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La parata

Per commemorare l’armistizio in un paese sconosciuto del Terzo mondo appena uscito dalla guerra, viene commissionata una nuova strada che connette le due metà dello stato fratturato. Sono incaricati del lavoro due uomini che vengono da un paese del Primo mondo, due contractor mercenari. Per ragioni di sicurezza, prima di iniziare, si sono dati degli pseudonimi numerici. Numero Quattro, quello incaricato di guidare l’avveniristica macchina asfaltatrice RS-90, si attiene a una disciplina monastica: devono fare una strada perfettamente dritta, lunga 260 chilometri, e i tempi sono stretti, il lavoro deve essere completato prima della parata celebrativa. Numero Nove, che in sella al suo quad si assicura che non ci siano ostacoli davanti e dietro, è invece in vena di avventure e curioso di ciò che lo circonda. Conosce la lingua locale, mangia le cose del posto invece di limitarsi ai frullati di proteine della razione, fa amicizia come può sulla strada e, in generale, fa di tutto per non attenersi al rigoroso protocollo previsto. Quattro capisce immediatamente che Nove è un “agente del caos”, che rischia di compromettere il lavoro e che, peggio, rende più incerto il ritorno a casa.
La grande protagonista de La parata è l’attesa. Quattro è a modo suo simile al nostro Giovanni Drogo del Deserto dei Tartari di Buzzati: la sua fortezza è la macchina asfaltatrice in cui passa le sue giornate e i suoi Tartari sono il collega Nove e la popolazione locale. Ma il romanzo è anche la storia di scontro vizioso fra i due protagonisti, fra Oriente e Occidente, e fra le due anime contrastanti di Quattro, quella scientifica e quella umana ed empatica.
Stranieri in una terra straniera devastata dalla guerra, Quattro e Nove sono protagonisti di un’allegoria che vuole mostrare l’assurdità della loro posizione e le conseguenze della loro presenza. **
### Sinossi
Per commemorare l’armistizio in un paese sconosciuto del Terzo mondo appena uscito dalla guerra, viene commissionata una nuova strada che connette le due metà dello stato fratturato. Sono incaricati del lavoro due uomini che vengono da un paese del Primo mondo, due contractor mercenari. Per ragioni di sicurezza, prima di iniziare, si sono dati degli pseudonimi numerici. Numero Quattro, quello incaricato di guidare l’avveniristica macchina asfaltatrice RS-90, si attiene a una disciplina monastica: devono fare una strada perfettamente dritta, lunga 260 chilometri, e i tempi sono stretti, il lavoro deve essere completato prima della parata celebrativa. Numero Nove, che in sella al suo quad si assicura che non ci siano ostacoli davanti e dietro, è invece in vena di avventure e curioso di ciò che lo circonda. Conosce la lingua locale, mangia le cose del posto invece di limitarsi ai frullati di proteine della razione, fa amicizia come può sulla strada e, in generale, fa di tutto per non attenersi al rigoroso protocollo previsto. Quattro capisce immediatamente che Nove è un “agente del caos”, che rischia di compromettere il lavoro e che, peggio, rende più incerto il ritorno a casa.
La grande protagonista de La parata è l’attesa. Quattro è a modo suo simile al nostro Giovanni Drogo del Deserto dei Tartari di Buzzati: la sua fortezza è la macchina asfaltatrice in cui passa le sue giornate e i suoi Tartari sono il collega Nove e la popolazione locale. Ma il romanzo è anche la storia di scontro vizioso fra i due protagonisti, fra Oriente e Occidente, e fra le due anime contrastanti di Quattro, quella scientifica e quella umana ed empatica.
Stranieri in una terra straniera devastata dalla guerra, Quattro e Nove sono protagonisti di un’allegoria che vuole mostrare l’assurdità della loro posizione e le conseguenze della loro presenza.

La Mucca Nel Parcheggio

Stai cercando da mezz’ora un parcheggio, quando si libera finalmente un posto. Un’altra auto però te lo soffia e il conducente reagisce con un gestaccio alle tue rimostranze. Naturalmente vai su tutte le furie. Rewind. La scena è la stessa, ma a sottrarti il posto è una mucca. Tu suoni il clacson e lei volge lo sguardo verso di te senza scomporsi. Come reagisci? Ecco una parabola contemporanea zen che ci aiuta a capire una verità fondamentale e liberatoria: la rabbia dipende da noi e possiamo controllarla se solo impariamo a conoscere noi stessi e i meccanismi che la fanno esplodere. Un aiuto per ritrovare un miglior equilibrio interiore e abituarci a usare i filtri giusti.

