, però, che sarebbe stata bruscamente costretta al risveglio dalla ventata di desiderio di libertà e di nuovo che, proveniente dalla Francia, travolse ogni cosa.

Storia d’Italia, Vol 08. L’Italia del Seicento [1600-1700]

Gli anni che vanno dal 1600 al 1789 segnano, per l'Italia, un momento di profonda decadenza, politica e commerciale. La scoperta delle Americhe e il commercio per le Indie orientali avevano drasticamente ridotto l'importanza del Mediterraneo e, di conseguenza, dei porti italiani. Gli staterelli in cui è frazionata la penisola, sempre divisi e rissosi tra loro, assistono impotenti alla guerra tra Spagna e Francia, in trepidante attesa di conoscere chi sarebbe stato il loro padrone e di correre in aiuto del vincitore. La Controriforma, in nome della fede e del papa re, imperversa perseguitando, attraverso la lunga mano dell'Inquisizione, pensatori come Galileo, Paolo Sarpi e Tommaso Campanella. Solo l'arte sembra, almeno in parte, sopravvivere a questo declino in caduta libera: Claudio Monteverdi, Giambattista Marino, Gian Lorenzo Bernini fanno sì che il pensiero creativo italiano mantenga ancora una posizione di tutto rispetto in àmbito europeo. Sono gli anni degli avventurieri della spada e della penna: geniali imbroglioni come, nel migliore dei casi, Giacomo Casanova e il sedicente conte di Cagliostro.
Se in Francia nasce il «secolo dei lumi» e Voltaire e Rousseau con le loro opere preparano il terreno per quella Rivoluzione del 1789 che avrebbe mutato per sempre il mondo, in Italia, salvo alcune eccezioni, è la stagione dell'arcadia e delle accademie, tese alla ricerca di una vuota perfezione formale, priva di nerbo e di contenuto. Un'Italia stanca, esangue, quasi dormiente e ben esemplificata dal «giovin signore» nel Giorno di Giuseppe Par ini. Un'Italia, però, che sarebbe stata bruscamente costretta al risveglio dalla ventata di desiderio di libertà e di nuovo che, proveniente dalla Francia, travolse ogni cosa.

Storia d’Italia, Vol 07. L’Italia della Controriforma [1492-1600]

Se volessimo riassumere brevemente gli anni che vanno dal 1250 al 1600, potremmo definirli "crescila, apogeo e decadenza dell'Italia". Sebbene divisa in piccoli Stati sovrani e rissosi tra loro, in questo periodo l'Italia raggiunge in campo artistico e letterario uno splendore senza precedenti nella storia. Dopo la solitaria lezione di Dante, Petrarca e Boccaccio dettano i canoni letterari che saranno seguiti dall'Europa per ben tre secoli, i pittori italiani stupiscono per i capolavori con cui adornano le chiese e le corti dei potenti, gli architetti rielaborano la grande lezione greca e romana per giungere a una sua nuova interpretazione. La quasi totalità del commercio del Mediterraneo è in mano ai mercanti italiani e fiumi dì denaro affluiscono nelle mani dei banchieri e dei signori delle diverse corti della penisola. Ma a questa grandezza artistica e economica si accompagna una debolezza politica che verrà a galla dopo la morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico e nello stesso anno la scoperta dell'America avrebbe cambiato per sempre le rotte del grande commercio mondiale. Nel 1494 la calata in Italia di Carlo Vili di Francia avrebbe posto fine all'effimera libertà italiana. In questo periodo, inoltre, si diffondeva in Europa la Riforma di Lutero, insorto contro la Chiesa di Roma. Un messaggio che non raggiunse l'Italia che abbracciò (o subì) la Controriforma, piombando in un oscurantismo spirituale e culturale che l'avrebbe segnata nei secoli a venire.

Storia d’Italia, Vol 06. L’Italia dei secoli d’oro [1250-1492]

