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La moglie peggiore del mondo

Calzini sporchi, piatti da lavare, panni da stirare e un guardaroba che assomiglia più a quello di una teenager che a quello di una trentaquattrenne con un marito e un figlio. Sadie non è proprio un esempio di perfezione, anzi il contrario. E poi ha un dono davvero speciale: «essere nel posto sbagliato al momento sbagliato». Così quando si presenta in ritardo a un pranzo di lavoro del marito, indossando una maglietta con scritto a caratteri cubitali *Leccami* , la situazione precipita.
Fino a quel momento suo marito Tom l’ha sempre amata per quello che è. Sì, forse un po’ disordinata, costantemente in ritardo e scombinata nel conciliare il suo lavoro di floral designer con le necessità familiari. Ma è anche creativa, fantasiosa ed esuberante.
Eppure da qualche tempo suo marito non sopporta più le sue stravaganze. Il lavoro di Tom è diventato sempre più importante e lui vorrebbe al suo fianco una moglie più matura e meno pasticciona. Sadie non sa proprio che cosa fare. All’improvviso tutte le altre donne le sembrano più belle, più brave, più adeguate di lei. Che sia davvero la moglie peggiore del mondo?
Sarà Enid, un’anziana signora, sua cliente, a ridarle fiducia con i suoi preziosi consigli. Bastano pochi accorgimenti: un paio di ricette dolci e gustose, un finto amante e un look decisamente provocante per mettere un pizzico di pepe nella relazione. Ma dopo mille tentativi di diventare una moglie perfetta, Sadie scoprirà che l’unica ricetta per far funzionare il suo matrimonio è mescolare l’amore con una buona dose di pazienza, condendo il tutto con tante risate e ironia.

La malattia mortale

In quest’opera l’autore intreccia i fili della sua riflessione psicologica, teologica e filosofica dando vita al suo capolavoro. Lazzaro, amico di Gesù, è malato. Le sue sorelle mandano a chiamare Gesù che le consola: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio”. Lazzaro però morì, dunque la sua malattia era mortale. Se quella malattia non è per la morte, c’è nella nostra epoca una malattia che invece sia per essa? C’è, risponde Kierkegaard, ed è la disperazione. È la malattia dello spirito, la malattia che fa desiderare la morte pur mantenendo sempre in vita. Per questo la disperazione è per la morte, è a servizio della morte senza essere mortale, fa vivere la morte senza concederla. Kierkegaard descrive una parabola che va dalla disperazione che non sa di essere tale, a quella che comprende se stessa e sfida il mondo e Dio.

