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La mano sul cuore

Eddie Graber sogna di fondare un rifugio per animali bisognosi, ma quel sogno è messo a rischio quando il suo partner lo pianta in asso. Ora Eddie rischia di perdere la fattoria che ha appena comprato nella contea di Lancaster e di veder sfumare le sue speranze prima ancora di aver avviato il progetto. Ha bisogno di aiuto, ha bisogno di soldi ma, più di ogni altra cosa, ha bisogno di ritrovare la fede in quel fine superiore che lo aveva motivato fin dall’inizio.

Malgrado la propria disabilità fisica, Samuel Miller si è spezzato la schiena per integrarsi nella comunità amish in cui vive. Quando suo padre scopre che è gay, lo frusta e lo caccia via. Con nient’altro che una manciata di banconote in tasca, Samuel risponde a un annuncio e si ritrova in una fattoria gestita da un forestiero. L’uomo tratta gli animali in modo bizzarro, non ha la minima idea di come si mandi avanti una fattoria ma possiede un cuore grande e gentile.

Samuel non è l’unica anima sperduta che il destino ha condotto alla Meadow Lake Farm. Ci sono anche le mucche Fred e Ginger – che vivevano rinchiuse in un garage – un gruppetto di pecore e un maialino di nome Benny, che potrebbe dare una lezioncina agli umani sul segreto della vita, dell’amore e della felicità. E potrebbe essere proprio lui a mostrare a Eddie e a Samuel la via per il lieto fine.

(source: Bol.com)

Una mano piena di nuvole

Swan ha solo undici anni, ma non ha paura di niente. Non ha paura di dire quello che pensa, non ha paura di azzuffarsi con i suoi fratelli, non ha paura delle bugie.
Ma soprattutto non ha paura di fare quello che le è proibito. Anzi, lo adora. Quando una sera d’estate decide di sgusciare fuori di casa, non immagina di certo che nel bosco si nasconda l’incontro che le cambierà per sempre la vita. Lui è Blade, un bambino tutto pelle e ossa, dall’aria timida e smarrita, gli occhi neri e fieri. È il figlio di un addestratore di cavalli, uomo torvo e brutale, temuto da tutto il paese. Per Blade quella ragazzina è l’unica via di salvezza. Ha bisogno di lei per fuggire dalla violenza. Swan decide di aiutarlo e di nasconderlo. Perché, al contrario di tutti gli abitanti del paese, lei non teme il padre di Blade. L’unico posto sicuro è la grande fattoria di famiglia vicino al negozio del nonno, la drogheria che non chiude mai e vende di tutto. Ma non sarà facile. Non solo perché la famiglia è stata appena sconvolta da una tragedia, ma anche perché troppi sono gli occhi attenti e curiosi dei parenti. Ma Swan non vuole lasciare andare la piccola mano di Blade. Ed è determinata a tenere il segreto. Un segreto che sancirà un’amicizia forte e tenera ma estremamente pericolosa. Perché forse, in quell’estate in cui finalmente sono fioriti i papaveri, tutto l’amore del mondo potrebbe non essere sufficiente a fermare l’atroce vendetta di un essere animato dal male.
Jenny Wingfield è considerata dai media, dai librai e dai lettori il nuovo astro nascente della letteratura americana. Una mano piena di nuvole è stato inserito fra i migliori libri dell’anno dall’associazione dei librai indipendenti americani e ha scalato le classifiche di tutto il paese grazie al passaparola. Una storia di innocenza e di coraggio, di amore e di grande speranza che mostra la forza di un’amicizia eterna che niente e nessuno può spezzare.
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### Sinossi
Swan ha solo undici anni, ma non ha paura di niente. Non ha paura di dire quello che pensa, non ha paura di azzuffarsi con i suoi fratelli, non ha paura delle bugie.
Ma soprattutto non ha paura di fare quello che le è proibito. Anzi, lo adora. Quando una sera d’estate decide di sgusciare fuori di casa, non immagina di certo che nel bosco si nasconda l’incontro che le cambierà per sempre la vita. Lui è Blade, un bambino tutto pelle e ossa, dall’aria timida e smarrita, gli occhi neri e fieri. È il figlio di un addestratore di cavalli, uomo torvo e brutale, temuto da tutto il paese. Per Blade quella ragazzina è l’unica via di salvezza. Ha bisogno di lei per fuggire dalla violenza. Swan decide di aiutarlo e di nasconderlo. Perché, al contrario di tutti gli abitanti del paese, lei non teme il padre di Blade. L’unico posto sicuro è la grande fattoria di famiglia vicino al negozio del nonno, la drogheria che non chiude mai e vende di tutto. Ma non sarà facile. Non solo perché la famiglia è stata appena sconvolta da una tragedia, ma anche perché troppi sono gli occhi attenti e curiosi dei parenti. Ma Swan non vuole lasciare andare la piccola mano di Blade. Ed è determinata a tenere il segreto. Un segreto che sancirà un’amicizia forte e tenera ma estremamente pericolosa. Perché forse, in quell’estate in cui finalmente sono fioriti i papaveri, tutto l’amore del mondo potrebbe non essere sufficiente a fermare l’atroce vendetta di un essere animato dal male.
Jenny Wingfield è considerata dai media, dai librai e dai lettori il nuovo astro nascente della letteratura americana. Una mano piena di nuvole è stato inserito fra i migliori libri dell’anno dall’associazione dei librai indipendenti americani e ha scalato le classifiche di tutto il paese grazie al passaparola. Una storia di innocenza e di coraggio, di amore e di grande speranza che mostra la forza di un’amicizia eterna che niente e nessuno può spezzare.

