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In fuga dal passato

Nel 1939, a pochi mesi dallo scoppio della Seconda guerra mondiale, Benjamin Gault giunge a Fairfleet in Inghilterra grazie a un programma di accoglienza per bambini ebrei in fuga dalla Germania nazista. Accolto nella nobile dimora della famiglia Dorner, incontra la giovane Lady Harriett, affascinante padrona di casa e combattiva pilota dei caccia Spitfire. In questo suo nuovo mondo, Benny non si tira indietro di fronte alla sfida per diventare un vero gentleman inglese, ispirato dalla dolce signora e guidato dal bisogno di lasciarsi alle spalle i segreti del passato.
Anche l’inquieta Rosamond, nipote di Lady Harriett, ha trascorso gran parte della vita a fuggire dal passato, gravata dal senso di colpa per l’incidente che ha causato la morte della madre. Quando il suo lavoro di infermiera la riporta a Fairfleet, la casa della sua infanzia, per accudire Benny anziano e in fin di vita, è costretta ad affrontare i fantasmi che l’hanno così a lungo tormentata.
L’amore che entrambi hanno provato per l’affascinante Harriett farà affiorare i ricordi più dolorosi e li guiderà alla riscoperta di se stessi, fino a rivelare i propri colpevoli segreti. Una catarsi del tutto inaspettata e sconvolgente come una rinascita.
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In fuga

Doc McCoy è un esperto in rapine alle banche, e ha deciso di tentare il colpo perfetto. Ma ci sono alcuni dettagli che ha tralasciato, come il fatto che Rudy Torrento, il suo complice, non è semplicemente un traditore, ma anche un folle omicida, e che sua moglie Carol deve ancora imparare a comportarsi da professionista. E, peggio ancora, ha dimenticato che quando un crimine è particolarmente sanguinoso occorre organizzare una fuga “pulita”. Un viaggio dantesco nell’America sotterranea, in cui nessuna azione è disinteressata, nessuno è innocente e nessun vincolo è abbastanza sacro da non poter essere violato nel maledetto volgere di un istante. Da questo romanzo è stato tratto nel 1972 il film di Sam Peckinpah, “Getaway”, con Steve McQueen e Ali MacGraw.

In fuga

«Quando leggiamo la Munro, tutto ci sembra incantevole: ma lo sfondo, vasto e intermittente, che si avverte in ogni riga, è pieno di minacce – morti sinistre, destini incomprensibili, dolori che nessuno potrebbe sopportare, disastri, irruzioni di qualcosa che somiglia all’amore, le tremende ferite che ci infliggono i morti; o al contrario, beffe crudeli che realizzano i piani di colei che, forse, porta il nome di Provvidenza».
Pietro Citati
«Nonostante tutto, le ragazze fragili e intelligenti che hanno visto svanire i propri talenti, le signore cariche d’esperienze acuminate come lance mortali, sulle quali Alice Munro concentra l’attenzione, vogliono continuare a vivere. Questo ce le fa amare. La bellezza dei loro mondi interiori, ne siamo certi, è un fuoco che non smetterà mai di ardere e prosperare».
Eraldo Affinati
In questa raccolta della Munro, contrariamente a quanto succede nelle altre, ci sono tre racconti tra loro collegati, che hanno come protagonista la stessa donna, Juliet. I racconti sono separati da bianchi abissi in cui il tempo e i sentimenti precipitano per poi riaffiorare dando vita a situazioni che costituiscono storie a sé stanti. È come se le storie della Munro tutte insieme narrassero un lungo romanzo-mosaico in cui ciascuna tessera è la vita di una donna e del paesaggio umano e naturale che la circonda.
(source: Bol.com)