La morte del sole

In questo libro parla un filosofo di cui non sapremo fino all’ultimo a quale scuola appartenga. Ma subito percepiamo il suo timbro: è un pensiero che ci offre il suo stile prima ancora dei suoi concetti. Vagando fra gli imponenti relitti della storia della filosofia, Sgalambro risale alla celebrata conversione del «vero» nel «certo», che si compie con Descartes – e, con freddezza protocollare, riconosce nei passi successivi la graduale cancellazione dell’«unilateralità scandalosa del vero». Insieme al «vero», nel suo baldanzoso avanzare, la filosofia progressiva tendeva a sbarazzarsi del «mondo», in quanto origine di quel terrore da cui la filosofia era nata e che ormai la macchiava soltanto. La transizione dall’illuminismo all’idealismo appare allora come il passaggio da un tentativo di guardare il mondo senza terrore a una risoluzione di abolire il mondo stesso, mentre il terrore intanto continua a crescere. La «prassi» infatti – ora adorata come un tempo l’Uno – non riesce a nascondere la visione che, a poco a poco, la scienza svela: quella dell’universo disincantato come di un immane mostro, acefalo e caotico, avvicinabile soltanto nell’ostile linguaggio dei numeri. Da allora, scrive Sgalambro, il «lutto matematico» avvolge le cose. Così si sviluppa, nella seconda metà dell’Ottocento, l’ossessione della «morte del sole», condannato dalla termodinamica, «spietata erede dei problemi della ‘salvezza’». La morte termica prende il posto dell’eschaton redentore. Il fantasma del sole in agonia si avventa da un futuro cosmico sul secolo della civiltà trionfante e lo paralizza in un tableau vivant della catastrofe. Per Sgalambro, questo quadro diventa lo sfondo di un magistrale tentativo di morfologia della décadence. Il suo è un procedere per incursioni rapidissime, non solo fra le grandi ombre di Kant, di Spinoza, di Schopenhauer, «voce dell’ultima filosofia cosmologica dell’Occidente», ma in tutto il frastagliato terrain vague del moderno, dove troviamo – quali altrettanti guardiani della soglia – Poe e Proust, Warburg e Simmel, Benn e Spengler. Sulle loro pagine, come su una Vanitas ingombra di oggetti abbandonati e lucenti, si posa lo sguardo complice dell’allegorista saturnino. Mentre con asprezza, con staffilante sarcasmo Sgalambro osserva il motore indefesso del nostro mondo, la macchina anonima di un «pensiero, che da quando è il più reale – in quanto fare, creare, produrre – non ha più realtà» e oggi assiste alla più desolata delle scene: non già alla deprecata «crisi dei valori», ma al loro squallido realizzarsi. A quel pensiero si contrappone, prima ancora che un pensiero avverso, un’altra percezione: quella del Roderick Usher di Poe, immagine di coloro «ai quali qualcosa di improvviso ha restituito il senso della realtà» e nell’indistinto fruscio della città mondiale odono l’eco del rumore originario: «La filosofia moderna ha inizio col dubbio, ma la filosofia eterna ha inizio col terrore».

La Moglie Afghana

Non tutte le donne sono nate libere
Una storia vera
«Un coraggioso ritratto dell’Afghanistan.»
Khaled Hosseini, autore di Il cacciatore di aquiloni
Una donna coraggiosa, una terra segnata dal dolore
Fariba Nawa ha lasciato l’Afghanistan quando aveva nove anni e si è trasferita con la famiglia in America. Dopo 18 anni, diventata giornalista, decide di tornare nella terra d’origine per conoscere il suo popolo e riscoprire le sue radici. Ma ad attenderla c’è una realtà molto diversa da quella che ricorda. Così, da Herat, sua città natale, Fariba intraprende un viaggio doloroso e appassionato tra trafficanti, donne disposte a sacrificare la vita per far valere i propri diritti, giovani pusher, criminali, agenti infiltrati. E incontra Darya, con la sua storia di tristezza e rassegnazione. Darya è una giovane “sposa dell’oppio”, costretta dal padre, un trafficante, a un matrimonio con un signore della droga molto più vecchio di lei, che non parla la sua lingua e ha già un’altra moglie e dei figli. Negli occhi intensi di quella bambina, Fariba vede riflessa tutta la bellezza e la sofferenza delle donne afghane…
In un libro toccante e sconvolgente, che unisce la poesia del romanzo alla verità del reportage, Fariba Nawa ci racconta tutta la verità sul moderno Afghanistan, dilaniato da sanguinose lotte, conteso tra potenze straniere e lasciato in mano agli spietati re dell’oppio.
Un viaggio nella misteriosa terra dell’oppio, tra signori della droga e spose bambine
Fariba Nawa
premiata giornalista freelance, è nata in Afghanistan e vive in California. È stata corrispondente dall’Iran, dal Pakistan, dall’Egitto e dalla Germania. Si occupa in particolare del tema dell’immigrazione araba negli Stati Uniti e viaggia spesso in Medio Oriente per i suoi audaci reportage. Parla l’arabo e il farsi. Tra il 2002 e il 2007 è stata testimone in prima linea della guerra in Afghanistan. Il suo sito è www.faribanawa.com