Manifesto per la soppressione dei partiti politici

Sopprimere i partiti politici. Tutti, nessuno escluso. Perché in quanto organizzazioni verticistiche e inquadrate, essi sono autoritari e repressivi per definizione. E alcuni, quelli italiani ad esempio, mostrano un totale disinteresse per la res publica, ma un talento inenarrabile nel sottrarre denaro pubblico alla comunità. Quindi vanno soppressi, per il bene comune. Simone Weil, una riformista rivoluzionaria, una delle menti più brillanti della sua generazione, poco prima di scomparire prematuramente per malattia nel 1943 ha lasciato questa “modesta proposta”. Un manifesto pieno di passione e di fuoco dove si afferma che aderire all’ideologia di un partito, in certe condizioni storiche, significa limitarsi a prendere una posizione, pro o contro qualcosa. Significa rinunciare a pensare. È questa la democrazia? E oggi, i partiti politici rappresentano davvero la volontà dei cittadini o sono dei semplici organismi che hanno come fine unico quello di riprodursi? Accogliere la proposta della Weil significa uscire dal letargo per tornare a pensare con le nostre teste.
(source: Bol.com)

Le mani su Parigi

La giovane magrebina Noia Ghozali, fuggita di casa per sottrarsi all’intransigenza paterna, ormai se la deve cavare da sola, ma mai avrebbe pensato di diventare investigatrice di polizia del decimo Arrondissement di Parigi. E la prima prova che deve affrontare è il caso del ritrovamento di un cadavere nel parcheggio della Villette: si tratta del corpo di Fatima Rashed, nome d’arte Katryn, una call-girl di lusso frequentata da diverse personalità francesi e staniere. Fra i clienti importanti figura François Bornand, consigliere e amico del presidente Mitterand, nonché responsabile della cellula dell’Élysée, la sua polizia privata. Implicato in affari illegali, Bornand si trova messo alle strette dopo che una vendita di missili segretamente conclusa con l’Iran (ancora sottoposto a embargo), è stata sabotata dalla concorrenza. Circola infatti un dossier segreto che rischia di rivelare la verità alla stampa e all’opinione pubblica. Per mettere a tacere la storia, Bornand fa appello a Ferrandez, un poliziotto dal grilletto un po’ troppo facile. Attraverso questa inchiesta poliziesca che si svolge durante le ultime settimane del 1985 Dominique Manotti abbandona momentaneamente Daquin, il suo commissario sofisticato e omosessuale (che fa solo una breve comparsa), per dedicarsi a una requisitoria crudele ma convincente dei primi anni del mandato di Mitterand, sulla corruzione delle sfere politiche, con lo stile della sua scrittura ritmata e serrata. Il libro ha ricevuto il premio del romanzo noir al festival di Cognac e il Premio Mystère della critica.

Le mani insanguinate

Da “La Canzone di Filomena” a “Ex Voto”, da “Io e mia sorella” a “Chi difende Margherita”, fino a “Per amore di Nami”: Maurizio de Giovanni presenta in quest’antologia 15 dei suoi racconti noir. Storie di passioni e di dolori, di morte e di resurrezione. Alcune sono tratte da fatti di cronaca nera, altre sono rivisitazioni di eventi storici, altre ancora sono grottesche o intrise di un umorismo nero. Tutte toccano il cuore di ognuno di noi. Come sempre lo stile con cui i racconti sono scritti è quello che i lettori hanno imparato ad amare grazie ai romanzi del Commissario Ricciardi. Prefazione di Paola Egiziano.
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Il Mangiatore d’anime

Tra le leggende che si raccontano nei bazar e nelle taverne degli astroporti ce n’è una che riguarda un mostro interstellare detto “il Mangiatore d’Anime” ma chiamato anche in altri modi, come la “Bestia dei Sogni ” o “lo Spolveratore dello Spazio” . Gli ingenui non ci credono affatto a questa leggenda, e la gente più seria ci crede solo fino a un certo punto. Ma chi ci tenesse a saperne di più, vada al Tchaka’s Bar di Northpoint, un pianeta verso il centro della Galassia, e chieda di un vecchio ubriacone che chiamano l’Antico Marinaio. Lui una volta l’ha intravisto, il Mangiatore d’Anime.
Copertina di: Karel Thole

