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Emanuele nella battaglia

Che mistero è la realtà? Quando un regista come l’autore di *Diaz* si fa una domanda come questa, può venirne fuori solo un romanzo di rara forza. Al centro c’è l’assassinio di un ragazzo di vent’anni, Emanuele Morganti, fuori da una discoteca di Alatri: un fatto di cronaca di cui si è parlato molto e su cui poi è calato il silenzio. Ed è proprio a questo silenzio che dà voce Daniele Vicari, intrecciando vite, piste, testimonianze, e soprattutto le voci piú intime di chi non si è mai arreso all’idea di aver perduto cosí, nell’insensatezza, un fratello, un figlio, un amico. «Qualcuno la chiama in modo generico “provincia” ma, in alcune zone del Paese, quel mondo può diventare una sorta di aldilà». E in questo aldilà l’autore fa i conti anche con se stesso, con il cinema, con il senso di ricostruire e narrare storie, senza risparmiare niente e nessuno.
Alatri, provincia di Frosinone, nel cuore della Ciociaria. Nella notte tra il 24 e il 25 marzo del 2017 un ragazzo, Emanuele Morganti, viene picchiato a morte davanti a una discoteca. Nessun movente che possa spiegare la violenza degli assassini, arrivati a sfondare il cranio a un ventenne che stava trascorrendo una serata come tante tra amici. Difficile ricostruire il groviglio delle circostanze in cui tutto è accaduto in questa cittadina che all’improvviso si ritrova catapultata su giornali, telegiornali, social, trasmissioni d’intrattenimento tra lo sconcerto, la rabbia, la voglia di denuncia, mentre l’Italia intera, commossa, famelica, o soltanto curiosa, si stringe attorno alla famiglia e alla comunità in un cocktail di dolore vero, gogne mediatiche, aggressioni via web, speculazioni… Poi, dopo tanto clamore sul «delitto di Alatri», arriva l’oblio. Ed è in questo oblio, nel cono d’ombra in cui si affollano interrogativi e ferite, che s’inabissa il romanzo-reportage di Daniele Vicari, con il pudore di chi ha intimità con quei luoghi, i boschi di castagni tanto amati da Emanuele; quella provincia in cui convive tutto (degrado, locali trendy, riti e saperi arcaici); quella famiglia Morganti di cui l’autore prende a seguire le esistenze quando sembra non ci sia piú nulla da raccontare. Perché è lí che risuona la verità piú umana e profonda, se ci si mette in ascolto, ad esempio, di Melissa, sorella di Emanuele, che non si ferma davanti a nessuna soglia, nessuna domanda, nessun pericolo pur di accertare i fatti, ovunque si possa carpire un briciolo di senso nell’insensatezza. È lí che si ritrova Emanuele vivo, il ragazzo innamorato della natura e della vitalità, se si seguono le parole di un padre come Peppe. È lí che rivive ogni memoria se si sanno cogliere i gesti e le frasi di una madre come Lucia con la sua compostezza e determinazione nel prendersi cura di quel che le resta del figlio: una tomba. Ed è lí, infine, che si dipanano fili e frammenti segreti che collegano fatti, circostanze, amici fraterni, nemici camaleontici, opportunisti, delinquenti, sbruffoni, una comunità intera che va ben oltre i confini della provincia e, con le sue contraddizioni abissali, interroga l’Italia tutta, i mass media, la gente comune, e persino chi, come Daniele Vicari – da regista e ideatore di storie in cui la verità e l’immaginazione si mescolano – contribuisce a creare mondi che, in una distorsione folle quanto imprevedibile, potrebbero anche fare da sfondo a gesti inauditi. Perché *Emanuele nella battaglia* è uno di quei libri in cui, alla fine, non si risparmiano domande scomode e disagi nemmeno a chi prova a ricostruire, scrivere, restituire e far durare nella memoria collettiva le pieghe piú segrete di quella stessa storia.

