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Il canto degli antenati

La storia evolutiva dell’uomo si arricchisce, con Il canto degli antenati, di un nuovo e importante contributo. L’archeologo britannico Steven Mithen parte da un assunto: la propensione a fare musica è uno dei più misteriosi, affascinanti e allo stesso tempo trascurati tratti distintivi del genere umano. La letteratura scientifica ha infatti storicamente sottovalutato questo campo di studio, definendo la musica non come un adattamento selettivo, ma come una “tecnologia”, un prodotto creato unicamente a scopo ludico e ricreazionale.
Mithen sostiene invece che lo studio dell’origine del linguaggio, e più in generale dell’abilità comunicativa dei nostri antenati dovrebbe essere rivalutato alla luce dell’aspetto musicale, che a sua volta non può prescindere dall’evoluzione del corpo e della mente umana. Ecco allora definito l’ambizioso progetto di Mithen: tracciare un affresco completo, a cavallo tra archeologia, paleontologia, neurologia e genetica, che spieghi come e perché gli esseri umani pensano, parlano e creano musica. Se tutto questo può sembrare accademico… bene, non lo è, perché Mithen riesce a trasferire nella pagina scritta la sua curiosità onnivora e coinvolgente, che taglia trasversalmente l’ambito specialistico per arrivare a citare non solo Steven Pinker, ma anche Bach e Miles Davis.

Canti orfici

La poesia di Campana e una poesia nuova nella quale si amalgamano i suoni, i colori e la musica in potenti bagliori. Il verso e indefinito, l’articolazione espressiva in un certo senso monotona ma nel contempo ricca di immagini molto forti di annientamento e purezza. Il titolo allude agli inni orfici, genere letterario attestato nell’antica Grecia tra il II e il III secolo d.C. e caratterizzato da una diversa teogonia rispetto a quella classica.

I canti di Maldoror

I canti di Maldoror by Isidore Lucien Ducasse “Conte di Lautréamont”
I canti di Maldoror di Lautréamont (pseudonimo di Isidore Ducasse) costituiscono uno degli esiti più interessanti e ricchi di spunti del maledettismo ottocentesco, di quel romanticismo satanico che rivendica all’artista il ruolo di angelo decaduto, tanto più emarginato quanto più profondamente consapevole. L’opera, scritta in una prosa di potenza lirica, è un poema dell’inconscio e un’allegoria del Male, un grido di blasfema ribellione contro Dio e la società. Fu tra l’altro apprezzata e riscoperta dai surrealisti, e conserva tuttora un’aura mitica. Oggi, quando ben altri mali si sono visti, e al contempo quando l’evoluzione tecnica delle immagini cinematografiche ci ha abituato a qualunque deformazione della realtà, i Canti restano impareggiabili per l’originalità dello sguardo, l’audacia di una concezione che convoca le forze telluriche e cosmiche, la coscienza e il coraggio della rivolta. Al lettore donano l’attrazione dell’avventura, dell’esplorazione di un universo verbale portatore di messaggi virulenti e catartici, della scrittura come spazio di libertà, di realizzazione di un mondo altro: in altri termini, la constatazione del potere, e del piacere, della letteratura in atto.

Canti

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I Canti sono una raccolta di poesia lirica di Giacomo Leopardi (1798 – 1837), comprendente 41 componimenti poetici trascelti nell’ambito della produzione dell’intera vita e stampati nell’edizione definitiva a Firenze, nel 1845, a cura dell’amico dell’autore Antonio Ranieri (si tratta ovviamente di una edizione postuma). L’opera è considerata il capolavoro assoluto di Leopardi e una delle principali espressioni della poesia italiana in assoluto, profondamente innovativa sul piano della lingua, della metrica e dei temi affrontati. Benché priva di una suddivisione interna, nella raccolta vengono tradizionalmente individuate varie “sezioni” che vanno dalle canzoni politiche degli anni giovanili, a quelle “del suicidio” (tra cui l’Ultimo canto di Saffo), agli “idilli” (che includono il famosissimo Infinito), ai canti pisano-recanatesi (come A Silvia, Le ricordanze, Il sabato del villaggio…), fino al “ciclo di Aspasia” dedicato alla nobildonna fiorentina Fanny Targioni Tozzetti e alle ultime poesie scritte nel periodo napoletano, tra cui La ginestra (considerata il testamento poetico dell’autore). L’opera comprende liriche di ispirazione molto diversa, poiché quelle degli anni giovanili riflettono una visione ancora “idillica” e un’espressione soggettiva che in seguito si attenua e lascia il posto alla poesia meditativa e filosofica degli anni della maturità, che esprime soprattutto la visione tragica e sconsolata del “pessimismo cosmico” e del “titanismo” (in parallelo con le pagine dello Zibaldone e delle Operette morali). La lingua mostra una notevole evoluzione, poiché si passa da quella ancora letteraria e aulica delle prime poesie a quella più asciutta e “moderna” delle fasi successive, processo che si verifica anche sul piano metrico in quanto l’autore abbandona la “canzone petrarchesca” per elaborare la cosiddetta “canzone libera”, con strofe di lunghezza e schema diseguale (in questo vicino alle poetiche romantiche, mai abbracciate in modo consapevole). I Canti hanno profondamente influenzato la lirica italiana del secondo Ottocento e rappresentano a tutt’oggi una pietra miliare della nostra tradizione letteraria, imponendo tra l’altro il modello della raccolta in versi che verrà poi imitata, con sfumature e differenze, da tutti i principali poeti italiani del XIX-XX sec. (Carducci, Pascoli, Montale, Ungaretti, per citare i più famosi).