Mangia, prega, ama

Un bel marito, una grande casa a New York e una solida carriera come giornalista. A trent’anni Elizabeth ha tutto ciò che una giovane donna ambiziosa potrebbe desiderare, ma una notte si ritrova a singhiozzare sul pavimento del bagno, con l’unica certezza di non volere più quella vita apparentemente perfetta. Un amarissimo divorzio, una tempestosa storia d’amore destinata a finir male e, in fondo, uno spiraglio di luce: uno spericolato viaggio alla scoperta di sé. Roma, India, Bali, tre tappe alla ricerca della felicità, che aiuteranno Liz a riscoprire i piaceri della tavola e dell’amicizia, della pace e della meditazione, ma soprattutto a ritrovare la speranza e l’amore.
(source: Bol.com)

Mamme coraggiose per figli ribelli

«*Giada Sundas racconta la sua avventura di madre con ironia e franchezza.*»
**La Stampa – Gloria Pozzo**
«*Un’autrice che riesce a mostrare senza filtri il lato più sincero della maternità.*»
**vanityfair.it – Francesca Gastaldi**
«*Giada Sundas è la mamma più famosa del web.*»
**Donna Moderna – Alessandra Appiano**
Giada è la mamma di Mya, una vivace bambina di tre anni. Da quando l’ha abbracciata per la prima volta, la sua vita si è trasformata in un’altalena di momenti indimenticabili e crisi impreviste che nemmeno il più illustre manuale del genitore provetto insegna ad affrontare. E se, superato il primo anno di pappe, strilli indecifrabili e rigurgiti repentini, ci si illude che il peggio sia passato, si sbaglia di grosso. Nessuno lo sa meglio di Giada. Ora che sua figlia cresce un poco ogni giorno, le sfide quotidiane si moltiplicano. Perché è già dai due anni che inizia la ribellione dei figli, una tacita dichiarazione di guerra ai genitori e alla loro pazienza infinita. Ninnenanne e pannolini sono niente in confronto ai «no» che diventano un mantra, l’unica testarda risposta a tutte le domande. Giada si è presto resa conto che in questi casi non c’è da allarmarsi se non si ha la soluzione giusta a portata di mano. Perché quando si tratta di fare la madre non esistono rigide istruzioni o consigli insindacabili. Ci vuole solo coraggio a volontà. Il coraggio di accettare che ci sono giornate in cui tutto fila liscio come l’olio e giornate in cui non si vede l’ora di spegnere la luce per non sentire più strilli insopportabili. Di affrontare ogni cosa un passo alla volta, seguendo il proprio istinto di madre, e sbagliando, se necessario. Perché l’imperfezione è l’unica regola universalmente valida. L’imperfezione che scalda il cuore quando un figlio si avvicina e si lascia sfuggire un «ti voglio bene anch’io», che fa sorridere di fronte alle sue ribellioni quotidiane, dalla modalità muso-lungo-per-sempre ai capricci dal tempismo perfetto, passando per la favola preferita raccontata migliaia di volte. È l’insieme di tutti questi istanti imperfetti ed esilaranti a rendere le mamme sempre più coraggiose e i figli meravigliosamente ribelli.
Dopo il successo travolgente di *Le mamme ribelli non hanno paura*, per settimane in classifica, Giada Sundas, la mamma più amata dal web, torna a parlare del mestiere più difficile del mondo: fare la madre. Con la sua inconfondibile vena ironica, ci esorta a mettere da parte la ricerca della perfezione e lasciare che sia il tempo trascorso con i nostri figli l’unico manuale di cui fidarsi per vivere appieno e regalare l’amore più puro che esista.
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### Sinossi
«*Giada Sundas racconta la sua avventura di madre con ironia e franchezza.*»
**La Stampa – Gloria Pozzo**
«*Un’autrice che riesce a mostrare senza filtri il lato più sincero della maternità.*»
**vanityfair.it – Francesca Gastaldi**
«*Giada Sundas è la mamma più famosa del web.*»
**Donna Moderna – Alessandra Appiano**
Giada è la mamma di Mya, una vivace bambina di tre anni. Da quando l’ha abbracciata per la prima volta, la sua vita si è trasformata in un’altalena di momenti indimenticabili e crisi impreviste che nemmeno il più illustre manuale del genitore provetto insegna ad affrontare. E se, superato il primo anno di pappe, strilli indecifrabili e rigurgiti repentini, ci si illude che il peggio sia passato, si sbaglia di grosso. Nessuno lo sa meglio di Giada. Ora che sua figlia cresce un poco ogni giorno, le sfide quotidiane si moltiplicano. Perché è già dai due anni che inizia la ribellione dei figli, una tacita dichiarazione di guerra ai genitori e alla loro pazienza infinita. Ninnenanne e pannolini sono niente in confronto ai «no» che diventano un mantra, l’unica testarda risposta a tutte le domande. Giada si è presto resa conto che in questi casi non c’è da allarmarsi se non si ha la soluzione giusta a portata di mano. Perché quando si tratta di fare la madre non esistono rigide istruzioni o consigli insindacabili. Ci vuole solo coraggio a volontà. Il coraggio di accettare che ci sono giornate in cui tutto fila liscio come l’olio e giornate in cui non si vede l’ora di spegnere la luce per non sentire più strilli insopportabili. Di affrontare ogni cosa un passo alla volta, seguendo il proprio istinto di madre, e sbagliando, se necessario. Perché l’imperfezione è l’unica regola universalmente valida. L’imperfezione che scalda il cuore quando un figlio si avvicina e si lascia sfuggire un «ti voglio bene anch’io», che fa sorridere di fronte alle sue ribellioni quotidiane, dalla modalità muso-lungo-per-sempre ai capricci dal tempismo perfetto, passando per la favola preferita raccontata migliaia di volte. È l’insieme di tutti questi istanti imperfetti ed esilaranti a rendere le mamme sempre più coraggiose e i figli meravigliosamente ribelli.
Dopo il successo travolgente di *Le mamme ribelli non hanno paura*, per settimane in classifica, Giada Sundas, la mamma più amata dal web, torna a parlare del mestiere più difficile del mondo: fare la madre. Con la sua inconfondibile vena ironica, ci esorta a mettere da parte la ricerca della perfezione e lasciare che sia il tempo trascorso con i nostri figli l’unico manuale di cui fidarsi per vivere appieno e regalare l’amore più puro che esista.
### Dalla seconda/terza di copertina
Giada Sundas nata sul margine friulano matrapiantata tra le risaie vercellesi, condivide la vita con un croato di un metro e novanta con il quale ha donato al mondo la continuità dei suoi geni: Mya. Nella vita fa tante cose, tutte male, la madre soprattutto. Legge cinque ore al giorno, scrive sei, dorme tre e nel tempo che avanza scongela Cordon Bleu al microonde.

