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La moglie del giudice

*Dublino, 1954.*
Giovane e bellissima, Grace ha dovuto sposare contro il proprio volere il giudice Moran, un uomo ricco e influente, molto più anziano di lei, che a poco a poco le ha rubato la gioia di vivere. Finché non ha incontrato Vikram, un affascinante medico indiano, gentile e premuroso quanto il marito è freddo e insensibile, e se ne è innamorata perdutamente. Ma quando rimane incinta, per evitare uno scandalo che gli rovinerebbe la carriera e la reputazione, il giudice decide di ricorrere a una misura estrema e crudele, e il giorno dopo il parto fa rinchiudere la moglie in un istituto psichiatrico. A Vikram dicono che Grace è morta e lui, distrutto dal dolore, torna nel suo paese natale.
*Dublino, 1984.*
Trent’anni dopo, alla morte del giudice Moran, la figlia Emma torna a casa per occuparsi degli affari del padre con cui aveva troncato ogni rapporto molti anni prima, e tra i suoi effetti personali ritrova i diari della madre che non ha mai conosciuto.
Contemporaneamente, in India, Vikram sta organizzando un viaggio in Irlanda con l’amata nipote Rosa – che sa tutto di Grace e dell’amore perduto dello zio – per poter finalmente piangere sulla tomba della donna che ha amato con tutto se stesso.
Quella che emerge a poco a poco è una verità sconvolgente, con la quale Emma, Vikram e Grace dovranno fare i conti. Ed è una verità che cambierà per sempre le loro vite.

La mia storia con Mozart. Con CD Audio

La storia di un ragazzo che non riesce a trovare la propria anima e che infine si salva e impara ad amare la vita grazie alla musica di Mozart diventa un’occasione per ascoltare alcuni dei migliori brani del compositore austriaco (grazie al CD allegato al libro). Guidati dall’orecchio esperto di Schmitt scopriamo tra le note di Mozart risposte ai grandi quesiti dell’esistenza: Dio, l’amore, la morte, perché viviamo, cos’è il dolore… Scopriamo come l’infanzia diventi spirito dell’infanzia in età avanzata. Scopriamo come la profondità e la leggerezza non siano l’una il contrario dell’altra. Scopriamo come sofferenza e allegria non si escludano a vicenda. Scopriamo che l’arte è semplicità, che non c’è bisogno del rumore e delle tinte forti per affermare la bellezza né per incantare il pubblico. Questo racconto di Eric-Emmanuel Schmitt non è solo una guida all’ascolto di Mozart; sarebbe forse più esatto definirlo una guida all’ascolto di noi stessi tramite Mozart.

La mia parte di gioia

«Quanta storia, emozioni, morti, amori in queste poche frasi che ho tracciato… magari qualcuno scrivesse questa storia per me». Coltivando il vizio di parlare a se stessa più veloce del calendario, invadendo con le parole di oggi le pagine di domani, in un tentativo subito fallito d’imbrigliare la sua voce nella griglia prestampata dei giorni, Goliarda Sapienza trasforma la scrittura autobiografica in battaglia. E quel vizio, assecondato quasi per caso fin dal 1976, cresce e matura con lei sino agli ultimi anni. È un bisogno ormai consapevole, conosciuto – che ruba tempo ai romanzi in attesa di essere scritti, al silenzio dei rifugi marini, al lavoro sul palcoscenico e alle ore con gli amici, fonte di felicità piena -, a cui Goliarda concede d’infilarsi in ogni momento, senza censure con se stessa, mettendo a nudo il suo vero sentire. Così si trova costretta ad aggiungere fogli alle agende, troppo brevi per contenere la vitalità della sua voce. Questa seconda selezione delle ottomila pagine scritte a mano – dopo la prima, pubblicata sotto il titolo *Il vizio di parlare a me stessa* \- ci rivela una Goliarda concreta, che ama lavorare nel cinema e in teatro così come cucinare; propositiva, quando cerca la voce e la strada per nuove opere letterarie; riflessiva, mentre valuta la sua condizione fisica e persino estetica; saggia, che fa i conti con la vecchiaia e tira le fila della sua esistenza; viva e sempre alla ricerca dei momenti di grazia, di gioia, come quelli che solo l’amore sa dare. Sfogliando i suoi taccuini, possiamo scoprire ancora nuovi aspetti di una donna unica e multiforme, in un Novecento italiano troppo spesso ostile e inadeguato, e accompagnarla nell’ultimo tratto della sua vita verso una conclusione che non è una vera fine, ma anch’essa un’aggiunta, una nota che ha il sapore della salvezza quando le pagine sono finite.