Edipo a Stalingrado

Berlino, fine anni Trenta. Il barone prussiano Traugott («Sperindio») von Jassilkowski, sprovvisto di antenati illustri e ossessionato da una madre borghese che di nome – e non solo – fa Bremse («freno»), affronta con caparbia determinazione la sua scalata sociale, complici l’intraprendente proprietaria della pensione in cui alloggia e un matrimonio d’interesse con la bella erede di un industriale produttore di armi. Ma il mai superato complesso edipico che affligge il barone e le nevrosi che ne conseguono procurano ai due sposi non pochi guai. Provvidenziale giunge quindi la chiamata alle armi: Polonia, Francia, e poi Stalingrado, che regala all’improbabile eroe gli onori di un finale aperto e inatteso. Edipo a Stalingrado è un affresco indimenticabile, corrosivo e nostalgico di un’epoca, una città e un ceto sociale che, ignaro e apolitico, continua a perpetuare e a difendere i propri ideali, riti e privilegi, alla vigilia di un evento che ne decreterà il tramonto.

Edipo a Stalingrado

Berlino, fine anni Trenta. Il barone prussiano Traugott («Sperindio») von Jassilkowski, sprovvisto di antenati illustri e ossessionato da una madre borghese che di nome – e non solo – fa Bremse («freno»), affronta con caparbia determinazione la sua scalata sociale, complici l’intraprendente proprietaria della pensione in cui alloggia e un matrimonio d’interesse con la bella erede di un industriale produttore di armi. Ma il mai superato complesso edipico che affligge il barone e le nevrosi che ne conseguono procurano ai due sposi non pochi guai. Provvidenziale giunge quindi la chiamata alle armi: Polonia, Francia, e poi Stalingrado, che regala all’improbabile eroe gli onori di un finale aperto e inatteso.  *Edipo a Stalingrado*  è un affresco indimenticabile, corrosivo e nostalgico di un’epoca, una città e un ceto sociale che, ignaro e apolitico, continua a perpetuare e a difendere i propri ideali, riti e privilegi, alla vigilia di un evento che ne decreterà il tramonto.  **

Drone Di Morte

**Fantascienza** \- racconto (18 pagine) – Piomba giù dal cielo come un angelo della morte portando distruzione. È un malak, un drone da guerra intelligente. Forse troppo
Azrael è un malak, un drone da guerra. È intelligente, ma non è autocosciente. Osserva il mondo sotto di lui e lo divide in tre colori: verde, amici. Blu, neutrali. Rosso, nemici. Il rosso va distrutto. In casi dubbi si affida ai calcoli: se le perdite di Blu sono troppo elevate rispetto al valore dell’obiettivo, può decidere di annullare la missione.
Azrael è intelligente. Acquisisce dati. Stabilisce correlazioni. Comincia a notare la frequenza dei suoi emessi dagli esseri umani, che per lui sono obiettivi biometrici. Nota come cambiando di frequenza e di complessità dopo un attacco. Nota come cambiano quando i biometrici sono di piccole dimensioni.
E allora nuove variabili entrano nei calcoli, i calcoli diventano più complessi, e i risultati possono aprire scenari del tutto nuovi. 
Canadese, classe 1958,  **Peter Watts**  ha vinto il premio Hugo nel 2010 col racconto  *L’isola* , ma c’era già arrivato vicino nel 2006 col romanzo  *Blindsight*. Biologo specializzato nei mammiferi marini, Watts ha sfruttato le sue conoscenze scientifiche nel romanzo con cui ha esordito,  *Starfish* , al quale ha dato finora tre seguiti.

Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico

Chi non ha sperimentato il bisogno di certezze e il desiderio di arrivare al fondo delle cose, di comprendere davvero, rinvenendo quelle che Paul Watzlawick definisce “ipersoluzioni”? La ricerca di soluzioni radicali e definitive, seppure nasce con le migliori intenzioni, è alla fine un modo di affrontare i problemi che ha inevitabilmente effetti controproducenti. Non per nulla la saggezza popolare dice che “le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni”. Il libro intende mettere in guardia gli adolescenti come gli anziani, i sadici come i masochisti, da questa estrema ed erronea ricerca di totalità, e dall’intransigenza dell’alternativa radicale, del “tertium non datur”.