In fondo al tuo cuore

Il romanzo dell’infedeltà.
Immersa nel caldo torrido di luglio e nei preparativi per una delle feste piú amate, la città è sospesa tra cielo e inferno. Quando un notissimo chirurgo cade dalla finestra del suo ufficio, per Ricciardi e Maione inizia una indagine che li porterà nel cuore dei sentimenti e delle passioni piú tenaci e sconvolgenti. Infedeltà e tradimento sembrano connessi in modo inestricabile alla gioia rara dell’amore. Troppo per non rimanerne toccati. Il dubbio e l’incertezza si fanno strada sempre piú nell’animo dei due investigatori, messi di fronte ai lati oscuri dell’anima. Sono le donne della loro vita a reclamare attenzione. La difficoltà di Ricciardi di abbandonarsi all’amore spinge verso inconsueti approdi l’intrepida Enrica e fa osare passi azzardati alla bellissima Livia, mentre per Maione la stessa felicità familiare sembra compromessa. Maurizio de Giovanni mette in scena con superba maestria, nel suo romanzo di piú ampio respiro, una galleria di personaggi e ambienti diversissimi, antichi mestieri coltivati e tramandati come religioni accanto a quartieri malfamati e interni borghesi troppo tranquilli. Angeliche, infernali e appassionate, sui destini di ciascuno volano le note di una delle piú belle canzoni mai scritte a Napoli, mentre tutto rischia di precipitare nell’abisso. Perché ‘il caldo, quello vero, viene dall’inferno’.

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‘I numerosi personaggi sono cosí credibili nelle loro debolezze, desideri e ipocrisie da moltiplicare il numero dei possibili colpevoli lasciando intatta la suspense’.
Corrado Augias

‘Il commissario Ricciardi, coi suoi occhi verdi, da angelo oppure da demone, costretti a vedere ciò che gli altri – i vivi – possono evitare, si muove ai margini di un confine. Noi abbiamo il privilegio, o la condanna, di condividere la sua stessa visione’.
Donato Carrisi

‘De Giovanni mi ha catapultato per tutta l’estate nella Napoli degli anni Trenta insieme col suo commissario Ricciardi, di cui mi sono segretamente innamorata’.
Serena Dandini

‘Servendosi del suo investigatore come di un esploratore delle trame del dolore, de Giovanni inscena una poderosa commedia umana che ricorda i Comandamenti di Viviani e le ”cantate” di Eduardo’.
Giancarlo De Cataldo

(source: Bol.com)

In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia?

Vogliamo davvero che alla storia e al presente dell’Europa corrisponda una reale democrazia europea? Se la risposta è sì, bisogna costruire la comunanza di lingua, condizione fondante di vita della pòlis. La voglia di democrazia, la voglia di unità politica e la crescita degli attuali livelli di istruzione sono le condizioni per risolvere la questione linguistica come questione democratica dell’Europa.
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In difesa di Jacob

Andy Barber, da più di vent’anni braccio destro del procuratore distrettuale, è un uomo rispettato, un marito e un padre devoto, e ha davanti a sé una carriera sicura. Sa bene cosa può nascondere la vita di una persona, quali colpe possono essere taciute, ma la sua è un’esistenza serena e l’amore per la moglie e il figlio non ha limiti. Tutto sembra andare per il verso giusto per lui e la sua famiglia. Ma certe convinzioni a volte sono esposte ai capricci del destino o alle conseguenze di piccoli gesti. Così, un giorno, quasi per caso, piomba su di loro un’accusa inaudita: il figlio di Andy, Jacob, poco più che un bambino, viene indagato per omicidio. Un suo compagno di classe è stato accoltellato nel parco poco prima dell’inizio delle lezioni. Il ragazzo proclama la propria innocenza e Andy gli crede. Ma c’è qualcosa che non torna, l’impianto accusatorio è dannatamente convincente: e se qualcosa fosse sfuggitoall’attenzione di Andy? E se i quattordici anni di vita del figlio non fossero sufficienti per capire chi è realmente? E se Jacob, suo figlio, fosse alla fine un assassino?In difesa di Jacob è un thriller che tiene col fiato sospeso, ed è anche una straordinaria radiografia dei rapporti familiari; uno specchio feroce in cui realtà e giustizia si mostrano inesorabilmente implacabili, fino alla rivelazione di una sorprendente e inaspettata verità che si svela solo all’ultima pagina.