La Mia Vita Nel Bosco Degli Spiriti

In Nigeria, all’inizio degli anni Cinquanta, il giovane Amos Tutuola spedì il suo primo manoscritto a un indirizzo che aveva trovato su un annuncio apparso in un giornale locale. Con ulteriore passaggio, il manoscritto arrivò all’editore Faber and Faber: per questa via improbabile l’immortale spirito della favola tornava a parlare. Dylan Thomas riconobbe subito quel tono, quella meraviglia – e salutò il primo libro di Tutuola con una recensione entusiastica sull’«Observer». Da allora la letteratura, che oggi ama chinarsi a riflettere sulla favola ma ben poche favole riesce a creare, è accompagnata dalla voce di un amabile, imprendibile trickster, che continua a raccontarci le sue avventure nelle innumerevoli Città degli Spiriti, contrassegnate ciascuna, con deliziosa ironia, da un numero romano. Ogni favola è il racconto mascherato di una iniziazione, e ogni iniziazione è un viaggio: qui sarà la lunga ricerca, fra terrori e stupori, dello spillatore di vino di palma, compagno perso nella Città dei Morti e alla fine ritrovato, come una promessa di felicità che ci fanno balenare l’inesauribile fluire del vino di palma o i prodigi di un uovo magico. E sarà anche la lunga fuga nel Bosco degli Spiriti di un bambino che non sa ancora «il significato di “male” e di “bene”» e subito deve sfuggire all’odio, che si manifesta nel rumore, per lui affascinante, dei fucili di guerra. Dal «gentiluomo completo» alla «madre-dagli-occhi-lampeggianti», dalla «Super lady» agli «spiriti-che-mangiano-i-ragni», dagli «Spiriti-puzzolenti» alle «Creature rosse», uno sciame di figure terrificanti, incantatorie e comiche ci viene qui incontro, e le loro voci si mescolano nella foresta come sulla piazza di un immane mercato. Alla fine del viaggio, ritrovato il sapore dei propri luoghi, da lungo tempo abbandonati, dove l’eroe torna dopo le sue vertiginose peripezie, rimarrà comunque, in noi come in lui, una nostalgia di quel pauroso, spesso torturante, sempre stupefacente Bosco degli Spiriti dove «le “pene”, i “dolori”, le “difficoltà” e tutte le specie di “punizioni”, ecc. cominciano e finiscono» e tutto è di nuovo toccato dalla giocosità del nominare. “Il bevitore di vino di palma”, suo primo libro, fu pubblicato a Londra nel 1952; il secondo, “La mia vita nel bosco degli spiriti”, apparve nel 1954.

