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Il falco

Alaska, fine Ottocento. Coperti di pellicce e incerate, gli uomini dell’Impeccable scrutano dal ponte della nave l’infinita distesa bianca che si spalanca davanti ai loro occhi. Il giovane e inesperto capitano li ha condotti in uno stretto dove grandi lastre di ghiaccio galleggianti hanno inevitabilmente intrappolato la goletta. Osservano annoiati il paesaggio quando una strabiliante apparizione cattura la loro attenzione: un gigante con barba e lunghi capelli bianchi emerge dai bordi di una fenditura nel ghiaccio completamente nudo. Strizzando gli occhi, l’uomo contempla per un istante il cielo senza sole e poi avanza deciso verso la nave. Sull’Impeccable la maggior parte degli uomini è composta da cercatori che si aggirano in quella terra vergine con la speranza di imbattersi in una vena miracolosa. Tra loro, molti hanno sentito parlare di un colosso dai capelli canuti chiamato il Falco. Un uomo dalle imprese mirabolanti: si dice che abbia ammazzato a bastonate una confraternita, ucciso a mani nude un orso nero o un puma, capeggiato tutte le Nazioni d’America, landa selvaggia e inospitale. Con le sue pelli di linci e coyote, castori e orsi e altre belve sconosciute, il gigante sale a bordo dell’Impeccable e dopo un po’ raggiunge i cercatori riuniti a poppa attorno a un fuoco. Intimoriti dalla sua imponente presenza, in preda a un miscuglio di rispetto e terrore, attorno a quel fuoco gli uomini ascolteranno dalla sua voce la storia di Håkan Söderström, figlio di contadini in miseria di Tystnaden, in Svezia, cresciuto tra i boschi di conifere insieme al fratello Linus, partito con lui alla volta dell’America in cerca di avventura e fortuna, separato dal fratello a Portsmouth, sbarcato per errore in California anziché a New York. La storia dell’odissea di un ragazzo che, per ricongiungersi al fratello, attraversa deserti aridi e impietosi, conosce la solitudine e la privazione nel cuore selvaggio dell’America, si imbatte in individui di tutte le risme e sfugge diverse volte alla morte. La storia di Håkan chiamato The Hawk, il Falco, il gigante divenuto leggenda.
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Failler Jean – Mary Lester 12 – 1998 – La nave infernale

Quando Mary si decide a fare visita a Guitte, una simpatica vecchina conosciuta a Concarneau nel corso di una precedente indagine, è troppo tardi: una crisi cardiaca l’ha stroncata pochi giorni prima. Chiacchierando col figlio Yves, che si occupa di navi, viene a sapere che da Lorient salpa un peschereccio, il Drakkar, il quale nelle ultime traversate ha subito una serie misteriosa di incendi. Mary, per affetto nei confronti della povera Guitte, decide di aiutare Yves a risolvere il mistero e smascherare il folle piromane. Per farlo si imbarca sotto le mentite spoglie di una giornalista documentarista sul Drakkar, per una campagna di pesca in acque che si riveleranno tutt’altro che tranquille. E sull’oceano, tra le isole Faer Oer e l’Islanda, Mary si troverà più spesso vicina all’Inferno che al Paradiso…