(source: Bol.com)

In corpore sano

Roma, 4.3 d.C. Il senatore Publio Aurelio Stazio viene chiamato urgentemente a casa dell’amico Mordechai, ricco mercante ed esponente di spicco della comunità ebraica dell’Urbe. Mordechai ha trovato l’adorata figlia Dinah, prossima alle nozze, immersa in una pozza di sangue e in fin di vita; la ragazza ha avuto appena il tempo di pronunciare poche parole sconnesse ed è spirata. Il medico dichiara che l’emorragia è stata provocata da un procurato aborto: sembra infatti che Dinah aspettasse un figlio frutto di un amore “proibito”, una relazione con un goy, un pagano. Ma Mordechai non ci crede e, colpito negli affetti e nell’onore, chiede all’amico Publio Aurelio di scoprire la verità. Cos’è successo davvero alla sfortunata fanciulla? Chi l’ha messa incinta? E se la sua morte non fosse frutto di una fatalità? Per vederci chiaro Aurelio inizia un’indagine che lo porterà dal quartiere ebraico alle terme fino al lupanare della celebre Oppia.
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In compagnia della tua assenza

Sophie, ebrea bella, colta ed elegante, nasce ad Aleppo negli anni ’20. Studia in Francia e dopo essere sfuggita alle leggi razziali si trasferisce in Italia con l’amato Maurice e la primogenita Aline. Nella Milano del dopoguerra si fa notare per lo stile anticonvenzionale: è una giovane donna sofisticata e benestante che con le figlie parla solo in francese e preferisce andare alla Scala invece che in sinagoga. Elegante e indomabile, Sophie guida (anche il motoscafo), gestisce e amministra la famiglia come fosse lei “il maschio” (il marito è spesso lontano per lavoro e di lei si fida). La sua vita scorre raccontata dalla figlia Esther: sullo sfondo la guerra, l’esilio, i profughi, il boom economico, il bel mondo, gli ebrei e la loro cultura. Fino a che Sophie, che è diventata nonna e ha perso Maurice, comincia a sentirsi isolata. Soffre. La sua camminata eretta e svelta si fa tentennante. Il dolore alla schiena è pungente. Il passo piano piano più debole. Sophie, che ha sempre curato molto il suo aspetto, è sconvolta dal decadimento. E quando la malattia la mangia piano piano, lei decide di offrire tutta se stessa prima di abbandonare il gioco. Con fermezza e dignità. Le stesse con cui ha governato la sua vita e quella delle quattro figlie, che devono trovare un accordo e assecondare la decisione ultima di una madre che si farà rispettare fino in fondo dalla vita e dal tempo. “Mamma! Non ti sei arresa al volere altrui così comenon ti sei mai fermata di fronte alle difficoltà, mantenendo la segretezza, un lungo e assiduo lavoro sulle punte, come una ballerina, invisibile all’occhio dello spettatore incantato dalla sua leggerezza.”

(source: Bol.com)

In cerca di stelle lontane

Germania, 1939.
Viktoria è una persona diversa ormai. Le ferite del passato l’hanno trasformata in una donna egoista, a tratti cinica, che non ha paura dei compromessi. Ha sposato Andreas Berger per risollevare le sorti dell’azienda di famiglia, e con lui ha cresciuto Marlene, la figlia di Christian Kruger. Nella sua vita appena incrinata dal rapporto burrascoso con la figlia non sembra esserci spazio per i rimpianti, ma quando Christian, l’amore che Viktoria aveva creduto morto per oltre vent’anni, riappare, i fragili equilibri su cui aveva fondato la sua vita implodono. L’incontro con Christian riapre una ferita che la guerra e le persecuzioni razziali rendono più profonda, una ferita che inghiotte il matrimonio con Andreas nelle sabbie mobili della gelosia. Viktoria però non si arrende; combatte contro la miseria di un marito di cui si sente ostaggio e il Reich di Hitler per difendere i propri interessi e i diritti del cuore, ma pagherà a caro prezzo le sue scelte. La vendetta di Andreas, infatti, sarà spietata; travolgerà con la sua piena di sangue se stesso e Viktoria, influenzando anche il destino della giovane Marlene, che pur di allontanarsi dagli orrori della propria famiglia fuggirà con la cugina Lara negli Stai Uniti.