Il Malpensante

Malpensante è chi pensa male, tecnicamente parlando. Ma è, soprattutto, chi pensa il male e ne accarezza i nodi dentro di sé, senza risolversi a tagliarli con un’energica scure. Di entrambi i significati sostiene d’essersi ricordato Gesualdo Bufalino nell’intitolare la presente raccolta di aforismi, note azzurre, fusées, greguerias, obiter dicta, goliarderie, malumori e umori, disposti a mo’ di barbanera retrospettivo e offerti al passeggero, come si usava un volta. Uno zibaldone (o anche un diario travestito da libro sapienziale, un’opera dei pupi indecisa fra divertimento e passione) assai voluminoso in origine, ma da cui l’autore ha estratto solo le schegge che gli apparissero anticipi o riassunti delle sue più tenaci ossessioni. Non già, figurarsi, per inseguire modelli altissimi o alti, da Leopardi a Baudelaire, da Karl Kraus a Bierce, a Lee, a Flaiano; ma speranzoso che qualche lampo, sebbene livido e storto, si sprigioni dalle sue carte e induca un salutare sconcerto nel benpensante lettore.

Malinteso a Mosca

Malinteso a Mosca by Simone de Beauvoir
Nicole e André, professori francesi in pensione, partono per Mosca nella seconda metà degli anni Sessanta. Vanno a trovare Maša, figlia di primo letto di André, che ha sposato un russo. Rimarranno lì per un mese, il tempo di rivedere Mosca e altre città, per quanto la burocrazia russa permetterà loro. Maša li accompagnerà per tutto il tempo facendogli da guida: un semplice malinteso, una crisi tra i due, nata per motivi futili, si risolverà alla fine in un nuovo equilibrio sentimentale. È il cambiamento, del resto, il tema centrale del libro: il cambiamento dell’età matura, la necessaria trasformazione dei rapporti, della realtà, della politica. Questo romanzo breve di grande intensità, scritto all’incirca nel 1965, fu escluso dalla raccolta Una donna spezzata per motivi non del tutto chiari, probabilmente non letterari, vista la sua indubbia qualità: ragioni di ordine forse politico, forse personale, legate al carattere di alter ego dei due protagonisti, che corrispondono all’autrice stessa e al suo compagno Jean-Paul Sartre. Quel che è certo è che Malinteso a Mosca dev’essere annoverato fra le più interessanti riscoperte editoriali degli ultimi anni, come scrive il curatore dell’edizione statunitense, anche perché «presenta caratteristiche uniche nella produzione narrativa della Beauvoir: va dunque considerato parte integrante del suo corpus, arricchendo così in maniera considerevole la reputazione dei suoi scritti».