Fai Piano Quando Torni

«*Silvia Truzzi affonda le sue parole nello spazio cieco di ogni donna, di ogni uomo. È nata una scrittrice.*»
**Roberto Saviano**
«*Nei libri continuo a cercare un sollievo, una luce nel buio. Margherita e la sua amica improbabile mi hanno ricordato come le ferite del cuore vadano affrontate e curate con coraggio, ma senza vergognarsi delle cicatrici che lasciano. Perché le cicatrici sono la cerniera di tenerezza che ci impedisce di sprofondare nel cinismo.*»
**Corriere della Sera – Massimo Gramellini**
«*La prosa di Silvia Truzzi è ipnotica. Ogni suo periodare – nei dialoghi e nelle scene – è un mantra cui chi legge porta se stesso. Ed è come quando si narra di una favola che impegna anni e anni per sbocciare tra i giorni grigi.*»
**Il Fatto Quotidiano – Pietrangelo Buttafuoco**
Margherita ha trentaquattro anni e un lavoro che ama. È bella, ricca ma disperatamente incapace di superare sia la scomparsa dell’adorato papà, morto all’improvviso otto anni prima, sia l’abbandono del fidanzato che l’ha lasciata senza troppe spiegazioni. Dopo un grave incidente d’auto si risveglia in ospedale. Qui incontra una signora anziana che da poco è stata operata al femore. Anna, oggi settantaseienne – nata poverissima, «venduta» come sguattera da bambina – ha trascorso la vita in compagnia di un marito gretto e di una figlia meschina, eppure ha conservato una gioia di vivere straordinaria. Merito delle misteriose lettere che, da più di mezzo secolo, scrive e riceve ogni settimana.
I mondi di queste due donne sono lontanissimi: non fossero state costrette a condividere la stessa stanza, non si sarebbero mai rivolte la parola. Dopo i primi tempestosi scontri, però, fuori dall’ospedale il cortocircuito scatenato dalla loro improbabile amicizia cambierà in meglio la vita di entrambe.

Un romanzo pieno di grazia che racconta, con tono ironico e sorprendentemente leggero, il dolore della perdita e la fatica della rinascita.
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### Sinossi
«*Silvia Truzzi affonda le sue parole nello spazio cieco di ogni donna, di ogni uomo. È nata una scrittrice.*»
**Roberto Saviano**
«*Nei libri continuo a cercare un sollievo, una luce nel buio. Margherita e la sua amica improbabile mi hanno ricordato come le ferite del cuore vadano affrontate e curate con coraggio, ma senza vergognarsi delle cicatrici che lasciano. Perché le cicatrici sono la cerniera di tenerezza che ci impedisce di sprofondare nel cinismo.*»
**Corriere della Sera – Massimo Gramellini**
«*La prosa di Silvia Truzzi è ipnotica. Ogni suo periodare – nei dialoghi e nelle scene – è un mantra cui chi legge porta se stesso. Ed è come quando si narra di una favola che impegna anni e anni per sbocciare tra i giorni grigi.*»
**Il Fatto Quotidiano – Pietrangelo Buttafuoco**
Margherita ha trentaquattro anni e un lavoro che ama. È bella, ricca ma disperatamente incapace di superare sia la scomparsa dell’adorato papà, morto all’improvviso otto anni prima, sia l’abbandono del fidanzato che l’ha lasciata senza troppe spiegazioni. Dopo un grave incidente d’auto si risveglia in ospedale. Qui incontra una signora anziana che da poco è stata operata al femore. Anna, oggi settantaseienne – nata poverissima, «venduta» come sguattera da bambina – ha trascorso la vita in compagnia di un marito gretto e di una figlia meschina, eppure ha conservato una gioia di vivere straordinaria. Merito delle misteriose lettere che, da più di mezzo secolo, scrive e riceve ogni settimana.
I mondi di queste due donne sono lontanissimi: non fossero state costrette a condividere la stessa stanza, non si sarebbero mai rivolte la parola. Dopo i primi tempestosi scontri, però, fuori dall’ospedale il cortocircuito scatenato dalla loro improbabile amicizia cambierà in meglio la vita di entrambe.

Un romanzo pieno di grazia che racconta, con tono ironico e sorprendentemente leggero, il dolore della perdita e la fatica della rinascita.
### Dalla seconda/terza di copertina
«Nei libri continuo a cercare un sollievo, una luce nel buio. Margherita e la sua amica improbabile mi hanno ricordato come le ferite del cuore vadano affrontate e curate con coraggio, ma senza vergognarsi delle cicatrici che lasciano. Perché le cicatrici sono la cerniera di tenerezza che ci impedisce di sprofondare nel cinismo.» Massimo Gramellini, Corriere della Sera . «La prosa di Silvia Truzzi è ipnotica. Ogni suo periodare – nei dialoghi e nelle scene – è un mantra cui chi legge porta se stesso. Ed è come quando si narra di una favola che impegna anni e anni per sbocciare tra i giorni grigi.» Pietrangelo Buttafuoco, il Fatto Quotidiano.