In America: Cronache da un mondo in rivolta

Nel 1966, un giovanissimo Tiziano Terzani ha già messo le prime basi della sua eccezionale avventura di giornalista e viaggiatore: un lavoro per l’Olivetti che gli permette di girare il mondo e gli dà la possibilità di scrivere i primi articoli per *l’Astrolabio*, settimanale della sinistra indipendente diretto da Ferruccio Parri.
Inquieto per temperamento, Terzani vuole però realizzare il suo sogno di ragazzo e fare il reporter a tempo pieno. Così, l’anno successivo, coglie al volo l’occasione di una borsa di studio per un master alla Columbia University, si dimette dall’Olivetti e s’imbarca a Genova con la moglie Angela, per scoprire gli Stati Uniti e poterli finalmente raccontare.
Come scoprirà il lettore nella densa prefazione di Angela Terzani Staude, saranno due anni molto intensi, vissuti prima a New York, poi in California, dove Tiziano comincia a studiare il cinese alla Stanford University, e per il resto del tempo in un fondamentale viaggio attraverso «la pancia dell’America» – come Tiziano chiamava gli stati interni del Midwest e del Deep South.
Ma sarà anche un periodo in cui, in un continuo alternarsi di entusiasmi e delusioni, si riveleranno in tutta la loro forza i conflitti generazionali e politici del ’68 destinati di lì a poco a travolgere l’intero Occidente.
Come racconterà in seguito nella *Fine è il mio inizio*: «Quando partii per l’America Parri mi disse ’Ti prego, scrivi, ne sarò felicissimo’. E io per due anni ogni settimana ho scritto sull’America, sulle elezioni, sui negri, sulla protesta contro la guerra in Vietnam, la marcia su Washington e gli assassinii di Robert Kennedy e Martin Luther King».
Proprio questi sorprendenti reportage inediti, corredati di fotografie dell’archivio familiare, vengono qui raccolti da Àlen Loreti. Sono cronache da un mondo in rivolta, in cui Terzani dà prova per la prima volta del suo straordinario istinto da grande reporter, che gli permette di individuare e di raccontare gli eventi più importanti ed emozionanti della Storia.
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### Sinossi
Nel 1966, un giovanissimo Tiziano Terzani ha già messo le prime basi della sua eccezionale avventura di giornalista e viaggiatore: un lavoro per l’Olivetti che gli permette di girare il mondo e gli dà la possibilità di scrivere i primi articoli per *l’Astrolabio*, settimanale della sinistra indipendente diretto da Ferruccio Parri.
Inquieto per temperamento, Terzani vuole però realizzare il suo sogno di ragazzo e fare il reporter a tempo pieno. Così, l’anno successivo, coglie al volo l’occasione di una borsa di studio per un master alla Columbia University, si dimette dall’Olivetti e s’imbarca a Genova con la moglie Angela, per scoprire gli Stati Uniti e poterli finalmente raccontare.
Come scoprirà il lettore nella densa prefazione di Angela Terzani Staude, saranno due anni molto intensi, vissuti prima a New York, poi in California, dove Tiziano comincia a studiare il cinese alla Stanford University, e per il resto del tempo in un fondamentale viaggio attraverso «la pancia dell’America» – come Tiziano chiamava gli stati interni del Midwest e del Deep South.
Ma sarà anche un periodo in cui, in un continuo alternarsi di entusiasmi e delusioni, si riveleranno in tutta la loro forza i conflitti generazionali e politici del ’68 destinati di lì a poco a travolgere l’intero Occidente.
Come racconterà in seguito nella *Fine è il mio inizio*: «Quando partii per l’America Parri mi disse ’Ti prego, scrivi, ne sarò felicissimo’. E io per due anni ogni settimana ho scritto sull’America, sulle elezioni, sui negri, sulla protesta contro la guerra in Vietnam, la marcia su Washington e gli assassinii di Robert Kennedy e Martin Luther King».
Proprio questi sorprendenti reportage inediti, corredati di fotografie dell’archivio familiare, vengono qui raccolti da Àlen Loreti. Sono cronache da un mondo in rivolta, in cui Terzani dà prova per la prima volta del suo straordinario istinto da grande reporter, che gli permette di individuare e di raccontare gli eventi più importanti ed emozionanti della Storia.

