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Col caxxo che te la mollo

Nella vita da puerpera di Emma Rose Blossom tutto sembra andare a rotoli: non riconosce più il suo corpo, anzi, proprio non lo accetta, motivo per cui rifiuta continuamente le pressanti richieste del fidanzato, che invece gradirebbe avere una vita sessuale degna di tale nome. La situazione precipita quando lui si assenta da casa per un periodo, lasciandole sospettare di essersi improvvisamente schiantata di sedere – e col botto – nel bel mezzo del cammin delle cornute. Conoscendo Emma, la situazione non può che peggiorare, infatti ciò che combinerà non farà che aggravare la situazione. Come farà stavolta ad uscirne viva? Ma soprattutto, riuscirà a tenersi il fidanzato super sexy che rischia di prendere il volo oltreoceano? L’attesissimo sequel di Col caxxo che faccio la mamma, una divertentissima commedia romantica a puntate che sta conquistando migliaia di lettrici.

Clorofilia

Mosca, XXII secolo. Savelij Herz, giornalista e poi direttore della rivista di successo Il più, è impegnato a scrivere su quei pochi russi che continuano a lavorare mentre la maggior parte dei compatrioti non produce nulla, limitandosi a consumare. I soldi, infatti, non sono più un problema, da quando l’intera Siberia è stata concessa in affitto ai cinesi, mentre i russi – trasferitisi in massa nella capitale divenuta “ipercittà” – vivono di rendita, al grido rassicurante di “Io non devo niente a nessuno”. Una dolce vita in cui ogni forma di violenza è praticamente scomparsa grazie al progetto televisivo sperimentale di spionaggio reciproco “Vicini”, dalle cui sezioni speciali sono pianificati a tavolino scandali e litigi famigliari.
Nel frattempo Mosca è stata invasa da un’erba infestante dalle dimensioni abnormi, impossibile da tagliare o sradicare: ogni gigantesco stelo ricresce all’istante. Come se non bastasse, quest’erba contiene un potente psicostimolante in grado di procurare gioia pura senza apparenti conseguenze. I ricchi consumano questa potente droga in forma concentrata, mentre i poveri la divorano allo stato grezzo.
Lo status sociale di ognuno dipende dal piano in cui abita: sopra all’ottantesimo livello dei nuovissimi grattacieli vivono le élite, mentre sotto al ventesimo si trovano gli slum abitati dai degenerati “pallidi”. Fare uso di erba è tecnicamente illegale, ma non è perseguito, almeno fino alle prime avvisaglie di un’inquietante scoperta sulle modificazioni genetiche e psicologiche portate a lungo termine dall’utilizzo in forma sublimata dell’erba.
Quando una serie di eventi imprevisti porterà a uno stravolgimento allarmante del nuovo status quo, la lotta per la sopravvivenza fornirà l’occasione per ritrovare nel profondo dell’anima le qualità del proprio spirito.

Città Aperta

Nato da madre tedesca e padre nigeriano, formato alla Nigerian Military School di Zaria e trapiantato adolescente negli Stati Uniti, lontano da affetti e radici, il narratore Julius, all’ultimo anno di specializzazione in psichiatria, non appartiene a nessun luogo. Quando comincia a vagare per le strade di New York, nell’autunno del 2006, lo fa con il distacco dell’outsider, la profondità dell’intellettuale e l’agio del flâneur. La migrazione degli uccelli è l’occasione per riflettere sul «miracolo dell’immigrazione in natura», ai cartelli che annunciano la chiusura della catena Tower Records fanno da contraltare le meditazioni sulla musica amata, Mahler in testa, e un acquazzone sulla Cinquantatreesima è causa di una precipitosa ritirata nell’American Folk Art Museum e della conseguente fascinazione per la pittura di John Brewster lì esposta. Di casualità in intenzione, Julius si muove nelle geografie newyorchesi incontrando persone di ogni classe e cultura, vedendo scorci scolpiti o in mutamento, lasciando che ogni impressione si depositi sul fondo della coscienza e da lì, come cerchio in uno stagno, si propaghi ad altri cerchi, ad altre impressioni. Molte di esse rilucono attraverso il prisma del colore della pelle: ascoltando un concerto alla Carnegie Hall, il narratore nota stancamente quanto siano rari gli spettatori neri nella sala, e un taxista sulla Sixth si mostra indignato al mancato saluto di un «fratello» come lui. L’outsider Julius rifiuta recisamente quelle istanze di appartenenza («non ero dell’umore per sopportare gente che pretendeva qualcosa da me»), e tuttavia la cartografia del sopruso che, con spirito quasi archeologico, va scavando nelle pieghe della città – quando visita l’antico «luogo di sepoltura per negri» di Brooklyn, o raccoglie il racconto del mite lustrascarpe haitiano o quello rassegnato del giovane liberiano recluso nel centro di detenzione per clandestini del Queens – incide necessariamente la questione identitaria.
Mentre accoglie universi, Julius rimane impenetrabile. La sua storia personale resta semioscura perfino quando affronta un viaggio a Bruxelles per riscoprirla, e così i cerchi sullo stagno si ricompongono su segreti scuri come quell’acqua.
***
«Bellissimo, acuto e originale».
**James Wood, «The New Yorker»**
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«Il primo passo di Teju Cole verso la posterità».
**«Los Angeles Times»**