Della guerra

Generale prussiano nelle guerre contro Napoleone, Karl, è diventato esponente di una scienza che ha gli stessi anni della civiltà – la polemologia. ‘Della guerra’ è un libro ottocentesco che sembra scritto per l’epoca in cui viviamo, quella dei conflitti mondiali, degli scontri ideologici e morali. Un libro importante per essere letto solo dai militari. Lenin ha scritto che ‘Clausewitz è uno dei più notevoli filosofi e storici della guerra, uno scrittore le cui idee sono incontestabili’. André Glucksmann afferma che ‘alla luce della teoria di Clausewitz scoppiano i mille soli delle esplosioni nucleari…’.

Deliziosa bugia

Dopo che l’ex fidanzata ha deciso di rivelare al mondo il suo segreto, Rees Bradford ha deciso di partire da solo per la luna di miele che aveva programmato. L’ultima cosa che immaginava era di ritrovarsi come nuova vicina una donna insopportabile, decisa a dargli il tormento.
Kasey ha imparato la lezione molti anni fa, una lezione che non ha intenzione di ripetere. Ha tutto quello che potrebbe mai desiderare: una bambina pestifera ma adorabile, e amici sempre pronti a sostenerla. L’amore non rientra nei suoi progetti, ma il nuovo misterioso vicino potrebbe stravolgere tutte le sue convinzioni…
R.L. Mathewson
è nata e cresciuta nel Massachusetts. È nota per il suo senso dell’umorismo e la capacità di creare personaggi realistici in cui i lettori si immedesimano facilmente. Al momento ha diverse serie paranormali e rosa in corso di pubblicazione tra cui la serie *Neighbors*. È mamma single di due bambini che le danno molto da fare e si divertono a spaventarla a morte coi loro scherzi. Ha una dipendenza da romanzi d’amore e cioccolata calda e spesso combina le due cose. **
### Sinossi
Dopo che l’ex fidanzata ha deciso di rivelare al mondo il suo segreto, Rees Bradford ha deciso di partire da solo per la luna di miele che aveva programmato. L’ultima cosa che immaginava era di ritrovarsi come nuova vicina una donna insopportabile, decisa a dargli il tormento.
Kasey ha imparato la lezione molti anni fa, una lezione che non ha intenzione di ripetere. Ha tutto quello che potrebbe mai desiderare: una bambina pestifera ma adorabile, e amici sempre pronti a sostenerla. L’amore non rientra nei suoi progetti, ma il nuovo misterioso vicino potrebbe stravolgere tutte le sue convinzioni…
R.L. Mathewson
è nata e cresciuta nel Massachusetts. È nota per il suo senso dell’umorismo e la capacità di creare personaggi realistici in cui i lettori si immedesimano facilmente. Al momento ha diverse serie paranormali e rosa in corso di pubblicazione tra cui la serie *Neighbors*. È mamma single di due bambini che le danno molto da fare e si divertono a spaventarla a morte coi loro scherzi. Ha una dipendenza da romanzi d’amore e cioccolata calda e spesso combina le due cose.

Deandreide: storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani

Storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani
C’è l’epica di Omero e di Virgilio – quella dell’Iliade e dell’Eneide – nella quale si raccontano le vite e le imprese dei grandi eroi. E poi c’è un epica più defilata e discreta, quella dei personaggi ai quali non viene mai data la parola, quegli eroi che sono stati costretti o che hanno scelto un destino «apocrifo», nascosto. I personaggi di un narratore che le sue storie le ha cantate: Fabrizio De André. Un’epica laterale e silenziosa: una Deandreide, appunto. Quattordici scrittori italiani, diversi tra loro ma che in comune hanno la passione per De André, hanno scritto ognuno un racconto ispirato alle canzoni-narrazioni del grande Faber. Da Bocca di rosa a Sinàn Capudàn Pascià, dal Malato di cuore a Don Raffae’, personaggi e situazioni narrative vengono estratti dalla storia originaria e rimessi in circolo in altre forme e in altri mondi, per far riverberare ancora l’immaginazione di chi ha saputo influenzare, prima di quella culturale, la nostra formazione di esseri umani.

