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Una vita in prestito

Genova, località Fabbriche. Ottobre: Maria, una bambina di undici anni, sparisce da casa, un edificio un po’ isolato, in collina. Le ricerche sono inutili, Maria sembra scomparsa nel nulla. Unico indizio: un suo quaderno. Sopra, una serie di impronte digitali sconosciute. L’avranno presa gli zingari o è stata vittima di un pedofilo? Dicembre: il corpo di Maria viene ritrovato nel bosco. Le indagini sembrano in un vicolo cieco, eppure Erica e Maffina, incaricati del caso, trovano un’inaspettata traccia, celata in un passato sepolto e torbido

La vita familiare e sociale degli indiani Nambikwara. Un modello di ricerca antropologica

Uscita a Parigi nel 1948, quest’opera raccoglie in un’organica monografia il frutto dei lunghi mesi di ricerca etnografica che, dieci anni prima, Claude Lévi-Strauss aveva trascorso fra i Nambikwara, una delle più «primitive» popolazioni del Mato Grosso. E’ lunico volume in cui si sia trasmessa l’esperienza sul terreno del celebre antopologo; e non a caso è dedicato alla società indigena che più profondamente ha scosso e permeato la sensibilità culturale di Lévi-Strauss, durante i suoi viaggi nei «tristi tropici» dell’America del Sud. Questa simpatia personale, unita al rigore scientifico del grande studioso, da luogo ad un indagine unica nella pur ricca letteratura etnografica degli ultimi decenni. Ogni aspetto della cultura Nambikwara viene descritto e analizzato: vita quotidiana e vincoli di parentela, pratiche magiche e forme di commercio, regole linguistiche e atteggiamenti psicologici, rapporti sessuali e teoria della morte. E il lettore, in un salutare spaesamento, vive l’avventura dell’etnografo che per la prima volta s’accampa nella boscaglia con gli Indiani, ed è «preso dall’angoscia e dalla pietà di fronte allo spettacolo di questa umanità così totalmente indifesa». Ma, come l’etografo, finisce per invidiare la loro miseria «animata da bisbigli», il loro accoppiarsi «nella nostalgia di una unità perduta», le lora carezze che «non s’interrompono al passaggio dell’estraneo»: perchè coglie in tutti «un’immensa gentilezza, una profonda indifferenza, un’ingenua e deliziosa soddisfazione animale, qualche cosa che assomiglia all’espressione più commovente della tenerezza umana».

