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La banca del sangue

Dopo aver concluso il ciclo di cinque romanzi dedicati all’investigatrice privata Vicki Nelson, dai quali è stata tratta la serie televisiva Blood Ties, l’autrice ha sentito il bisogno di approfondire alcune situazioni appena accennate nei libri: sono così nati i nove racconti contenuti in questo libro. Così li presenta l’autrice: “Qualche tempo dopo aver finito di scrivere Debito di sangue, mi sono resa conto di avere ancora qualcosa da dire, di aver voglia di esplorare la nuova vita di Vicki e il modo in cui tutto fosse cambiato a causa del fatto che Henry era andato a vivere a Vancouver. Come diretta conseguenza i tre non avevano più un uomo all’interno della polizia, perché il Dipartimento di Polizia di Vancouver poteva usare nei confronti di Mike qualche cortesia professionale, ma niente di più. In caso di guai, i nostri eroi potevano contare soltanto su loro stessi. Ed è scontato che i guai fossero loro stessi a causarli… ma credo che i lettori abbiano capito cosa intendo dire”.

Le bambole di Solquest

Di fronte alla cittadina di Merrick, al largo nel mare tranquillo, c’è un’sola circondata da scogli affilati come rasoi e avvolta in una nebbia impenetrabile: Isealina, dominio incontrastato dei mostruosi zaninoni e del loro signore e padrone Solquest, il più malvagio dei maghi zentyre, custode del segreto dell’eterna giovinezza.
Ma in una notte di tempesta le forze scatenate della natura lacerano gli incantesimi che come una viscida ragnatela proteggono Isealina e i suoi segreti, e sottraggono a Solquest le pietre verdi che gli consentono di rinnovare ogni anno la sua gioventù. Esiste però un altro modo per sconfiggere l’incalzare del Tempo, un rito antico e sanguinoso in grado di soddisfare il Potere tenebroso servito dal crudele zentyre. Così Solquest e suoi zaninoni salpano alla volta di Merrick, dove gli abitanti ignari si preparano a festeggiare il Natale.
E questo, per i bambini di Merrick, potrebbe essere un Natale molto, molto speciale, soprattutto se si recheranno a visitare la Grande Mostra di Bambole Antiche che, per un’intera settimana, si svolgerà nel salone del Municipio…
Ancora una volta, dopo “La pietra del vecchio pescatore” (Longanesi), un’autrice irlandese ci guida in un mondo dove l’eterna lotta fra il Bene e il Male non conosce tregua e la magia corre oscura sotto la superficie della realtà, pronta a emergere in modi e forme sconvolgenti. E ancora una volta toccherà ai più giovani, gli unici in grado di avvertirne l’inquietante presenza, il compito di opporsi alle forze tenebrose che minacciano di cancellare la serenità e la gioia delle loro vite.

Il bambino nella ghiacciaia

In una prefazione del 1940, contro chi crede che il piacere del leggere “avventure” sia inesistente o puerile, Borges scrive: “Il romanzo di peripezie è un oggetto che non tollera nessuna parte ingiustificata. Il timore di incorrere nella semplice varietà successiva impone a quel romanzo un intreccio rigoroso”. Definire congegni perfetti nell’intreccio, questi racconti di Cain, è forse un esagerazione. È a volte il colpo di scena che vi domina, spesso improbabile, e in una sfilata di spacconi colti nel loro ambiente di snack-bar e stazioni di servizio: “tutta gente che vi guardereste bene dal far entrare in casa dalla porta principale”. C’è però qualcosa che distacca Cain dal magma della letteratura popolare. Quando “Il postino suona sempre due volte” fu tradotto in italiano, nel 1945 da Giorgio Bassani, i più accorti l’avvertirono e fecero del romanzo una lettura obbligata per chi voleva conoscere l’America. È il piacere grezzo per l’azione come via d’uscita dalla noia quotidiana, e al tempo stesso il senso della crudeltà di tutta quell’affannata “ricerca della felicità”. E Cain – come il più moralista Hammett, come il più pensoso Chandler – venne a rappresentare il lato più grezzo e greve del sogno americano.

