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Avrò i tuoi occhi

Un delitto particolarmente efferato scuote l’assonnata Genova: il cadavere seviziato di Amanda, figlia dell’assessore Adamo Lauria, viene ritrovato nella sua abitazione. Le è stata praticata la clitoridectomia, un’usanza tribale di origini africane, e le sono state asportate le pupille. Il corpo è disposto come la rappresentazione di un quadro di Maso da San Friano, rubato a Firenze qualche mese prima. Il caso viene affidato all’ispettore Elisa Canessa, affiancata dall’ispettore capo Bellosguardo Yasmani, appena arrivato da Milano. Elisa è amica della vittima, e la sua vita sta attraversando una fase delicata: deve lottare per ottenere l’affidamento del figlio Tommaso di due anni e mezzo. Mentre sta cercando di vincere questa battaglia, si trova a dare la caccia a un assassino che la trascinerà in un mondo a lei ignoto, fatto di riti oscuri ed estranei alla cultura occidentale.

Avevano spento anche la luna

Lina ha appena compiuto quindici anni quando scopre che basta una notte, una sola, per cambiare il corso di tutta una vita. Quando arrivano quegli uomini e la costringono ad abbandonare tutto. E a ricordarle chi è, chi era, le rimangono soltanto una camicia da notte, qualche disegno e la sua innocenza. È il 14 giugno del 1941 quando la polizia sovietica irrompe con violenza in casa sua, in Lituania. Lina, figlia del rettore dell’università, è sulla lista nera, insieme a molti altri scrittori, professori, dottori e alle loro famiglie. Sono colpevoli di un solo reato, quello di esistere. Verrà deportata. Insieme alla madre e al fratellino viene ammassata con centinaia di persone su un treno e inizia un viaggio senza ritorno tra le steppe russe. Settimane di fame e di sete. Fino all’arrivo in Siberia, in un campo di lavoro dove tutto è grigio, dove regna il buio, dove il freddo uccide, sussurrando. E dove non resta niente, se non la polvere della terra che i deportati sono costretti a scavare, giorno dopo giorno. Ma c’è qualcosa che non possono togliere a Lina. La sua dignità. La sua forza. La luce nei suoi occhi. E il suo coraggio. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna. Documenta tutto. Deve riuscire a far giungere i disegni al campo di prigionia del padre. È l’unico modo, se c’è, per salvarsi. Per gridare che sono ancora vivi. Lina si batte per la propria vita, decisa a non consegnare la sua paura alle guardie, giurando che, se riuscirà a sopravvivere, onererà per mezzo dell’arte e della scrittura la sua famiglia e le migliaia di famiglie sepolte in Siberia. Ispirato a una storia vera, Avevano spento anche la luna spezza il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia, le deportazioni dai paesi baltici nei gulag staliniani. Venduto in ventotto paesi, appena uscito in America è balzato in testa alle classifiche del «New York Times». Definito all’unanimità da librai, lettori, giornalisti e insegnanti un romanzo importante e potente, racconta una storia unica e sconvolgente, che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso.
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### Recensione
**Ruta Sepetys: la scrittrice di origini baltiche rompe il silenzio sulle deportazioni del 1941. Nei gulag di Stalin dove morì il sogno lituano **
*Elena Loewenthal*, Tuttolibri – La Stampa
Giugno del 1941. Lituania. Una giovane donna e i suoi due figli, un bambino e una adolescente, vengono prelevati a forza da casa. Lina non ha neanche il tempo di cambiarsi, lascia casa per sempre con la camicia da notte. Insieme ad altri lituani, smarriti e spaventati, vengono caricati su un camion e portati lontano. Un lungo, lunghissimo viaggio in treno, assiepati in puzzolenti e bui vagoni merci, li porterà in un campo di lavoro. Ma questa storia che Ruta Sepetys narra in Avevano spento anche la luna non è quello che ci si aspetta. O forse sì, perché le tragedie così si assomigliano tutte, i destini si sovrappongono, il dolore si accumula e tutto resta incomprensibile. Ci strappa un «perché?» indignato e rabbioso. Perché quella di Lina, di Jonas e della loro madre Elena, non è la storia di una famiglia ebraica in cammino verso la Shoah. È qualcosa d’altro, ma in fondo anche lo stesso. Qui, invece delle SS c’è la polizia sovietica, e gli ordini arrivano da Stalin. Il progetto è quello di azzerare ogni forma di dissidenza o anche solo di identità nazionale, nei paesi baltici. Lituania, Lettonia, Estonia. Piegare una resistenza anche solo virtuale, sgombrare il campo – in senso politico e materiale. Centinaia di migliaia di persone furono così prese, malmentate, deportate