La Leggenda Di Bobby Z

Quando Tim Kearney – impenitente ladruncolo, ex soldato in missione nel Golfo radiato dai Marines, eterno perdente – fa fuori un Hell’s Angel, è la fine per lui. È recidivo, perciò per la legge californiana la condanna è la prigione a vita. Una vita che sarà breve, brevissima visto che le carceri della California sono zeppe di Hell’s Angels pronti a farlo secco. Per fortuna la DEA, l’agenzia per la lotta alla droga, gli fa un’offerta che cade proprio a fagiolo: assumere l’identità di un famoso trafficante passato a miglior vita all’insaputa di tutti, allo scopo di essere scambiato con un agente prigioniero di un criminale messicano. Il trafficante è – era – il mitico, inafferrabile, fantomatico Bobby Z, vera leggenda nel suo campo. Tim gli assomiglia vagamente, e con un minimo di addestramento può facilmente passare per lui. Una passeggiata, sostengono gli sbirri. FORSE una passeggiata, sostiene Tim. E accetta solo perché non ha scelta. Catapultato in una villa esclusiva che sembra sorta dal nulla in mezzo al deserto, calatosi alla perfezione nella leggenda di Bobby Z, Tim assapora per un fuggevole attimo l’altra faccia della California, quell’angolo di paradiso che non ha mai conosciuto e ha sempre sognato: piscina megagalattica, palme svettanti, languidi corpi di donne al sole. Conosce – anche carnalmente – la sensuale Elizabeth, ex ragazza di Bobby Z, e un simpatico bambino: Kit, figlio di Bobby Z. Ma il bel sogno dura poco e Tim si ritrova a essere il bersaglio di tutti. Braccato da una banda rivale, inseguito da un numero imprecisato di trafficanti, spacciatori, indiani, messicani, piedipiatti inizia una fuga rocambolesca che lo porta attraverso tutta la California trascinandosi dietro il ragazzino, cui Tim si è ormai affezionato come se fosse figlio suo. Tra loro si è instaurata un’intesa magica. Per esorcizzare la paura del piccolo Z, mentre intorno fischiano le pallottole, Tim fa leva sull’inesauribile fantasia dell’infanzia trasformando la loro avventura in un gioco emozionante: al punto che la frenetica corsa per sfuggire alla morte – in agguato a ogni passo – diventa un innocente, esilarante videogame accanto ai prediletti eroi dei cartoni. Ma nella dura realtà il cerchio si stringe. C’è chi vuole a tutti i costi il leggendario Bobby Z, c’è chi vuole a tutti i costi il molto meno leggendario Tim K. Il quale si rende conto che per salvare Kim, tenersi la bella Elizabeth e uscire incolume da quella “passeggiata” deve trasformarsi in una vera leggenda. Smettendo poi di essere l’uno e l’altro e salpando per altri lidi. Da un giovane e brillante autore, un thriller ad alta velocità denso di emozioni, ma anche una storia tenera, toccante, punteggiata di dialoghi serratissimi e intrisi di irresistibile humour, che riserva al lettore sorprese fino alla fine. Una storia che ha subito fatto gola a Hollywood: i diritti cinematografici de La leggenda dì Bobby Z sono stati infatti acquistati per un milione dì dollari dalla Warner Bros.

La leggenda del mostro di Limehouse

Alla fine dell'Ottocento una serie di raccapriccianti omicidi sconvolge l'East End londinese, in particolare il quartiere povero e malfamato di Limehouse, dove abitano ladri ed emarginati. Le vittime sono due prostitute, un erudito ebreo e un'intera famiglia di commercianti. Si mormora che l'assassino sia un Golem, un essere fantastico e mostruoso che si nutre di sangue umano. Intanto, in un altro punto della città, una giovane donna viene accusata di aver avvelenato il marito…

La gladiatrice

Unica sopravvissuta a un naufragio sulle coste dell’Asia Minore, la spartana Lysandra finisce nelle mani di Lucio Balbo, il proprietario di un ludus nei pressi di Alicarnasso, nel cuore dell’impero romano d’Oriente, dove vengono addestrate giovani gladiatrici. La fiera Lysandra, discendente da un antico ordine di sacerdotesse guerriere, non accetta il suo nuovo status di schiava. Costretta a combattere nell’arena per riottenere la libertà, grazie alla sua straordinaria abilità nell’arte gladiatoria, conquista l’adorazione delle folle, esibendosi con il nome di battaglia di Achilla, e si guadagna il rispetto del lanista, il proprietario della scuola. Dotata di un carisma da leader, grazie all’eccezionale destrezza con le armi, la gladiatrice sconfigge una dopo l’altra le avversarie più temibili, fino alla sua nemica giurata, Sorina, a capo del clan barbarico del ludus. Nell’ultimo spettacolare combattimento, organizzato in onore dell’emissario imperiale in visita alla città, Lysandra affronterà la sua prova più difficile: una sfida all’ultimo sangue.
Le avvincenti descrizioni dei combattimenti e l’appassionante ricostruzione della vita all’interno del campo, tra la durezza dell’addestramento, le umiliazioni subite dalle schiave, lo spirito di squadra che unisce tra loro le lottatrici, non senza qualche incursione dell’amore saffico, fanno di questo romanzo un affascinante affresco storico che rivela aspetti inediti dell’antica Roma al tempo di Domiziano.

