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C’è un confine molto sottile che separa, nella pudica Inghilterra vittoriana, la virtù e la dissolutezza, l’integerrima moralità e il peccato più ignobile, l’amore e la perdizione, il pudore e la lussuria. Lui, Matthew, nobile, artista e libertino, parrebbe votato alle peggiori scelleratezze, mentre lei, Jane, desidera tutt’altro dalla vita, il vero amore, la passione più autentica. Ma c’è un segreto fra loro, qualcosa che giunge dal passato e che, malgrado l’ostilità dei benpensanti e le resistenze della migliore aristocrazia, non riesce a tenerli distanti. Qualcosa che, sulle prime, adombra le loro vite fino a lasciar intravvedere un futuro offuscato da difficoltà insormontabili ma che, forse, costituirà la base più solida di un amore senza fine.

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SILK & SCANDAL Vol.3
Cornovaglia, 1814. Quando Lady Honoria, diamante del ton, viene sorpresa con le vesti strappate tra le braccia di un uomo, nessuno è disposto a credere che sia vittima di un complotto. Caduta in disgrazia, la gentildonna si rifugia così in Cornovaglia e si presenta a tutti come Miss Foxe. Qui conosce il capitano Gabe Hawksworth, un affascinante contrabbandiere con cui instaura un rapporto intenso e magico e al quale racconta ciò che è accaduto a Londra. Gabe, che pur non essendo nobile è un vero gentiluomo, si offre di aiutarla a smascherare chi ha ordito l’intrigo anche se a quel punto è chiaro che lei non potrà mai essere sua. Ma al cuore, e al vero amore, non si comanda… **
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SILK & SCANDAL Vol.3
Cornovaglia, 1814. Quando Lady Honoria, diamante del ton, viene sorpresa con le vesti strappate tra le braccia di un uomo, nessuno è disposto a credere che sia vittima di un complotto. Caduta in disgrazia, la gentildonna si rifugia così in Cornovaglia e si presenta a tutti come Miss Foxe. Qui conosce il capitano Gabe Hawksworth, un affascinante contrabbandiere con cui instaura un rapporto intenso e magico e al quale racconta ciò che è accaduto a Londra. Gabe, che pur non essendo nobile è un vero gentiluomo, si offre di aiutarla a smascherare chi ha ordito l’intrigo anche se a quel punto è chiaro che lei non potrà mai essere sua. Ma al cuore, e al vero amore, non si comanda…

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La chiesa ha quattro vangeli, l’eresia ne ha moltissimi…; così lo scrittore cristiano Origene nel III secolo stigmatizzava la severità con cui la Chiesa di Roma aveva selezionato il ricchissimo patrimonio scritturale e documentario che ripropone il vangelo di Cristo, cioè il suo messaggio di salvezza, calato nei tempi, nello scenario e tra le figure di contorno della sua vita terrena. Eppure a questo patrimonio apocrifo non hanno mai smesso di attingere il popolo nel suo folclore e le arti figurative per i soggetti di grandi capolavori, recuperando alla dimensione umana e quotidiana il mistero religioso dell’incarnazione di Dio.

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Donne fatali e virago, uomini umiliati, sconcertati e disturbati, relazioni a intermittenza in metropoli insensate, parole algide, pensieri aspri, dissoluzioni sensuali e cinismo erotico: questo è il mondo di “Uomini, donne, ghiaccio e lime”.

