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Il Labirinto

L’unico modo di sopravvivere è trovare l’uscita…   Quando Thomas si risveglia, le porte dell’ascensore in cui si trova si aprono su un mondo che non conosce. Non ricorda come ci sia arrivato, né alcun particolare del suo passato, a eccezione del proprio nome di battesimo. Con lui ci sono altri ragazzi, tutti nelle sue stesse condizioni, che gli danno il benvenuto nella Radura, un ampio spazio limitato da invalicabili mura di pietra, che non lasciano filtrare neanche la luce del sole. L’unica certezza dei ragazzi è che ogni mattina le porte di pietra del gigantesco Labirinto che li circonda vengono aperte, per poi richiudersi di notte. Ben presto il gruppo elabora l’organizzazione di una società disciplinata dai Custodi, nella quale si svolgono riunioni dei Consigli e vigono rigorose regole per mantenere l’ordine. Ogni trenta giorni qualcuno si aggiunge a loro dopo essersi risvegliato nell’ascensore. Il mistero si infittisce quando – senza che nessuno se lo aspettasse – arriva una ragazza. È la prima donna a fare la propria comparsa in quel mondo, ed è il messaggio che porta con sé a stupire, più della sua stessa presenza. Un messaggio che non lascia alternative. Ma in assenza di qualsiasi altra via di fuga, il Labirinto sembra essere l’unica speranza del gruppo… o forse potrebbe rivelarsi una trappola da cui è impossibile uscire.   “Il Labirinto è una lettura magnetica, che vi catapulterà in un mondo dai risvolti oscuri e vi catturerà fino alla fine.” Library Journal

Il Digiuno Intermittente: Come Bruciare I Grassi Efficacemente con il Digiuno Intermittente e Perdere Peso Senza Soffrire la Fame

Perdere peso efficacemente con il digiuno intermittente!
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In questo libro troverete tutto quello che c’è da sapere sul tema del digiuno intermittente. Come funziona, quali sono i metodi utilizzati e tutti gli effetti positivi che possiede. Il manuale propone inoltre consigli ed esempi pratici e concreti per scoprire la procedura più adatta a voi, che vi aiuterà a bruciare velocemente i grassi, a mangiare più sano e a migliorare le vostre prestazioni.
In questo pratico manuale imparerete…
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Il complotto degli Hutt

Han Solo è ricercato dalla Flotta Imperiale, ma ha trovato un grande amico e alleato in Chewbacca, un Wookiee che gli deve la vita. Han ha bisogno di tutto l’aiuto possibile perché anche gli Hutt di Ylesia sono sulle sue tracce e hanno assoldato il famigerato cacciatore di taglie Boba Fett per trovare l’uomo che li ha già raggirati una volta. Inoltre, Han e Chewie finiscono ancor più nei pasticci quando decidono di lavorare per i signori del crimine Jiliac e Jabba the Hutt: all’improvviso i due contrabbandieri si trovano coinvolti in una battaglia tra l’Impero e i loro alleati fuorilegge… uno scontro in cui persino la vittoria può significatela morte. **

Il carisma di Hitler. L’invenzione di un messia tedesco

Come è potuta avvenire la trasformazione dell’apparentemente insignificante Adolf Hitler nel Führer del Terzo Reich? In che cosa consisteva davvero il suo presunto carisma e in che modo rispondeva alle attese messianiche del popolo tedesco? Secondo Ludolf Herbst, Hitler non fu sin dall’inizio quello che oggi si ricorda. La sua visione del mondo e la sua consapevolezza di sé, prima della pubblicazione di Mein Kampf, erano ancora incerte e non era scontata la direzione della loro evoluzione. Le possibilità di manipolazione della moderna propaganda, che il partito nazionalsocialista usò e sfruttò come nessun altro partito, sono ancora oggi sottovalutate e tutte le rappresentazioni della dittatura nazista come “governo carismatico” risultano fuorvianti. L’attribuzione di un’autorità carismatica a Hitler si basa su inappropriate applicazioni della sociologia del potere di Max Weber, che se correttamente interpretata consente invece di sfatare il luogo comune del suo carisma come dono soprannaturale e di rintracciare i fondamenti reali della sua autorità. Sono infatti concrete condizioni – di ordine politico, economico, sociale, culturale più che personali – a determinare davvero il carisma hitleriano, e più in generale dei leader nei regimi totalitari. Il Führer fu così trasformato dagli anni trenta in avanti in un messia dalla propaganda nazionalsocialista. La concezione tuttora diffusa del suo carattere carismatico viene dunque relegata da Ludolf Herbst nel novero delle leggende.