Facciamo un gioco

Parigi, 20 luglio 2002. Una giovane donna compra «Le Monde» e sale sul treno per La Rochelle. A destinazione l’aspetta il suo compagno, che di mestiere fa lo scrittore.
È stato lui a prenderle il biglietto, è stato lui a chiederle di comprare il giornale: è stato lui a predisporre la trappola, perché proprio quel giorno deve uscire un suo racconto.
La donna si siede nel posto prenotato, apre il giornale. Legge.
E capisce. È una lettera per lei, una lettera così intima da poter finire in mano ai 600 000 lettori di «Le Monde». Ma di che lettera si tratta? «Voglio farti una proposta. A partire da questo momento, tu farai tutto quello che ti dico». E quello che lui dice ha un solo scopo: dare vita a una fantasia erotica, toccare il corpo di lei con la semplice immaginazione. Emmanuel Carrère, però, non ha scritto solo un eccitante divertissement estivo. *Facciamo un gioco* è un esercizio di ipnosi attraverso lo sguardo di un fantasma. Quello dell’amante che vuole ingannare l’attesa, e finisce per essere ingannato.

Il fabbricante di storie. Vita di Giorgio Scerbanenco

“Narratore, autentico e instancabile, della razza di un Georges Simenon”, come lo definì fulmineo Oreste del Buono, Giorgio Scerbanenco veniva da lontano, da quella Russia zarista che lasciò ancora in fasce e che lo accompagnerà per sempre nel suono di un cognome diventato il marchio del maestro indiscusso del noir italiano. La vita di Scerbanenco, ricostruita in questo libro per la prima volta dalla figlia Cecilia attingendo a un’ampia mole di documenti dall’archivio di famiglia, ha il ritmo della sua scrittura: instancabile, multiforme, tagliente nell’indagare le sottigliezze dell’animo umano, illuminata dall’ironia. Una scrittura al servizio dei lettori dapprima nelle redazioni dei giornali e dei periodici con cui collabora dagli anni ’30, segnalato da Cesare Zavattini che aveva intuito il talento di quel giovane che batteva sui tasti della macchina da scrivere. Negli anni ’60 arriva finalmente il successo in libreria con la serie di romanzi con protagonista Duca Lamberti, che gli valgono la consacrazione internazionale: dopo una vita nell’ombra, spesso scrivendo sotto pseudonimo, la stella di Scerbanenco poteva finalmente brillare. L’autore di Venere privata e Milano calibro 9 rivive in queste pagine nelle sue molteplici scritture, dal rosa al giallo, dalla radio al cinema, e in un’inedita dimensione privata, piena di sorprese e inquietudini come la trama di uno dei suoi romanzi.

(source: Bol.com)