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Ernest Pettigrew, ex maggiore dell’esercito britannico, è un uomo tutto d’un pezzo. Non perde tempo in frivolezze, né in inutili chiacchiere di paese. Ama la vita tranquilla, retta da valori solidi e intramontabili: decoro, senso del dovere e una tazza di tè fatto come Dio comanda. Ma la morte del fratello sembra aprire una breccia nel suo cuore, ed è allora che si abbandona all’amicizia per Jasmina Ali: la signora di origini pachistane che gestisce l’emporio del villaggio. Mentre tutti intorno a lui si perdono in convenevoli o in accese discussioni sull’eredità, lei lo conquista con la sua generosità spontanea e la sua schiettezza. Ad accomunarli non è solo lo stato civile (sono entrambi vedovi), ma anche la passione per la lettura. E così, il tè della domenica pomeriggio nella biblioteca del maggiore Pettigrew diventa ben presto un appuntamento fisso, atteso con trepidazione per tutta la settimana. Letto da Mrs Ali, Kipling è tutta un’altra cosa. Tuttavia, quando dalle amabili chiacchierate sui libri preferiti si accende qualcosa di più di una semplice amicizia, l’insolita coppia si ritrova al centro dei pettegolezzi e dei pregiudizi della piccola comunità di campagna. Perché, anche se Mrs Ali è nata a Cambridge e non si è mai spinta più in là dell’Isola di Wight, agli occhi di quel mondo chiuso resta sempre una straniera. Per non parlare del biasimo delle rispettive famiglie: il figlio del maggiore, preoccupato per la successione; il nipote fondamentalista di Mrs Ali, che vorrebbe relegare la zia alla cura della casa e dei parenti. A quel punto, starà al maggiore Pettigrew scegliere se piegarsi sobriamente alle tradizioni o combattere un’ultima, decisiva battaglia. Ma stavolta in nome dell’amore.

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“Hanno visto quel poco di buono in città. Ho disperatamente bisogno dei soldi che mi deve. Puoi aiutarmi a rintracciarlo?” Se non fosse stata intirizzita dal freddo, se suo marito non fosse stato via per un seminario, forse le cose sarebbero andate diversamente. Ma quella mattina di gennaio è davvero troppo gelida perché l’investigatrice privata Regan Reilly possa resistere alla tentazione di scappare da New York – dove si è appena trasferita ma dove non si è ancora ambientata – per correre in soccorso dell’amica. D’altronde, Abigail le portava sempre il brodo di pollo quando ancora abitavano entrambe a Los Angeles. E il misfatto del “poco di buono” merita sicuramente vendetta. E poi – che diamine – al Sud splende sempre il sole! In poche ore, Regan è sull’aereo che la riporta sui lidi dorati della California, ignara della pericolosa avventura in cui si sta imbarcando. Sembrerebbe uno scherzo per una detective del calibro di Regan, ma Abigail non è una persona come le altre: fin dal giorno della sua nascita, guarda caso un venerdì 13, attira sfortuna e catastrofi come una calamita. E benché non ci sia una nuvola in cielo, Regan, che non è mai stata superstiziosa in vita sua, comincia a comprendere il significato dell’espressione “giornata nera” quando, dopo terremoti e altri cataclismi, all’orizzonte spuntano anche alcuni brutti ceffi. Uno dei quali sembra avercela in particolar modo con lei.

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« Sunset Park è allo stesso tempo serrato e di ampio respiro, immensamente ambizioso nelle tematiche, eppure capace di entrare nell’intimità dei suoi personaggi. […] Ed è un vero piacere leggerlo» . Library Journal Miles Heller ha ventotto anni e vive in Florida. Ha poco, eppure ha tutto: l’amore di un’adorabile ragazza di origini cubane, la passione trasmessagli dal padre per il baseball con le sue storie fatte di destino e casualità, e i libri, «una malattia da cui non vuole essere curato». Il lavoro non è un granché, d’accordo, ma lui sembra farlo come se in quell’attività intuisse un misterioso legame con la sua esistenza: affinché le banche possano rimetterle in vendita, deve entrare nelle abitazioni abbandonate e fotografare gli oggetti che gli inquilini vi hanno lasciato. Una piccola archeologia di esistenze passate, ricordi di una vita precedente: anche Miles ha una vita precedente da cui negli ultimi sette anni è fuggito. E continuerebbe a farlo se il destino (o il caso) non si mettesse in mezzo: Pilar, la sua ragazza, è orfana e vive con le sorelle maggiori. Ed è minorenne. Così quando decide di trasferirsi da Miles, lui deve avere il loro consenso che ottiene corrompendo la più grande. Ma dopo qualche mese, Angela Sanchez inizia a ricattarlo. A Miles non resta che cambiare aria per un po’: in fondo Pilar sarà presto maggiorenne e nulla potrà separarli. Si rivolge all’unico amico con cui è rimasto in contatto, Bing, che insieme ad altri tre ragazzi vive a Brooklyn, in una casa occupata in una zona chiamata Sunset Park. Tornare a New York, la sua città natale, significa fare i conti con i motivi che l’hanno spinto ad andarsene di casa, a voltare le spalle ai genitori, a interrompere gli studi, significa chiarire definitivamente, con i famigliari ma anche con se stesso, i motivi che hanno determinato la morte del fratello Bobby. Ma sarà un percorso difficile, doloroso e dall’esito incerto.