Cinema e Storia 2012: Anni Ottanta quando tutto cominciò

Gli anni Ottanta sono stati un decennio dotato di uno spirito molto forte, improntato all’individualismo, al declino delle mobilitazioni collettive, alla ricerca della soddisfazione personale. Essi segnano il definitivo trionfo di un ethos, fatto di immaginario e di valori frutto di un singolare intreccio fra strutture materiali e dimensione simbolica. La televisione e il cinema diffondono i propri codici e i propri linguaggi a tutti i livelli, dalla vita quotidiana al mondo politico. Ecco allora che, per studiare quel decennio con quello spirito, e soprattutto per dare vita ad un’opera di re-visione che non ceda ad un facile revisionismo, appare particolarmente feconda l’interazione di competenze finalizzate a riesplorare e reinterpretare una serie di narrazioni oggi particolarmente illuminanti per comprendere il nostro presente… **
### Sinossi
Gli anni Ottanta sono stati un decennio dotato di uno spirito molto forte, improntato all’individualismo, al declino delle mobilitazioni collettive, alla ricerca della soddisfazione personale. Essi segnano il definitivo trionfo di un ethos, fatto di immaginario e di valori frutto di un singolare intreccio fra strutture materiali e dimensione simbolica. La televisione e il cinema diffondono i propri codici e i propri linguaggi a tutti i livelli, dalla vita quotidiana al mondo politico. Ecco allora che, per studiare quel decennio con quello spirito, e soprattutto per dare vita ad un’opera di re-visione che non ceda ad un facile revisionismo, appare particolarmente feconda l’interazione di competenze finalizzate a riesplorare e reinterpretare una serie di narrazioni oggi particolarmente illuminanti per comprendere il nostro presente…

Churchill. Il vizio della democrazia

È più semplice di quello che sembra. In assenza di maestri viventi, chi potrebbe finalmente spiegarci che è una follia credere che la politica sia di per sé un male, e che ha invece un ruolo fondamentale nelle democrazie di oggi? E chi potrebbe spiegarci che l’Europa è il piano lungimirante scaturito da due sanguinose guerre mondiali e dunque tocca diventare fieri di essere europei? Chi? Winston Churchill! Morto da più di cinquant’anni, ma vivo come non mai nel racconto di un autore che mentre lo scopre se ne innamora e gli chiede aiuto. Churchill è un po’ il nonno di tutti noi europei, un nonno che tracanna whisky, urla, sbraita, si lamenta senza mai arrendersi, si dà sempre al cento per cento, fuma sigari senza sosta, tossisce, detta ad alta voce bevendo champagne, si ammala, comanda ma ascolta, è risoluto ma ammira chi è in grado di cambiare idea, spesso lavora sdraiato nel letto per giorni o mentre fa uno dei suoi due quotidiani bagni caldi. Fu primo ministro, passò il proprio sessantanovesimo compleanno all’ambasciata di Teheran assieme a Stalin; nel 1930 in un discorso parlò di Stati Uniti d’Europa, vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1953 e aveva un’àncora come quella di Braccio di Ferro tatuata sull’avambraccio. Insomma, uno da stare ad ascoltare, uno di cui essere fieri, uno che ti fa sentire forte e felice di essere europeo. Perché se è vero che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora, è bene che diventi un vizio, nella speranza che sia difficilissimo poi smettere. **