La fabbrica delle meraviglie

Insegnante di pianoforte, appassionata di teatro, è sposata e ha un figlio. Adora la Scozia, le storie in costume e gli indovinelli. Vive negli Stati Uniti, a Nashville, Tennessee. In una notte di nebbia Katharine arriva in una misteriosa tenuta vittoriana con l’incarico di controllare che l’eccentrico zio George non stia dilapidando il patrimonio di famiglia. Convinta di incontrare un uomo sull’orlo della follia scopre invece che lo zio è un geniale inventore e sostenta una vivace comunità di persone straordinarie come lui, salvate dai bassifondi di Londra. Aiutato dal giovane e affascinante Lane, George realizza creazioni fantasmagoriche: pesci meccanici, bambole che suonano il pianoforte e orologi dai mille ingranaggi. Ma Katharine comprende ben presto che una trama di interessi oscuri minaccia il suo mondo pieno di meraviglie e, forse, il destino di tutta l’Inghilterra. Una storia di formazione ricca di suspense e avventura, con una incantevole protagonista divisa tra ragione e sentimento. Una nuova Jane Eyre, un destino da riscrivere La vita è come un orologio. Non è mai troppo tardi per avere la tua occasione. Basta portare indietro le lancette.
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### Sinossi
Insegnante di pianoforte, appassionata di teatro, è sposata e ha un figlio. Adora la Scozia, le storie in costume e gli indovinelli. Vive negli Stati Uniti, a Nashville, Tennessee. In una notte di nebbia Katharine arriva in una misteriosa tenuta vittoriana con l’incarico di controllare che l’eccentrico zio George non stia dilapidando il patrimonio di famiglia. Convinta di incontrare un uomo sull’orlo della follia scopre invece che lo zio è un geniale inventore e sostenta una vivace comunità di persone straordinarie come lui, salvate dai bassifondi di Londra. Aiutato dal giovane e affascinante Lane, George realizza creazioni fantasmagoriche: pesci meccanici, bambole che suonano il pianoforte e orologi dai mille ingranaggi. Ma Katharine comprende ben presto che una trama di interessi oscuri minaccia il suo mondo pieno di meraviglie e, forse, il destino di tutta l’Inghilterra. Una storia di formazione ricca di suspense e avventura, con una incantevole protagonista divisa tra ragione e sentimento. Una nuova Jane Eyre, un destino da riscrivere La vita è come un orologio. Non è mai troppo tardi per avere la tua occasione. Basta portare indietro le lancette.
### Dalla seconda/terza di copertina
Sharon Cameron: Insegnante di pianoforte, appassionata di teatro, è sposata e ha un figlio. Adora la Scozia, le storie in costume e gli indovinelli. Vive negli Stati Uniti, a Nashville, Tennessee.

La fabbrica dell’obbedienza

La fabbrica dell’obbedienza: Il lato oscuro e complice degli italiani by Ermanno Rea
“Come tanti Provenzano, le nostre case pullulano di santini e di refurtiva”Servili, bugiardi, fragili, opportunisti: il mondo continua a osservarci stupito e a chiedersi donde provengano, negli italiani, tante riprovevoli inclinazioni e tanta superficialità etica. In questo suo libro, sciolto e affabulatorio nella forma quanto ruvido e penetrante nella sostanza, Ermanno Rea ci trasporta indietro nel tempo alla ricerca delle origini stesse della “malattia”, del suo primo zampillare all’ombra di quel Sant’Uffizio che, nel cuore del secolo XVI, trasformò il cittadino consapevole appena abbozzato dall’Umanesimo in suddito perennemente consenziente nei confronti di santa romana Chiesa. Dopo oltre quattro secoli, la “fabbrica dell’obbedienza” continua a produrre la sua merce pregiata: consenso illimitato verso ogni forma di potere (tanto meglio se dal cuore marcio, dal momento che la Controriforma – ci spiega l’autore – sa essere sempre molto indulgente con se stessa e con i propri alleati e sostenitori). Da allora nulla è più cambiato: l’italiano si confessa per poter continuare a peccare; si fa complice anche quando finge di non esserlo; coltiva catastrofismo e smemorante cinismo con eguale determinazione. Dall’Ottocento unitario fino alla maestosa festa mediatica del berlusconismo, il proverbiale “Mario Rossi” ha indossato la stessa maschera del Girella ossequioso: viva il potere! viva i ricchi! viva la Chiesa!