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Anche il linguaggio, soprattutto quand’è quello di una madre che scrive alla figlia, sa fare carezze e diventare affettuoso, talora così tenero da condurre alla commozione. Così, nel suo testo d’apertura, Vito Mancuso introduce questo libro insolito, intimo, curioso, una sorta di romanzo epistolare, testamento spirituale di una donna che, pur vicina alla fine, fa dell’ironia la sua forza e la sua àncora di salvezza (“Cara Titti, leggo, rido, rido e non riesco più a leggere”, le scriverà – non a caso – il suo editore, qui nell’inusuale veste di corrispondente e personaggio). Attraverso la cronaca di eventi piccoli e talvolta piccolissimi, l’insieme di questi microtesti racconta per frammenti gli ultimi tre anni della vita dell’autrice: il parallelo progredire di una sindrome che priva a poco a poco della parola (restituendola però sulla pagina in forma potenziata) e la genesi, l’elaborazione, la stesura dell’Ultima estate. Nelle mail, difficoltà, infermità, dolori, procedono di pari passo con l’affermazione di sé e il successo pubblico, vissuti dallo spazio ristretto di una stanza dove la malattia e la conseguente decisione di negarsi al mondo hanno confinato la scrittrice. Nei mesi delle recensioni, delle tante attestazioni di affetto, degli inviti, cui lei non può aderire – sostituita ogni volta dalla figlia Alice -, il computer è l’unico mezzo di comunicazione possibile; grazie ai meccanismi della posta elettronica, Cesarina (detta Titti) invia messaggi, mette in copia, inoltra allegati, creando una piccola rete di amici cui dedicare anche solo poche parole quando le forze lo consentono. A raccogliere stati d’animo e sensazioni ci sono – in rappresentanza del mondo – l’amico d’infanzia, il cugino “svedese”, la confidente che crede in Dio, quella che non crede, fino all’immaginario professore di letteratura. Rimandati da una mail all’altra, da un destinatario all’altro, i più intimi diventano così veri e propri personaggi: c’è Giancarlo, il premuroso marito lunatico, Ernesto, il piccolo nipote musicista, i gatti, tutte figure del piccolo universo ricreato di colei che scrive. Avanza intanto il blocco fisico e l’incapacità di comunicare se non per iscritto. Nella strenua difesa della propria integrità di fronte al decadimento patologico, lo stile diventa un valore irrinunciabile, mantenuto intatto dalla prima all’ultima mail. Precisazioni al limite del maniacale, citazioni colte, modi di dire familiari e alcune poesie si alternano con naturalezza e a emergere prepotente è un black humour che stupisce e insieme diverte per il carattere di elegante imprevedibilità. La scrittura stabilizza e toglie tensioni e a prevalere è la volontà del bene: per l’amore come forza e frutto di intelligenza ordinata, allora, spiccano i messaggi “alla figlia ritrovata” con i consigli di una madre a sua volta ritrovata: lucida, dolce, saggia e, paradossalmente, proprio ora che il corpo cede e lo spirito è ridotto a pura voce, completa. **
### Sinossi
Anche il linguaggio, soprattutto quand’è quello di una madre che scrive alla figlia, sa fare carezze e diventare affettuoso, talora così tenero da condurre alla commozione. Così, nel suo testo d’apertura, Vito Mancuso introduce questo libro insolito, intimo, curioso, una sorta di romanzo epistolare, testamento spirituale di una donna che, pur vicina alla fine, fa dell’ironia la sua forza e la sua àncora di salvezza (“Cara Titti, leggo, rido, rido e non riesco più a leggere”, le scriverà – non a caso – il suo editore, qui nell’inusuale veste di corrispondente e personaggio). Attraverso la cronaca di eventi piccoli e talvolta piccolissimi, l’insieme di questi microtesti racconta per frammenti gli ultimi tre anni della vita dell’autrice: il parallelo progredire di una sindrome che priva a poco a poco della parola (restituendola però sulla pagina in forma potenziata) e la genesi, l’elaborazione, la stesura dell’Ultima estate. Nelle mail, difficoltà, infermità, dolori, procedono di pari passo con l’affermazione di sé e il successo pubblico, vissuti dallo spazio ristretto di una stanza dove la malattia e la conseguente decisione di negarsi al mondo hanno confinato la scrittrice. Nei mesi delle recensioni, delle tante attestazioni di affetto, degli inviti, cui lei non può aderire – sostituita ogni volta dalla figlia Alice -, il computer è l’unico mezzo di comunicazione possibile; grazie ai meccanismi della posta elettronica, Cesarina (detta Titti) invia messaggi, mette in copia, inoltra allegati, creando una piccola rete di amici cui dedicare anche solo poche parole quando le forze lo consentono. A raccogliere stati d’animo e sensazioni ci sono – in rappresentanza del mondo – l’amico d’infanzia, il cugino “svedese”, la confidente che crede in Dio, quella che non crede, fino all’immaginario professore di letteratura. Rimandati da una mail all’altra, da un destinatario all’altro, i più intimi diventano così veri e propri personaggi: c’è Giancarlo, il premuroso marito lunatico, Ernesto, il piccolo nipote musicista, i gatti, tutte figure del piccolo universo ricreato di colei che scrive. Avanza intanto il blocco fisico e l’incapacità di comunicare se non per iscritto. Nella strenua difesa della propria integrità di fronte al decadimento patologico, lo stile diventa un valore irrinunciabile, mantenuto intatto dalla prima all’ultima mail. Precisazioni al limite del maniacale, citazioni colte, modi di dire familiari e alcune poesie si alternano con naturalezza e a emergere prepotente è un black humour che stupisce e insieme diverte per il carattere di elegante imprevedibilità. La scrittura stabilizza e toglie tensioni e a prevalere è la volontà del bene: per l’amore come forza e frutto di intelligenza ordinata, allora, spiccano i messaggi “alla figlia ritrovata” con i consigli di una madre a sua volta ritrovata: lucida, dolce, saggia e, paradossalmente, proprio ora che il corpo cede e lo spirito è ridotto a pura voce, completa.