Chiedi e ti sarà tolto

Milo Burke lavora come fundraiser per un’università mediocre popolata di figli di papà con velleità intellettuali: dovrebbe strappare donazioni alle ricche famiglie degli studenti o a generosi filantropi, ma le public relations non sono il suo forte. Milo – aspirante artista mai uscito dall’anonimato – è un intemperante, un contestatore, un frustrato, forse un genio incompreso, di certo un casinista: all’ennesimo passo falso viene licenziato in tronco. Il suo ménage familiare vacilla – ha una moglie insoddisfatta e un figlio in età da asilo, se solo gli asili fossero alla portata delle loro tasche -ma di colpo l’università gli offre una seconda chance: si è fatto avanti un potenziale donatore che vuole sia proprio lui a seguire la sua pratica. Il misterioso benefattore, però, ha dei secondi fini, e l’occasione di riscatto si trasforma per Milo in una tragicomica sequenza di guai.

Che fine ha fatto il tuo cuore: Storie di figlie. E di madri incapaci di amare

Ci sono parole per raccontare la ferocia dell’amore materno? La più tragica, la più diffusa e taciuta, delle incapacità di amare? Stefania Rossotti prova a farlo, ascoltando le figlie, diventate adulte. Raccogliendo storie quotidiane, eppure fortissime. Storie uniche, private, ma in cui ogni donna può scoprire un pezzo di sé. La figlia che è stata, la madre che è oggi. O la madre che non ha potuto, o voluto, essere. Per fermare la catena di quel disamore: di madre in figlia. Le loro parole svelano ferite tenute nascoste, e provano a curarle con il ricordo. A volte, non sempre, con il perdono. C’è la madre che muore di cancro, e anche in ospedale allontana la figlia da quel mondo tutto suo che non l’ha mai compresa, negandole la possibilità di curarla, di accompagnarla alla fine, di volerle bene. E c’è la figlia, invece, che vuole poterle ricordare, quelle loro ultime ore. Vorrebbe una carezza. La prima. C’è la madre spietata, pietrificata dalla perdita di un figlio, il primo, che le ha portato via tutto l’amore di cui era capace, e tutte le lacrime. E c’è la figlia che non si sente abbastanza figlia per obbligarla a essere ancora madre. C’è la mamma che ha deciso di morire suicida, e la figlia che ha cercato di dimenticarla fino a oscurarne il viso. E che oggi ha paura di provare nostalgia, al punto da cancellare i volti dei suoi stessi figli quando è lontana da casa. C’è la madre di ghiaccio, a cui l’Alzheimer ha tolto ogni paura per lasciar posto alla dolcezza. E la figlia, cresciuta in un mondo senza sentimenti, che ora non può fare a meno di quella vecchia folle, tenera e accessibile. C’è la mamma che ha assistito, per anni, in silenzio all’abuso della sua bambina, che è riuscita a sopravvivere, ma non a perdonarla. E quella prigioniera della depressione, diventata una «tigre indifferente», incapace di vivere e di insegnare a vivere. C’è la madre soffocata, prima che dall¿alcol che la devasta, da un bisogno ossessivo di perfezione. E quella incapace di carezze, abituata a raggiungere la figlia solo con lo sguardo: implacabile, giudicante. Madri feroci e fragili. E figlie, soprattutto. Per loro c¿è il sollievo del racconto, la possibilità di ritrovarsi lì dove tutto è cominciato: in quel primo terribile amore. E poi, magari, di sentire – sommessa, ma potente – anche la voce della mamma che hanno avuto. Che chiede perdono. O soltanto il diritto di essere come è, o come è stata: sbagliata. **
### Sinossi
Ci sono parole per raccontare la ferocia dell’amore materno? La più tragica, la più diffusa e taciuta, delle incapacità di amare? Stefania Rossotti prova a farlo, ascoltando le figlie, diventate adulte. Raccogliendo storie quotidiane, eppure fortissime. Storie uniche, private, ma in cui ogni donna può scoprire un pezzo di sé. La figlia che è stata, la madre che è oggi. O la madre che non ha potuto, o voluto, essere. Per fermare la catena di quel disamore: di madre in figlia. Le loro parole svelano ferite tenute nascoste, e provano a curarle con il ricordo. A volte, non sempre, con il perdono. C’è la madre che muore di cancro, e anche in ospedale allontana la figlia da quel mondo tutto suo che non l’ha mai compresa, negandole la possibilità di curarla, di accompagnarla alla fine, di volerle bene. E c’è la figlia, invece, che vuole poterle ricordare, quelle loro ultime ore. Vorrebbe una carezza. La prima. C’è la madre spietata, pietrificata dalla perdita di un figlio, il primo, che le ha portato via tutto l’amore di cui era capace, e tutte le lacrime. E c’è la figlia che non si sente abbastanza figlia per obbligarla a essere ancora madre. C’è la mamma che ha deciso di morire suicida, e la figlia che ha cercato di dimenticarla fino a oscurarne il viso. E che oggi ha paura di provare nostalgia, al punto da cancellare i volti dei suoi stessi figli quando è lontana da casa. C’è la madre di ghiaccio, a cui l’Alzheimer ha tolto ogni paura per lasciar posto alla dolcezza. E la figlia, cresciuta in un mondo senza sentimenti, che ora non può fare a meno di quella vecchia folle, tenera e accessibile. C’è la mamma che ha assistito, per anni, in silenzio all’abuso della sua bambina, che è riuscita a sopravvivere, ma non a perdonarla. E quella prigioniera della depressione, diventata una «tigre indifferente», incapace di vivere e di insegnare a vivere. C’è la madre soffocata, prima che dall¿alcol che la devasta, da un bisogno ossessivo di perfezione. E quella incapace di carezze, abituata a raggiungere la figlia solo con lo sguardo: implacabile, giudicante. Madri feroci e fragili. E figlie, soprattutto. Per loro c¿è il sollievo del racconto, la possibilità di ritrovarsi lì dove tutto è cominciato: in quel primo terribile amore. E poi, magari, di sentire – sommessa, ma potente – anche la voce della mamma che hanno avuto. Che chiede perdono. O soltanto il diritto di essere come è, o come è stata: sbagliata.