La mia famiglia e altri orrori

La famiglia Wünschmann non è felice. La libreria di mamma Emma è sull’orlo del fallimento, papà Frank è stressato dal lavoro, la figlia Fee – in piena pubertà – non combina nulla, insegue amori sbagliati e va male a scuola, dove la testa di suo fratello Max viene regolarmente infilata nella tazza del gabinetto dalla compagna di cui lui, imberbe dodicenne, è segretamente innamorato. Un disastro. Finché un giorno una vecchia amica di Emma le offre l’opportunità di risollevare le sorti del negozio invitandola a una grande festa in maschera in onore di un’autrice famosa. Questo almeno è quello che capisce Emma. I Wünschmann si presentano quindi trepidanti e travestiti da mostri: Frank è Frankenstein, Fee una mummia, Max un lupo mannaro ed Emma una vampira. Peccato che al party siano tutti in abito da sera! Occasione persa e umore sotto le scarpe. Lo strano quartetto, sempre più depresso, si avvia verso casa. Ma l’incontro con una finta mendicante sta per cambiare per sempre il corso delle loro vite… David Safier torna a stupirci con una **storia surreale tutta giocata attorno al tema della felicità,** che spesso oggi non riconosciamo più se non in circostanze talmente estreme da costringerci a capire quali siano i valori veramente importanti della vita, e a guardare quello che abbiamo con occhi nuovi. La mia famiglia e altri orrori è una **straordinaria avventura nel fantastico, un romanzo ironico, divertente, pieno di sorprese,** battute memorabili e situazioni esilaranti. Impossibile resistergli!

La lista di Lisette

È il 1937 quando Lisette giunge a Roussillon, un villaggio della Provenza appollaiato in cima a una montagna. André, il marito, ha deciso di abbandonare la capitale e trasferirsi in quel borgo sperduto perché il nonno, Pascal, gli ha chiesto aiuto a causa della sua cagionevole salute. A Roussillon, però, i due non si imbattono affatto in un anziano malandato e in fin di vita, ma in un aitante ottantenne che un giorno mostra a Lisette e André la ragione vera del loro arrivo a Roussillon: sette dipinti appesi alle pareti, sette capolavori di Cézanne, Pissarro e altri grandi maestri. Un tesoro che il vecchio ha ricevuto dalle mani stesse degli artisti quando anni prima, «giovane, sprezzante e pieno di grandi idee», aveva pensato di improvvisarsi corniciaio a Parigi. Doni preziosi che racchiudono meravigliose storie d’arte e d’amore che Pascal vuole raccontare al nipote e alla sua giovane moglie parigina perché non vadano perdute. Diventeranno la «lista di Lisette», i dipinti che la parisienne proteggerà quando, scomparso Pascal e perse le tracce di André, il rombo dei cannoni nazisti cercherà di zittire ovunque la civiltà e, in ogni città e contrada d’Europa, le SS, su ordine di Goering e Goebbels, si daranno al saccheggio e al furto di migliaia di opere d’arte.

La grammatica di Dio: Storie di solitudine e allegria

Il “libro del mondo” secondo Stefano Benni. Un comico, infernale ribollire di storie. Un circo di virtù e di nequizie. Il frastuono degli uomini e dei luoghi comuni. Il silenzio stellare che interroga tutti, eroi silenziosi e ciarlatani della sopravvivenza o del sopruso. Un filosofo greco l’ha detto: “Tra tutti gli dèi che gli uomini inventarono, il più generoso è quello che unendo molte solitudini ne fa un giorno di allegria.”

