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Gala Cox – Il mistero dei viaggi nel tempo (Fanucci Narrativa)

Gala Cox Gloucestershire ha quindici anni e frequenta il liceo artistico. Ha un carattere indeciso, un’intelligenza fuori dal comune e la passione per le materie tecniche. E non sta affrontando un bel momento: ha appena perso la sua migliore amica, Nadia, in un terribile incidente dai risvolti misteriosi e il suo amatissimo papà se n’è andato di casa senza una ragione apparente.
Ora Gala vive con la mamma Orietta, medium scostante e autoritaria, e alcuni spiriti vaganti tra i quali l’indiano Matunaaga e la monaca benedettina Ildegarda di Bingen.
Gala crede di sapere tutto sull’aldilà, fino a quando non inizia a frugare nello studio del padre alla ricerca di una traccia che le permetta di ritrovarlo. Qui, una scoperta casuale le aprirà le porte di un mondo prima sconosciuto, catapultandola in una realtà parallela e pericolosa.
In un graduale e inesorabile susseguirsi di avvenimenti e scoperte, Gala vedrà crollare le proprie certezze una ad una. L’amore per le persone a lei care la spingerà a intraprendere una lotta che la renderà una ragazza più forte, molto più di quanto abbia mai potuto immaginare.
La storia di un’adolescente quasi normale, che tra appassionanti viaggi nel tempo e dialoghi con gli spiriti, diventa una riflessione sulla vita e su cosa ci attende nel nostro futuro.
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### Sinossi
Gala Cox Gloucestershire ha quindici anni e frequenta il liceo artistico. Ha un carattere indeciso, un’intelligenza fuori dal comune e la passione per le materie tecniche. E non sta affrontando un bel momento: ha appena perso la sua migliore amica, Nadia, in un terribile incidente dai risvolti misteriosi e il suo amatissimo papà se n’è andato di casa senza una ragione apparente.
Ora Gala vive con la mamma Orietta, medium scostante e autoritaria, e alcuni spiriti vaganti tra i quali l’indiano Matunaaga e la monaca benedettina Ildegarda di Bingen.
Gala crede di sapere tutto sull’aldilà, fino a quando non inizia a frugare nello studio del padre alla ricerca di una traccia che le permetta di ritrovarlo. Qui, una scoperta casuale le aprirà le porte di un mondo prima sconosciuto, catapultandola in una realtà parallela e pericolosa.
In un graduale e inesorabile susseguirsi di avvenimenti e scoperte, Gala vedrà crollare le proprie certezze una ad una. L’amore per le persone a lei care la spingerà a intraprendere una lotta che la renderà una ragazza più forte, molto più di quanto abbia mai potuto immaginare.
La storia di un’adolescente quasi normale, che tra appassionanti viaggi nel tempo e dialoghi con gli spiriti, diventa una riflessione sulla vita e su cosa ci attende nel nostro futuro.
### Dalla seconda/terza di copertina
Raffaella Fenoglio è nata a Sanremo, vive a Vallebona con il marito, il figlio, il cane Steel e i due pesci rossi Indie e Pendent. Con alcune amiche ha fondato l’associazione P.E.N.E.L.O.P.E., impegnata sul territorio nell’educazione di genere e nella lotta al femminicidio. È la blogger di Tre Civette sul Comò, il primo Food Blog italiano Low-Ig, e tiene una rubrica sulla rivista Bluecult.it intitolata Non sono zuccherosa. Rilegge molte volte gli stessi libri ed è assolutissimamente stonata, ama la pizza, le trattorie e i quotidiani cartacei. È rete-dipendente, allergica alle pesche e ai gatti, ama i viaggi in treno. Colore preferito? Tutti!