L’impuro folle

A Daniel Paul Schreber, presidente di Corte d’Appello a Dresda, discendente da una famiglia di illustri persecutori in nome della virtù, internato fra il 1893 e il 1902 in varie cliniche psichiatriche, non accaddero solo quelle molte cose che egli ci ha narrato nelle sue mirabili *Memorie di un malato di nervi*. Era, quello, un testo destinato a tracciare sommariamente la mappa di una vasta evoluzione, avvenuta nel Presidente, e insieme a istruire la moglie, gli psichiatri e il Tribunale sulle ragioni che guidavano il suo delirio. Molti fatti, perciò, rimasero esclusi, anche per motivi di discrezione, da quel libro, pur tanto minuzioso e illuminante, su cui Freud avrebbe fondato la sua teoria della paranoia. In realtà, per narrare la *storia segreta* del presidente Schreber è inevitabile prendere le mosse da gravi e sinistri avvenimenti svoltisi durante il regno di Federico II di Prussia e poi scendere precipitosamente il corso del tempo sino a oggi. Con *L’impuro folle*, un obliquo cronista attuale ha steso un primo rapporto su tali fatti, che, finora, i libri di storia non avevano degnato di menzionare. Eppure essi hanno del clamoroso: il lettore incontrerà intanto una catena di assassinii in cielo e in terra, risalirà nel loro vertiginoso intreccio gli alberi genealogici di Schreber e Flechsig, lo psichiatra tagliatore di nervi che lo curò per primo, si troverà ad addentrarsi nei cupi, limacciosi sotterranei della psicoanalisi e vi riconoscerà, al centro, il personaggio Freud e il suo delirio della verità, assisterà agli ultimi giorni dell’Io, al tripudio inquietante dei Doppi, alla inarrestabile trasformazione del Presidente in donna, si imbatterà in sciami di girls pronte a guidarlo per i dubbi sentieri che uniscono il music-hall alla scena finale del *Faust*, e ascolterà spesso l’autentica voce del Presidente che parla, racconta, annota, riflette, oscillando fra svariate apparizioni, da quella gloriosa nel ruolo di Sophia gnostica a quella più sobria di magistrato sassone a riposo. In tali vesti, la cronaca ci dice, egli si aggira ancora tra noi. L’autore di questo libro, preoccupato innanzitutto di restare fedele alla notizia che si era proposto di trasmettere – notizia abnorme, in quanto, contrariamente all’uso, è essa stessa una forma –, non ha potuto se non narrare questa storia, fin dall’origine contaminata, seguendo un processo di continua contaminazione. E perciò anche si è rivolto alla forma più impura, il romanzo – perché una piccola parte almeno sia conosciuta della storia segreta del presidente Schreber, l’impuro folle.

L’impronta dell’editore

La vera storia dell’editoria è in larga parte orale – e tale sembra destinata a rimanere. Una teoria dell’arte editoriale non si è mai sviluppata – e forse è troppo tardi perché si sviluppi ora. Andando contro a questi dati di fatto, ho provato a mettere insieme due elementi: qualche passaggio nella storia di Adelphi, quale ho vissuto per cinquant’anni, e un profilo non di teoria dell’editoria, ma di ciò che una certa editoria potrebbe anche essere: una “forma”, da studiare e da giudicare come si fa con un libro. Che, nel caso di Adelphi, avrebbe più di duemila capitoli. R.C.
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### Sinossi
La vera storia dell’editoria è in larga parte orale – e tale sembra destinata a rimanere. Una teoria dell’arte editoriale non si è mai sviluppata – e forse è troppo tardi perché si sviluppi ora. Andando contro a questi dati di fatto, ho provato a mettere insieme due elementi: qualche passaggio nella storia di Adelphi, quale ho vissuto per cinquant’anni, e un profilo non di teoria dell’editoria, ma di ciò che una certa editoria potrebbe anche essere: una “forma”, da studiare e da giudicare come si fa con un libro. Che, nel caso di Adelphi, avrebbe più di duemila capitoli. R.C.