Contesa

Spinta da sua madre, una donna molto motivata, a diventare la migliore nel suo campo, Penny crede che il Destino sia intervenuto, quando riceve la notizia di non essere soltanto un’ereditiera dello Steele Ranch, ma di avere avuto anche un padre che non ha mai conosciuto. Coglie l’occasione per liberarsi della famiglia cui non ha mai davvero sentito di appartenere e si dirige a Barlow, nel Montana.
Due cowboy hanno messo gli occhi sulla bellissima e intelligente biondina e non hanno intenzione di lasciarsela sfuggire. Jamison e Boone le daranno tutto ciò che vorrà, specialmente dal momento che ha vinto i loro cuori.
Questo è il secondo libro della serie dello Steele Ranch, in cui le donne sono intelligenti, sfacciate e pronte ad una cavalcata selvaggia con i loro uomini.

Con Te Accanto

A volte sono gli incontri più casuali e fortuiti a raccontare ciò che noi siamo. Accade a tutti prima o poi. A Dora e Adele succede nel reparto di rianimazione di un ospedale. Adele veglia il fidanzato Andrea, in coma dopo un incidente. Dora è immobilizzata nel letto accanto. In quella stanza asettica, satura di silenzi, dolore, viavai di medici e parenti, le due donne capiscono di essere l’una necessaria all’altra “come un regalo inaspettato”. Nasce un’intesa imprevista, fatta di sguardi e di piccoli gesti, un’amicizia nutrita non solo dalla sofferenza che le accomuna nel presente ma da quella che emerge dal passato di entrambe, testimoniata dalle cicatrici indelebili sul volto di Adele e nel cuore di Dora. Le due donne forti, determinate, libere, eppure tremendamente fragili, si parlano come non hanno mai fatto prima. Imparano a conoscere prima di tutto se stesse e ognuna, a suo modo, ritroverà la forza di ricominciare. Adele rimette ordine nei suoi pensieri e nella sua vita grazie alla tenacia della sua nuova amica. Dora impara giorno dopo giorno a parlare, a mangiare, a fidarsi degli uomini e dell’amore. Con te accanto è un’intensa storia al femminile, un romanzo sentimentale, intrigante e teatrale, un paradosso a due voci che dà vita a un inaspettato groviglio di passioni. Un’avventura dell’anima, alla scoperta di noi stessi, dei nostri silenzi e della nostra paura di cambiare. Un flusso di sentimenti, emozioni e inquietudini che parla al cuore e infonde coraggio e fiducia perchè ci dice che la vera battaglia da vincere è sempre quella con noi stessi. Eugenia Romanelli, giornalista, collabora con “Liberazione” e insegna Tecniche di scrittura creativa all’Università “La Sapienza” di Roma, tra i suoi libri ricordiamo i racconti Trop Model (2001), i romanzi Vladimir Luxuria (2002) e La traversata di Emma Costa Rubens (2004). Paola Turci debutta a Sanremo nel 1986 e realizza il suo primo album nel 1988. L’anno successivo vince il Festival di Sanremo e si aggiudica per la terza volta consecutiva il premio della critica con il brano Bambini. La sua carriera prosegue con un’intensa attività live. Questo è il suo primo libro.

Comica finale. Ovvero non più soli

Dedicato emblematicamente a Stanlio e Olio, Comica finale è, come un po’ tutti i romanzi di Vonnegut, un misto di strampalate (all’apparenza) ipotesi sociologiche, di esilaranti trovate, di deprimenti consapevolezze, di semi-seri elementi autobiografici, di un alto senso dell’umorismo e di una sconfinata tristezza. Un cocktail magico. Il cocktail Vonnegut, in cui la trama (in questo caso la vita dell’ultimo inverosimile Presidente degli Stati Uniti, divenuto inverosimile Re di Manhattan, genio-idiota, gemello incestuoso, gigante buono, tossicodipendente, collezionista di candelabri) è solo una scusa per i fuochi d’artificio della sfrenata fantasia di Vonnegut. Come scrive Goffredo Fofi nella prefazione: “l’immaginario contemporaneo ha trovato pastura principalmente in tre irregolari assoluti della letteratura anglo-americana: Vonnegut, Ballard e Dick” e “tra tutti i romanzi di Vonnegut Comica finale è quello che più brulica di idee”.