Il gabbiano Jonathan Livingstone

Johnathan è un gabbiano diverso dagli altri: il suo desiderio non è mangiare, ma imparare a volare in modo perfetto. Per questo è rimproverato dai suoi genitori ed escluso dagli altri componenti del suo stormo, lo Stormo Buonappetito, in quanto nessuno capisce la sua passione per il volo, dal momento che volare è considerato soltanto come una comodità per procurarsi il cibo. Nonostante la buona volontà di Jonathan per cercare di essere un gabbiano come tutti gli altri e di non dedicarsi più alla sua passione, il suo desiderio di trovare il volo perfetto è più forte di lui e in poco tempo riesce a compiere acrobazie incredibili, mai compiute da nessun altro volatile. Ma lo Stormo non lo accetta. Abbandonato e solo, Jonathan trascorre diversi anni ad esercitarsi nel volo finché un giorno,dopo essere morto cioè passare ad un livello successivo dopo la morte, lo raggiungono due gabbiani dalle piume candide, che si librano nell’aria con lui. Questi lo convincono a seguirli nel Paradiso dei Gabbiani, un luogo dove potrà volare con più facilità, e tutto quello che aveva appreso sarebbe stata una piccolissima parte del cammino verso la perfezione. Jonathan accetta, diventando anche lui bianco e splendente come i suoi nuovi compagni. Per diversi anni rimane nel Paradiso dei Gabbiani sotto la guida di Sullivan, suo maestro ed amico. È lo stesso Sullivan, insieme ad altri gabbiani, a spiegargli che quello non è il Paradiso, ma solo un livello transitorio, dopo il quale si passa in un Paradiso più in alto ancora, fino a raggiungere la perfezione e che tutti, prima o poi, saliranno di piano in piano. Quando finalmente raggiunge i livelli del suo maestro, si accorge che – nonostante tutto ciò che ha imparato – il suo corpo gli è ancora d’intralcio. Così chiede al gabbiano più anziano, Ciang, di insegnargli a volare alla velocità del pensiero, a superare il “qui ed ora”, cosa che soltanto Ciang sa fare. Dopo molti tentativi, Jonathan riesce nel suo impegno, ma poche settimane dopo Ciang muore e viene portato in un Paradiso superiore. Egli lascia il posto di maestro a Jonathan: non basta allenarsi al volo perfetto, il vero scopo è allenarsi a capire il segreto della bontà e dell’amore, ovvero la cosa più difficile da mettere in pratica. Rimasto senza guida, Jonathan tormentato dal desiderio di insegnare al resto dei gabbiani dello Stormo Buonappetito tutto ciò che ha appreso, confessa a Sullivan i suoi pensieri, ma questo lo convince ad aiutarlo nella sua attività di addestramento dei nuovi arrivati. Qualche tempo dopo, torna il desiderio di andare ad insegnare allo stormo Buonappetito: così saluta Sullivan e parte per ritornare al suo luogo di origine, dove trova un giovane: Fletcher Lynd, che diventa suo allievo.

G come guai

È il cinque maggio e Kinsey sta festeggiando il suo trentatreesimo compleanno. Fra i suoi regali c’è la telefonata di un detective, un collega che la mette in guardia: il suo nome è nella lista delle vittime designate di Mark Messinger, uno psicopatico ingaggiato da un ergastolano per vendicarsi di lei, che lo aveva arrestato. Ma l’investigatrice di Santa Monica ha altre cose per la testa: deve indagare sulla scomparsa di una bizzarra e arzilla ottantenne che vive sola in una roulotte nel deserto californiano del Mojave…
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Futuro

Nel mondo che conosciamo l’idea di futuro è ipotecata dalle carenze e dalle paure del presente. Sul futuro proiettiamo speranze di riscatto e attese di progresso; dal futuro temiamo qualche apocalisse. Forse, però, esiste un modo meno pregiudicato di guardare al tempo che verrà, liberandolo dai tanti chiaroscuri che finora si sono rivelati solo dei gravami, senza propiziare o sventare alcunché. Dopo tutto, il mito del futuro è speculare a quello delle origini. Da antropologo, Marc Augé ha dimestichezza con una pluralità di luoghi e di tempi, e proprio per questo sa riconoscere i nonluoghi e il nontempo che ogni giorno attraversiamo. Chi, come lui, è abituato a confrontarsi sia con la pienezza sia con la bassa intensità di senso, ragiona sul futuro da una prospettiva diversa: è l’eccesso di visione, di rappresentazioni precostituite che impedisce di concepire il cambiamento a partire dall’esperienza storica concreta. Con un vero colpo d’ala, Augé coniuga scienza e futuro, ossia rimette in onore l’aspetto della scienza che più si discosta dalla tracotanza e dalla dismisura, e dai loro guasti planetari. Solo la sistematica messa in dubbio delle nozioni di certezza, verità e totalità permette infatti di rompere il cerchio magico che appiattisce l’avvenire su un eterno, allucinato presente.