verso una lontananza inimmaginabile, torturate e uccise. L’autrice è figlia di un ufficiale lituano. Non ha conosciuto direttamente questa storia, ma quasi. Ha, soprattutto, deciso di renderle onore, attraverso la memoria narrativa. Raccontando la storia di queste tre anime che il regime sovietico decide di far peregrinare per gli spazi sconfinati dell’Asia Centrale, impantanare per quasi un anno negli Altaj a tirare fuori barbabietole dalle gelida terra. E poi rimettere su un treno, settimane di viaggio ancora, verso la Siberia estrema, il circolo polare artico. Molta di questa gente tornò a casa, se tornò – e trovando degli sconosciuti a casa propria, in Lituania – solo a metà degli anni Cinquanta. Nel frattempo, cercò di costruire qualcosa fra i ghiacci, lassù. Sepetys racconta questa storia con intensità, e anche le scene più crudeli e assurde risultano purtroppo credibili, in quello scenario. Tutto ruota intorno a Lina, la protagonista, quindicenne all’inizio del libro: figlia del rettore dell’Università – che sparisce e non tornerà più – è vissuta negli agi, finché da un giorno all’altro si ritrova catapultata in una realtà dove una buccia marcia di patata è un bene da tenersi caro. Anzi da divorare prima che qualcuno te lo strappi via di mano. Lina è un’artista, o meglio la aspetterebbe un futuro di artista: disegna in modo strepitoso e L’Urlo di Munch è il suo modello. Sui treni, nei campi di lavoro, nelle steppe siberiane ghiacciate dove non c’è nulla se non un’umanità abbandonata a se stessa, troverà ispirazione. Per intanto, racconta la tragedia attraverso brevi scene in sequenza incalzante: succede di tutto in quei luoghi. Oltre a Lina e alla sua famiglia, c’è nel libro una galleria di personaggi accomunati dal destino eppure spesso distanti fra loro, quasi ostili. Il libro è pieno di piccoli e grandi eventi quotidiani, di imprevisti, tragedie, momenti toccanti. Tutto sembra quasi incredibile se non fosse che la storia è calco di una realtà, di vite veramente vissute così. Ruta Sepetys ha fatto ricerche, si è documentata, segue i suoi personaggi in un itinerario tanto assurdo quanto reale, dal Baltico fino all’estremo nord est, non lontano dal Polo. Con ciò, riesce a strappare da questa storia lo spesso velo d’invisibilità sotto il quale era rimasta nascosta, come capita a quei poveri prigionieri un giorno al porto, in Siberia, quando le guardie sovietiche li rinchiudono nella yurta per più di cinque ore, per tenerli nascosti alla nave americana attraccata per scaricare merci.
### Sinossi
Lina ha appena compiuto quindici anni quando scopre che basta una notte, una sola, per cambiare il corso di tutta una vita. Quando arrivano quegli uomini e la costringono ad abbandonare tutto. E a ricordarle chi è, chi era, le rimangono soltanto una camicia da notte, qualche disegno e la sua innocenza. È il 14 giugno del 1941 quando la polizia sovietica irrompe con violenza in casa sua, in Lituania. Lina, figlia del rettore dell’università, è sulla lista nera, insieme a molti altri scrittori, professori, dottori e alle loro famiglie. Sono colpevoli di un solo reato, quello di esistere. Verrà deportata. Insieme alla madre e al fratellino viene ammassata con centinaia di persone su un treno e inizia un viaggio senza ritorno tra le steppe russe. Settimane di fame e di sete. Fino all’arrivo in Siberia, in un campo di lavoro dove tutto è grigio, dove regna il buio, dove il freddo uccide, sussurrando. E dove non resta niente, se non la polvere della terra che i deportati sono costretti a scavare, giorno dopo giorno. Ma c’è qualcosa che non possono togliere a Lina. La sua dignità. La sua forza. La luce nei suoi occhi. E il suo coraggio. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna. Documenta tutto. Deve riuscire a far giungere i disegni al campo di prigionia del padre. È l’unico modo, se c’è, per salvarsi. Per gridare che sono ancora vivi. Lina si batte per la propria vita, decisa a non consegnare la sua paura alle guardie, giurando che, se riuscirà a sopravvivere, onererà per mezzo dell’arte e della scrittura la sua famiglia e le migliaia di famiglie sepolte in Siberia. Ispirato a una storia vera, Avevano spento anche la luna spezza il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia, le deportazioni dai paesi baltici nei gulag staliniani. Venduto in ventotto paesi, appena uscito in America è balzato in testa alle classifiche del «New York Times». Definito all’unanimità da librai, lettori, giornalisti e insegnanti un romanzo importante e potente, racconta una storia unica e sconvolgente, che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso.