La vita emotiva del cervello

Cosa succede nel nostro cervello quando siamo tristi o euforici, arrabbiati o ottimisti, oppure quando abbiamo a che fare con gli altri? Quali sono le strutture cerebrali alla base della vita emotiva? Fino a non molti anni fa la ricerca psicologica e neuroscientifica non era affatto interessata al «cuore», ma solo alla «testa», ossia alle funzioni cognitive. Negli anni Settanta alcuni studiosi intrapresero una serie di ricerche pionieristiche che avrebbero portato alla nascita delle cosiddette «neuroscienze affettive». Oggi Richard Davidson è un protagonista assoluto di questa nuova disciplina, riuscendo a dimostrare l’intuizione che lo aveva folgorato all’inizio degli anni Settanta ad Harvard: ragione e sentimento non sono polarità inconciliabili, e a ciascuna corrispondono zone e funzioni cerebrali specifiche. Su queste basi Davidson ha elaborato la teoria degli Stili Emozionali, sei dimensioni emotive che descrivono la personalità di ognuno. Poiché le emozioni si fondano su precise basi neurali, è possibile intervenire sui nostri comportamenti, disfunzionali o meno. Le neuroscienze hanno persino individuato nella meditazione uno strumento molto potente per modificare le strutture cerebrali, sfruttandone la neuroplasticità. A garanzia del valore di queste ricerche, l’équipe di «collaboratori» di Davidson annovera niente meno che il Dalai Lama. Il cervello non è una scatola impenetrabile e immutabile come si è pensato per secoli: migliorandone il funzionamento, possiamo vivere meglio con noi stessi e con gli altri.
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### Sinossi
Cosa succede nel nostro cervello quando siamo tristi o euforici, arrabbiati o ottimisti, oppure quando abbiamo a che fare con gli altri? Quali sono le strutture cerebrali alla base della vita emotiva? Fino a non molti anni fa la ricerca psicologica e neuroscientifica non era affatto interessata al «cuore», ma solo alla «testa», ossia alle funzioni cognitive. Negli anni Settanta alcuni studiosi intrapresero una serie di ricerche pionieristiche che avrebbero portato alla nascita delle cosiddette «neuroscienze affettive». Oggi Richard Davidson è un protagonista assoluto di questa nuova disciplina, riuscendo a dimostrare l’intuizione che lo aveva folgorato all’inizio degli anni Settanta ad Harvard: ragione e sentimento non sono polarità inconciliabili, e a ciascuna corrispondono zone e funzioni cerebrali specifiche. Su queste basi Davidson ha elaborato la teoria degli Stili Emozionali, sei dimensioni emotive che descrivono la personalità di ognuno. Poiché le emozioni si fondano su precise basi neurali, è possibile intervenire sui nostri comportamenti, disfunzionali o meno. Le neuroscienze hanno persino individuato nella meditazione uno strumento molto potente per modificare le strutture cerebrali, sfruttandone la neuroplasticità. A garanzia del valore di queste ricerche, l’équipe di «collaboratori» di Davidson annovera niente meno che il Dalai Lama. Il cervello non è una scatola impenetrabile e immutabile come si è pensato per secoli: migliorandone il funzionamento, possiamo vivere meglio con noi stessi e con gli altri.

La vita è un viaggio

La vita è un viaggio, e gli italiani viaggiano soli. Com’è difficile trovare chi ci guidi, chi ci accompagni, chi ci incoraggi. Siamo una nazione al valico: dobbiamo decidere se dirigerci verso la normalità europea o tornare indietro. Siamo un Paese incerto tra immobilità e fuga. Fuga all’estero, fughe tra egoismi e piccole ossessioni che profumano di anestetico (ossessioni tecnologiche, gastronomiche, sportive, sessuali). La vita è un viaggio non vuole indicare una mèta. Prova invece a fornire qualche consiglio per la traversata. Suggerimenti individuali, non considerazioni generali (o, peggio, generiche). La destinazione la decide chi viaggia. Ma una guida, come sappiamo, è utile. Per partire non servono troppe parole: ne bastano venti, come i chilogrammi di bagaglio consentiti in aereo (classe economica). Venti vocaboli per orientarci. Parleremo di incoraggiamento, insegnamento, ispirazione. Parleremo di brevità e precisione, qualità indispensabili in questi tempi affollati. Parleremo dell’importanza di trovare persone di riferimento. Parleremo della gioia d’impegnarsi con gli altri e, magari, per gli altri. Parleremo della saggezza di scoprire soddisfazione nelle cose semplici. Parleremo di scelte, atteggiamenti, comportamenti, insidie da evitare e consolazioni a portata di mano. Dopo *Italiani di domani*, un nuovo libro come navigatore. Un navigatore ironico, affettuoso e preciso. L’autore, ancora una volta, riesce a intuire il momento dell’Italia, le sue ansie e le sue possibilità: e lo fotografa con implacabile lucidità. *La vita è un viaggio* è dedicato “a tutte le ragazze e i ragazzi italiani, tra dieci e cent’anni”. Per ripensare se stessi non è mai troppo tardi o troppo presto.