Fútbol. Storie di calcio

Centravanti di buone speranze – “ricordo di aver fatto più di trenta goal in campionato” -, fino a che la carriera calcistica non gli viene stroncata da un incidente, Osvaldo Soriano diviene innanzi tutto cronista sportivo e solo in seguito, con “Triste, solitario y final”, del 1973, uno dei romanzieri più amati e acclamati dell’America latina. Ma questa sua passione per lo sport, e per il fútbol in particolare, non l’ha mai lasciato. Scrive con la stessa passione e lo stesso amore di grandi campioni – uno tra tutti Diego Armando Maradona – e di oscuri portieri, di arbitri improbabili, di allenatori in pensione. Storie di calcio, di memoria, di personaggi indimenticabili, come il figlio di Butch Cassidy o il míster Peregrino Fernández, ma “imperfetti” (come diceva lui stesso), che giocano partite senza fine, contro un avversario o contro la vita. Venticinque racconti di calcio che attraversano l’intera sua produzione letteraria, con sei racconti in più rispetto all’edizione precedente.
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Furore Simbolo Valore

*Furore Simbolo Valore* è considerato un classico del pensiero antropologico del Novecento, ancora oggi sorprendente per il rigore teorico e per la straordinaria attualità delle problematiche affrontate. I tre saggi che compongono questa raccolta, organizzata dallo stesso De Martino, sono legati da nessi sottili che conferiscono all’opera un respiro unitario.
*Mito, scienze religiose e civiltà moderna* tende a circoscrivere il senso e la funzione del fenomeno “religione”, ricondotto nell’alveo della produzione storica. Nell’ottica demartiniana i dispositivi mitico-rituali permettono di oltrepassare i momenti posti sotto il segno del furore (vale a dire dello smarrimento di sé e del significato culturale dell’esistere) e, di riflesso, mediano il recupero della dimensione dei valori umani.
*Furore in Svezia* è un’anticipazione e un compendio delle espressioni più inquietanti del disagio giovanile del nostro tempo.
In *Promesse e minacce dell’etnologia* prende forma un articolato progetto di trasformazione dell’esistente che presuppone una nuova coscienza umanistica, il cui fondamento risiede nel confronto critico tra l’Occidente e il “culturalmente alieno”. Un confronto che racchiude in sé l’essenza positiva di una scienza etnologica capace di promuovere sia la conoscenza dell’Altro sia una rinnovata consapevolezza storica delle scelte culturali occidentali, una scienza in grado di esorcizzare due fantasmi distinti, ma egualmente sinistri: quello della presunta superiorità dell’Occidente e quello del suo declino irreversibile, che favorisce il disimpegno e la fuga dalle responsabilità civili.
**Ernesto De Martino** è internazionalmente riconosciuto come uno dei protagonisti della scuola italiana di antropologia culturale. La modernità del suo pensiero è testimoniata dai molti studiosi contemporanei che si sono ispirati a lui o che dalle sue ricerche sono stati influenzati. Tra i nostri autori, basti citare Carlo Tullio-Altan, Giovanni Jervis e, tra i più giovani, Natale Losi e Paolo Apolito. Famoso per le sue ricerche sul campo che costituirono un’eccezione in un panorama di studiosi per lo più sedentari – come non ricordare i suoi scritti sul tarantismo? – De Martino fu anche un teorico eccezionale. Proprio questo aspetto riserva ancor oggi sorprese capaci di sviluppi fecondi. Di qui un ritorno di interesse per lo studio del suo pensiero e la decisione di rendere disponibile uno dei suoi testi teorici più interessanti.

Le furie di Calderon

“Tavi, ormai nel panico, li guardò. Erano in ricognizione? Era l’avanguardia di un’orda d’assalto? Sembrava assurdo: da più di quindici anni, da prima che Tavi nascesse, non si vedevano Marat nelle terre di Alera. In quel lontano passato avevano vinto, annientando la Legione della Corona e uccidendo il Princeps Gaius; ma poche settimane dopo le legioni di Alera li avevano schiacciati con forza. Adesso erano lì. E stavano per sferrare un attacco. E non avrebbero mai permesso che un ragazzino smilzo li vedesse e corresse a dare l’allarme.”

La furia delle immagini

La seconda rivoluzione digitale, caratterizzata dalla preminenza di Internet, dei social network e della telefonia mobile, e la società ipermoderna, segnata dall’asfissia del consumo, ci hanno catapultati in un’epoca postfotografica, nella quale abitiamo l’immagine nella stessa misura in cui essa ci abita. La postfotografia ci mette di fronte alla sfida della gestione sociale e politica di questa nuova realtà frutto di un’onnipresente iconosfera. Le immagini circolano in rete a folle velocità, non sono piú presenze inerti, e la loro incessante energia cinetica le rende attive, furiose, pericolose La postfotografia diventa cosí un contesto di pensiero visivo che certifica la smaterializzazione delle immagini e dei loro autori, dissolvendo le nozioni di originalità e proprietà, di verità e memoria.