Se volessimo riassumere brevemente gli anni che vanno dal 1250 al 1600, potremmo definirli "crescila, apogeo e decadenza dell'Italia". Sebbene divisa in piccoli Stati sovrani e rissosi tra loro, in questo periodo l'Italia raggiunge in campo artistico e letterario uno splendore senza precedenti nella storia. Dopo la solitaria lezione di Dante, Petrarca e Boccaccio dettano i canoni letterari che saranno seguiti dall'Europa per ben tre secoli, i pittori italiani stupiscono per i capolavori con cui adornano le chiese e le corti dei potenti, gli architetti rielaborano la grande lezione greca e romana per giungere a una sua nuova interpretazione. La quasi totalità del commercio del Mediterraneo è in mano ai mercanti italiani e fiumi dì denaro affluiscono nelle mani dei banchieri e dei signori delle diverse corti della penisola. Ma a questa grandezza artistica e economica si accompagna una debolezza politica che verrà a galla dopo la morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico e nello stesso anno la scoperta dell'America avrebbe cambiato per sempre le rotte del grande commercio mondiale. Nel 1494 la calata in Italia di Carlo Vili di Francia avrebbe posto fine all'effimera libertà italiana. In questo periodo, inoltre, si diffondeva in Europa la Riforma di Lutero, insorto contro la Chiesa di Roma. Un messaggio che non raggiunse l'Italia che abbracciò (o subì) la Controriforma, piombando in un oscurantismo spirituale e culturale che l'avrebbe segnata nei secoli a venire.

Storia d’Italia, Vol 05. L’Italia dei Comuni [1000-1250]

Da Costantino il Grande – e all’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale di Roma – alla morte di Federico II, l’imperatore tedesco che sognava un’Italia colta e laica e affrancata dal potere temporale del papato. Quasi ottocento anni di storia durante i quali assistiamo al crollo dell’impero romano d’Occidente, alle invasioni barbariche, alla svolta dell’anno 1000 quando, come dice Rodolfo il Glabro, «si videro rinnovare per tutta la terra, ma specialmente in Gallia e in Italia, le basiliche e le chiese», alle crociate, allo scontro tra papato e impero, e alla lotta dei liberi comuni per la propria indipendenza. Le repubbliche marinare, il monachesimo, le eresie, la nascita della lingua italiana; personaggi come San Benedetto, Odoacre, Matilde di Canossa, Enrico IV, Federico Barbarossa, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Arnaldo da Brescia… Anni duri e difficili in cui si andò formando il carattere distintivo degli italiani – fatto di un ostinato individualismo prossimo all’anarchia che ci porterà sempre a privilegiare il campanile a scapito dell’idea o della realtà di uno Stato nazionale e unitario – e si preparò il miracolo del Rinascimento.

Storia d’Italia, Vol 04. L’Italia dei secoli bui [476-1000]

Da Costantino il Grande – e all’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale di Roma – alla morte di Federico II, l’imperatore tedesco che sognava un’Italia colta e laica e affrancata dal potere temporale del papato. Quasi ottocento anni di storia durante i quali assistiamo al crollo dell’impero romano d’Occidente, alle invasioni barbariche, alla svolta dell’anno 1000 quando, come dice Rodolfo il Glabro, «si videro rinnovare per tutta la terra, ma specialmente in Gallia e in Italia, le basiliche e le chiese», alle crociate, allo scontro tra papato e impero, e alla lotta dei liberi comuni per la propria indipendenza. Le repubbliche marinare, il monachesimo, le eresie, la nascita della lingua italiana; personaggi come San Benedetto, Odoacre, Matilde di Canossa, Enrico IV, Federico Barbarossa, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Arnaldo da Brescia… Anni duri e difficili in cui si andò formando il carattere distintivo degli italiani – fatto di un ostinato individualismo prossimo all’anarchia che ci porterà sempre a privilegiare il campanile a scapito dell’idea o della realtà di uno Stato nazionale e unitario – e si preparò il miracolo del Rinascimento.

STAY – Un amore fuori dal tempo

Anna e Bennett non avrebbero mai potuto incontrarsi: lei vive nel 1995 a Chicago, lui nel 2012 a San Francisco. Ma Bennett può viaggiare nel tempo, pur con il divieto di cambiare il corso degli eventi. Per cercare sua sorella che si è perduta in una dimensione temporale sbagliata, il ragazzo irrompe nella vita di Anna, recando con sé un nuovo universo, denso di avventure e possibilità. Ma se il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano all’altro capo del mondo, cosa scatenerà un sentimento potente come l’amore che nasce con diciassette anni di anticipo? Anna e Bennett si perdono e si ritrovano incrociando i loro destini paralleli, ma dovranno trovare il modo di fermare la corsa dell’orologio. Quanto saranno pronti a perdere pur di rimanere insieme? Quali conseguenze saranno disposti a sopportare, alterando la realtà, per proteggere il loro amore?