Bambino N°30529

Una storia vera Deportato a soli 12 anni e sopravvissuto a cinque campi di concentramento Felix aveva tutto nel suo paese natio, la Cecoslovacchia: una famiglia felice e abbiente, un’infanzia serena, l’affetto dei suoi genitori. A dodici anni, però, il suo mondo va in pezzi: a causa delle persecuzioni naziste, il padre fugge in Inghilterra, nella speranza di potersi rifare lì una vita con i suoi cari. Ma il piccolo Weinberg, i fratelli e la madre non fanno in tempo a raggiungerlo: saranno catturati dai tedeschi e inizierà il loro drammatico calvario nei campi di concentramento. Felix sopravvivrà miracolosamente a cinque lager – tra cui Theresienstadt, Auschwitz e Birkenau – e persino alla terribile “Marcia della Morte” per essere trasferito da un campo all’altro. Dopo aver perso sua madre e suo fratello ed essere stato deportato per l’ultima volta a Buchenwald, riuscirà finalmente a tornare in libertà e a riabbracciare suo padre, dopo cinque anni di orrore. Quella di Felix Weinberg è una storia incredibile: il racconto duro e senza censure della spietatezza dell’Olocausto e dell’orrore che non ha risparmiato neppure i più piccoli e puri. La vera storia di Felix, scampato alla morte ma non all’orrore dei campi nazisti. Una straordinaria testimonianza dell’Olocausto e una commovente riflessione sulla natura della memoria. «Un resoconto davvero unico e ben scritto della vita all’interno dei lager e delle traversie che, come rifugiato, ha dovuto affrontare dopo la guerra. Weinberg ha una mente brillante. È una rivelazione, e scrive con il candore e l’innocenza dell’infanzia.» Kirkus Reviews «Commovente e veritiero.» Daily Mail Felix WeinbergNato in Cecoslovacchia, è sopravvissuto all’Olocausto passando per ben cinque campi di concentramento. Dopo la guerra si è stabilito in Inghilterra. Nonostante la sua istruzione fosse stata brutalmente interrotta dalla deportazione, è riuscito a entrare all’università e poi a diventare professore di Fisica all’Imperial College di Londra. Ha fatto parte anche della Royal Society. Ha curato volumi e centinaia di articoli scientifici, ottenendo diversi riconoscimenti accademici. È morto nel 2012.

Il bambino di Schindler

Un piccolo villaggio, i fratelli, gli amici, le corse nei campi, il bagno in un fiume limpido: questa è la storia vera di Leon, quella di un mondo spazzato via all’improvviso dall’invasione dei nazisti. Quando nel 1939 l’esercito tedesco occupa la Polonia, Leon infatti ha soltanto dieci anni. Ben presto lui e la sua famiglia vengono confinati nel ghetto di Cracovia insieme a migliaia di ebrei. Con coraggio e un pizzico di fortuna Leon riesce a sopravvivere in quello che ormai sembra l’inferno in terra e viene assunto nella fabbrica di Oskar Schindler, il famoso imprenditore che riuscì a salvare e sottrarre ai campi di concentramento oltre milleduecento ebrei.
In questa testimonianza rimasta a lungo inedita, Leon Leyson racconta la propria storia straordinaria, in cui grazie alla forza di un bambino l’impossibile diventa possibile.
(source: Bol.com)