Canone Inverso

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Canone inverso by Paolo Maurensig
Uno scrittore, appassionato musicofilo, incontra a Vienna Jenö Varga, un violinista ambulante in grado di suonare con meravigliosa naturalezza la complicatissima Ciaccona di Bach. In seguito a quali disavventure un artista eccelso si è ridotto a trascinare per bettole e osterie un talento che avrebbe potuto aprirgli i palcoscenici dei teatri più celebri del mondo? Qual è la forza terribile che è entrata nella sua vita? Paolo Maurensig costruisce magistralmente un’avventura in cui le sorprese, i trasalimenti, i colpi di scena non sono puri espedienti narrativi, ma simboli drammatici dello scontro tra le inquietudini, la delicatezza delle anime individuali e la ferocia della storia di questo secolo.

Cani si nasce, padroni si diventa

Come si insegna al proprio cane a obbedire? Che fare se abbaia continuamenteo distrugge la casa? Si deve punirlo? Si può “guarirlo”? Può esistere un canedepresso, ansioso o stressato? Che cosa passa nella testa di un cane? Che cosacapisce del linguaggio umano? Sul rapporto cane e padrone si è detto di tutto,ma nonostante la nutrita produzione di libri specifici sulle varie razzecanine, il valore scientifico della maggior parte di queste opere risultamolto basso: nella foga di illustrare le particolari caratteristiche di questao quella razza, ci si dimentica di spiegare la natura del cane in quanto tale.Questo libro vuole colmare la lacuna.

Il cane secondo me

Intelligente, sensibile, affettuoso, allegro. Sono solo alcuni degli aggettivi che possono definire il cane, questo animale che accompagna l’uomo da tempo immemorabile. Ce ne sarebbero molti altri, perché i cani sono dotati di personalità multiforme e, forse, non sono ancora stati compiutamente compresi. Per questo l’etologo Danilo Mainardi ha deciso di dedicare loro un intero volume, sommando le riflessioni dello studioso ai racconti della sua vita con i cani, o meglio dei cani della sua vita. Non è infatti il classico manuale del bravo educatore, quello che vi trovate tra le mani perché, da osservatore nato, Mainardi ha sempre avuto con i suoi animali un atteggiamento poco ortodosso, nel senso che il piacere di scoprire comportamenti spontanei ha sempre prevalso sull’idea di addestramento. Certo, per comprendere quegli atteggiamenti è essenziale ripercorrere, insieme a lui, la storia naturale e culturale della specie a partire dal progenitore lupo, accolto per primo nella famiglia umana, lontanissimo capostipite delle oltre quattrocento razze canine “ufficiali” di oggi. Per non parlare dei cosiddetti meticci (definizione politically correct dei bastardini, o bastardoni che siano), rappresentanti di un universo affascinante ove è possibile scoprire storie che se non fossero vere parrebbero davvero incredibili. Pure divertente nonché sorprendente è la scoperta dell’etologicamente raffinata interazione che il cane sa imbastire col suo più caro nemico, il gatto.
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Il cane giallo

C’era in lei un’umiltà esagerata. I suoi occhi cerchiati, il suo modo di muoversi senza far rumore, senza sfiorare le cose, quel suo fremere d’inquietudine alla minima parola, corrispondevano abbastanza all’idea che ci si fa della serva abituata a ogni durezza. Sotto quelle apparenze si sentivano però come dei sussulti di orgoglio, che lei si sforzava di non lasciar trasparire. «Era anemica. Il suo seno piatto non era fatto per risvegliare i sensi. Eppure c’era qualcosa di attraente in lei, qualcosa di torbido, di avvilito, di vagamente morboso». (Le inchieste di Maigret 6 di 75)
(source: Bol.com)

Un cane e il suo bambino

L’errore di molti genitori – e non solo quelli ricchissimi come i signori Fenton – è quello di credere di far felici i propri bambini ricoprendoli di giocattoli e regali costosi, ignorando i loro veri desideri: Hal, per esempio, vorrebbe disperatamente un cane. E il giorno del suo decimo compleanno il sogno sembra finalmente avverarsi: il padre lo porta a scegliere il suo nuovo amico a quattro zampe da Easy Pets. Ma Hal non sa che il negozio è in realtà un’agenzia di noleggio di animali per brevi periodi, e i genitori si guardano bene dal dirglielo. Così, un giorno, il piccolo Macchia scompare… Ma Hal non si perde d’animo: insieme alla sua nuova amica Pippa organizza per Macchia e gli altri cani dell’agenzia una fuga rocambolesca verso la casa dei nonni, nel Nord. E tra avventure al circo, monasteri, orfanotrofi, detective pasticcioni e pericolosi malviventi da combattere, l’insolita carovana formata dai due bambini e da cinque cani riuscirà ad arrivare alla meta, imparando tante cose e incontrando nuovi amici lungo la strada. E chissà che, alla fine, anche i genitori di Hal abbiano imparato la lezione… Età di lettura: da 10 anni.
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Il candidato della Manciuria