Ave Virgilio. Carme. Testo tedesco a fronte

“‘Col tanfo di caseificio, col chiasso degli zoccoli io sono, ingiustificatamente, la polvere delle ossa dei miei indebitati vicini…’ Composto verso il 1960, pubblicato nel 1981, e definito dallo stesso Thomas Bernhard come un testo di assoluta pregnanza all’interno della sua produzione narrativa, ‘Ave Virgilio’ rappresenta l’esito di due tendenze stilistiche apparentemente contraddittorie. Riflessione teorica e concrezione corporea, teologia negativa e ossessione materica, proiezione simbolica e décor regionalistico convergono nella stesura di un manufatto nero ed oracolare. Infatti, benché il libro rechi le tracce di due soggiorni all’estero (Gran Bretagna e Italia), il suo vero cuore sta nel lacerante sentimento di attrazione e odio che l’autore nutre verso la propria terra: ‘Il mio sapere ce l’ho dai solchi nei campi di patate, dall’oscurità del porcile ho appreso cielo e terra, nel rotolio dei mucchi di mele ottobrine ho il mio salmo incessante…’ Osti, parroci, sindaci, mastri birrai, arcivescovi, scrivani comunali, contadini e sposi, figure dell’autorità o del martirio (il Padre contro il Figlio) insieme a baluginanti santi intercessori quali Catullo, Dante, Pascal, o Virgilio, compongono il quadro di un inferno bucolico fatto di sangue, cunei nella carne, mattatoi. Lo si vede ad esempio nell’allucinato ‘Canto del figlio del macellaio’.” (Valerio Magrelli)

Autostop con Buddha

“È una terra che ispira metafore. L’hanno paragonata a una cipolla: uno strato dopo l’altro a ricoprire… il nulla. Qualcuno l’ha definita un labirinto, una fortezza, un giardino. Una prigione. Un paradiso. Ma per alcuni il Giappone non è niente di tutto questo. Per qualcuno, il Giappone è una via da percorrere.” Affabulatore e narratore, abile esploratore di interni e geografo della quotidianità, Will Ferguson rievoca il suo viaggio in Giappone seguendo gli itinerari più inconsueti. Il suo è un vivido racconto di un’esperienza fatta di incontri con persone indimenticabili, con un paese ricco di inquietudini, squilibri, contraddizioni. Raramente la letteratura di viaggio ha saputo entrare così a fondo e con tanta garbata e partecipe ironia nell’intimo delle persone. “Un must per chiunque voglia fare un viaggio in Giappone”, la Repubblica.