Il bambino con il pigiama a righe

Leggere questo libro significa fare un viaggio. Prendere per mano, o meglio farsi prendere per mano da Bruno, un bambino di nove anni, e cominciare a camminare. Presto o tardi si arriverà davanti a un recinto. Uno di quei recinti che esistono in tutto il mondo, uno di quelli che ci si augura di non dover mai varcare. Siamo nel 1942 e il padre di Bruno è il comandante di un campo di sterminio. Non sarà dunque difficile comprendere che cosa sia questo recinto di rete metallica, oltre il quale si vede una costruzione in mattoni rossi sormontata da un altissimo camino. Ma sarà amaro e doloroso, com’è doloroso e necessario accompagnare Bruno fino a quel recinto, fino alla sua amicizia con Shmuel, un bambino polacco che sta dall’altro lato della rete, nel recinto, prigioniero. John Boyne ci consegna una storia che dimostra meglio di qualsiasi spiegazione teorica come in una guerra tutti sono vittime, e tra loro quelli a cui viene sempre negata la parola sono proprio i bambini. Età di lettura: da 12 anni.
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Il bambino con i petali in tasca

Bombay, 1993. Chamdi ha dieci anni e vive alle porte della città, lontano dagli scontri tra induisti e musulmani che infiammano le strade, dalle moschee bruciate e dai negozi svaligiati. La sua non e una vera casa, è un orfanotrofio, perché i genitori lo hanno abbandonato quando era appena nato. Il suo mondo è fatto del colore acceso delle bouganvillee, delle canzoni, dei giochi e delle preghiere silenziose, perché arrivi qualcuno e lo porti via. Ma Chamdi ha un grande sogno, che Bombay si trasformi in un’altra città, la città senza tristezza: un luogo in cui i bambini possono giocare per le strade, perché le macchine e le bici non esistono, e in cui non ci sono figli senza genitori, perché chi abbandonerebbe mai il proprio bambino? Chamdi sa che quella degli orfani è una vita a metà, i loro occhi non splendono, hanno solo una luce presa in prestito; per questo sembrano tristi anche quando ridono. Così decide di andarsene, di partire alla ricerca del padre. Perdendosi nei vicoli sporchi e affollati, Chamdi fa amicizia con due bambini, Sumdi e Guddi, fratello e sorella, che per strada ci vivono fin dalla nascita. Decide di unirsi a loro, ma ben presto scopre che la vita dei ragazzi di strada non ha nulla a che fare con i giochi. Si deve elemosinare, rubare, picchiare se si vuole sopravvivere. Chamdi non crede di potercela fare, ma quando Guddi sarà in pericolo di vita, ferita gravemente da una bomba, scoprirà quanto sia fragile l’innocenza e forte l’amicizia.
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Il bambino che sognava la fine del mondo

“Correte. Mio padre sta uccidendo mia madre.” La telefonata arriva alla stazione di polizia alle due del mattino. A farla è un bambino biondo con due grandi occhi blu che fissano il vuoto. Ma la mamma gli toglie la cornetta dalle mani: non è vero, non è accaduto niente, suo figlio urla nel sonno, si aggira per la città nel cuore della notte, suo figlio è sonnambulo. È un bambino che, notte dopo notte, sogna la fine del mondo. Trent’anni più tardi, un terribile sospetto scuote una città del Nord Italia: i bambini di una scuola materna accusano gli adulti di azioni orribili. Ben presto, propagato da giornali e televisioni come una pestilenza del nuovo millennio, il contagio della paura si allarga all’intero paese. Tutta l’Italia si sente minacciata dal Male. In molti cominciano a sussurrare il nome del Diavolo. È in atto una cospirazione diabolica o si sta scatenando una caccia alle streghe? Nella stessa città, un professore universitario disilluso, legato a una donna che ama ma dalla quale non vuole figli, viene sollecitato da un grande giornale a condurre un’inchiesta sul caso che spaventa l’Italia. Lui oppone resistenza. Ben presto, però, risucchiato dal gorgo della cronaca nera, dovrà scoprire quanto sia sottile la linea che separa la vittima dal carnefice, l’accusato dall’accusatore. E i terrori notturni di quel bambino che sognava la fine del mondo riemergeranno implacabili, almeno fino all’alba di una speranza. Antonio Scurati, dopo Una storia romantica torna con forza all’oggi, ai temi e alle atmosfere de Il sopravvissuto. Con un romanzo costruito sulla testimonianza diretta dell’autore/personaggio, dà vita a una feroce critica del mondo dei media ma anche al racconto, commosso e partecipe, di una società regredita ai terrori dell’infanzia. E, affrontando a viso aperto la crisi di tutte le nostre istituzioni, l’università, la chiesa, la famiglia, la politica, ingaggia un corpo a corpo con i nostri fantasmi. I fantasmi e le speranze di un’umanità la cui unica grande passione sembra essere oramai la paura