La fabbrica degli orrori

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Frank Cauldhame, il diciassettenne protagonista della “Fabbrica degli orrori”, è uno dei personaggi più cattivi della letteratura, non solo contemporanea. Frank uccide: a sangue freddo, minuscoli insetti e innocenti bambini. Frank odia: il padre, ex hippy con manie da scienziato pazzo; la madre, che lo ha abbandonato subito dopo averlo messo al mondo; tutte le donne, quasi tutti gli uomini e la maggior parte degli animali. Ha un fratello, maniaco incendiario appena uscito dal manicomio (le cui vittime preferite sono i cani). E ha un amico, Jamie il nano, con cui beve birra al pub. Frank non piace a nessuno e nessuno piace a lui, in realtà non piace nemmeno a se stesso e vive una vita scandita da complessi rituali, plasmati sulla base di una personale religione.
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Fa’ che questa strada non finisca mai

“Qualcuno dice però che, tra le sofferenze di quella notte e del giorno successivo, la più grande per il Nazareno fu quella di non vedere me, e io penso che quel qualcuno abbia ragione, perché non solo io e quell’uomo eravamo veramente amici, ma lui è stato il più grande tra tutti i miei amici, e forse io il suo.” Lo si capisce leggendo attentamente il Vangelo: quella tra Gesù e Giuda Iscariota fu una grande amicizia, che crebbe a dispetto della radicale differenza di vedute tra i due, e che nemmeno il tradimento riuscì a cancellare. Giuda amava la legalità, l’armonia, Gesù amava le eccezioni, e portava la guerra. Giuda è un ebreo devoto, un uomo razionale, che tradisce Gesù nella speranza di salvarlo dall’ira della gente e soprattutto dalla sua “presunta” follia, affidando il suo destino alla Legge di Mosé mediante un regolare processo. Solo dopo avere compiuto il suo gesto Giuda comincia a rendersi conto dell’enormità del proprio sbaglio, e dell’orrore che, attraverso quella porta aperta, fa il suo ingresso nel mondo. Tuttavia l’ultima parola non è ancora stata pronunciata: nemmeno tutte le tenebre del mondo possono cancellare la realtà dell’affetto che li ha uniti.

(source: Bol.com)

Fa troppo freddo per morire

Fa troppo freddo per morire by Christian Frascella
C’è un uomo con un coltello piantato nel petto, dentro un locale a luci rosse di Torino. Fuori, un quartiere multietnico che assomiglia al mondo. A indagare sarà un investigatore destinato a lasciare il segno: Contrera, un adorabile sbruffone che nasconde dietro la battuta pronta i guai di una vita buttata all’aria con metodo. Il suo ufficio è in una lavanderia a gettoni. Tra poliziesco e commedia, *Fa troppo freddo per morire* è un *crimedy* senza molti paragoni, una miscela tutta nuova. Inizi a leggerlo e provi di tutto. Ridi, pensi, ti commuovi, segui l’indagine, poi le disavventure sentimentali del protagonista, fai insieme a lui il bilancio della tua vita, stai attento a un altro indizio. E alla fine – grazie alla qualità della scrittura – vorresti che il viaggio non fosse finito.
Come può essere un quartiere di Torino che si chiama Barriera di Milano? Un avamposto verso il resto del mondo. Infatti, da roccaforte operaia si è trasformato in una babele multietnica. È qui, in una lavanderia a gettoni gestita da un magrebino, che Contrera riceve i suoi clienti. Accanto a un piccolo frigo pieno di birre che provvede a svuotare sistematicamente. I suoi quarant’anni li ha trascorsi quasi tutti per quelle strade. Faceva il poliziotto ma si è fatto cacciare per una brutta storia di droga, ora fa l’investigatore privato senza ufficio ma non senza fantasia. Ha una Panda Young da un quinto di secolo: e quello è «il rapporto piú duraturo che abbia mai avuto nella vita». La sua ex moglie lo detesta e la figlia adolescente si rifiuta di rivolgergli la parola. Ad amarlo restano giusto la sorella e i due nipoti, divertiti dalla sua eccentricità. Quando Mohamed, il proprietario della lavanderia, gli chiede di aiutare un ragazzo che si è indebitato con una banda di albanesi, Contrera non può certo tirarsi indietro. Ma come in ogni poliziesco che si rispetti, le cose sono molto piú complicate di quanto sembri a prima vista: e quando salta fuori il primo cadavere, Contrera capisce di essersi ficcato in un pasticcio nel quale finirà per rischiare non solo la pelle.