(source: Bol.com)

Autosole

Le macchine sfrecciano, si superano, si affiancano. Utilitarie, fuoriserie, giganti a quattro o più ruote viaggiano, la lancetta del contachilometri oltre i cento. Loro, chi al volante e chi no, si lanciano rapide occhiate attraverso finestrini e specchietto retrovisore. Sul filo dell’alta velocità corrono questi racconti: storie di uomini che si sfiorano per un attimo in una corsa sfrenata verso imprevedibili situazioni.
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Autocombustione umana

Nella cittadina americana di Whiteford una ragazza va in cucina a preparare il caffè, lasciando il padre seduto nella sua poltrona. Quando ritorna dopo pochi minuti, la stanza è piena di fumo ma non c’è incendio: ciò che è bruciato (dall’interno) e ridotto in finissima cenere, è soltanto suo padre. Si scopre allora che testimonianze più o meno credibili sul fenomeno del CUS (Combustione Umana Spontanea) si erano avute fin dall’antichità. E pochi giorni dopo, nella stessa cittadina, un secondo caso si verifica sotto gli occhi dello stesso scettico giornalista che sta indagando sul primo. L'”autocombustione umana” è ormai un fatto accertato. Resta solo da spiegare chi o che cosa “si nasconda” dietro il mostruoso fenomeno.
Copertina di Karel Thole

Auschwitz. Ero il numero 220543

Una storia veraEra il 1944. Sono entrato ad Auschwitz di mia volontàÈ possibile immaginare che qualcuno si sia introdotto volontariamente ad Auschwitz? Eppure, nel 1944, un uomo è stato capace di farlo. Denis Avey è un prigioniero di guerra inglese, che durante il giorno è costretto ai lavori forzati insieme ai detenuti ebrei. Gli basta poco per capire quale sia l’orrore che attende quegli uomini, consunti e stravolti, quando la sera fanno rientro al loro campo… Quello che intuisce è atroce, ma Denis sente di voler vedere con i propri occhi: in un gesto che pare folle, decide di scambiare la sua divisa da militare con gli stracci a righe di un ebreo di nome Hans, ed entrare nell’inferno di Auschwitz. Da quel momento ha inizio la sua lotta per salvare la propria vita e quella di tanti altri prigionieri ebrei. Una storia scioccante e commovente che, a più di sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, Denis Avey ha finalmente trovato la forza di raccontare. Per testimoniare, ancora una volta, l’orrore dell’Olocausto.Denis AveyÈ nato nell’Essex nel 1919, si è arruolato nel 1939 nell’esercito britannico e ha combattuto nel deserto durante la seconda guerra mondiale. Dopo essere stato catturato, venne trasferito prima in Italia e poi nel campo di prigionia vicino ad Auschwitz III. Alla fine del conflitto, riuscì tra mille peripezie a tornare nel Regno Unito. È stato insignito dall’ex Primo Ministro inglese, Gordon Brown, della medaglia d’onore come eroe dell’Olocausto. È morto il 16 luglio del 2015. Grazie a Rob Broomby, giornalista della BBC, la storia di Avey è finalmente diventata di pubblico dominio, prima con un documentario e poi con un libro tradotto in tutto il mondo.
(source: Bol.com)

Attrazione gravitazionale

Attirato da una misteriosa richiesta di soccorso, l’equipaggio della nave mercantile *Hermes* trova alla deriva nello spazio un vascello militare in apparenza vuoto. Al suo interno, sangue e resti umani imbrattano i corridoi e vi è un unico sopravvissuto, rinchiuso in una cella di custodia. L’uomo, bellissimo ma traumatizzato, attira l’attenzione dell’addetto alle comunicazioni della nave, Isaac Ozawa, che decide di prendersene cura, offrendogli la gentilezza e il calore di cui l’altro ha bisogno dopo gli orrori vissuti.