La maligredi

Esiste una generazione di calabresi cresciuta fra cunti, miracoli di santi e dèi. A quei tempi il furto era vergogna, il sopruso arroganza, e nelle rughe di Africo insegnavano a non frequentare i peggiori. La mafia, che c’era stata, che c’era, vedeva restringersi rancorosa il proprio spazio.
A quei tempi cresce Nicola, e con lui gli amici Filippo e Antonio, compagni di avventure. Ragazzini che vanno a scuola – o meglio, che la marinano – e, all’insaputa delle famiglie, si avvicinano alla piccola criminalità. Ma l’arrivo improvviso di Papula, un ragazzo più grande che lavora in Germania e torna in paese parlando di rivoluzione, solleva un vento nuovo per tutto l’Aspromonte e fa sognare gli uomini, le donne e i ragazzini. E allora prende a pulsare la protesta operaia e si diffonde il cooperativismo contadino. È il Sessantotto aspromontano – in pochi lo conoscono, ma c’è stato. Fa nascere la speranza di fondare un mondo nuovo, di ottenere diritti: i poveri scoprono di avere bocca e idee; le donne trovano il coraggio di scioperare contro gli gnuri e si legano le une alle altre, di paese in paese, in una sorta di sorellanza del sudore; i figli si rivoltano contro i padri, i fratelli contro i fratelli. E poi tutti, insieme, contro i compari.
Lo Stato, invece, si mette dalla parte del potere locale, dei malandrini, di coloro che per mantenere i propri privilegi sono pronti ad azzannare alla gola i migliori.
È così che nell’Aspromonte arriva la maligredi, ossia la brama del lupo quando entra in un recinto e, invece di mangiare la pecora che gli basterebbe per sfamarsi, le scanna tutte. E quando arriva, racconta Criaco, la maligredi “è peggio del terremoto, e le case che atterra non c’è mastro buono a ricostruirle”.

La Maledizione Di Casa Foskett

La maledizione di casa Foskett by M.R.C. Kasasian
È arrivato il nuovo Sherlock Holmes!
Le indagini dei detective di Gower St.
Londra, 1882.
Sidney Grice, il detective privato più famoso della città, è costretto a fare i conti con un giro di clienti sempre più esiguo: l’ultima persona che gli si è rivolta in cerca di aiuto è finita sulla forca e l’opinione pubblica non l’ha presa affatto bene. E neppure i suoi affari. Svogliato e depresso, l’investigatore passa le giornate facendo lunghi bagni caldi, da cui riemerge a sera solo per mangiare un toast e bere una tazza di tè. March Middleton, di cui Mr Grice è tutore, è preoccupata per lui, nonché vagamente annoiata. Per fortuna a risollevare le loro sorti arriva un inatteso visitatore, membro di un’eccentrica confraternita, la Last Death Society, che ha il buongusto di morire avvelenato proprio nello studio di Grice, al cospetto del detective e della sua pupilla: i due si trovano quindi tra le mani un nuovo scottante caso, nel quale è coinvolta addirittura la misteriosa baronessa Foskett, ultima erede del casato maledetto…
Intricati enigmi e humour inglese: il detective inglese più eccentrico e affascinante dai tempi di Sherlock Holmes è tornato!
Dal raffinato quartiere di Bloomsbury agli squallidi sobborghi londinesi
Il mistero è il suo mestiere!
«Questa serie è destinata a diventare un cult. Grice e Middleton promettono bene, conviene intercettarli adesso.»
The Daily Mail
«Divertente e sagace: ecco a voi due degni rivali di Sherlock Holmes e del fido Watson.»
Goodreads
**M.R.C. Kasasian**
Cresciuto nel Lancashire, prima di diventare uno scrittore, ha fatto molti lavori diversi. Vive con la moglie nel Suffolk durante l’estate e a Malta d’inverno. La maledizione di casa Foskett è il secondo libro della serie investigativa dedicata al detective Sidney Grice e alla sua assistente March Middleton, di cui la Newton Compton ha pubblicato anche il primo episodio, I delitti di Mangle Street.

La maledizione del serpente

Quando il suo tutore, Tristan Montgomery, viene sorpreso a rubare degli antichi manufatti egizi nella residenza dei Carlyle, Camille non può fare a meno di correre in suo aiuto e viene così invitata dal conte in persona a trattenersi come sua ospite al palazzo. Lui, soprannominato la bestia di Carlyle perchè indossa una maschera per nascondere il volto sfigurato, ha subito intravisto nella coraggiosa fanciulla lo strumento ideale della propria vendetta: è convinto infatti che il responsabile delle sue sventure si annidi tra i collaboratori del British Museum, dove anche Camille lavora, e per raggiungere i suoi scopi non esita a esporla a terribili pericoli. Ma non ha fatto i conti con l’attrazione che divampa tra lui e l’avvenemte egittologa, e con i serpenti che si annidano non solo all’ombra delle piramidi, ma anche fra i preziosi reperti archeologici custoditi nel museo.