Exit West

Nadia e Saeed vogliono tenere in vita il loro amore giovane e fragile mentre la guerra civile divora strade, case, persone. Si narra, però, che esistano porte misteriose che conducono dall’altra parte del mondo, verso una nuova speranza…Mohsin Hamid ha scritto un romanzo tenero e spietato, capace di dare un senso a questi tempi di disorientamento e follia con la potenza visionaria della grande letteratura. Exit West è un libro venuto dal futuro per dirci che nessuna porta può piú essere chiusa.
‘In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiú in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un’aula scolastica e non le parlò’. Saeed è timido e un po’ goffo con le ragazze: cosí, per quanto sia attratto dalla sensuale e indipendente Nadia, ci metterà qualche giorno per trovare il coraggio di rivolgerle la parola. Ma la guerra che sta distruggendo la loro città, strada dopo strada, vita dopo vita, accelera il loro cauto avvicinarsi e, all’infiammarsi degli scontri, Nadia e Saeed si scopriranno innamorati. Quando tra posti di blocco, rastrellamenti, lanci di mortai, sparatorie, la morte appare l’unico orizzonte possibile, inizia a girare una strana voce: esistono delle porte misteriose che se attraversate, pagando e a rischio della vita, trasportano istantaneamente da un’altra parte. Inizia cosí il viaggio di Nadia e Saeed, il loro tentativo di sopravvivere in un mondo che li vuole morti, di restare umani in un tempo che li vuole ridurre a problema da risolvere, di restare uniti quando ogni cosa viene strappata via. Con la stessa naturalezza dello zoom di una mappa computerizzata, Mohsin Hamid sa farci vedere il quadro globale dei cambiamenti planetari che stiamo vivendo e allo stesso tempo stringere sul dettaglio sfuggente e delicato delle vite degli uomini per raccontare la fragile tenerezza di un amore giovane. In un certo senso Hamid ha ripetuto per l’oggi quello che i classici dell’Ottocento, ad esempio Guerra e pace, hanno sempre fatto: raccontare l’universale della Storia attraverso il particolare dei destini individuali, riportare ciò che è frammentario, l’esperienza del singolo, alla compiuta totalità dell’umano. Hamid ha scritto un romanzo di attualità sconvolgente, capace di dare un senso a questi tempi di disorientamento e follia con la potenza visionaria della grande letteratura. Con Exit West, Mohsin Hamid ha scritto il suo capolavoro.
(source: Bol.com)

L’evoluzione umana: Ominidi e uomini prima di Homo sapiens

Una storia prima della storia. Ossa fossili, denti, manufatti, siti preistorici e dati genetici per ricostruire l’evoluzione di un gruppo di scimmie antropomorfe che, intorno a 6 milioni di anni fa, in Africa, intrapresero l’intricato percorso evolutivo che diede origine alla nostra specie. E’ la lunga vicenda raccontata in questo libro: dalle origini, quando primati bipedi popolavano un habitat ancora forestale, alla varietà delle cosiddette “australopitecine” – fra cui la nota Lucy -, all’emergere del genere Homo, fino alla comparsa sulla scena di Homo sapiens e alla sua (nostra) affermazione sull’intero pianeta. Un percorso lungo e complesso, fondamentale per la nostra natura di esseri biologici e, al tempo stesso, culturali.