Che cos’è metafisica?

«La prolusione che Heidegger tenne a Friburgo nel 1929 assume all’interno della sua opera un significato di particolare rilievo. È una lezione accademica che si rivolge ai professori e agli studenti della sua vecchia università dove una volta aveva preso avvio la sua formazione e nella quale egli ora, nel 1929, ritornava – allora studente, assistente, libero docente, e ora, dopo il successo clamoroso di “Essere e tempo”, il pensatore più celebre della sua epoca. Perciò anche la risonanza di questa prolusione fu straordinaria. Seguirono ad essa, immediate, le traduzioni in francese, giapponese, italiano, spagnolo, portoghese, inglese e turco e non so quante traduzioni in altre lingue ancora si siano frattanto aggiunte a quelle […]».
(dalla Prefazione di Hans Georg Gadamer) **
### Sinossi
«La prolusione che Heidegger tenne a Friburgo nel 1929 assume all’interno della sua opera un significato di particolare rilievo. È una lezione accademica che si rivolge ai professori e agli studenti della sua vecchia università dove una volta aveva preso avvio la sua formazione e nella quale egli ora, nel 1929, ritornava – allora studente, assistente, libero docente, e ora, dopo il successo clamoroso di “Essere e tempo”, il pensatore più celebre della sua epoca. Perciò anche la risonanza di questa prolusione fu straordinaria. Seguirono ad essa, immediate, le traduzioni in francese, giapponese, italiano, spagnolo, portoghese, inglese e turco e non so quante traduzioni in altre lingue ancora si siano frattanto aggiunte a quelle […]».
(dalla Prefazione di Hans Georg Gadamer)