(source: Bol.com)

Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?

C’è una storia d’amore importante, durata un anno e osteggiata da tutti, il primo grande amore e la sua fine. Perché Antonio è nero e per i genitori di lei il ragazzo sbagliato. E poi c’è la famiglia di Antonio, gli amici, la scuola e altri attimi del cuore. Ci sono incontri, amori, momenti che fanno crescere, istanti indimenticabili. “Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?” è la vita di un ragazzo raccontata di getto, inseguendo le emozioni, passando da un’immagine all’altra. Pagine cariche di sentimento, frasi che colpiscono il cuore e destinate a essere scritte e riscritte. Un racconto fatto di momenti singoli, come singole canzoni, che insieme fanno la playlist di una vita.
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Fuori a rubar cavalli

Nei boschi norvegesi al confine con la Svezia, nel 1948, il quindicenne Trond trascorre un’estate in compagnia del padre, loro due soli a tagliare un bosco; mesi di fatica immersi in una natura limpida e selvaggia, durante i quali sembrano stabilire un rapporto unico. Ma quando un evento tragico colpirà la famiglia di Jon, l’amico inseparabile del ragazzo, niente sarà più come prima. Trond comincerà a notare dettagli che gli sveleranno un rapporto speciale tra la sua famiglia e quella dell’amico e che gli renderanno meno oscure le circostanze dell’improvviso abbandono del padre. A cinquant’anni da quell’estate Trond decide di tornare in quella stessa vallata e l’inatteso incontro con Lars, il vicino di casa, fa riemergere vecchi ricordi… Con una prosa asciutta e precisa Per Petterson intreccia il bilancio di un’esistenza che volge al tramonto con il romanzo di formazione di un adolescente, svelando a poco a poco la trama dei sottili legami tra le avventure e le illusioni di un’estate lontana e il corso di una vita dominata dall’ombra dell’abbandono.
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### Sinossi
Nei boschi norvegesi al confine con la Svezia, nel 1948, il quindicenne Trond trascorre un’estate in compagnia del padre, loro due soli a tagliare un bosco; mesi di fatica immersi in una natura limpida e selvaggia, durante i quali sembrano stabilire un rapporto unico. Ma quando un evento tragico colpirà la famiglia di Jon, l’amico inseparabile del ragazzo, niente sarà più come prima. Trond comincerà a notare dettagli che gli sveleranno un rapporto speciale tra la sua famiglia e quella dell’amico e che gli renderanno meno oscure le circostanze dell’improvviso abbandono del padre. A cinquant’anni da quell’estate Trond decide di tornare in quella stessa vallata e l’inatteso incontro con Lars, il vicino di casa, fa riemergere vecchi ricordi… Con una prosa asciutta e precisa Per Petterson intreccia il bilancio di un’esistenza che volge al tramonto con il romanzo di formazione di un adolescente, svelando a poco a poco la trama dei sottili legami tra le avventure e le illusioni di un’estate lontana e il corso di una vita dominata dall’ombra dell’abbandono.

Fuorché l’onore

Estate 1982: lasciati alle spalle i due casi d’inizio estate (Il principe dei gigli e Casta Diva), il vicequestore Norberto Melis si trova in un pittoresco borgo della Liguria insieme all’agente Lambiase per un congresso organizzato dal ministero degli Interni. Quando tutto finalmente finisce, l’albergo viene invaso da scrittori e funzionari editoriali convenuti per un’importante manifestazione culturale. Che, però, ha inizio con un colpo di pistola. Chi ha ucciso il celebre autore in quella che ha tutta l’aria di una esecuzione? E perché? Coinvolto giocoforza nel caso, Melis, che per poco non è stato testimone oculare del delitto, si trova così alle prese con un mondo fatto anche di piccole invidie, bassezze, viltà. Ma è proprio tra i colleghi del morto – come tutti i letterati, persone più portate alle parole che ai fatti – che va cercato il colpevole? Davvero le ragioni dell’omicidio stanno in quel groviglio di maldicenze, di competizione ambiziosa e di antipatie che, sotto l’apparente stima reciproca, segna quel piccolo universo chiuso su se stesso? Non starà, invece, nell’ombra del passato la spiegazione di quella morte brutale? Fra personaggi delineati ora con sapiente ironia, ora con partecipata pietà, in una Liguria dove le solitudini e i silenzi dell’entroterra contrastano con l’immagine turistica colorata e vivace della costa, l’autore accompagna il protagonista pagina dopo pagina, intuizione dopo intuizione. E Melis, qui coadiuvato da un Lambiase dalla parlata incontenibile e fantasiosa, procede lentamente verso la verità. Che è, come sempre, dolorosa e complessa. Tale da lasciare l’amaro in bocca.
(source: Bol.com)