L’impronta del gatto

Milano anni trenta. Il Commissario De Vincenzi è alle prese con l’assassinio di un depravato milionario venezuelano. Il cadavere è trovato proprio sul portone dell’abitazione della vittima. Ma le zampette sporche di sangue del felino conducono in tutt’altra direzione.
A leggere Augusto De Angelis e la sua saga del Commissario De Vincenzi della Mobile di Milano, di cui in questa collana pubblichiamo la sesta avventura, si incontra subito il piacere di un buon giallo, di articolato costrutto, dai vivi personaggi e dalle scenografie esoticamente tardo Déco. Ma c’è anche un interessante contorno storico che rende più stimolante intellettualmente e complesso il processo dell’immedesimazione. Augusto De Angelis scriveva, problematicamente e con pieno successo nel Ventennio fascista, inaugurando in Italia un genere letterario, il giallo, che il regime, vanaglorioso di «porte aperte», vedeva come fumo negli occhi. Per cui i suoi polizieschi sono un saggio, una testimonianza, dei rapporti tra il fascismo e la cultura, tra sudditanza obbligata e indipendenza inevitabile, tra occhiuto controllo e margini di libertà. Innanzitutto l’ambiguo rapporto con la cultura di massa: pur avendo in sospetto il fascismo il genere giallo, con De Angelis, scrittore benaccetto, nasceva in quell’epoca l’autentico giallo italiano, non più la scialba, balbettante ripetizione dei soliti investigatori importati da Francia America o Gran Bretagna, a dimostrazione che con la cultura di massa allora incipiente, promossa e ampiamente sfruttata dal potere, era d’obbligo accogliere anche i frutti meno digeribili. Nondimeno, il Minculpop esigeva le sue regole: solo delitti in ambienti esotici e viziosi, cosmopolitici o bohémien; solo delinquenti stranieri e con lo stigma di qualche depravazione; solo lieto fine, affinché smascherare il colpevole magnificasse il trionfo dell’ordine sul disordine. L’autore le rispettava, ma senza rinunciare a far trasparire, a capirlo come oggi si capisce, una sua distanza, un suo afascismo: nel carattere scettico, privo di protervia e di entusiasmo, antieroico, malinconico, di gusti umanistici e atteggiamenti tolleranti del Commissario da lui creato. Il quale, nell’inchiesta dell’Impronta del gatto affronta l’assassinio di un depravato milionario venezuelano, vivente a Milano. Il cadavere è trovato proprio sul portone dell’abitazione della vittima. Ma spunta il felino con le sue zampette sporche di sangue e rimette in moto verso una direzione diversa De Vincenzi, che, lento e agile un po’ come un gatto anche lui, ha il genio di profittare delle opportunità del caso.

Imprevedibili istanti di felicità

Cosa fa di noi le persone che siamo? Quali sono le sensazioni, le emozioni che costituiscono l’impalcatura e la materia prima della nostra esistenza? Per Françoise Héritier esiste, in ciascuno di noi, un mondo prezioso da custodire e difendere: una zona di luce fatta di emozioni semplici e fugaci che accendono il nostro sguardo e ci tolgono il respiro, sorprendendoci di continuo. Lì è celata la bellezza delle piccole gioie quotidiane, che nei ricordi si confondono l’una con l’altra: un bel giro di valzer, la discussione con un professore, le caramelle al bergamotto di Nancy, l’offesa irreparabile di un amico, le grandi eroine di Almodovar, una dichiarazione d’amore sotto la pioggia. Riprendendo il filo del Sale della vita, l’autrice torna a riflettere sull’essenza della vita, nelle sue insondabili e più imprevedibili declinazioni. Lo fa con l’ironia e la finezza dei grandi intellettuali, con la forza di chi ha vissuto la malattia, addentrandosi dove il buio è più fitto con i passi leggeri di chi ha capito quanto sia fragile, ma pervicace, la felicità.