La stanza della morte: La decima indagine di Lincoln Rhyme #10

Robert Moreno, cittadino americano, viene ucciso alle Bahamas da un cecchino in grado di colpire il cuore delle sue vittime a oltre un chilometro di distanza. La responsabilità dell’attentato ricade sul governo degli Stati Uniti: la sparatoria parrebbe infatti essere la risposta all’attacco terroristico che l’uomo stava apparentemente ordendo ai danni di una compagnia petrolifera americana. Ma le prime indagini portano alla luce oscuri retroscena, tra i quali il macabro omicidio a sangue freddo di un innocente. Sarà Lincoln Rhyme a presentarsi sulla scena del crimine a Nassau, mentre la collega Amelia Sachs continua le indagini a New York. Ma qualcuno sta facendo sparire ogni prova. Il decimo romanzo della serie di Lincoln Rhyme.

Uno splendido disastro: La serie di Uno splendido disastro

Uno splendido disastro è un fenomeno mondiale e la serie che ha portato al successo Jamie McGuire. Sentimenti inconfessabili, lotte interiori, passione proibita: è difficile non diventarne dipendenti. «Jamie McGuire ha iniziato a scalare le classifiche e non si è più fermata.»la RepubblicaJamie McGuire è autrice delle serie:Uno splendido disastro1 – Uno splendido disastro 2 – Il mio disastro sei tu 3 – Un disastro è per sempre 4 – Uno splendido sbaglio 5 – Un indimenticabile disastro 6 – L’amore è un disastro 7 – Il disastro siamo noi 8 – Il disastro perfetto9 – L’ultimo disastroHappenstance1 – Una meravigliosa bugia2 – Un magnifico equivoco3 – Un’incredibile folliaCamicetta immacolata e coda di cavallo. Abby Abernathy sembra la classica ragazza timida e studiosa. Ma in realtà è una ragazza in fuga. In fuga dal suo passato, dalla sua famiglia, da un padre in cui ha smesso di credere. E ora che è arrivata alla Eastern University per il primo anno di università, ha tutta l’intenzione di dimenticare la sua vecchia vita e ricominciare da capo. Travis Maddox di notte guida troppo veloce sulla sua moto, ha una compagna diversa per ogni festa e attacca briga con molta facilità. Dietro di sé ha una scia di adoratrici disposte a tutto per un suo bacio. C’è una definizione per quelli come lui: Travis è il ragazzo sbagliato. Abby lo capisce subito appena i suoi occhi incontrano quelli profondi di lui e sente uno strano nodo allo stomaco: Travis rappresenta tutto ciò da cui ha solennemente giurato di stare lontana. Ma lei no, non ci cadrà come tutte, lei sa quello che deve fare, quel ragazzo porta solo guai. Ma quando, a causa di una scommessa fatta per gioco, i due si ritrovano a dover condividere lo stesso tetto per trenta giorni, Travis dimostra un’inaspettata mistura di dolcezza e passionalità. Solo lui è in grado di leggere fino in fondo all’anima tormentata di Abby e capire cosa si nasconde dietro i suoi silenzi. Solo lui è in grado di dare una casa al cuore sempre in fuga della ragazza. Ma Abby ha troppa paura di affidargli la chiave per il suo ultimo e più profondo segreto…

Sotto la città: Un’indagine per l’agente Erlendur Sveinsson

«L’Islanda ha trovato il suo Mankell… Assolutamente nordico, un narratore che rappresenta un marchio di grande qualità. Erlendur è un personaggio meraviglioso.»Die Welt«Misteri ricchi di pathos… Uno scrittore che merita davvero di essere letto.»The Daily Telegraph«L’agente Erlendur, un antieroe in versione islandese… un personaggio interessante, sintomatico del marcio e del non detto della società contemporanea.»L’ExpressC’è un biglietto dal significato misterioso accanto al corpo del vecchio Holberg, trovato col cranio sfondato nel suo appartamento di Reykjavík. All’agente Erlendur, solitario cinquantenne divorziato, a cui vengono affidate le indagini, sembra un caso banale, ma non appena comincia a scavare nella vicenda emergono sul conto dell’uomo dettagli inquietanti che conducono a un passato torbido, fatto di stupri e di perversioni. Ma non solo. Indizio dopo indizio, Erlendur scoprirà una città sconosciuta e segreta, una Reykjavík che cela un mondo sotterraneo, macabro e sconosciuto: la «Città dei barattoli», la sezione della facoltà di Medicina in cui un tempo venivano conservati organi umani a scopi scientifici e didattici…«Indriðason è il miglior scrittore di gialli dei paesi nordici.»The Times«Indriðason riempie il vuoto lasciato da Stieg Larsson.»Usa Today«Se amate i gialli di classe, allora questo autore fa per voi.»The Irish Time