La Mia Sinistra

L’ambivalenza dello sviluppo globalizzato apporta progressi materiali in tutti i campi ma è gravida, al tempo stesso, di sottosviluppi spirituali e morali. Tende a standardizzare le culture così diverse del pianeta secondo il modello occidentale, svilendo le loro virtù e i loro saperi, e ci pone in una crisi planetaria, quella dell’umanità che non riesce ad accedere all’Umanità.Parlare oggi di «sinistra» come fa Edgar Morin, uno dei più grandi pensatori viventi, dovrebbe portarci a concepire una via d’uscita dalle turbolenze di un’economia capitalistica scatenata, dalla degradazione della biosfera, dal montare delle paure e dei razzismi, cogliendo la possibilità, disponibile per la prima volta nella storia dell’umanità, di una comunanza di destino e di una patria terrena comune. Ogni cultura è fatta non solo delle sue illusioni e carenze, ma anche di qualità e ricchezze. Bisogna dunque mondializzare, cioè favorire le cooperazioni economiche, sociali e culturali, e al tempo stesso demondializzare, cioè alimentare le vitalità locali, regionali e nazionali. Bisogna mirare alle simbiosi culturali capaci di unire ciò che ciascuna di esse ha di meglio, operando una metamorfosi che leghi in modo indissolubile l’unità e la diversità umane. «Si tratta, come con l’eleganza di una grande passione civile ci rammenta Morin, di ricostruire un “pensiero”, una cultura politica. Gli strateghi della tattica si sono inabissati nel proprio politicismo. I custodi dell’ortodossia vigilano sulle tombe e contemplano i cippi funerari. La sinistra, viceversa, ha bisogno di spazi aperti e di ossigeno (ma anche lo scarso ossigeno del pianeta ha bisogno di sinistra!)».(Dalla presentazione di Nichi Vendola)«Il pensiero complesso che Morin ha saputo tanto profondamente elaborare, e incarnare nella sua stessa vicenda biografica, fa della sensibilità all’incertezza, all’ambivalenza e all’improbabilità non una fonte di impotenza, di cronica indecidibilità, ma una fonte di sentimento di appartenenza al mondo, di speranza nell’insperato, di dialogica generativa, di azione creativa.»(Dalla postfazione di Mauro Ceruti)PRESENTAZIONE DI NICHI VENDOLANOTA INTRODUTTIVA DI SERGIO MANGHIPOSTFAZIONE DI MAURO CERUTI

La meraviglia degli anni imperfetti

La luna illumina d’argento la stanza. Fran vuole fuggire da quelle mura e da sua madre che non si è mai occupata di lui. Nel piccolo sobborgo di Madrid in cui è cresciuto passa le sue giornate con l’amico Eduardo e sua sorella Tania di cui è perdutamente innamorato. I due ragazzi non potrebbero essere più diversi da lui. Figli di una famiglia benestante frequentano le scuole e gli ambienti più esclusivi. Eppure Fran sente che dietro quell’apparenza dorata si nasconde qualcosa. Sente che non sono mai stati del tutto sinceri. Quando Tania sposa all’improvviso un uomo dal passato oscuro, i dubbi si trasformano in certezze. Il fratello comincia a lavorare per lui e da quel momento non è più lo stesso. Fran ha bisogno di sapere come stanno veramente le cose. E una risposta può arrivare solo dalle persone che ha sempre creduto vicine e ora sembrano le più lontane. Ma Eduardo ha bisogno del suo aiuto: gli consegna una chiave misteriosa da custodire chiedendogli di non parlarne con nessuno. Pochi giorni dopo il ragazzo scompare. Da quel momento Fran ha un solo obiettivo: deve sapere cosa è successo. Deve scoprire cosa apre quella chiave. Il suo amico si è fidato di lui. La ricerca lo porta a svelare segreti inaspettati. Lo porta su una strada in cui è sempre più difficile trovare tracce di Eduardo. Perché ci sono indizi che devono rimanere celati e a volte il silenzio dice molto di più di tante parole.