Stati Uniti, anni Cinquanta. Il sergente Raymond Shaw rientra dalla guerra di Corea insignito della medaglia d’onore. Riprende la sua vita di tutti i giorni e il suo difficile rapporto con la madre, una donna priva di scrupoli e sostenitrice – a tutti i costi – dell’ascesa politica del marito. Raymond non sa di essere stato sottoposto al lavaggio del cervello mentre era prigioniero in Corea e di essere così diventato una spietata macchina per uccidere, non più padrone delle proprie azioni. Ben Marco, capitano di pattuglia di Raymond, decide di indagare su alcuni omicidi che si susseguono con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali: scopre così le ombre che avvolgono la vita di Shaw e i torbidi intrighi della classe politica americana.

Il candelaio

Commedia in cinque atti scritta probabilmente a Parigi nel 1582. La commedia, nella sua storia iniziale e nell’apparato di cui si circonda, pare un episodio della guerra condotta dal Bruno contro l’accademismo, il conformismo e la pedanteria. La trama si annoda su tre motivi: “sono tre materie principali, spiega l’autore, intessute insieme… l’amor di Bonifacio, l’alchimia di Bartolomeo et la pedanteria di Manfurio; però per la cognizion distinta de’ soggetti, ragion dell’ordine et evidenza dell’artificiosa stesura, rapportiamo prima da per lui l’insipido amante, secondo il sordido avaro, terzo il goffo pedante”. **

Il Candelabro Sepolto

Che fine ha fatto la Menorah, il simbolo per eccellenza del popolo ebraico che illuminava l’arca del Tempio di Gerusalemme? Dopo la distruzione del tempio e il saccheggio della città, nel 70 d.C., fu portata a Roma, in trionfo da Tito insieme agli altri tesori trafugati agli ebrei, un bottino talmente prezioso da essere raffigurato sull’Arco dell’imperatore. Per anni il candelabro fu conservato insieme con le altre spoglie della prima guerra giudaica, finché a Roma arrivarono i Vandali di Genserico che ne fecero ancora bottino di guerra portandola a Cartagine, di nuovo in trionfo. Ma solo finché Giustiniano non riuscì a recuperarla per trasferirla a Bisanzio, poi chissà… Stefan Zweig racconta il suo vagare come metafora stessa del popolo errante, pochi anni prima di porre fine alla propria esistenza di esiliato, in fuga dall’oppressione nazista. In una scintillante postfazione Fabio Isman si mette a sua volta alla ricerca della Menorah per scoprire che potrebbe trovarsi ancora a Roma… Roma, 455 d.C.: durante il saccheggio i Vandali trafugano come bottino di guerra la Menorah (l’antico candelabro a sette braccia) del Tempio di Gerusalemme, portata a Roma da Tito. Tra la comunità ebraica si diffonde ungrande scoramento: il simbolo più antico, il fondamento stesso dell’identità del popolo ebraico è andato perduto e deve essere recuperato a ogni costo. Con il suo stile cristallino Stefan Zweig ricostruisce una vicenda che è per molti versi un vero e proprio mito fondativo del popolo ebraico, e poco importa se a volte il suo racconto ceda il passo alla leggenda. “Le leggende fiorite sulla scomparsa della Menorah sono quasi infinite” si legge nella postfazione di Fabio Isman. “E tutte, come anche il racconto di Stefan Zweig, hanno un unico obiettivo: mantenerla in vita.”
(source: Bol.com)

CANALI DI MORTE

Trasformare Marte in un pianeta abitabile è da molti anni il sogno di buona parte del genere umano, e la meta che alcune grosse multinazionali si sforzano di rendere sempre più prossima. Gli interessi in gioco sono enormi, gli intrighi politici e finanziari non si contano, ma ormai i primi risultati incoraggianti sono a portata di mano. Per Dan Kettering, però, tutto questo non ha molta importanza. Ha visto morire suo fratello su Marte, e lo ha visto morire nel corso di un incredibile incidente trasmesso in diretta da una squadra di tempestivi teleoperatori. Un grosso scoop, certo, ma perfino la polizia sospetta che si sia trattato di un assassinio: il primo delitto della storia compiuto sotto gli occhi di milioni di testimoni… e forse per mano della stessa rete televisiva che ha ripreso l’accaduto. A Dan non rimane che partire per Marte, e sperare che gli indici di gradimento gli siano favorevoli.
Copertina di Karel Thole