La maledizione del re

Con l’ascesa al trono di Enrico VII, la sanguinosa guerra delle Due Rose sembra giunta finalmente al termine. Ma per i Plantageneti sopravvissuti la vita è un filo sottile che può spezzarsi in ogni momento. Per Margaret Pole, l’ultima degli York, quel filo è nelle mani della regina rossa, la madre del re, che vede in lei una rivale pericolosa con il diritto di reclamare il trono. Ben conscia dei rischi che corre, dopo aver visto rinchiudere nella Torre di Londra e poi uccidere i fratelli, Margaret accetta un matrimonio di basso rango per lei, quello con sir Richard Pole, nobile del Galles, alleato da sempre della nuova famiglia reale. Nelle vesti di lady Pole, Margaret diventa dama di fiducia di Arturo, il principe del Galles, e della sua bella moglie, Caterina d’Aragona. E solo la tragica, inattesa e precoce morte di Arturo le restituisce un posto a corte, al seguito della giovane vedova. Che diventa la prima moglie di Enrico VIII. Ma il potere della regina spagnola sul re è di breve durata e Margaret è costretta a scegliere tra l’amata Caterina e il sempre più tirannico Enrico. Sapendo che la maledizione dei Tudor potrebbe avere fine…
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Maledire Dio. Studio sulla bestemmia