Il fuoco sacro di Roma

Il più importante archeologo italiano racconta il rito del fuoco pubblico che ha coronato la fondazione di Roma.

A Roma la dea del fuoco pubblico era Vesta. Il suo culto è stato istituito probabilmente da Romolo intorno alla metà dell’VIII secolo a.C. Due secoli dopo Roma incoraggia su questo fuoco pubblico un mito fondativo più cosmopolita: sarebbe stato portato nel Lazio da Enea, che lo avrebbe salvato da Troia in fiamme. Il fuoco dei Romani è stato spento e riacceso dalle vestali ogni primo giorno di marzo nel corso di 1150 anni. Le sei sacerdotesse, strappate da bambine alla famiglia, dovevano conservarsi illibate per almeno trent’anni. In compenso veniva loro riconosciuto un rango elevatissimo ed erano le sole donne che a Roma possedessero una piena capacità giuridica. Andrea Carandini e la sua scuola hanno ricostruito il santuario di Vesta e parte del circondario, contribuendo in modo fondamentale alla comprensione del centro sacrale, istituzionale e culturale della città-stato. Grazie a uno scavo durato un trentennio è stato possibile analizzare la radura o lucus di Vesta, i luoghi di culto dei Lari, di Marte e Ops, di Giove Statore, e conoscere le capanne e le case delle vestali, dei re e dei massimi sacerdoti della città-stato. Raccontare la storia di questo cuore urbano a un vasto pubblico è la ragione del libro. Non sarà più possibile una storia di Roma che ignori le scoperte di questo scavo condotto alla pendice settentrionale del Palatino.

(source: Bol.com)

Fuoco nero

1. Il reverendo Martin Luther King è stato brutalmente assassinato, e nelle città è scoppiata la rivoluzione. L’odio covato tanto a lungo incendia gli animi e le strade. In una Washington dilaniata dalla discriminazione razziale e da un’incontrollabile violenza, un ragazzo di colore, Derek Strange, ha appena realizzato il suo più grande sogno: è diventato un agente di polizia. E onesto, imparziale e crede fermamente che attraverso la legge le cose possano cambiare. Suo fratello Dennis non è della stessa pasta, la sua è la legge della strada, quella per cui ogni giorno è una scommessa e si racimolano i soldi spacciando droga, con piccoli furti e qualche rapina. Quando Dennis viene trovato con la gola squarciata in fondo a un vicolo, Derek si mette sulle tracce degli assassini, ma ben presto si accorge che la morte di un ragazzo nero non è poi così importante e che forse la legge a Washington non è uguale per tutti. Derek è di fronte a un bivio, ma il desiderio di vendetta prevarrà sul rispetto della legge, e il fuoco della rivolta sconvolgerà anche la sua vita.

Fuoco freddo

Jim Ironheart, un tranquillo insegnante, è “costretto” da un inspiegabile impulso a recarsi nell’Oregon per salvare un bambino in pericolo. La giornalista Holly Thorne assiste al gesto eroico, impressionata dal coraggio e dalla destrezza del giovane. Quando poi costui rifiuta di farsi intervistare, rimane colpita dalla sua modestia e decide di saperne di più. Qualche tempo dopo, viene informata di un’altra analoga impresa, questa volta a Boston. Su un giornale compare anche la foto del salvatore: è Jim. Convinta di avere tra le mani lo scoop della sua vita, la cronista si lancia all’inseguimento dell’uomo, scoprendo che negli ultimi tre mesi ha compiuto ben dodici “interventi” in altrettante città. Di quali strani poteri è dotato?