Chance

Quando Jaclyn Blackstone varca la soglia del suo studio, Eldon Chance non può immaginare che quella che all’apparenza è solo l’ennesima paziente affetta da amnesie possa rappresentare il più grave pericolo che abbia mai corso. Il dottor Chance è un rinomato neuropsichiatra di San Francisco nel bel mezzo di un divorzio difficile, alle prese con i problemi di una figlia adolescente piuttosto complicata, con l’invidia dei colleghi e con grane finanziarie che non gli danno tregua. Jaclyn, affetta da un grave disturbo della personalità, lo intrappola in una rete di sesso e inganni, mistero e crimine, in una dimensione psichica in cui il binario della realtà scorre parallelo a quello dell’illusione. Il dottor Chance sa che l’unico modo per uscire vivo da quel gioco estremo è guardare negli occhi la follia, riconoscerne le facce, sventarne le insidie e allo stesso tempo coglierne le infinite inclinazioni, ma per far questo ha bisogno di ritrovare quell’istinto di sopravvivenza rabbioso, al limite dell’irragionevole.
Un romanzo intenso, sottile, giocato su una suspense psicologica portata all’estremo, lungo la linea che divide normalità e pazzia, vita e morte. **

Causa di forza maggiore

Nell'esistenza di un individuo assolutamente normale irrompe l'imprevisto: uno sconosciuto sceso da una Jaguar suona alla porta di casa, chiede di fare una telefonata e viene colpito da infarto appena composto il numero. Un segno del destino? Un complotto? Una sfida? Baptiste Bordave non sta a porsi troppe domande e, ispirato anche da una vaga somiglianza con il defunto, si impadronisce dei documenti, dei soldi, della macchina e cambia vita per sempre. Romanzo d'amore? Storia di spionaggio? Manuale per estremisti dello champagne? Ancora una volta Amélie Nothomb sovverte tutte le regole del gioco letterario, e affascina i lettori con una vicenda avvincente ed eccentrica, in cui il culto per le bollicine dorate ha un ruolo fondamentale.

Capacità vitale

Adele vive in una grande città ed è un giovane avvocato che ha appena aperto il suo studio. Ha accettato di difendere due allevatori di maiali accusati di maltrattamenti da un gruppo di animalisti: il caso è controverso, ma come sempre lei si lascia guidare dai fatti e dalla Legge più che dalla morale e dalle emozioni. Adele ama l’acqua, ama le immersioni che la lasciano sospesa nel silenzio circondata da una vita brulicante e piena di colori, ama la libertà che le offre quel mondo parallelo. Sono i primi giorni di luglio quando si lascia tutto alle spalle per raggiungere i suoi compagni, gli stessi da anni, e condividere con loro una settimana tra tute di neoprene, carte nautiche e uscite giornaliere nel blu. Ma un incidente scombina le carte e la vita di Adele deraglia dai binari su cui l’aveva indirizzata per dissolversi tra dubbi e incertezze. *Capacità vitale* è un romanzo fortissimo e pieno di grazia, la storia lucida e attuale di una donna impigliata tra vocazione e morale, egoismo e generosità. **
### Sinossi
Adele vive in una grande città ed è un giovane avvocato che ha appena aperto il suo studio. Ha accettato di difendere due allevatori di maiali accusati di maltrattamenti da un gruppo di animalisti: il caso è controverso, ma come sempre lei si lascia guidare dai fatti e dalla Legge più che dalla morale e dalle emozioni. Adele ama l’acqua, ama le immersioni che la lasciano sospesa nel silenzio circondata da una vita brulicante e piena di colori, ama la libertà che le offre quel mondo parallelo. Sono i primi giorni di luglio quando si lascia tutto alle spalle per raggiungere i suoi compagni, gli stessi da anni, e condividere con loro una settimana tra tute di neoprene, carte nautiche e uscite giornaliere nel blu. Ma un incidente scombina le carte e la vita di Adele deraglia dai binari su cui l’aveva indirizzata per dissolversi tra dubbi e incertezze. *Capacità vitale* è un romanzo fortissimo e pieno di grazia, la storia lucida e attuale di una donna impigliata tra vocazione e morale, egoismo e generosità.