La giostra del piacere

Un giorno tutti gli abitanti di Piazza Guy d’Arezzo a Bruxelles ricevono la stessa lettera: “Questo messaggio solo per dirti che ti amo. Firmato: tu sai chi”. Un messaggio d’amore, apparentemente innocente, che dà il via a una catena di conseguenze che finiranno per sconvolgere la vita degli abitanti della piazza. C’è Zachary Bidermann, potente commissario dell’Unione Europea, erotomane incallito. C’è Faustina, la sofisticata ufficio stampa di una grossa casa editrice che detesta il suo amante che le fa l’amore troppo bene e quindi la fa sentire schiava. C’è Josephine che convince il marito Baptiste a prendere in casa l’amante di lei. C’è il banchiere Francois-Maxime de Couvigny, felicemente sposato, che ogni mattina cerca fugaci incontri sessuali con giovani ragazzi. Ci sono la portinaia Marcelle innamorata del suo afgano (un aitante clandestino) e la signorina Beauvert che fa l’amore con il suo pappagallo Copernico. E molti, molti, moltissimi altri. Mentre l’indagine avanza, i corpi si allacciano, la temperatura dei desideri si fa rovente, la fantasia dell’eros si scatena, i cuori si spezzano e nascono gli amori. Schmitt racconta in un caleidoscopio di storie avvincenti la sessualità dei nostri tempi, in tutte le sue forme, con un’inaudita fisicità, senza moralismi, ma con un’attenzione sempre vigile all’etica dei rapporti umani e alla forza dell’amore. Schmitt ha creato una cattedrale dell’erotismo contemporaneo.

La fantascienza di Playboy – Parte prima

Nota: prima parte di “The Playboy Book of Science Fiction”, la seconda è in “[La fantascienza di Playboy (parte seconda)](https://www.goodreads.com/book/show/15904094.La_fantascienza_di_Playboy__parte_seconda_ “La fantascienza di Playboy \(parte seconda\)”)”
Sin dall’inizio, nel 1953, “Playboy” ha accolto la fantacsienza sulle sue pagine. Imaginazione, innovazione e audacia sono sempre state caratteristiche peculiari della rivista; non meraviglia che abbia attratto tanti autori del settore, di primissiomo piano. E ci sono rimasti fedeli. Ray Bradbury è stao il primo giovane autore contemporaneo scelto per essere ristampato, in quei primi anni in cui “Playboy” non poteva ancora permettersi di pubblicare narrativa originale; è stato anche uno dei primi ad aver venduto racconti inediti, ed è tuttora, a decenni di distanza, uno dei nostri preferiti..
Indice:
Ray BRADBURY – La città perduta di Marte (The Lost City of Mars, 1967
Ursula Kroeber LE GUIN – Nove vite (Nine Lives, 1969)
Norman SPINRAD – Veglia funebre (Death Watch, 1965)
Damon KNIGHT – Maschere (Masks, 1968)
Kurt VONNEGUT jr. – Benvenuta nella gabbia delle scimmie (Welcome to the Monkey House, 1968)
James Graham BALLARD – L’astronauta morto (The Dead Astronaut, 1968)
Frederik POHL – L’uomo schematico (The Schematic Man, 1969)
Robert SHECKLEY – Senti qualcosa quando faccio così? (Can You Feel Anything When I Do This?, 1969)
Arthur Charles CLARKE – Il transito della Terra (Transit of Earth, 1971)
Doris LESSING – Rapporto sulla città minacciata (Report on the Threatened City, 1989)
Larry NIVEN – Leviatano (Leviathan!, 1970)
Harlan ELLISON – Tutti gli uccelli tornano al nido (All the Birds Come Home to Roost, 1979)

La donna nella pioggia

« *Perdere il tempo è un delitto. Il tempo di Stella, tra un passato ignoto e un futuro che fa paura, è il centro della bellissima storia di Marina Visentin, un’autrice da scoprire.* » – *MAURIZIO DE GIOVANNI* –
**Pensavo di conoscere il posto di ogni cosa, il nome di ogni strada, la mappa della mia vita. Invece.** Stella Romano non saprebbe dire quando le ore che compongono le sue giornate abbiano cominciato a scomparire. In una quotidianità senza imprevisti, scandita dalle attività ripetitive e confortanti delle figlie, dai viaggi di lavoro del marito, dai piccoli gesti di una vita agiata in cui continua a sentirsi un’estranea, a Stella mancano dei momenti; ore intere di cui non ha alcun ricordo, in cui compie azioni che poi si smarriscono nelle profondità della mente, in cui diventa un’altra persona. Un giorno, anche il vaso di sua madre – unico legame con la donna scomparsa quando lei aveva tre anni – va in mille pezzi: è il segno tangibile che qualcosa non va, davvero, e Stella non può più fingere indifferenza di fronte a ciò che sta accadendo. Deve andare fino in fondo, riaprendo pagine dolorose della sua vita. Scavando in un passato di cui pochissimi sono i testimoni – la madre è morta in un incidente e il padre si è tolto la vita in manicomio -, Stella si rende conto di aver vissuto sepolta nelle bugie di chi avrebbe dovuto amarla e di aver costruito la sua identità di donna su un’infanzia fasulla. Anche il marito sembra stare dalla parte di chi non vuole che lei arrivi alla verità, a una vita nuova, lontana dai dolori e dai drammi del passato. E Stella capisce che chi ha rubato i suoi ricordi è pericoloso, nel passato come nel presente.