Comica finale. Ovvero non più soli

*Tra tutti i romanzi di Vonnegut, Comica finale è quello che più brulica di idee, anche a scapito della coerenza romanzesca. Più che altrove, Vonnegut non si preoccupa di – costruire- non segue le regole canoniche del buon narratore di storie, ed è forse questo che ha sconcertato i suoi critici – non certo i suoi lettori. Le idee che espone e che non sempre sviluppa adeguatamente sono idee di romanzo quanto idee di saggio; e a svilupparle hanno spesso pensato altri in modi magari poco congeniali alle convinzioni e alle ispirazioni vonnegutiane. Non è affatto scontato, tra i nostri soloni come tra quelli d’oltre oceano, che l’immaginario contemporaneo (molto cinema, molto fumetto, molta letteratura, perfino molta musica, abbia trovato pastura principalmente in tre irregolari assoluti della letteratura anglo-americana: Vonnegut, Ballard, Dick. Che il mondo di oggi e l’angoscia per quello di domani meglio di ogni altro siano in grado di narrarli, di interpretarli, autori venuti – come dicono tremendamente gli accademici tedeschi – dalla – triviallitteratur-, è per loro cosa troppo difficile da capire, ed è forse un bene, ché altrimenti la grande bocca universitaria avrebbe già fatto un’asettica poltiglia anche di questi scrittori. Ed è comprensibile che i meno fantasiosi e i meno preoccupati (dei destini del mondo) prediligano la doppia e speculare proposta di una letteratura che non esce dalla miseria dell’esperienza dei suoi autori o che cerca di negarla nell’unico modo che le è possibile, rifacendosi cioè ad altra letteratura: costruendo, con minore o maggiore abilità, di vuoto in vuoto, per paura non solo di vivere, ma anche di guardare avanti e di guardare oltre. I problemi gravi dell’oggi – del degrado del pianeta, della corruzione da benessere, della disparità tra mondo ricco e mondo povero, del crollo delle aberranti realizzazioni leniniste, della quotidiana violenza di tutte le società, … – non possono che far tremare i polsi a chiunque osi scrivere per esser letto da altri, anche se gran parte degli scrittori non sembra affatto accorgersene e vive nel mondo a parte del privilegio o nel limbo dello sciocchezzaio mondiale, dentro il ventre di un sistema mediale onnipervasivo. Ma l’invenzione e la fantasia, la vitalità, derivante da una dote dimenticata, che un conterraneo di Vonnegut, Wright Mills, teorizzò come – immaginazione sociologica-, non sono prodotti comuni, e tantomeno da media. Possono sconcertare e – far male-, oltre che divertire. E sono invece indispensabili a poter narrare qualcosa di davvero significativo per tutti, su questo unico mondo in cui si vive e che andiamo distruggendo. Ci sono, diceva Elsa Morante, – scrittori- e – scriventi.- Aggiungiamo solo che non sempre troviamo i primi dove si crede di poterli trovare.*  
*Di – immaginazione sociologica- Vonnegut ne ha davvero moltissima, forse più di ogni altro romanziere suo contemporaneo. E se anche i sociologi non fossero dei funzionari (dell’università o dei media cambia poco: il fine è lo stesso e le differenze tendono sempre di più ad appiattirsi, cambiano solo i riti e, parzialmente, i linguaggi) qualcuno di loro dovrebbe pur finire per accorgersene. E’ al campo della sociologia che pertiene, in “Comica finale”, l’invenzione di Vonnegut più formidabile e insieme più semplice di tutte, anche se molte altre ne troviamo, che appartengono ad altri domini. Ricordiamone qualcuna, di quelle che consideriamo, qui, – minori-: il discorso sulla forza di gravità o sulla miniaturizzazione dei cinesi, ipotesi da fantascienza – classica- rinnovate dall’utilizzazione nel paradosso; quella sulla Morte Verde e sull’Influenza Albanese, tra il Jack London precursore della Peste Scarlatta e la realtà e paura dell’AIDS degli anni Novanta (dopo cioè che Vonnegut aveva scritto il suo libro); quello sulla religione del Gesù Cristo Sequestrato, insieme parodia