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In questo libro Antonio Pascale fa i conti una volta per tutte con il nostro paese. E scrive un saggio sull’Italia contemporanea a metà tra l’autobiografia sentimentale e l’inchiesta sul campo. Dall’arrivo dei primi senegalesi nella provincia campana alla nascita delle televisioni commerciali, dal caso Di Bella al caso Englaro, dalle passioni giovanili ai dubbi della paternità. “Questo è il paese che non amo” è un dialogo con il lettore, chiamato a mettere in crisi le sue false certezze. A riconoscere il razzismo dietro l’interesse per gli immigrati, il voyeurismo dietro la curiosità per il male, la militanza ottusa dietro le nuove ideologie, il sopruso dietro l’amore.

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Inghilterra – Francia, 1804. Due sorelle in fuga. Un aristocratico libertino. Un gioiello legato a un’oscura profezia. Victoria Temple Whiting non ha mai prestato fede alla leggenda legata alla splendida collana che da tempo appartiene alla sua famiglia, e non crede affatto che da quell’antico gioiello possa dipendere il suo destino. Così, costretta ad andarsene di casa insieme alla bellissima sorella per sottrarla alle moleste attenzioni del patrigno, non esita a rubare il prezioso cimelio per finanziare la loro fuga a Londra, dove spera di trovare lavoro come istitutrice presso una nobile famiglia. Ben presto però la sfortuna inizia ad accanirsi sulle due giovani, che alla fine, per non finire su una strada, si rassegnano a fare le domestiche nella casa di un giovane conte: l’affascinante e assai chiacchierato Cordell Easton.
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Inghilterra – Francia, 1804. Due sorelle in fuga. Un aristocratico libertino. Un gioiello legato a un’oscura profezia. Victoria Temple Whiting non ha mai prestato fede alla leggenda legata alla splendida collana che da tempo appartiene alla sua famiglia, e non crede affatto che da quell’antico gioiello possa dipendere il suo destino. Così, costretta ad andarsene di casa insieme alla bellissima sorella per sottrarla alle moleste attenzioni del patrigno, non esita a rubare il prezioso cimelio per finanziare la loro fuga a Londra, dove spera di trovare lavoro come istitutrice presso una nobile famiglia. Ben presto però la sfortuna inizia ad accanirsi sulle due giovani, che alla fine, per non finire su una strada, si rassegnano a fare le domestiche nella casa di un giovane conte: l’affascinante e assai chiacchierato Cordell Easton.