Il Fuoco Di Sant’antonio

Il libro descrive la storia di Sant’Antonio Abate, il grande taumaturgo ed il fondatore del monachesimo cristiano. Molto prima che ciò fosse una pratica comune tra i fedeli, egli praticò l’ascetismo nel deserto ad imitazione di Cristo e le sue tentazioni demoniache descritte nella biografia scritta da Sant’Atanasio hanno costituito il tema favorito di molti pittori ed ispirato ‘La Tentation de Saint Antoine’ di Gustave Flaubert. Padrone del fuoco e protettore degli animali, viene spesso raffigurato con accanto una fiamma ed un maialino, ragione per cui è anche chiamato ‘Sant’Antonio del porcello’. Egli era il santo prediletto dai contadini ed inoltre patrono dei cestai, dei porcai, dei ceramisti e di molte altre professioni, ma era famoso soprattutto per le sue capacità curative sì da divenire il santo taumaturgo per eccellenza. Pertanto, dal Medio Evo al XIX era invocato per curare le più dolorose piaghe che affliggevano l’umanità, soprattutto quelle più devastanti che furono chiamate ‘Fuoco di Sant’Antonio’. Questo termine includeva molte malattie completamente diverse tra loro, ma che avevano in comune solo un dolore intollerabile. Tra queste, l’ergotismo, l’eresipela e l’herpes zoster sono i tre disturbi più importanti riconosciuti nei secoli. Ancora oggi, in Italia, l’herpes zoster è comunemente chiamato ‘Fuoco di Sant’Antonio’. Di questa affascinante mistura di religione e medicina, di arte e tradizioni si legge in queste righe.
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### Sinossi
Il libro descrive la storia di Sant’Antonio Abate, il grande taumaturgo ed il fondatore del monachesimo cristiano. Molto prima che ciò fosse una pratica comune tra i fedeli, egli praticò l’ascetismo nel deserto ad imitazione di Cristo e le sue tentazioni demoniache descritte nella biografia scritta da Sant’Atanasio hanno costituito il tema favorito di molti pittori ed ispirato ‘La Tentation de Saint Antoine’ di Gustave Flaubert. Padrone del fuoco e protettore degli animali, viene spesso raffigurato con accanto una fiamma ed un maialino, ragione per cui è anche chiamato ‘Sant’Antonio del porcello’. Egli era il santo prediletto dai contadini ed inoltre patrono dei cestai, dei porcai, dei ceramisti e di molte altre professioni, ma era famoso soprattutto per le sue capacità curative sì da divenire il santo taumaturgo per eccellenza. Pertanto, dal Medio Evo al XIX era invocato per curare le più dolorose piaghe che affliggevano l’umanità, soprattutto quelle più devastanti che furono chiamate ‘Fuoco di Sant’Antonio’. Questo termine includeva molte malattie completamente diverse tra loro, ma che avevano in comune solo un dolore intollerabile. Tra queste, l’ergotismo, l’eresipela e l’herpes zoster sono i tre disturbi più importanti riconosciuti nei secoli. Ancora oggi, in Italia, l’herpes zoster è comunemente chiamato ‘Fuoco di Sant’Antonio’. Di questa affascinante mistura di religione e medicina, di arte e tradizioni si legge in queste righe.
### Dalla quarta di copertina
Il libro descrive la storia di Sant’Antonio Abate, il grande taumaturgo ed il fondatore del monachesimo cristiano. Molto prima che ciò fosse una pratica comune tra i fedeli, egli praticò l’ascetismo nel deserto ad imitazione di Cristo e le sue tentazioni demoniache descritte nella biografia scritta da Sant’Atanasio hanno costituito il tema favorito di molti pittori ed ispirato “La Tentation de Saint Antoine” di Gustave Flaubert. Padrone del fuoco e protettore degli animali, viene spesso raffigurato con accanto una fiamma ed un maialino, ragione per cui è anche chiamato “Sant’Antonio del porcello”. Egli era il santo prediletto dai contadini ed inoltre patrono dei cestai, dei porcai, dei ceramisti e di molte altre professioni, ma era famoso soprattutto per le sue capacità curative sì da divenire il santo taumaturgo per eccellenza. Pertanto, dal Medio Evo al XIX era invocato per curare le più dolorose piaghe che affliggevano l’umanità, soprattutto quelle più devastanti che furono chiamate “Fuoco di Sant’Antonio”. Questo termine includeva molte malattie completamente diverse tra loro, ma che avevano in comune solo un dolore intollerabile. Tra queste, l’ergotismo, l’eresipela e l’herpes zoster sono i tre disturbi più importanti riconosciuti nei secoli. Ancora oggi, in Italia, l’herpes zoster è comunemente chiamato “Fuoco di Sant’Antonio”. Di questa affascinante mistura di religione e medicina, di arte e tradizioni si legge in queste righe.