Visualizzazione di tutti i 3 risultati

Più o meno alle tre

11 settembre 2001. A Napoli un uomo spia dalla finestra una donna, che si offre al suo sguardo dalla casa di fronte in un gioco di eccitante seduzione. Sono più o meno le tre di un giorno qualsiasi ma, da fuori, un evento irrompe, destinato a fissarsi per sempre nella memoria collettiva.
Tutti i protagonisti sono colti in quel preciso istante – il crollo delle torri trasmesso dalle televisioni – che corrisponde a un momento decisivo della loro esistenza. Più o meno alle tre dell’11 settembre 2001, a Napoli c’è chi viene abbandonato dalla moglie dopo un pomeriggio al mare, chi è coinvolto in un gioco voyeuristico con la compiacente vicina di casa, chi spara per sentirsi grande, chi apprende di avere un cancro ai polmoni, chi entra casualmente in possesso di una grossa somma di denaro.
Omicidi e liberazioni, separazioni e licenziamenti, che convergono verso la pizzeria da Tòtore, in una continua contrapposizione tra la drammatica spettacolarità dell’evento mediatico che travolge la metropoli statunitense e la solitudine in cui si dibatte il dolore quotidiano di quelle vite. Un’umanità fatta di peccatori e perdenti, di gente che si affanna e si arrangia, sopravvive e muore, in una calda giornata dei primi di settembre. Storie accompagnate da uno stile che è la musica del racconto, all’occasione febbrile e sincopato come un rap napoletano, o lento e malinconico come un blues metropolitano.
L’anima del romanzo è l’originalità di un autore, napoletano doc, che conosce la materia che descrive, le facce che ritrae, i sentimenti, i suoni, gli odori della sua città: una Napoli caotica e fatalista, disperata e sognatrice, che affida ugualmente il suo destino a san Gennaro e ai 99 Posse.

L’altra madre

Genny ha sedici anni e lavora in un bar dalle parti di via Toledo; gli piace giocare a pallone e fare il buffone sul motorino. Perché, dicono gli amici, come lo porta lui, il mezzo, non lo porta nessuno. Tania di anni ne ha quindici, va ancora a scuola e dorme in una stanza che “tiene il soffitto pittato di stelle”; le piacciono le scarpe da ginnastica rosa e i bastoncini di merluzzo. La madre di Genny “ha quarant’anni, forse pure qualcuno in meno, ma il viso è segnato da certe occhiaie scure che la fanno sembrare più vecchia”; passa le giornate a fare gli orli ai jeans: venti orli ottanta euro; ogni tanto si interrompe, prende le carte e fa i tarocchi; e ogni tanto, quando non riesce a respirare, si attacca all’ossigeno. La madre di Tania fa la poliziotta, ha un corpo asciutto, muscoloso, e vicino all’ombelico “la cicatrice tonda di quando l’hanno sparata”; ed è una che se qualcosa va storto non esita a tirare fuori la pistola. Un sabato pomeriggio, in una strada del Vomero, le vite di Genny e di Tania si incrociano in modo tragico: e una madre decide di fare giustizia. A modo suo. Come già in “Dieci” con quella scrittura spigolosa e incalzante che riesce, è stato scritto, “a riattivare ciò che giace inerte nel linguaggio collettivo e privato”, Andrej Longo ci racconta una certa Napoli, e gli uomini e le donne che la abitano: protervi e feriti, crudeli e generosi.
**

Racconti in Sala D’Attesa

Si corre e non si pensa. Si corre e non si vive. Si corre e i problemi non si risolvono mai. Eppure ci sono dei momenti della nostra vita in cui siamo costretti a fermarci. Non dipende da noi. Dobbiamo aspettare.
Nelle sale d’attesa il tempo si dilata e tutto quello da cui fuggiamo ogni giorno ci si attacca addosso. Non ci sono vie di fuga. Si è da soli davanti al tempo e a se stessi.
Dodici racconti provano a sfidare il tempo e l’attesa, con storie di amicizia, sport, amore, passioni, illusioni. Storie di coraggio e di solitudini, storie di vita… storie positive, perché il mondo non è sempre girato dalla parte sbagliata.
Progetto dedicato a Vincenzo Federico
I diritti d’autore di questo libro saranno devoluti ad un progetto culturale destinato agli ospedali italiani.