(source: Bol.com)

L’impostore

La vita di Evan Birch, docente universitario di filosofia, scorre tranquilla tra la sua adorata famiglia e le lezioni ai suoi studenti cui cerca di inculcare l’amore per la verità. Tutto cambia il giorno in cui la polizia si presenta alla sua porta, ritenendolo responsabile del rapimento di una ragazza. Sembra un’accusa assurda, ma quando nella sua auto viene ritrovato il rossetto della giovane scomparsa, tutti i sospetti sembrano convergere su di lui. Anche la moglie e i figli di Evan cominciano a nutrire dubbi sulla sua innocenza. E mentre la polizia lo sottopone a una serie di interrogatori decisamente non convenzionali, il professor Birch tocca con mano quanto la verità possa essere inafferrabile, tanto da ipotizzare una soluzione estrema: inventare una propria versione e sostenerla strenuamente fino alla fine…Ritmo frenetico e sorprendenti colpi di scena, in una storia in cui colpevolezza e innocenza sono molto più che sottili concetti accademici.

(source: Bol.com)

L’impero del sogno

A volte i sogni possono essere il rifugio da una realtà ingrata. Ma quando il confine tra sogno e realtà sbiadisce, la situazione può sfuggire di mano. Federico Melani, ventenne di provincia indolente e caratteriale, in rotta con tutto e tutti, comincia a fare un sogno ricorrente. Di più: un sogno seriale, che va avanti con o senza di lui. Lì le cose sono molto diverse rispetto al contesto in cui vive: è atteso con ansia, e intuisce di avere importanti responsabilità. È infatti uno dei delegati, assieme a mostri, dèi ed esseri bizzarri di ogni tipo, a un summit dove si prenderanno decisioni cruciali per il destino di molti mondi. Ma perché tutte le delegazioni hanno tre membri mentre le sedie accanto a lui sono vuote? Dove sono i suoi compagni?
Ben presto Federico si ritrova così coinvolto dalla vicenda da preferire il sonno – indotto con metodi più o meno naturali – alla veglia. Sarà l’inizio di un’avventura vertiginosa che lo porterà a stringere inaspettate alleanze, a combattere creature fantastiche e archetipiche, a rubare armi mitologiche e a prendersi cura di una bambina-​impe­ratrice capace di regalare diverse sorprese.
Autore di memoir e narrazioni realistiche (*Mu­ro di casse*, *La stanza profonda*), romanzi generazionali e fantastici (*Gli interessi in comune* e *Terra ignota*), Vanni Santoni costruisce un urban fantasy singolare e spassoso, ambientato tra la Toscana e l’universo onirico, che gioca – oltre che coi generi – con gli stilemi narrativi del cinema anni Ottanta e dei videogame, trascinando il lettore in una grande cavalcata sulla carovana dei sogni.
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### Sinossi
A volte i sogni possono essere il rifugio da una realtà ingrata. Ma quando il confine tra sogno e realtà sbiadisce, la situazione può sfuggire di mano. Federico Melani, ventenne di provincia indolente e caratteriale, in rotta con tutto e tutti, comincia a fare un sogno ricorrente. Di più: un sogno seriale, che va avanti con o senza di lui. Lì le cose sono molto diverse rispetto al contesto in cui vive: è atteso con ansia, e intuisce di avere importanti responsabilità. È infatti uno dei delegati, assieme a mostri, dèi ed esseri bizzarri di ogni tipo, a un summit dove si prenderanno decisioni cruciali per il destino di molti mondi. Ma perché tutte le delegazioni hanno tre membri mentre le sedie accanto a lui sono vuote? Dove sono i suoi compagni?
Ben presto Federico si ritrova così coinvolto dalla vicenda da preferire il sonno – indotto con metodi più o meno naturali – alla veglia. Sarà l’inizio di un’avventura vertiginosa che lo porterà a stringere inaspettate alleanze, a combattere creature fantastiche e archetipiche, a rubare armi mitologiche e a prendersi cura di una bambina-​impe­ratrice capace di regalare diverse sorprese.
Autore di memoir e narrazioni realistiche (*Mu­ro di casse*, *La stanza profonda*), romanzi generazionali e fantastici (*Gli interessi in comune* e *Terra ignota*), Vanni Santoni costruisce un urban fantasy singolare e spassoso, ambientato tra la Toscana e l’universo onirico, che gioca – oltre che coi generi – con gli stilemi narrativi del cinema anni Ottanta e dei videogame, trascinando il lettore in una grande cavalcata sulla carovana dei sogni.