delle smanie religiose americane e serissima indicazione di un messaggio inascoltato per responsabilità dei Potenti (chi sono, poi, le Forze del Male di cui parla il libro?); quello sulla noia dell’aldilà, che sarebbe anch’esso un mondo da liberare; quello sulla relatività dei valori e dei giudizi sociali, estremizzato negli accenni alla schiavitù benefica attuata dalla vecchia Vera, e nell’aiuto delle droghe per resistere alla pressione del presente; eccetera. E quello sui – freaks-, il fratello e sorella deformi e giganti, equiparati come strana coppia agli Stanlio e Ollio cui il libro è dedicato. Sullo sfondo di un mondo agli sgoccioli, di sopravvissuti che molto ricordano quelli che si agitano sugli sfondi molto manieristi di Ballard (“Hello America!”) o dei film della serie “Mad Max” (il secondo, un capolavoro): in un barbarico post-atomico o post-distruzione ecologica o post-peste, dove tutto è da reinventare, con i cascami bensì di una società industriale del consumo.*  
*La differenza tra Vonnegut e i maggiori o minori dei descrittori della nuova barbarie (ci aggiungo Dick e “Blade Runner”, ci aggiungo Yurick e i “Guerrieri della notte” e altre fughe o ritorni attorno a Manhattan, ci aggiungo volentieri, infine, Bilal e l’Altan di “Zorro Bolero”, e si potrebbe continuare per molto) sta per l’appunto, in primo luogo, nell’immaginazione sociologica che sovrintende il tutto e che, se spinge all’assurdo, lo fa sempre a ragion veduta e controllata, e sta nell’apprezzamento (zucconesco, twainiano, cioè molto americano, ma anche un tantino, e qui sono io a giocare di paradosso, francescano) per la – santa semplicità-, per la – idiozia- che non è quella che i due bambini protagonisti sono costretti a coltivare per compiacere gli adulti, ma quella dei – nuovi nati- di sempre, sgombri da idee ricevute e dunque immediati, al sodo, senza la paura del dover parere intelligenti e alla moda, culturalmente vergini di una riacquisizione di sguardo nudo e libero, ottenuto per gusto innato di franchezza e di libertà, di fronte alle cose del mondo. E lo sguardo di chi non smette di chiedersi: ha senso? non ha senso?, e che sa trovare il giusto dove si trova, magari perfino in quelli che i più considerano, per moderno snobismo, luoghi comuni. Qui, per esempio, nella rivalutazione delle regole per le discussioni collettive di una tradizione che appartiene al cosiddetto – community work-, e in genere nella rivalutazione della democrazia – dal basso-, della democrazia diretta, comunitaria, che non esclude – i bambini, gli ubriaconi e i matti.-*  
*A differenza dei narratori anche grandi di quel – dopo- che è già l’adesso, Vonnegut non gioca di sovraccarico e di cupezza: difende la sua – ingenuità- e se ne fa una forza e una garanzia. Il suo scopo è diverso dal loro: non è quello di dar fondo alle proprie fantasie e paure, ma semmai quello di interrogarsi divertendo e, se possibile, ammaestrando, per strade non ovvie e non pallose. Non c’è in lui quel compiacimento dell’orrore o del degrado che spesso trasuda dall’opera di altri pur bravi, e a maggior ragione dai loro imitatori più disperati o più recitanti (entrambi con molte incarnazioni anche italiane, di preferenza post-77, e bolognesi o romane). Nonostante tutto Vonnegut è il portavoce di una possibile positività, del non dare per scontata ogni sconfitta, del muoversi – tranquilli e arditi-, oltre i dati di fatto e quantomeno nella difesa della possibilità di affermare in ogni situazione e fino in fondo una pur minima alternativa, nella volontà di procedere eretti e facendo dei propri sogni la guida.*  
*L’epitaffio che il centenario dottor Swain (Wilbur Giunchiglia-11 Swain) vuole per la propria tomba è insomma un attualissimo programma di vita, niente affatto una pietra mortuaria, di chiusura. Nella – comica finale- che stiamo tutti vivendo – è pazzo chi pensa il contrario, o vile: ché “comunque” assumere l’ipotesi della fine, sembra dire Vonnegut, ci permette una libertà di giudizio e di azione che è indispensabile a combattere la fine – i versetti per niente satanici di Vonnegut hanno un significato propulsivo, attivo: anticipiamoli, poiché aiutano a leggere il romanzo con gli occhi più giusti:*  