È un terreno sdrucciolevole, quello della bestemmia, poiché non si sa esattamente in che modo parlarne. In particolare, non si sa come nominarla: la reticenza risulterebbe forse più elegante, ma in un lavoro che pretenda di dar conto della realtà di un fenomeno sociolinguistico, una simile pruderie impedirebbe di attingere quel livello stesso di cui si vorrebbe parlare; senza aggiungere che non si farebbe altro che perpetuare una lunghissima tradizione di silenzio, la quale ha impedito appunto che si studiasse finalmente quell’elemento di lunga durata della lingua italiana che è la bestemmia. È stata la letteratura a rompere per prima il ghiaccio e a trascrivere l’innominabile vizio italiano, cercando anche di darne ragioni, guardandolo talvolta con benevolenza e, nei risultati migliori (in particolare con i romanzi di Luigi Meneghello), a indagare il sostrato culturale che da secoli la fa esistere. Ma linguisti e sociologi, a mia conoscenza, non vi hanno ancora messo mano. Pure non mancherebbero motivi per farlo, visto il fascino esercitato, ai nostri giorni, da tutto ciò che sembra in via di estinzione; e la bestemmia, se pur ancora fiorisce, pare comunque aver perso di vivacità (anche se mancano documenti storici attendibili sui quali compiere un’analisi diacronica): le leghe antiblasfeme, numerosissime fino alla metà del secolo, sono enormemente ridotte di numero e di forze; il progressivo affermarsi della lingua italiana rende insostenibile l’uso della bestemmia, stigmatizzata come abitudine dialettale; il generale abbassamento della sensibilità religiosa diminuisce la reattività sociale a questo tipo di peccato. Le cause, insomma, vanno cercate in quei diversi fattori raccolti sotto il nome di “secolarizzazione” o “globalizzazione”: la bestemmia è legata a realtà regionali, e in particolare ai dialetti; è legata ad un preciso modo di intendere la religione, ad una condivisione puramente esteriore cui si oppone ogni idea di un culto interiore, soggettivo e spirituale; la bestemmia, voglio dire, è figlia dei paesi cattolici. È praticata solamente in Spagna, Italia e Québec, dove la cultura cattolica gode ancora di un certo seguito. Nel medioevo, invece, le forme di bestemmia (che all’epoca erano, per lo più, degli spergiuri) erano diffuse in tutta Europa. La Riforma prima, e l’Illuminismo poi, l’hanno resa incomprensibile nei paesi in cui hanno trionfato. Non sarà un caso se, attualmente, i soli codici penali che ne prevedono l’incriminazione sono quello italiano e quello spagnolo. Ma è paradossale vedere come certi propagandisti antiblasfemi additassero la modernizzazione, in tutte le sue forme, come causa principale della bestemmia: al contrario, opponendosi ai dogmi del cattolicesimo, il progresso dei paesi occidentali ha svuotato di senso la bestemmia. Essa non è traducibile: chi non abbia una specifica competenza della lingua italiana non può afferrarne la sostanza, per quanto possa coglierne il senso letterale; dal canto suo, il parlante italiano sa come si bestemmia, anche se sceglie di non farne uso per tutta la vita.
Ma forse non è bene dare giudizi definitivi su un fenomeno talmente sfuggente. È possibile infatti che la bestemmia sopravviva anche ai cambiamenti sociali, così come si è mantenuta intatta probabilmente per un intero millennio. Molti immigrati extracomunitari ad esempio ne acquisiscono l’abitudine, e anche in uno spazio moderno e globalizzato come quello che si è aperto con internet, le bestemmie sono facilmente reperibili, soprattutto in quei siti in cui ognuno è invitato a scrivere una cosa qualsiasi, come su di un muro: queste superfici non tardano a riempirsi di bestemmie. Nell’impossibilità quindi di fare previsioni sul futuro della pratica blasfema, il mio compito sarà quello di tentare di definirla, sia storicamente che, per così dire, concettualmente.
Innanzitutto sarà bene precisare che, nella bestemmia, tra concetto e uso lo scarto è notevole: il concetto è di origine religiosa, e come tale, in un’accezione simile a quella del termine “eresia”, esso può essere compreso da chiunque. Al contrario il suo uso è variabile, poiché si concreta in moduli linguistici che cambiano da una cultura all’altra: esistono formule precise per la bestemmia, diverse nei vari paesi in cui si bestemmia; anche all’interno dell’Italia, pur esistendo alcune formule blasfeme che costituiscono una sorta di koinè, la maggior parte delle occorrenze è racchiusa in un contesto regionale, addirittura, talvolta, idiolettale. Ma pur ritenendo di dover opporre l’argomento dell’uso a chi, per meglio combatterla, la vorrebbe considerare solo dal punto di vista del concetto, sono comunque costretto ad un doppio gioco: devo cioè smascherare anche le ragioni dei bestemmiatori, i quali, se interpellati, si aggrappano in genere alla scusante dell’abitudine o dell’ira, che renderebbero la bestemmia rispettivamente un intercalare o uno sfogo. Non credo che questo sia del tutto vero, o quanto meno non lo trovo sufficiente a spiegare la bestemmia, la quale mantiene in sé una forte connotazione di protesta indiretta e di resistenza alla cultura cattolica ufficiale.
Queste le ragioni per cui ho ritenuto di dover citare, apertis verbis, le bestemmie: esse rappresentano, in fin dei conti, l’unico dato empirico che io possa portare a sostegno della mia ricerca, la quale, per il resto, si basa su un lavoro di raccolta, confronto e commento di documenti scritti.
Nel primo capitolo presento una rassegna della letteratura esistente in materia, e distinguo i due significati del termine: da una parte quello dotto e dottrinario, dall’altra quello popolare e pragmatico. Espongo inoltre alcune ipotesi circa l’evoluzione storica della bestemmia italiana, e infine tento una tipologia, divisa per classi formali, delle bestemmie italiane. Questo corpus non pretende di essere esauriente: la mia ricerca ha purtroppo dei limiti precisi, in particolare per quanto riguarda ciò che è dovuto alla mia esperienza personale: essa è confinata alla provincia di Verona, e, in misura minore, a quella di Mantova. Sulle bestemmie toscane, romagnole e soprattutto meridionali, ho dovuto affidarmi a resoconti altrui o ai rari studi pubblicati.
Nei due capitoli centrali ho provato a tracciare una “storia degli effetti”: abitudine aborrita in ogni tempo dalla cultura ufficiale, e spesso anche dall’autorità in carica, i documenti scritti che riguardano la bestemmia hanno esclusivamente lo scopo di combatterla. Si tratterà quindi di atti processuali, testi di leggi antiblasfeme, prediche e trattati volti a sradicare la mala pianta. A nobilitare questa mia esposizione, prettamente compilativa, può forse intervenire il fatto che si tratta di documenti per lo più sconosciuti: lettere pastorali di vescovi, decine di opuscoli antiblasfemi pubblicati dalle autorità ecclesiastiche, la vicenda dimenticata del Movimento civile antiblasfemo di Verona, che intrecciò indissolubilmente il vituperio della bestemmia con l’elogio del regime fascista. Sono storie che illustrano la manipolazione ideologica subita da questa entità sfuggente e sempre clandestina che è la bestemmia, adoperata in vario modo dalla retorica che, di volta in volta, saliva sul pulpito o sul palco. Oltre a questi documenti minori, ho riportato brani tratti da autori che hanno un posto nella storia della letteratura e della lingua italiane, da Bernardino da Siena a Paolo Segneri, da Domenico Cavalca a Paolo Sarpi.
In ambito legislativo la dottrina ha premuto molto, negli scorsi decenni, per un adeguamento del codice penale alla mutata realtà sociale: le temute reazioni di popolo invocate per giustificare la previsione di reato, si sono rivelate sempre più inconsistenti (tranne in casi eclatanti, come quello di una bestemmia pronunciata in diretta televisiva). Ma per lungo tempo il legislatore è rimasto inerte, mentre la diatriba che opponeva “abolizionisti” a “proibizionisti” si faceva accesa; la soluzione è stata per ora quella del compromesso, con una nuova coloritura ideologica: la bestemmia italiana, da abitudine volgare e specifica di una cultura e di una religione, da segno di una società chiusa e conservatrice, è divenuta sinonimo di una qualunque offesa verbale ad una qualsivoglia religione. Non credo che questo potrà favorire la convivenza pacifica di culture diverse.
Nell’ultimo capitolo tento un’analisi ravvicinata degli aspetti linguistici della bestemmia, dando una classificazione delle funzioni che essa può occupare nella grammatica e nel discorso, nonché dei vari espedienti fonetici grazie ai quali la si può mascherare. Esamino anche il suo statuto di interiezione, che rimane comunque ambiguo: per essere una frase esclamativa ad elevata frequenza d’uso, presenta infatti una pregnanza e una violenza semantiche del tutto anomale.
Infine presento alcuni brani letterari in cui gli autori si sono serviti della bestemmia come mezzo stilistico, e cerco di individuarne alcune costanti, sottolineando però anche le spiccate individualità dei passi, la cui riuscita dipende spesso dal modo in cui lo scrittore è riuscito a fondere la crudezza dell’imprecazione con le ragioni e il contesto del suo uso. Attraverso i pochi esempi che ho raccolto cerco inoltre di mostrare come, da parte di scrittori stranieri, la bestemmia sia stata usata per caratterizzare i personaggi italiani o di origine italiana.
La diversità degli approcci seguiti si giustifica con il fatto che ancora non esistono, a mia conoscenza, monografie complete sul fenomeno della bestemmia, e dunque nemmeno filoni interpretativi o documentari a cui rifarsi. Ho quindi inteso scrivere una sorta di “manuale della bestemmia”, che, per ognuna delle possibili prospettive, presenti alcuni spunti per eventuali ricerche ulteriori, e che riporti alla luce, completando i dati empirici con lo studio di quanto già è stato scritto, la tradizione e la realtà di un elemento provocatorio e temuto della cultura italiana.
Vorrei accennare, in chiusura, ad alcune possibili linee di ricerca per eventuali approfondimenti del tema in questione. Innanzitutto potrebbe risultare interessante una ricerca sociolinguistica su base geografica, volta a stabilire l’effettiva diffusione della bestemmia nelle varie zone d’Italia (verificando anche se vi siano formule che sono “preferite” rispetto ad altre). Allargando invece il campo, si potrebbero analizzare da vicino le varie occorrenze di figure religiose nell’italiano parlato (espressioni come “Dio solo lo sa”, o “povero cristo”, curiosamente equivalente a “povero diavolo”). Ancora, potrebbe fornire dati rilevanti uno studio comparato dell’atto linguistico nelle varie religioni, se, come ipotizzo nel capitolo quarto, la sua ampia presenza e significatività all’interno della religione cattolica ha un peso tra i fattori determinanti la bestemmia. Infine, uno studio aggregato del lessico interdetto nelle varie lingue porterebbe forse a scoprire una complementarità fra la sfera dei termini scatologici e sessuali, e quella delle parole religiose (ne potrebbe essere un indizio, ad esempio, il fatto che la bestemmia è forse l’unico caso, per quanto metaforico, di una offesa rivolta al padre: gli insulti, normalmente, si rivolgono alla madre dell’insultato), entrambe colpite da tabù. Gli sviluppi quindi potrebbero andare sia in direzione di una maggiore aderenza ai dati, che di una più ampia speculazione teorica. Questo lavoro, in assenza di studi specifici, ha cercato per il momento di bilanciare le due componenti.