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“La vera novità della poesia lirica oraziana, anche sul piano formale, fu quella di ricongiungersi, con le sue Odi, alla lirica greca antica di Archiloco e Pindaro, di Alceo e Saffo. Celebrando se stesso come T’inventore’ romano di questo genere letterario, il poeta di Venosa non si esaltava vanagloriosamente; si può infatti dire che prima di lui i lirici antichi erano conosciuti soltanto di nome e che, per quanto ne sappiamo, nessun romano aveva letto Alceo o Pindaro.” Introduce così Ugo Dotti la sua edizione – tagliata su misura per la sensibilità contemporanea – delle Odi e degli Epodi oraziani, opere indimenticabili che fanno ormai parte della cultura interiore occidentale. Fra l’invettiva tormentata degli Epodi, il tono solenne del Canto secolare e la celebrazione, nelle Odi, della vita tranquilla e del sereno godimento dell’oggi nell’ignoranza del domani, Orazio ha scolpito nei suoi versi un insegnamento poetico ancora attuale, come il suo celebre invito al carpe diem.

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“Tutto cominciò con due valigie. Mia madre arrivò in Olanda nel 1969 con due valigie piene di bracciali, collane e orecchini. Affittò una stanza in una casa di riposo, dove iniziò a lavorare come infermiera. Nascose le valigie sotto il letto, secondo gli indiani il posto più adatto per custodire oggetti di valore. Una volta mia madre mi confidò: ‘I ladri non guardano mai sotto il letto’. Mio padre mi sussurrò all’orecchio: ‘In India quasi nessuno ha un letto’. Per anni le valigie rimasero sotto il letto di mia madre. Finché un giorno mio padre, un uomo goffo con le orecchie a sventola, il tipico olandese, si innamorò di quella donna esotica che vedeva in mia madre. Non so esattamente come andarono i fatti, e in realtà neanche lo voglio sapere. Ad ogni modo: a un certo punto le due valigie furono trasferite in un piccolo appartamento sulla Bloemstraat e finirono sotto un letto matrimoniale. Mio padre studiava medicina, tutto il giorno immerso in una pila di libri da cui spuntavano solo le orecchie a sventola. Mia madre faceva l’infermiera e portava a casa la pagnotta, o nel suo caso il naan. Una volta mi confidò: ‘Tuo padre era povero come un ratto di Delhi’. Mio padre mi sussurrò all’orecchio: ‘Magari fossi stato un ratto di Delhi’. L’appartamento sulla Bloemstraat era rumoroso, sbilenco e puzzava più delle ascelle di mio padre. Stando alla versione di mia madre, almeno. Ormai non c’è più modo di appurarlo.”