*”Come dunque affrontammo questa farsa*  
*Che l’uomo e Dio volevano già persa?*  
*Tranquilli e arditi,*  
*In un gioco di cui i nostri sogni*  
*Ritessero gli orditi.”*  
*E mettiamocela tutta, come facevano Stanlio e Ollio. E aggiungiamoci un doveroso,- Hic!.-*  
*Il libro che Kurt Vonnegut dovrebbe decidersi a scrivere, ora che la sua vena può anche rischiare la ripetizione, è, come fa la sua coppia protagonista, un – manuale di pedagogia-, col titolo che gli pare. Potrebbe procedervi con molta facilità e rapidità: basterebbe mettere insieme una antologia di brani e di exempla tratti dai suoi libri e scritti, che probabilmente non raggiungerebbe il successo di vendita della Bibbia o del Cucchiaio d’argento, ma che diventerebbe un cult-book per minoranze motivate e simpatiche, interessate alla conquista delle maggioranze e al cambiamento e liberazione per e di tutti.*  
*La pedagogia, si sa, è in genere una ben povera scienza dilatabile a tutte le convinzioni e utilizzabile da tutti i regimi, e spesso gli educatori e psicologi sono come la Cordelia pazza e criminale del romanzo, che agisce in odio alle liberazioni e in sfogo alle proprie frustrazioni, trasformate in gusto del potere sugli altri, diretto e indiretto. Nella descrizione del rapporto tra i due fratelli/ mostri, che segue una prefazione in cui Vonnegut racconta di sé e della sua sorella morta, si accentua una valutazione del – più- che potrebbe dare un incontro vero del maschile col femminile; ma anche, scoprendosi Vonnegut con pudore, si mette in luce quanto di forte e dunque di doloroso può appartenere a questo rapporto: che è qui portato al limite dell’incesto (tabù tra i più forti in ogni progetto educativo e socializzante), cui segue per i due un distacco insanabile su ogni terra, sanabile solo in un’altra dimensione. Nel romanzo: nel mondo dei morti.*  
*Il manuale di pedagogia che Vonnegut potrebbe scrivere avrebbe poco a che fare con quello del dottor Spock, e non riguarderebbe la descrizione dei bambini e dell’intervento da fare su di essi, ma molto semplicemente la descrizione degli adulti, delle loro storture ma anche delle loro possibilità. Sarebbe dunque un manuale di comportamento per gli adulti in comunità, e avrebbe per centro e chiave il motto del nostro Swain di cent’anni e due metri d’altezza, e brutto e simpatico da morire:*  
NON PIU’ SOLI. 
*Qual è dunque l’invenzione che regge “Comica finale”? E’ quella delle – famiglie allargate artificiali-, l’idea che permette all’eroe del romanzo di diventare Presidente – e nondimeno l’ultimo – degli Stati Uniti d’America. – Tutti gli eccessi rovinosi degli americani [aggiungo per ovvia estensione che l’autore non si permette: degli esseri umani] sono stati motivati dalla solitudine più che da un’inclinazione al peccato-, dice Vonnegut, ribadendo con questo il suo indomabile ottimismo fatto di fiducia nelle possibilità dell’uomo, in un’epoca che, in generale, sembra dar sempre più ragione ai sostenitori del – peccato originale-, ai pessimisti. Da questo dato di fatto, Swain Giunchiglia-11 parte per elaborare dopo grande esperienza di solitudine la sua battaglia alla solitudine, rifiutata – allargando- dall’uno e il due al tutti, attraverso la giusta mediazione della – famiglia allargata artificiale.-*  