Vita e destino

«Ho appena terminato un grande romanzo a cui ho lavorato per quasi dieci anni…» scriveva nel 1960 Vasilij Grossman, scrittore noto in patria sin dagli anni Trenta (e fra i primi corrispondenti di guerra a entrare, al seguito dell’Armata Rossa, nell’inferno di Treblinka). Non sapeva, Grossman, che in quel momento il manoscritto della sua immensa epopea (che aveva la dichiarata ambizione di essere il “Guerra e pace” del Novecento) era già all’esame del Comitato centrale. Tant’è che nel febbraio del 1961 due agenti del KGB confischeranno non solo il manoscritto, ma anche le carte carbone e le minute, e perfino i nastri della macchina per scrivere: del «grande romanzo» non deve rimanere traccia. Gli occhiuti burocrati sovietici hanno intuito subito quanto fosse temibile per il regime un libro come “Vita e destino”: forse più ancora del “Dottor Zivago”. Quello che può sembrare solo un vasto, appassionante affresco storico si rivela infatti, ben presto, per ciò che è: una bruciante riflessione sul male. Del male (attraverso le vicende di un gran numero di personaggi in un modo o nell’altro collegati fra loro, e in mezzo ai quali incontriamo vittime e carnefici, eroi e traditori, idealisti e leccapiedi – fino ai due massimi protagonisti storici, Hitler e Stalin) Vasilij Grossman svela con implacabile acutezza la natura, che è menzogna e cancellazione della verità mediante la mistificazione più abietta: quella di ammantarsi di bene, un bene astratto e universale nel cui nome si compie ogni atrocità e ogni bassezza, e che induce a piegare il capo davanti alle sue sublimi esigenze. «Libri come “Vita e destino”» ha scritto George Steiner «eclissano quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio».

La vita è altrove

Dal momento in cui Jaromil viene concepito, egli è *il poeta*. Così vuole sua madre, e fantastica che Jaromil sia nato non per fecondazione del marito ma di un Apollo di alabastro. Con lo stesso spirito, questa madre accompagnerà invisibilmente il figlio nel letto dei suoi amori, come lo assisterà sul letto di morte: morte di un poeta adolescente che voleva darsi tutto alla rivoluzione. Il poeta, la madre, la giovinezza, la rivoluzione: chi non sente una qualche reverenza verso queste parole? In esse avvertiamo il soffio dell’*età lirica*, dello spirito adolescente, di ogni pretesa di innocenza. Ma questo romanzo, tanto più duro nella sostanza quanto più arioso nel suo articolarsi e agile nel suo sarcasmo, ci mostra anche il «sorriso insanguinato» dell’innocenza. Qui non si dice nulla contro la poesia *in sé*, ma si svela una possibilità del mostruoso che è interna alla poesia e ben pochi sanno riconoscere. E qui si mette in scena, con una precisione e una distanza che non hanno uguali, quell’èra in cui «il poeta regnava a fianco del carnefice». Ora non potremo più guardare al poeta, alla madre, alla giovinezza, alla rivoluzione con occhi devoti. Ora saremo condotti per mano a constatare come, per un poeta che la morte coglierà prima dei vent’anni, il supremo compimento possa anche essere la delazione. «Forse polizia e poesia vanno molto più d’accordo di quanto alcuni non pensino» riflette il poeta. *La vita è altrove* è apparso per la prima volta nel 1973.

Vita di Samuel Johnson

Marcel Schwob ha scritto che se Boswell fosse riuscito a concentrare in dieci pagine la sua monumentale ”Vita di Samuel Johnson”, avrebbe dato alla luce l’opera d’arte tanto attesa. Quasi raccogliendo la sfida, Giorgio Manganelli scrisse nel 1961 questo trattatello, che rappresenta una stupefacente “biografia sintetica’ e insieme un geniale ritratto collettivo dove – sullo sfondo di una Londra torva e sordida, ma amatissima – accanto a Johnson figurano i suoi più cari amici: Richard Savage, scrittore fallito, sregolato e ribaldo, Topham Beauclerk, ilare e irresponsabile libertino, e naturalmente James Boswell, autore di un ‘calco letterario fedele fino alla allucinazione’ del modo di essere del Dottore. Uomini dalla prensile passionalità, capaci di offrirgli un’immagine già vissuta e intellettualizzabile dell’esistenza: l’ideale per lui, che ambiva a essere ‘esperto e incorrotto’. Ma il Johnson di Manganelli è ancora di più: il primo eroe di una civiltà di massa, un divo ammirato e amato per il fatto stesso di esistere, di conglomerare con la sua bizzarria e la sua sarcastica conversazione ascoltatori e spettatori. Ed è, anche, un perturbante alter ego, soprattutto laddove di Johnson ci appare il lato più segreto: la malinconia, l’ipocondria, l’infelicità, fieramente combattute con il lavoro, con ‘i doveri dell’intelligenza, presidio della chiarezza interiore e dunque della moralità’.
(source: Bol.com)