La Fuga in Egitto

In “La fuga in Egitto” di Grazia Deledda, dopo quarant’anni di onorato servizio come maestro elementare Giuseppe De Nicola riceve dal figlio adottivo Antonio, ragazzo dall’indole avventurosa e selvaggia, scappato di casa diversi anni prima, e di sua moglie Marga che si sono stabiliti da tempo in un paesino ad di là dell’Adriatico. La narrazione si apre con l’invito suo, a trasferirsi presso di lui, per iniziare una nuova vita insieme.
Arrivato nel continente, Giuseppe scopra una situazione torbida, alla rivelazione della colpa che lega Antonio, figlio di Giuseppe, e la serva di casa, Ornella. I due, infatti, hanno una relazione clandestina e presto la donna darà alla luce un figlio, frutto di questo rapporto.
Giuseppe, il cui animo è macchiato anch’esso da una colpa tremenda, che nasconde da una vita, affronta la situazione cercando di agire con accortezza e delicatezza, muovendosi con accorta gravità tra i personaggi implicati nella vicenda e proteggendo con tutto il suo affetto la bambina di casa.
Colpa, delitto, peccato, espiazione: tutto crolla rovinosamente e l’uomo giace sotto il peso della penitenza da sopportare e patire con quel sentimento religioso che pervade ogni aspetto dell’umana esistenza e che sono i grandi temi della narrativa Deleddiana.
Maria Grazia Cosima Deledda è nata a Nuoro, penultima di sei figli, in una famiglia benestante, il 27 settembre 1871. E’ stata la seconda donna a vincere il Premio Nobel per la letteratura, nel 1926. Morirà a Roma, all’età di 64 anni, il 15 agosto 1936.

La Freccia Nel Fianco

La freccia nel fianco è un romanzo di Luciano Zuccoli, pseudonimo del romanziere italo svizzero Luciano Von Ingenheim (1868 – 1929), pubblicato nel 1913.
Il romanzo uscì dapprima a puntate su *La Lettura* , rivista mensile del Corriere della sera, illustrato da *Vittorio Corcos*. Fu pubblicato lo stesso anno in volume dall’editore *Treves* e ristampato costantemente ogni anno, per lo meno fino al 1929, anno della morte dell’autore. Dimenticato, fu riscoperto negli anni settanta, «nell’ambito del più generale recupero, da parte di alcuni studiosi, del romanzo d’appendice».
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Questo e-book aiuta il sito di Liber Liber, una mediateca che rende disponibili gratuitamente migliaia di capolavori della letteratura e della musica.

La felicità in America: Storie, ballate, leggende degli Stati Uniti a uso di giovani, vecchi, ostili ed entusiasti

“La ricerca della felicità venne aggiunta da Thomas Jefferson ai diritti inalienabili (vita, libertà) nella Dichiarazione di indipendenza americana del 1776. Ma quella felicità, oggetto del desiderio, non veniva definita: aveva a che fare con Dio o lo sostituiva? Era nella natura? Era individuale o collettiva? Valeva anche per i neri? Che fare quando la si fosse trovata? Ogni mezzo era valido, nella caccia al tesoro?”
In cento storie, ballate e leggende, un testimone curioso e appassionato racconta la sua America, dove tutti sono condannati a cercare la felicità – e qualcuno la trova.

La depressione e il corpo: La base biologica della fede e della realtà

Il fondatore dell’analisi bioenergetica propone in questo libro un nuovo approccio a una delle più controverse malattie mentali: la depressione.
La teoria e la pratica di un trattamento teso allo scioglimento dell’aggressività e dei conflitti irrisolti che bloccano la salute e la capacità di espansione del paziente depresso.