La mattina dopo

«Sono anni che mi interrogo sul giorno dopo. Sappiamo tutti di cosa si tratta, di quel risveglio che per un istante è normale, ma subito dopo viene aggredito dal dolore.» Quando si perde un genitore, un compagno, un figlio, un lavoro, una sfida decisiva, quando si commette un errore, quando si va in pensione o ci si trasferisce, c’è sempre una mattina dopo. Un senso di vuoto, una vertigine. Che ci prende quando ci accorgiamo che qualcosa o qualcuno che avevamo da anni, e pensavamo avremmo avuto per sempre, improvvisamente non c’è più. Perché dopo una perdita o un cambiamento arriva sempre il momento in cui capiamo che la vita va avanti, sì, ma niente è più come prima, e noi non siamo più quelli di ieri. Un risveglio che è inevitabilmente un nuovo inizio. Una cesura dal passato, un *da oggi in poi*. A questo momento, delicato e cruciale, Mario Calabresi dedica il suo nuovo libro, partendo dal proprio vissuto per poi aprirsi alle esperienze altrui. E racconta così prospettive e vite diverse, che hanno tutte in comune la lotta per ricominciare, a partire dalla mattina dopo. Per Daniela è dopo l’incidente in cui ha perso l’uso delle gambe, per Damiano è dopo il disastro aereo a cui è sopravvissuto, per Gemma è dopo la perdita del marito. Ma è anche un viaggio nel passato familiare, con la storia di Carlo e del suo rifiuto di prendere la tessera del fascismo, che gli costò il posto di lavoro ma gli aprì una nuova vita felice. Storie di resilienza, di coraggio, di cambiamento, storie di persone che hanno trovato la forza di guardare oltre il dolore dell’oggi, per ricostruirsi un domani. Perché, realizza Calabresi, «il giorno dopo finisce quando i conti sono regolati, quando ti fai una ragione delle cose e puoi provare a guardare avanti, anche se quel davanti magari è molto diverso da quello che avevi immaginato». **
### Sinossi
«Sono anni che mi interrogo sul giorno dopo. Sappiamo tutti di cosa si tratta, di quel risveglio che per un istante è normale, ma subito dopo viene aggredito dal dolore.» Quando si perde un genitore, un compagno, un figlio, un lavoro, una sfida decisiva, quando si commette un errore, quando si va in pensione o ci si trasferisce, c’è sempre una mattina dopo. Un senso di vuoto, una vertigine. Che ci prende quando ci accorgiamo che qualcosa o qualcuno che avevamo da anni, e pensavamo avremmo avuto per sempre, improvvisamente non c’è più. Perché dopo una perdita o un cambiamento arriva sempre il momento in cui capiamo che la vita va avanti, sì, ma niente è più come prima, e noi non siamo più quelli di ieri. Un risveglio che è inevitabilmente un nuovo inizio. Una cesura dal passato, un *da oggi in poi*. A questo momento, delicato e cruciale, Mario Calabresi dedica il suo nuovo libro, partendo dal proprio vissuto per poi aprirsi alle esperienze altrui. E racconta così prospettive e vite diverse, che hanno tutte in comune la lotta per ricominciare, a partire dalla mattina dopo. Per Daniela è dopo l’incidente in cui ha perso l’uso delle gambe, per Damiano è dopo il disastro aereo a cui è sopravvissuto, per Gemma è dopo la perdita del marito. Ma è anche un viaggio nel passato familiare, con la storia di Carlo e del suo rifiuto di prendere la tessera del fascismo, che gli costò il posto di lavoro ma gli aprì una nuova vita felice. Storie di resilienza, di coraggio, di cambiamento, storie di persone che hanno trovato la forza di guardare oltre il dolore dell’oggi, per ricostruirsi un domani. Perché, realizza Calabresi, «il giorno dopo finisce quando i conti sono regolati, quando ti fai una ragione delle cose e puoi provare a guardare avanti, anche se quel davanti magari è molto diverso da quello che avevi immaginato».

La magia dei numeri

La matematica non gode spesso di buona stampa: i numeri non mentono, ma con i numeri si può mentire, si dice.La sfida di Mariano Tomatis assomiglia quindi a un doppio carpiato: l’autore racconta la matematica proprio partendo dalla magia, da quelle insidiose zone di confine della conoscenza dove si addensano i fenomeni paranormali, i poteri della mente, le profezie, i grandi enigmi storici e i simboli esoterici.La matematica di Tomatis è però un coltellino svizzero: ogni accessorio, usato al momento giusto, apre smonta e disvela al lettore molti misteri, dove invece è solo l’abile camuffamento di schemi numerici e strutture logiche ad averli resi indecifrabili.Il trucco c’è…

La lunga fuga

Il pilota Joseph Makatozi, maggiore dell’USAF, l’aviazione americana, con sangue indiano nelle vene, è costretto dai russi ad atterrare con il suo aereo sul mare di Bering. Riuscirà “Joe Mack” a fuggire attraverso la distesa siberiana e a rendersi invisibile agli agenti sovietici?