La distanza fra noi

**«Maggie O’Farrell scava nel profondo di quello che mi piace chiamare “il teatro della famiglia”.»**
*Catherine Dunne* **«Si inserisce a pieno titolo tra le migliori voci della narrativa inglese.»**
*Literary Review* **«Chi cerchi l’equivalente britannico di Anne Tyler lo trova in Maggie O’Farrell.»**
*The Scotsman* **«Un talento magistrale per la narrazione.»**
*The Observer* SEGRETI DI FAMIGLIA E UNA GRANDE STORIA D’AMORE NEL NUOVO ROMANZO DELL’AUTRICE DI ISTRUZIONI PER UN’ONDATA DI CALDO “MAGGIE O’ FARRELL SCAVA NEL PROFONDO DI QUELLO CHE MI PIACE CHIAMARE IL ‘TEATRO DELLA FAMIGLIA’”. CATHERINE DUNNE A Londra, in un freddo pomeriggio di febbraio, Stella vede tra la folla un uomo dai capelli rossi che è convinta di riconoscere, anche se sono passati molti anni. Sconvolta, non si presenta al lavoro e, semplicemente, fugge dalla propria vita senza dare spiegazioni. Ma sua sorella Nina, legata a lei da un affetto profondo, quasi morboso, è determinata a ritrovarla, per strapparla a una minaccia di cui solo lei condivide il segreto. Nello stesso momento, lontanissimo da Stella, dall’altra parte del pianeta, Jake sta festeggiando il capodanno cinese insieme ad alcuni amici. Cresciuto a Hong Kong ma di madre inglese, il ragazzo si sente come sdoppiato tra due identità e due appartenenze, e capisce che solo mettendosi sulle tracce del padre che non ha mai conosciuto potrà capire meglio se stesso. Sembra incolmabile la distanza che divide questi due giovani, le loro speranze, i loro fantasmi, la loro paura di non riuscire a vivere la vita che desiderano. Eppure Stella e Jake sono destinati a incontrarsi in un luogo carico per entrambi di significato, nella campagna scozzese: un luogo che li riporta, per strade diverse, ad affrontare il passato per aprirsi al futuro.

La dismissione

La dismissione è opera che ha guadagnato nel tempo una bruciante attualità. Vi si leggono le sorti dell’Ilva di Bagnoli e della Napoli operaia attraverso la vicenda di Vincenzo Buonocore, entrato all’Ilva come semplice manovale e diventato, con gli anni, tecnico specializzato alla guida delle Colate continue. A lui viene affidato l’incarico di smontare il suo reparto, venduto ai cinesi. Al colpo durissimo reagisce in maniera imprevedibile. In preda a uno stato di esaltazione nevrotica, decide di eseguire il compito assegnatogli con una precisione e un rigore “assoluti”. Questa dismissione, dice a se stesso, dovrà avvenire “bullone per bullone”, dovrà essere il mio “capolavoro”, la prova tangibile del mio genio operaio. La meravigliosa dedizione di Buonocore non cancella il lavoro negato né tantomeno la sconfitta, che è la sua ma anche quella di tutta Napoli e del Paese nel suo insieme. Il romanzo si chiude con un corteo funebre, tanto straziante quanto simbolico, e con il presagio di futuri disastri: dal dilagare della disoccupazione all’imperio di una camorra destinata a non avere più freni. A Napoli si è aggiunta Taranto, ma il quesito rimane lo stesso: perché tanta cieca improvvisazione? La risposta di Buonocore – di tutti i Buonocore d’Italia, vecchi e nuovi – non muta: perché abbiamo un capitalismo straccione e una classe dirigente inetta e famelica.