*Nel – mondo sviluppato- esistono molti esempi di famiglie allargate artificiali: per esempio, le corporazioni, le lobbies e le holdings e le P2, le mafie e le camorre, i sindacati, i partiti (che da – rappresentanti- diventano autonome organizzazioni di mutuo soccorso per i loro funzionari, non certo per i votanti), le chiese e gli ordini religiosi … Dentro la legge o fuori della legge non conta: lo scopo è lo stesso: l’affermazione del gruppo di appartenenza e del suo potere, e in esso della tranquillità e del potere del singolo membro. Ma ci sono anche regioni del mondo – per esempio, in buona parte, ancora l’Italia, per memoria del passato sottosviluppo – dove la tradizione delle famiglie allargate di tipo contadino permette il passaggio dalla famiglia mononucleare al vasto clan attraverso il sistema del – comparatico.- L’autodifesa del gruppo si manifesta ancora in questo modo, a difesa del singolo e del gruppo primario in un mondo duro e crudele. (Il successo di “Il padrino” – cattiva traduzione da “godfather”, che nell’Italia del Sud e del Centro si è sempre chiamato compare, e che ovviamente non era e non è un termine di per sé negativo – fu ambiguo perché di nostalgia e ammirazione per un sistema di famiglia allargata in una società dove l’inserimento e l’integrazione sono difficili e restano, nel caso dell’organizzazione mafiosa, illegali almeno fino a quando essa non strappa il suo posto nella finanza e nella politica).*  
*Qual è il problema centrale della società di oggi, in definitiva? Quello che Vonnegut chiama solitudine è il frutto di una discrepanza tra individuo e società, per mancanza di qualcosa in mezzo: una – società- che non merita di essere chiamata tale, in quanto massa e folla solitaria; un individuo che non è tale perché senza possibilità reale di esprimere le sue potenzialità singolari e specifiche. E in assenza di gruppi e comunità e collettività, e in presenza di sostituzioni negative o addirittura criminali. Come esprimere se stessi – lagna dominante nelle crisi d’identità del nostro secolo e nel nostro alienatissimo contesto, nelle società benestanti -, allora, se non ci sono gruppi in cui farlo, ad accoglierti e proteggerti, e a darti forza e spinta, permetterti scambi e arricchimento?*  
*Alla domanda, assai tragica e davvero apocalittica, Vonnegut risponde con le sue – famiglie allargate artificiali- la cui formazione è imparzialmente affidata al computer; e sa bene che le famiglie allargate che già esistono (si chiamano – famiglie-, ricordiamolo ancora una volta, i gruppi mafiosi) non sono certo la proposta giusta, anche se partono da una situazione realissima: – I medici si sentivano legati agli altri medici, gli avvocati agli avvocati, gli scrittori agli scrittori, gli atleti agli atleti, i politici ai politici, e così via. Io ed Eliza dicevamo però, che questi erano cattivi esempi di famiglie allargate. Queste famiglie escludevano i bambini, i vecchi e le casalinghe, e i diseredati di ogni genere. Non solo: i loro interessi erano abitualmente così specializzati da apparire, agli estranei, quasi folli. La famiglia allargata ideale, avevamo scritto io ed Eliza tanto tempo prima, dovrebbe dare una rappresentanza proporzionale agli americani di ogni genere, secondo il loro numero. La creazione di diecimila di queste famiglie, diciamo, doterebbe l’America, per così dire, di diecimila parlamenti, che discuterebbero con sincerità e competenza di ciò di cui oggi discutono con passione solo alcuni ipocriti, cioè del benessere di tutta l’umanità-*  
*Sul modo in cui Wilbur Giunchiglia-11 Swain applicò i suoi principi, si legga il romanzo, così come per capire le ragioni per cui l’invenzione di Wilbur non fu sufficiente, ché il disastro era troppo avanzato. Le scarse forze del Bene e le molte del Male continuano a combattersi nella Utopia di Vonnegut e a maggior ragione nel nostro presente. Eppure, la storia di Melody che conclude la “Comica finale” è una storia di nuovi nati, di un possibile – altro- futuro. E – la storia è solo una lista di sorprese. E tutto quello che può fare è prepararci ad assistere a qualche altra sorpresa.- Buona o cattiva chissà, ma dipende anche da noi: dagli orditi che riusciremo a ritessere a partire dai nostri sogni.*