Il Capanno di Flipke

Siamo arrivati alla fine, per ora, di questa interminabile rassegna sulle opere di Georges Simenon.
Nel 2003, centenario della nascita dello scrittore, Adelphi pubblicava sul proprio sito “Il capanno di Flipke” del 1941, tradotto per la prima volta in italiano da Ena Marchi, e a quanto pare mai pubblicato in edizione cartacea. Su ottimo suggerimento di LouiseB, che ringraziamo anche per la copertina, presentiamo questo racconto inedito come una ciliegina sulla torta. Naturalmente questo non è un addio, ma solo un arrivederci.
Il racconto si svolge a Furnes (in fiammingo Veurne) cittadina belga delle Fiandre Occidentali, nei pressi del confine della Francia. E’ una nostra vecchia conoscenza: ricordate il Borgomastro di Furnes?
E’ un racconto inconsueto per Simenon, difficilmente classificabile. Immersi nelle profondità della provincia fiamminga, nel caffè dei Peeters il tempo sembra essersi fermato: ogni sera immancabilmente prima della chiusura si ripetono, non si sa più da quanto, gli stessi rituali un po’ insulsi. E la pioggia, che dura ormai da giorni e giorni, sembra accentuare il senso di isolamento e di torpore, mentre ogni scena appare sfocata dall’atmosfera fumosa dei sigari.
Ma allora chi è l’inconsueto personaggio che quella sera fa la sua improvvisa apparizione nel caffè dei Peeters, portando sconquasso nel quieto avvicendarsi di giorni sempre uguali?
E da dove viene il vecchio che un bel giorno si sistema nel “capanno”, vicino alla frontiera, lungo il percorso battuto abitualmente dai contrabbandieri?
«Quel capanno, fatto di assi, di lamie­ra e di chissà cosa, stava laggiù, nei polder, al di là delle casette bianche circondate da giardini e da campi, a cento metri dal canale e a meno di due­cento dal confine, e nessuno a Furnes, né del resto in tutta la regione, avrebbe saputo dire ormai chi l’avesse costruito…»
( Kwisatz Haderack)

Il buon vino del signor Weston

Un pomeriggio di fine novembre del 1923, un vecchio furgoncino Ford con a bordo due uomini fa il suo ingresso in un piccolo villaggio della campagna inglese, seguito dall’apparizione in cielo di una grande scritta luminosa: «Il buon vino del signor Weston». Nella locanda al centro del villaggio, dove gli uomini si ritrovano ogni sera intorno al fuoco «come miti piante carnivore», il vecchio orologio a pendolo si ferma e un inspiegabile senso di attesa si diffonde fra gli ignari e malvagi abitanti, accompagnato solo dal vago presentimento «che sarebbe successo qualcosa»: come se di lì a breve «la vacca zoppa stesse per partorire un vitello a sei zampe». Da dove vengono quei due stranieri dall’aria familiare? Cosa si nasconde all’interno del furgone e che cosa sono venuti a vendere? Con questo romanzo del 1927, da molti considerato il suo capolavoro, Powys sembra essere riuscito a condensare più che in ogni altro suo libro – protetto dall’onnipresente «humour di pece» – la qualità essenziale del Male: impedire al Bene di essere riconosciuto. Perché «come tutti sanno, l’evento più importante e gravido di conseguenze passa spesso inosservato e viene ignorato da quasi tutti i nostri simili. E se davvero un giorno l’Eternità arrivasse, potete star certi che nessuno ci farebbe caso».

Il buio nel cuore

Mia Marshall non è come le sue coetanee. Lei, a diciannove anni non può permettersi di avere la testa fra le nuvole, di sognare in grande, con una vita che deve seguire un certo tipo di schema. No, lei vive in un mondo tutto suo, un mondo che si tramuta in una sfida nuova d’affrontare ogni giorno. In una camera della quale non conosce i colori, dove non sa che forma abbia il suo arredamento, immersa unicamente dalla percezione del tatto e dell’udito cerca di farsi spazio a gomitate per avere anche lei il suo posto nella vita. Dopo sei mesi alla State University di Portland, incomincia a sentirsi meno fuori luogo. Ha iniziato a destreggiarsi bene in mezzo a quei corridoi dei quali ha imparato a contarne i passi per potersi orientare meglio così da dipendere unicamente da sé stessa. Non è la ragazza che sa chiedere aiuto, nemmeno a quella che è la sua migliore amica, Bella. Con lei ha condiviso tutto, le passioni per le boyband, quelle per i film dei super eroi, per i romanzi rosa, anche se non sempre riesce a trovare i testi adatti al suo handicap, la cecità e adesso condividono insieme anche gli stessi corsi di studi. Tutto sembra scorrere per il verso giusto, se non fosse che le sfide per Mia non sono ancora finite. In biblioteca si siede al solito posto pronta a dare ripetizioni, ma non sa che quel giorno, quel momento, cambierà per sempre il percorso della sua intera esistenza. Quando Bradley Anderson si immette nel suo cammino, con il suo animo nero che nasconde un passato da dimenticare e un segreto che non può essere svelato, saprà capovolgere completamente la vita di Mia. Una sfida contro i sentimenti. Due mondi opposti che si scontreranno generando il caos nel quale perdersi potrebbe essere l’unica soluzione.