La chimica della bellezza

È una sera stellata di ottobre. Massimo Galbiati, un professore di chimica di una tranquilla università di provincia, e Virginio de Raitner, suo inossidabile ex-collega ultracentenario, corrono verso la Svizzera a bordo di una vecchia Jaguar coupè, sulle sponde selvaggie del Lago Maggiore, in compagnia di un bassotto fonofobico e mordace. Non è che si conoscano molto. De Raitner mantiene uno studio in Dipartimento nonostante sia da trent’anni in pensione, ha pure un suo laboratorio, “il laboratorio chiuso”, in cui nessuno osa mettere il naso, e i docenti e i tecnici del Dipartimento si prostrano ai suoi piedi. Massimo invece è solitario, orgoglioso, non lecca i piedi a nessuno, tantomeno al vecchio professore, ed è stato uno dei migliori scienziati italiani nel campo della chimica che era d’avanguardia fino a dieci anni fa. Ma de Raitner lo ha convocato a sorpresa per farsi accompagnare a Locarno, verso un convegno avvolto nella discrezione e nel mistero: e tu vuoi non andare? Vuoi non suscitare l’invidia feroce di tutto il dipartimento, che brama anche solo far da autista al vecchio professore sulla sua magnifica E-type? Poi, quando arrivano a Locarno e il congresso inizia davvero, Massimo scopre che è strapieno di premi Nobel e che gli speaker sono gli scienziati di grido di quella sua stessa, vecchia, amata chimica ormai non più d’avanguardia. Una chimica sospinta da una scienza che sta scomparendo, quella della ricerca pura guidata dalla bellezza della conoscenza, dalla meraviglia della scoperta, dall’eleganza delle molecole pensate e delle soluzioni trovate per prepararle. E il super-ottuagenario che c’entra? Ma è l’ospite d’onore! Applaudito, riverito da tutti, con la conferenza più importante del convegno locarnese. I privilegi e l’immenso potere di de Raitner, il perché dei Nobel riuniti in segreto, la ragione della chiamata di Massimo a fargli da accompagnatore: è tutto un mistero! Che si dipana sulle dolci acque del lago, nella sontuosa eleganza di Locarno e Ascona, in bilico tra la Grande Storia della chimica del Novecento e un’amicizia che nasce tra il professore che ha cinquant’anni e quello che ne ha più di cento.
Molte risate, qualche lacrima, figlie che fanno tenerezza e bassotti che si intrufolano su per i pantaloni. In forma di purissima commedia, il senso della vita per uno scienziato.

La chiave di Salomone

Quando George Washington, primo presidente degli Stati Uniti e Maestro venerabile della massoneria, fondò la nuova capitale federale che avrebbe portato il suo nome, scelse personalmente l’ubicazione dei due principali edifici della città, il Campidoglio e la Casa Bianca, rifiutandosi di esaminare ogni proposta alternativa. Per spiegare questa sua irremovibile decisione, sono state avanzate ipotesi più o meno credibili e documentate, tutte però basate sull’idea che la pianta della città celasse, nella forma dei palazzi e nell’allineamento delle strade, cruciali e insondabili ragioni esoteriche.
Robert Lomas, esperto di storia della massoneria ma anche uomo di scienza, si propone di dimostrare, attraverso una minuziosa analisi di documenti dell’epoca – fra i quali, innanzitutto, i diari e le lettere dello stesso Washington -, che i costruttori della città erano a conoscenza di uno straordinario segreto sulla condizione umana, tramandato nientemeno che da re Salomone, uno dei primi Grandi maestri dell’Arte, e che il loro progetto aveva lo scopo di rendere Washington DC un potente talismano destinato ad assicurare al popolo americano un futuro di ricchezza, potenza e prosperità.
Al termine di un’indagine appassionante, che prende le mosse dalla misteriosa simbologia massonica e si avventura nei campi di varie discipline scientifiche, dalla fisica quantistica alla simbologia classica, dalle neuroscienze alla statistica, dalla biologia evoluzionistica all’astronomia, Lomas giunge a scoperte sconcertanti: le antiche credenze riguardo alle influenze cosmiche sul destino dell’uomo, associate forse troppo sbrigativamente dalla scienza ortodossa alle ingannevoli chimere dell’astrologia, non solo hanno un fondo di verità oggettiva ma possono contribuire a chiarire l’altrimenti inesplicabile ascesa di alcune grandi civiltà del passato.
La «chiave di Salomone», che non è identificabile con un sapere puramente simbolico o filosofico, sarebbe quindi una forza fisica concreta, quantificabile, che può influire sulla vita di tutti, sia delle persone disponibili a sondare il mistero universale che le circonda sia di quelle più scettiche, incapaci di sollevare lo sguardo verso la Lucente stella del mattino.