La dea della caccia

Come Diana, dea della caccia, Lucy Waltham non esita a lottare per ottenere quello che vuole. E ora vuole sir Toby, l’unico uomo che ha sempre sognato di sposare, e che sta per fidanzarsi con un’altra. Tuttavia per sperare di conquistarlo, Lucy deve prima mettere alla prova le proprie arti seduttive. Così, nottetempo, bussa alla porta di Jeremy Trescott, amico del fratello e loro ospite, ma bastano tre baci per accendere in lei un’inattesa passione che manda in fumo i suoi piani. Lui fa del proprio meglio per mantenere il controllo, però Lucy è una donna sensuale e irresistibile. Al punto che Jeremy, ben presto, si scopre pronto a tutto pur di farle dimenticare Toby.

La Danza Della Collana

La corteccia dell’inverno si screpola: vene rosse fra il nero delle nuvole e sfumature verdi sulla terra scura annunziano il ritorno della buona stagione. Verso il tramonto la luna nuova appare sull’occidente schiarito, come una barca che dopo un viaggio fortunoso rientra felicemente in porto; e il suo chiarore glauco si riflette sul verde cupo degli allori laggiú negli avanzi dei parchi invasi dalla marea delle nuove costruzioni.
Su questo sfondo di orizzonte si delinea la città nuova, coi suoi palazzi bianchi, le terrazze aeree festonate di panni tesi ad asciugare; con qualche cipresso nero che ravviva intorno a sé il colore liquido del cielo: e da questa montagna di costruzioni, che dà all’aria umidiccia un sapore di calce e di ragia, scendono i fiumi delle strade ancora non terminate; fiumi di selci arginati dai marciapiedi di granito, che solcano i prati ancora nudi e vanno a perdersi fra i canneti e le ginepraie della campagna.

La creazione. Un appello per salvare la vita sulla terra

Il ruolo delle formiche nella biosfera – ci dice Edward Wilson – è così importante che l’umanità forse non potrebbe sopravvivere senza di esse. E di certo non potrebbe sopravvivere senza batteri e archei, l’invisibile e onnipresente «materia oscura» dell’universo vivente della Terra. Ma l’umanità, prigioniera della propria strategia arcaica della sopravvivenza a breve termine, è ancora troppo concentrata su se stessa e sui propri bisogni, e sta distruggendo la natura con la forza di un meteorite. Entro la fine del secolo, metà di tutte le specie potrebbero essere definitivamente uscite di scena. Avrà allora inizio quella che potrebbe venire ricordata un giorno come l’Era eremozoica – l’Età della Solitudine. I costi materiali e spirituali per le generazioni future rischierebbero di essere sbalorditivi, ma a scongiurare tutto questo non bastano mere considerazioni utilitaristiche. Per risultare realmente efficace, la strategia di conservazione deve tentare di collegare l’approccio razionale tipico della scienza con quello più emotivo e spirituale offerto dalla nostra innata «biofilia», tendenza che permane, seppure atrofizzata, persino nei bozzoli artificiali in cui scorre la nostra esistenza urbana e che potrebbe diventare il fondamento di una nuova etica. La battaglia ecologista è spesso poco più di un kit ideologico; ma qui a condurla è uno scienziato della statura di Wilson, capace di inesorabili affondi e di analisi precise: la messa a fuoco del rapporto tra natura selvatica e psiche; l’individuazione di specie invasive come una delle principali cause di estinzione e l’estensione del concetto di «alieno» alla stessa attività umana; l’affermazione della discrasia adattativa fra Homo sapiens e un ambiente che muta troppo rapidamente. Uno scienziato, per di più, che per la sua appassionata perorazione ha scelto la singolare forma di una lettera indirizzata a un immaginario uomo di chiesa, nella speranza che religione e scienza, «le forze più potenti nel mondo di oggi», possano incontrarsi «al di qua della metafisica» per salvare il futuro della vita sulla Terra. Come ha scritto Oliver Sacks a proposito di questo libro, non potremo allora «non sentirci tutti coinvolti».