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Traduzione di Paolo Falcone
Edizione integrale
«Nel momento in cui dubiti di poter volare, perdi per sempre la facoltà di farlo». È questa la ragione che spiega il mistero, semplice eppure profondo, del fascino di Peter Pan. La magia dei personaggi e delle atmosfere deriva da un’incrollabile fiducia nella forza dei sogni: con la sua freschezza e vitalità, questo strano ragazzo vola, insieme con i lettori, «dritto fino al mattino». Nel primo racconto, Peter Pan nei giardini di Kensington, Peter è un bambino fuggito dalla culla che vive nel grande parco, tra saggi pennuti, fate e creature di sogno. In Peter e Wendy ha invece già raggiunto la famosa “Isolachenoncè”, e
affronta bizzarre avventure in quella terra fantastica, popolata da pirati, sirene, pellerossa e da un feroce coccodrillo divoratore di uomini e sveglie…
«Chiedete a vostra madre se da bambina conosceva Peter Pan, e lei vi risponderà: «Ma certo, piccola»; domandatele poi se a quei tempi egli se ne andava in giro a dorso di capra e vi dirà: «Che domanda sciocca, certo che sì».»
James Matthew Barrie
Sir James Matthew Barrie (Kirriemuir 1860-Londra1937) si trasferì in Inghilterra dopo la laurea all’Università di Edimburgo. Per un breve periodo lavorò come giornalista presso il «Nottingham Journal»; successivamente, intraprese a Londra la carriera di scrittore e nel 1913 fu nominato baronetto. Autore di numerosi romanzi e testi teatrali – per l’opera comica Jane Annie collaborò con Arthur Conan Doyle, cui era legato anche da una profonda amicizia – è comunque universalmente noto per la creazione del personaggio di Peter Pan. La sua vita e le vicende che lo portarono a comporre il suo capolavoro sono state trasposte sul grande schermo nel film Neverland – Un sogno per la vita (2004). **
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Traduzione di Paolo Falcone
Edizione integrale
«Nel momento in cui dubiti di poter volare, perdi per sempre la facoltà di farlo». È questa la ragione che spiega il mistero, semplice eppure profondo, del fascino di Peter Pan. La magia dei personaggi e delle atmosfere deriva da un’incrollabile fiducia nella forza dei sogni: con la sua freschezza e vitalità, questo strano ragazzo vola, insieme con i lettori, «dritto fino al mattino». Nel primo racconto, Peter Pan nei giardini di Kensington, Peter è un bambino fuggito dalla culla che vive nel grande parco, tra saggi pennuti, fate e creature di sogno. In Peter e Wendy ha invece già raggiunto la famosa “Isolachenoncè”, e
affronta bizzarre avventure in quella terra fantastica, popolata da pirati, sirene, pellerossa e da un feroce coccodrillo divoratore di uomini e sveglie…
«Chiedete a vostra madre se da bambina conosceva Peter Pan, e lei vi risponderà: «Ma certo, piccola»; domandatele poi se a quei tempi egli se ne andava in giro a dorso di capra e vi dirà: «Che domanda sciocca, certo che sì».»
James Matthew Barrie
Sir James Matthew Barrie (Kirriemuir 1860-Londra1937) si trasferì in Inghilterra dopo la laurea all’Università di Edimburgo. Per un breve periodo lavorò come giornalista presso il «Nottingham Journal»; successivamente, intraprese a Londra la carriera di scrittore e nel 1913 fu nominato baronetto. Autore di numerosi romanzi e testi teatrali – per l’opera comica Jane Annie collaborò con Arthur Conan Doyle, cui era legato anche da una profonda amicizia – è comunque universalmente noto per la creazione del personaggio di Peter Pan. La sua vita e le vicende che lo portarono a comporre il suo capolavoro sono state trasposte sul grande schermo nel film Neverland – Un sogno per la vita (2004).

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Le opere proposte in questo volume ricostruiscono a vari livelli il percorso culturale dell’Aretino fino al 1534: la prima redazione della Cortigiana (1525), commedia che mette in scena una divertita rappresentazione icastica della Roma vivace e colorita dei papi medicei; l’Opera nova (1512), raccolta “scolastica” di versi in linea col fortunato filone della lirica tardo-quattrocentesca, qui riproposta in edizione integrale, e il Pronostico del 1534, che tramanda sferzanti giudizi satirici contro il papa e l’imperatore, coinvolgendo i principi e i regnanti di mezza Europa. L’Appendice contiene due scritti burleschi, il Testamento dell’Elefante (1516) e la Farza (1519-1521), tradizionalmente attribuiti all’Aretino: operette godibili e ingiustamente dimenticate la cui pubblicazione conserva il sapore di una riscoperta letteraria e storica.