L’evoluzione della PNL. Dalle origini alla next generation

La Programmazione Neuro-Linguistica è una disciplina giovane, potente e fortemente dinamica. Dalla sua nascita negli anni Settanta fino a oggi, si è diffusa in tutto il mondo, toccando la vita di milioni di persone. Contemporaneamente ha conosciuto un’evoluzione senza sosta. Per Robert Dilts, che fin dagli albori è stato uno dei protagonisti di quest’avventura, era arrivato il momento per fare il punto della situazione, dalle prime intuizioni di Richard Bandler e John Grinder fino ai più recenti sviluppi.

L’evoluzione della fisica

Pubblicato in inglese alla vigilia della Seconda guerra mondiale e subito proposto in traduzione, “L’evoluzione della fisica” dovette aspettare la fine del conflitto per vedere la sua pubblicazione in Italia. Da allora (1948) questo testo non ha più smesso di rappresentare un punto di riferimento obbligato per il concetto stesso di divulgazione scientifica e per la fisica in particolare. Scritto dai protagonisti assoluti della rivoluzione della fisica relativistica e quantistica, ma destinato a un pubblico di non specialisti, il libro è il testo fondativo della moderna divulgazione delle idee, la pietra di paragone di ogni altro libro di fisica, che permette di intuire la straordinaria importanza e il valore rivoluzionario della svolta della fisica del Novecento.
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Evil (inediti d’autore)

Il vento spirava dal vicino oceano e scuoteva le gigantesche fronde della quercia. L’agronomo che stava esaminando il tronco millenario non poteva conoscerne la storia. L’albero si ergeva su una collinetta a ridosso del cimitero, appena dietro la chiesa battista della cittadina di Salem. Il dottor Curtis appuntò nuove misure sul taccuino, quindi si sistemò gli occhiali sottili sul naso adunco e affermò con risolutezza: «Questa va bene! Tra una settimana procederemo all’abbattimento». Posò il palmo della mano sul tronco e si rivolse alla quercia come se potesse sentirlo: «Devi essere contenta, cara mia. Il tuo nobile legno sarà il fasciame per la goletta America. E quella diventerò la barca più veloce del mondo». 
«Volete abbattere Big Oak, dottor Curtis?» chiese uno degli uomini che accompagnava l’esperto di legnami. 
«Ma certo, mio buon amico. Che cos’ha di diverso quella quercia da un’altra?» rispose l’agronomo da sopra gli occhiali.
«Conoscete la storia della nostra città, signore? Sapete che cosa accadde qui a Salem oltre un secolo e mezzo fa?» «Certo, sono a conoscenza di quegli avvenimenti. Si sarà trattato di fenomeni di suggestione di massa, capaci di produrre una serie di allucinazioni collettive… Non crederete ancora alle streghe, amico mio!» «Nel 1692,» proseguì l’altro quasi si sentisse in dovere di mettere in guardia l’agronomo da futuri spiacevoli imprevisti «la figlia e la nipote del reverendo Parris accusarono sintomi inspiegabili e comportamenti che vennero identificati come propri degli indemoniati. Da quel momento in poi nella puritana Salem scoppiò il finimondo: la gente pareva impazzita e nella comunità – poco più di un migliaio di persone all’epoca – cominciò a serpeggiare il terribile sospetto che alcuni degli abitanti fossero dediti a pratiche di stregoneria. Venne addirittura istituito un tribunale che condannò decine di persone a pene severissime. Molto di questi finirono i proprio giorni appesi a una solida corda che pendeva proprio dalle fronde di Big Oak.» «Se dovessi farmi carico di tutte le leggende che attraversano gli States, starei fresco. È difficile, poi, trovare in tutto il paese una quercia pluricentenaria dove non sia mai stato impiccato un delinquente, un disertore, un ribelle o un assassino. Quella era la prassi, al tempo.» «Già, ma nessuno di loro era dotato dei poteri di Evil.» «Evil? Il Male?» «Sì, era soprannominato proprio così lo stregone che venne giustiziato qui a Salem. Fu uno degli ultimi a essere impiccato. Il mio bisnonno faceva parte del corpo di polizia locale, e la storia di Evil viene tramandata nella mia famiglia, come credo in tutte le altre della nostra città. Mentre gli infilavano il cappio al collo, Evil scrutò i presenti col suo sguardo di fuoco e lanciò la sua maledizione: “Pensate che sia sufficiente uccidere il mio corpo per liberarvi di me? Il mondo sarà presto nelle mie mani. Non ho fretta. Lo scorrere del tempo per me ha altri valori, diversi dai vostri, miseri bigotti. Il mio spirito dovrà soltanto aspettare che qualcuno lo liberi, e allora nessuno potrà fermarmi”. Fu una bambina, per ironia della sorte chiamata Angela, a lanciare un grido di terrore, non appena Evil smise di parlare. “Impiccatelo!” gridò Angela. E quella parola suonò come un ordine alle orecchie del boia. Il Male non fece resistenza mentre gli passavano la corda attorno al collo, anzi un sorriso di scherno si dipinse sul suo volto. Dall’alto della cavalcatura, con le mani legate dietro la schiena, lo sguardo inquietante del condannato continuava a correre sui presenti. Il boia affibbiò una sonora pacca sulle terga del cavallo, ma l’animale non si mosse. Allora il carnefice colpì con maggior forza, ma non ottenne reazione. A quel punto, il vento prese a soffiare impetuoso. Nello scompiglio che si andò a creare, tra vortici di polvere e foglie secche, il cavallo decise di lanciarsi nella corsa che avrebbe disarcionato il Male, impiccandolo. Ci fu un istante di silenzio, sotto il cielo carico di nubi scure. Il corpo rimase come sospeso, quindi il Male prese a scalciare convulsamente al vento. Pochi fecero caso a un bagliore azzurrognolo che fu emesso dalla bocca spalancata del moribondo, ma quei pochi giurarono che la misteriosa luce avesse preso il volo a grande velocità, sino a scomparire per sempre all’interno del tronco di Big Oak.» «Bene, bene. Una gran bella storia per tenere svegli i bambini» disse l’agronomo mentre tracciava con un pennello intinto nella vernice rossa un segno identificativo sul tronco gigantesco. «Ma credo sia giusto così. Per equipaggiare lo schooner America, un veliero che passerà alla storia, è giusto utilizzare dei materiali che posseggano, loro stessi, un glorioso passato…»  
 