La catilinarie

Juliette ed Émile hanno finalmente acquistato la casa dei loro sogni: spaziosa, coperta di glicine, isolata. Ma non abbastanza, tenuto conto delle quotidiane, irritanti e indesiderate visite dell’unico ingombrante vicino, che riesce a trasformare in assillante tortura la pacifica esistenza della coppia. E il paradiso si popola di incubi con l’apparizione dell’ancora più grassa consorte dell’uomo. Inatteso finale dalle sfumature noir.

La casa ispirata

«Casa ispirata» vuol dire qui casa abitata da spiriti, da presenze invisibili e sinistre. Il luogo è situato a Parigi, in Rue Saint-Jacques, e il narratore vi arriva come pensionante, controfigura del giovane Savinio che scopre Parigi negli anni subito precedenti la prima guerra mondiale. Ed è tipico del genio di Savinio per il grottesco che la cosmopoli gli si sveli attraverso le molteplici nefandezze che sfilano davanti al protagonista fra le mura oppressive della «casa ispirata», mentre dietro di esse «un lavoro demoniaco cingeva con la sua rete sonora la vita dell’annosa abitazione». Qui si direbbe che abbia sede un culto esoterico del *faisandé* : i soprammobili, le maniere, le espressioni, i simboli, le divise che si sono affastellati nell’Ottocento piccoloborghese, ormai frollo e vicino a decomporsi, vengono golosamente apprezzati e carezzati dai padroni di casa. Il giovane pensionante li osserva con un certo sgomento e intanto registra, come un clinico, le apparizioni di una serie di personaggi aleggianti. Sono ogni volta ritratti che oscillano fra il macabro e una strepitosa comicità. Orrore e fascinazione non si disgiungono mai: tutto il romanzo è un’iniziazione al Grande Orrido parigino, pimentata da un riso liberatore. Parigi e i suoi abitanti, dai truculenti ospiti del narratore sino alle prostitute che transitano «col passo cerimonioso dei tacchini», sono una rivelazione definitiva di quella *mostruosità quotidiana* a cui Savinio dedicherà tanta e così felice parte della sua opera di pittore e di scrittore.
*La casa ispirata* venne pubblicato a puntate sul «Convegno» nel 1920 e in volume presso Carabba, a Lanciano, nel 1925.

La casa dei sette cadaveri

Ted Lyte è un ladruncolo molto sfortunato. Abituato a sbarcare il lunario con piccoli furti e borseggi, per una volta ha deciso di puntare in alto e di introdursi in una villa sulla costa dell’Essex. Ma lo spettacolo che si trova davanti è così spaventoso che per poco non impazzisce: sette persone – sei uomini e una donna – giacciono privi di vita nel salotto dell’abitazione. Ted fugge a gambe levate, ma viene subito acciuffato da Thomas Hazeldean, un giornalista freelance appena approdato nei paraggi con il suo amato yacht. L’ispettore Kendall, accompagnato sul posto dallo stesso Hazeldean, trova un biglietto che lascerebbe pensare a un suicidio collettivo: una soluzione fin troppo facile per il numero di interrogativi che il caso solleva. Chi erano costoro? Da dove venivano? E, soprattutto, perché si erano riuniti lì? Forse i due abitanti della casa, un certo Fenner e la sua giovane nipote Dora, potrebbero gettare un po’ di luce sulla vicenda, ma a quanto pare sono partiti in tutta fretta verso una destinazione ignota. E più il salotto viene esaminato più particolari curiosi emergono: un ritratto a olio trapassato da una pallottola, una misteriosa palla da cricket appoggiata sopra un vaso da fiori, un indecifrabile indirizzo scritto in punto di morte da uno dei presunti suicidi… Un mystery del 1939 finora inedito in Italia che tiene col fiato sospeso fino all’ultima pagina.