Il malato immaginario

Introduzione di Gianni NicolettiTraduzione di Lucio ChiavarelliEdizione integrale con testo francese a fronteRappresentare il ridicolo per esorcizzare il dolore e l’amarezza: questa è, in sintesi, la formula magica del teatro di Molière. Mettere in scena le caricature degli stereotipi classici (qui il malato immaginario, altrove l’avaro o il misantropo) è la chiave di volta per attualizzare i vizi della contemporaneità e criticarli, da una parte, e dall’altra parte consegnare a imperitura fama dei capolavori universali del genere comico. Commedia in tre atti del 1673, è incentrata sulla figura dell’ipocondriaco Argante, circondato di dottori e sempre ansioso di nuove cure, che vorrebbe dare la figlia maggiore in sposa al proprio medico per assicurarsene i servigi fino alla fine dei suoi dolorosi e sofferenti giorni. Fu proprio sulle tavole del palcoscenico, mentre interpretava Argante, che Molière, malato reale, subì l’ultimo attacco della malattia che in poche ore lo condusse alla morte. In tempi più recenti, resta magistrale l’interpretazione di Sordi de Il malato immaginario, nell’omonimo film del 1979, diretto da Tonino Cervi.MolièreMolière, il cui vero nome era Jean Baptiste Poquelin, nacque a Parigi nel 1622. Laureatosi in legge, abbandonò subito la professione di avvocato per il teatro. Dopo un lungo apprendistato in provincia, si conquistò la stima del pubblico e la protezione del re. Morì il 17 febbraio 1673, stroncato dalla tubercolosi, durante una replica de Il malato immaginario. Di Molière la Newton Compton ha pubblicato Il malato immaginario e L’Avaro, nella versione curata da Luigi Squarzina.