Bambino 44

Unione Sovietica, 1953. Il regime di Stalin è al vertice, con l’entusiastica collaborazione del Ministero della Sicurezza e dell’MGB (precursore del nefando KGB), l’organismo di polizia segreta la cui brutalità e la continua pratica di torture non sono un segreto. La popolazione è costretta a credere che il crimine è stato debellato in tutto il paese, che tutti sono felici e che il governo rappresenta il punto di riferimento e di ispirazione morale per ogni cittadino modello. Quando tuttavia il cadavere di un ragazzino viene ritrovato sui binari di un treno, l’ufficiale dell’MGB Leo Demidov si sorprende che i genitori del piccolo morto siano convinti si tratti di omicidio. I superiori di Leo gli ordinano di non indagare né su questa morte né sulle altre che seguiranno. Leo obbedisce, anche se sospetta che qualcuno di molto importante possa essere implicato. Smetterà di obbedire nel momento in cui alla giovane moglie Raisa arriveranno minacce affinchè diventi lei stessa garante e spia dell’operato di Leo. Da agente inquisitore allineato con i diktat governativi, Leo diventerà un nemico pubblico da snidare, inquisire e sicuramente eliminare. Costretti a fingere di non amarsi per non nuocersi a vicenda, Leo e Raisa, dovranno proteggersi dal nemico ufficiale e potentissimo, e dai tanti nell’ombra di cui ignorano l’identità.

Bambini, ragni e altri predatori

Bambini un po’ troppo curiosi scompaiono sulle pendici di un monte, forse abitato da piccoli esseri misteriosi. Un uomo che lavora in un Consorzio agrario riceve attenzioni troppo pressanti da parte dei vecchi genitori. Una bellissima Cenerentola dei nostri tempi tarda troppo a tornare a casa nella Milano della moda. Tranquilli pescatori vanno in cerca di cadaveri di turisti annegati. Un ragno enorme perseguita l’abitante di una casa, fino alla follia. Eraldo Baldini raccoglie in questo volume una galleria di racconti tra orrore e mistero.

Bambini di Satana

Tra il 1996 e il 1997 a Bologna si consuma un caso giudiziario che vede coinvolti tre esponenti di un gruppo satanista. Per loro le accuse sono gravissime: stupro, pedofilia e omicidio rituale. Salvo poi concludersi con l’assoluzione degli imputati: nulla di tutto ciò che si era detto sul loro conto era vero. La vicenda dei Bambini di Satana non solo racconta di un clamoroso errore giudiziario, ma finisce per lambire alcune vicende dolorose della recente storia italiana, riprende il difficile argomento della violenza sui minori come strumento per favorire il controllo sociale e spiega come la progressiva diffusione di Internet sia stata considerata come una “licenza per uccidere”.

Una bambina e basta

Questo è la storia di una bambina ebrea e del suo rapporto con la madre. La piccola viene nascosta in un convento cattolico alle porte di Roma per sfuggire alla deportazione. È attratta dal dio “buono dei cristiani e non da quello sempre arrabbiato degli ebrei”, dalla sicurezza di quel mondo cattolico non minacciato, da una lieve vertigine mistica ambiguamente incoraggiata da qualche monaca, dalla speranza d’interpretare la Madonna alla recita di Natale. Ma quando è a un passo dall’abbracciare la nuova fede, interviene la madre, “tigre, leonessa, che ha poco tempo per libri e sinagoghe perché deve difendere le figlie”, la loro vita ma anche la loro identità minacciata. Solo a guerra terminata potrà dire alla figlia: tu non sei una bambina ebrea, sei una bambina e basta.