Evan: O’Connor Brothers

Evan: O’Connor Brothers by A. S. Kelly
Ci ho provato a essere un O’Connor.
Ho cercato di correre più veloce, di essere più brillante. Ho provato a renderli orgogliosi, a dimostrargli che meritavo un posto tra i vincenti, ma sono rimasto sempre alle loro spalle e sapete perché? Perché quando ci sono gli O’Connor tutti spariscono, figuriamoci uno come me.
Io sono e resto il piccolo Evan.
E certe cose non cambiano.
E allora cosa fai quando non sei in grado di dimostrargli il contrario? Quando non puoi renderli fieri, cosa fai?
Fai quello che si aspettano: li deludi.
Gli dai la versione peggiore di te.
E ci stavo talmente bene in quei panni che non avevo alcuna intenzione di indossarne degli altri.
Non avevo bisogno di loro e loro non avevano bisogno di me.
E poi.
E poi è arrivato quello che non mi aspettavo.
È arrivato quello che la vita aveva davvero in serbo per me.
E ci ho creduto.
E mi sono ritrovato.
E mi sono innamorato.
E le ho regalato l’unica versione di Evan Kane che meritava.
E ho fatto promesse. E ne ho fatte tante. E ho provato a mantenerle tutte, tranne l’unica promessa che mi aveva chiesto di non fare.
E ora lei non ci crede più.
Ho deluso l’ultima persona che avrei mai voluto deludere.
E ora non ci credo più neanche io.
Perché senza di loro non c’è niente in cui valga la pena credere.