Vita di Pantasilea

Vita di Pantasilea by Luca Romano
Roma, 1527. Tra i vicoli, i palazzi, le rovine antiche, le chiese in costruzione, si muove un popolo sempre in bilico tra la gloria del passato e la miseria del presente, tra il lusso della corte papale e la precarietà della vita quotidiana,tra la corruzione degli alti prelati e la fede sincera della gente comune. Ma questa realtà, apparentemente solida e immutabile, è minacciata e poi sconvolta da uno degli avvenimenti più sanguinosi della storia d’Italia: il sacco perpetrato ai danni della città eterna dai soldati dell’esercito dell’imperatore Carlo V guidati dal Conestabile di Borbone. Spagnoli, tedeschi e lanzichenecchi, che, diversi in tutto – religione, moralità, abitudini – ma accomunati dalla brama di denaro e di rivalsa, occupano, distruggono, derubano, violentano, uccidono senza pietà colpevoli e innocenti, puri e corrotti, giovani e anziani. Su questo sfondo si muove Pantasilea, una cortigiana molto particolare, non ricca ma elegante, non nobile ma colta, una ragazza giovane e piena di un’assoluta voglia di vivere e di amare. È innamorata di Benvenuto Cellini – dalla cui Vita è tratto lo spunto narrativo per questa storia – ed è incinta di lui: l’artista, che lavora come orafo, però non è disposto a lasciarsi frenare nella sua strada verso la fama e il successo dal sentimento per una donna. Pantasilea dovrà quindi cercare altre vie per assicurarsi un futuro, scontrandosi con il freddo opportunismo dei più forti e dei più ricchi, che la useranno e l’abbandoneranno. Ma proprio la violenza scatenata dal saccheggio degli imperiali pareggerà i conti, accomunando umili e potenti, offrendo ad alcuni una possibilità di riscatto, togliendo ad altri ricchezza e potere, smascherando le ipocrisie ed esaltando la vera lealtà. Dagli incontri e confronti tra la varia umanità che popola Roma nasce una narrazione corale dalla trama avvincente, ricca di colpi di scena, imprevisti e scherzi del destino che hanno il sapore della vita vera: una vita umiliata, sconfitta, offesa dalla violenza della guerra, ma che saprà avere la meglio sulla devastazione, in nome del coraggio e della speranza. Un romanzo avvincente, dunque, ma anche un’opera di sapiente ricerca storica, spinta fino alla ricostruzione di dialoghi documentati e alla cura della toponomastica e del lessico specifico dei diversi gruppi sociali, oltre che degli ambienti e dei costumi dell’epoca; così che il lettore, quasi dimenticandosi di avere davanti un’opera di fantasia, viene preso per mano e condotto attraverso un mondo descritto come passato, ma ancora fin troppo attuale.

Vita di Nicolò Machiavelli fiorentino

Giuseppe Prezzolini fu autodidatta senza diplomi, giornalista, ufficiale e professore; considerò sempre la vita la migliore delle scuole. Ai primi del Novecento svolse un ruolo importante nel rinnovamento della cultura italiana, avvalendosi delle riviste “Leonardo” e “La Voce” per liberare il paese dalla retorica dannunziana, dall’erudizione accademica e dalla mentalità provinciale. Dopo aver partecipato alla Grande Guerra, si dedicò alla diffusione della cultura, lavorando fra l’altro all’Istituto Internazionale per la Cooperazione Intellettuale, presso la Società delle Nazioni.
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Vita di Enrico Berlinguer