La lista della spesa

Carlo Cottarelli ha goduto per qualche tempo di grande attenzione mediatica. È stato nominato commissario straordinario alla spending review, dal suo lavoro dovevano arrivare milioni di euro per le esauste casse dello stato italiano, al termine del suo mandato è stato invitato in tutte le televisioni e intervistato da tutti i giornali. A distanza di mesi, Cottarelli affida a questo libro le sue riflessioni, i suoi ricordi, le sue diagnosi per cercare di spiegare al grande pubblico uno dei grandi misteri dell’Italia: quell’enorme calderone che è la nostra spesa pubblica. Senza tecnicismi ma non tralasciando nulla di importante, Cottarelli ci guida nei meandri del bilancio statale, facendoci scoprire man mano il grande meccanismo che regola la nostra vita di cittadini, un meccanismo di cui abbiamo solo una vaga percezione, al tempo stesso minacciosa e sfocata. Dove vanno a finire tutti i soldi che paghiamo con le tasse? Davvero spendiamo troppo per i servizi pubblici? Perché si finisce sempre a parlare di tagli alle pensioni? Sprecano di più i comuni, le regioni o lo stato centrale? Perché tutti i politici dicono che taglieranno gli sprechi e nessuno lo fa mai? Ma gli altri paesi come fanno? Un libro chiaro e autorevole, per fare le pulci alla macchina statale italiana, al di là dei luoghi comuni e delle polemiche giornalistiche: perché analizzare un bilancio statale può sembrare arido e difficile, ma con la guida giusta può diventare la lettura più acuta, sorprendente e accurata di un paese intero.

La lista

La lista: non si è mai riusciti a scoprire chi siano gli autori, ma immancabile, ogni anno, a una settimana dal ballo d’autunno, ecco apparire ovunque a scuola fogli con i nomi della ragazza più bella e simpatica e della più brutta e antipatica di ciascuno dei quattro anni di corso. Le otto studentesse dovranno fare i conti con l’improvvisa notorietà, e non saranno solo le “brutte” a sperimentarne gli effetti negativi. “E così a ogni nuova lista le etichette che normalmente identificano le ragazze della Mount Washington High in un milione di gruppi diversi – appariscenti, popolari, manipolatrici, perdenti, arrampicatrici sociali, atlete, svampite, brave ragazze e cattive ragazze, maschiacci e bombe sexy, puttanelle e gatte morte, vergini rinate, santarelline, secchione e scansafatiche, fumatrici di erba, emarginate, strane, imbranate e nerd, per nominarne solo alcune – si dissolvono. Sotto questo aspetto, la lista è utilissima. È in grado di suddividere l’intera popolazione femminile in soli tre gruppi distinti. Le più belle. Le più brutte. Tutte le altre.”.

La Leggenda Del Drago D’Argento: Le Verita’ Di Whjndgard

Drogato e fatto prigioniero dagli Anj’Alwn, Koddrey riesce a fuggire in una rocambolesca fuga grazie a un inaspettato aiuto e a ritornare a Hernidorn sia pur con numerose ferite al cuore che gli creeranno una profonda inquietudine per tutto il tempo. Conclusa la strada per conoscere e accettare il proprio potere, il giovane protagonista decide di intraprendere un nuovo viaggio per acquistare la conoscenza di se stesso e dei propri limiti attraverso il proprio passato. In uno scenario che si preannuncia turbolento, con i primi venti di guerra, Koddrey varchera insieme ai suoi amici il mare delle Assurie verso la terra da cui, pare, abbia avuto origine tutto. Incontrera fantasmi del suo passato e nuovi pericoli da affrontare, tra cui la paura di amare e quella di perdere i propri cari. Attraverso il dolore scoprira l’umanita che trapelava dalla corazza in cui si era chiuso a causa del trauma subito per le morti di Erwelyn e di Briggs, ma anche il segreto della leggenda del drago d’argento, Garudall. Entrambi, le cui essenze vivono in simbiosi in un unico corpo, conosceranno i limiti reciproci ma anche i sentimenti, le sensazioni che li uniscono affrontando problemi e battaglie che questa volta li impegneranno duramente nell’animo.”

La grande illusione. I nostri anni Sessanta

Gli anni Sessanta hanno rappresentato un periodo di svolta per la vita del nostro Paese. Il volume è una sorta di rivisitazione dei miti, delle figure carismatiche, delle vicende individuali e collettive che hanno segnato un decennio così cruciale. Dal centrosinistra alla pillola, dall’esplosione del consumismo alle ansie della congiuntura, dal Concilio Vaticano II a Piazza Fontana, dalle minigonne alle utopie sessantottesche.

La grande idea

La giovane attrice Betty Carew viene a conoscenza di una terribile verità sul suo tutore, il dottor Hoshua Laffin. Ma più della sopresa e del dolore per l’atroce scoperta dovrà sconvolgerla il pericolo che adesso corre. L’improvvisa comparsa di due loschi personaggi mascherati, appartenenti ai Figli di Ragusa, lascia presagire l’esistenza di una spietata organizzazione criminale.