Il Barile Di Amontillado

Il barile di Amontillado (in inglese: The Cask of Amontillado o The Casque of Amontillado) è un racconto breve scritto da Edgar Allan Poe e pubblicato per la prima volta sul numero di novembre 1846 di Godey’s Lady’s Book.
La storia è probabilmente ambientata in una non identificata città italiana o comunque europea; anche l’anno non è specificato, per quanto alcuni riferimenti letterari spingano a collocarla fra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo; tema centrale è l’atroce vendetta che il narratore infligge ad un suo conoscente, colpevole di averlo insultato con qualche azione sconosciuta al lettore. Come in altri lavori di Poe, la trama si sviluppa intorno ad una persona che viene sepolta viva.
Come accade ne Il gatto nero e ne Il cuore rivelatore, anche in questo caso le vicende sono narrate secondo la prospettiva dell’assassino.

Il Balcone Di Edouard Manet

1868. La stagione mite permette di affacciarsi al balcone, ma un velo di tristezza avvolge l’uomo e le donne ritratte nel primo piano del quadro di Manet. Le tre persone sono assorte, distanti, del tutto perse nei loro pensieri. Qualcosa di perturbante sembra attraversarle. Sono anche vestite in modo molto diverso. Bianchi vestiti vaporosi, crinoline, guanti connotano l’abbigliamento delle due giovani donne. L’uomo, invece, indossa un abito nero, con la camicia bianca che fa risaltare la cravatta blu. Una sintassi dell’apparenza si impone allo sguardo. La lingua della moda ci dice, a chiare lettere, che questo uomo e queste donne seguono differenti strategie dell’apparire. A partire da questa diversità un percorso si muoverà tra l’iconografia, la storia di genere e la storia sociale dell’Ottocento.

I tempi di Anika

«In ogni donna c’è un diavolo che bisogna ammazzare o con il lavoro o con i parti o con tutte e due le cose» insegna un vecchio detto serbo. Ma Anika è un diavolo potentissimo che non si lascia domare e porta la rovina intorno a sé esercitando una sorta di magia erotica. Questo racconto, dove Andric ha dispiegato tutta la sua potenza di narratore, è la cronaca degli eventi tenebrosi che si svolsero ai «tempi di Anika». «Da quando era stata fondata quella città, da quando la gente nasceva e si sposava, non c’era mai stato un corpo simile, mai una simile andatura e un simile sguardo. Tutto ciò non era nato e non s’era sviluppato in rapporto con quanto lo circondava. Era capitato lì da chissà dove». Questo pensò Alibeg, governatore di uno sperduto paese della Serbia dove si era insediata la magia di Anika, colei che meditava «male e sventura come altri pensano alla casa, ai figli e al pane». Assistita da due cortigiane, nella sua casa discosta dal paese, Anika riceveva gli uomini, tutti gli uomini, e li incantava. Quel suo corpo mirabile era diventato un magnete che attirava a sé i sogni, gli odi e i desideri di un intero paese. *I tempi di Anika* apparve nel 1931.

I Settanta

Greenwich Village, 6 marzo 1970. Tre esplosioni in rapida sequenza sventrano l’elegante palazzo al numero 18 dell’Undicesima Strada Ovest; dalle fiamme escono, confuse ma illese, due ragazze seminude. Domato l’incendio, le forze dell’ordine trovano in cantina più di sessanta candelotti di dinamite, una bomba anticarro e tutto l’occorrente che sarebbe servito al gruppo terroristico Weather Underground per produrre altri ordigni. È l’atto di nascita degli anni Settanta e Barry Miles è a New York per registrarne i primi, turbolenti vagiti. Giornalista inglese sbarcato negli Stati Uniti per lavorare con i grandi della Beat Generation, Miles attraversa la decade più anticonformista e trasgressiva del Novecento e ne sperimenta in prima persona la genialità e gli eccessi: è con Allen Ginsberg nella comune di Cherry Valley, dove il poeta accoglie amici, amanti e artisti newyorkesi alla ricerca di pace e disintossicazione; è nel capanno di Lawrence Ferlinghetti nel Bixby Canyon, a poca distanza da dove Jack Kerouac ha scritto Big Sur; è nel bunker di William Burroughs sulla Bowery quando «Bill», per dimostrare l’efficacia della sua pistola antiaggressione, finisce per riempire la stanza di soffocanti fumi tossici. È l’epoca di sesso, droga e rock’n’roll; della cocaina, della pornografia, delle mode estreme; delle stravaganze notturne all’Hotel Chelsea, casa di poeti come Gregory Corso e musicisti come Bob Dylan e Patti Smith, e degli spettacoli drag delle Cockettes, il gruppo teatrale fondato da Hibiscus, alias George Harris, l’hippy con il dolcevita che in una storica fotografia infila un fiore nel fucile di un militare, fuori dal Pentagono. Ossessioni, provocazioni, conquiste. Ci sono tutti i Settanta in questo memoir suggestivo, nostalgico e insieme sfavillante: gli astri di quegli anni – come le stelle visibili a Manhattan durante il famigerato blackout del luglio 1977 – bruciano con un’intensità che non accenna a spegnersi.