A vent’anni dalla morte, un ritratto vivace e appassionato di un protagonista indimenticabile della vita politica italiana: una stagione densa di avvenimenti nelle pagine di un giornalista che è anche un vero narratore. Giuseppe Fiore (1923-2003) è stato vicedirettore del Tg2 e direttore di “Paese Sera” oltre che senatore della Sinistra Indipendente.
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Vita di Demostene – Vita di Cicerone

In questa coppia di Vite Plutarco mette a confronto due maestri dell’oratoria, due campioni della libertà contro la tirannia e l’oppressione. Il romano Cicerone (106-43 a.C.), forse il più grande politico che Roma abbia conosciuto, incarnazione stessa degli ideali repubblicani. E il modello comune a tutta l’oratoria politica, Demostene (384-322 a.C.), sferzante voce delle città-stato greche contro le armate di Filippo II di Macedonia. Ma ancor prima della statura storica dei due personaggi, l’arte di Plutarco permette al lettore moderno di cogliere le pieghe più nascoste e sconosciute di due uomini, riportandoli a una vera dimensione esemplare.
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### Sinossi
In questa coppia di Vite Plutarco mette a confronto due maestri dell’oratoria, due campioni della libertà contro la tirannia e l’oppressione. Il romano Cicerone (106-43 a.C.), forse il più grande politico che Roma abbia conosciuto, incarnazione stessa degli ideali repubblicani. E il modello comune a tutta l’oratoria politica, Demostene (384-322 a.C.), sferzante voce delle città-stato greche contro le armate di Filippo II di Macedonia. Ma ancor prima della statura storica dei due personaggi, l’arte di Plutarco permette al lettore moderno di cogliere le pieghe più nascoste e sconosciute di due uomini, riportandoli a una vera dimensione esemplare.

La vita di Cechov

Cresciuto in una famiglia di umili origini, sovrastato da un padre autoritario, Anton Cechov ha avuto un’infanzia che ha profondamente segnato la sua vita e condizionato la sua intera produzione letteraria. Un’infanzia “senza infanzia”, come disse lui stesso, vissuta nella consapevolezza di una condizione miserabile e nel terrore della violenza. In una lettera a un amico scrisse: “Mio padre cominciò a educarmi, o più semplicemente a picchiarmi, quando non avevo ancora cinque anni. Ogni mattina, al risveglio, il mio primo pensiero era: oggi sarò picchiato?”. Eppure, nel mondo angusto e nuvoloso della sua giovinezza, il piccolo Anton seppe trovare le sue briciole di felicità, “come una pianta che attiri a sé dal terreno più ingrato il nutrimento che le consente di sopravvivere”, e nelle sue opere ricorderà Quegli anni come il tempo perduto dell’innocenza, come il momento in cui il sublime e il misero furono capaci di andare assieme. Irene Némirovsky è sempre stata affascinata dalla figura di Cechov, morto un anno prima della sua nascita. L’autore di “Zio Vanja” fu per lei un riferimento costante, una sorta di padre intellettuale a cui ha dedicato questa straordinaria biografia romanzata. Per la prima volta tradotto in italiano, “La vita di Cechov” è un viaggio nella letteratura russa, nella vita privata di uno dei più importanti scrittori dell’Ottocento e al tempo stesso la testimonianza dell’incontro tra due anime, così stranamente, inspiegabilmente vicine.

La vita del signor de Molière

In una combinazione di biografia, romanzo e saggio storico La vita del signor de Molière è un’opera personalissima che offre una summa poetica della vita e della produzione del grande drammaturgo francese.
Concepita integralmente nello spirito bulgakoviano, essa rappresenta altresì un contributo alla disputa etico-filosofica sul rapporto delfartista con la società e il potere. Può essere letta come un romanzo contestatore (e così lo interpretarono in Unione Sovietica i critici ufficiali dell’epoca) in cui l'autore, raccontando le vicende e il destino di Molière, conduce una polemica con i contemporanei in ordine alla sua opera personale. Dietro il ritratto di Molière s’intravede dunque il profilo di Bulgakov.