Isaac ha imparato sulla propria pelle cosa significhi essere diverso, essere un emarginato, e questo rafforza il loro legame. Un tempo pilota promettente, ha subito dei danni fisici dopo che il suo cervello non è riuscito a fondersi con l’impianto necessario a pilotare i potenti caccia della Flotta. Il cervello di Turk non è da meno. Come risultato di un esperimento militare fallito, le sue naturali capacità sono state aumentate a livelli pericolosi.

Quando un ammiraglio senza morale e assetato di potere rapisce Isaac, usandolo per convincere Turk a diventare l’arma catastrofica che ha sempre sognato, saranno necessari tutta la forza di Turk, l’ingegnosità dell’equipaggio della *Hermes*, l’aiuto degli enigmatici Drak’tar e la testardaggine dello stesso Isaac per riuscire a salvare l’intero universo.
(source: Bol.com)

Un attimo prima

Cinque minuti da adesso. La crisi che ha investito l’Occidente è giunta alle sue estreme conseguenze e il mondo vive un difficile periodo di transizione, in cui il lavoro ha perso la sua centralità. In questo contesto l’ex biologo Edoardo Faschi, ossessionato dalla morte del fratello Alessio avvenuta vent’anni prima, si sottopone a un trattamento psicologico sperimentale ispirato alla scatola specchio di Ramachandran – un dispositivo utilizzato per curare la sindrome dell’arto fantasma nei pazienti mutilati – che promette di aiutarlo a elaborare la perdita. Nel corso della terapia ripercorrerà le vicende della sua famiglia fino ad arrivare agli anni in cui Alessio è diventato un esponente di spicco del Movimento Occupy. Cosí facendo getta un nuovo sguardo sulla storia tormentata di questo inizio millennio, fornendone un’interpretazione a tratti drammatica, a tratti ironica, sempre convincente. Come altri coetanei, Edoardo rischia di perdersi in una sterile contemplazione del passato, ma la ricomparsa improvvisa del figlio di Alessio, Sealth, di cui aveva perso le tracce, lo costringerà a scuotersi e a compiere una scelta. In nessun modo il destino deve ripetersi. «Seguivo Alessio in quella notte assurda come nei sogni, da ragazzino, avevo seguito famelici mostri che mi invitavano a visitare le loro tane misteriose. Lo guardai recuperare la coperta e raccoglierla sotto un’ascella, rannicchiarsi dietro un container e proseguire accovacciato. Piú che il complice di un crimine mi sentivo il co-protagonista di un videogioco, come se quel magazzino fosse un livello da superare, un record da sbriciolare, e non importava quante vite rimanessero, finché l’altro comando lo teneva Alessio avevo un motivo per infilare monetine nella fessura».

Atti umani

Una palestra comunale, decine di cadaveri che saturano l’aria di un ‘orribile tanfo putrido’. Siamo a Gwangju, in Corea del Sud, nel maggio 1980: dopo il colpo di Stato di Chun Doo-hwan, in tutto il paese vige la legge marziale. Quando i militari hanno aperto il fuoco su un corteo di protesta è iniziata l’insurrezione, seguita da brutali rappresaglie; ”Atti umani” è il coro polifonico dei vivi e dei morti di una carneficina mai veramente narrata in Occidente. Conosciamo il quindicenne Dong-ho, alla ricerca di un amico scomparso; Eun-sook, la redattrice che ha assaggiato il ‘rullo inchiostratore’ della censura e i ‘sette schiaffi’ di un interrogatorio; l’anonimo prigioniero che ha avuto la sfortuna di sopravvivere; la giovane operaia calpestata a sangue da un poliziotto in borghese. Dopo il massacro, ancora anni di carcere, sevizie, delazioni, dinieghi; al volgere del millennio stentate aperture, parziali ammissioni, tardive commemorazioni. Han Kang, con il terso, spietato lirismo della sua scrittura, scruta tante vite dilaniate, racconta oggi l’indicibile, le laceranti dissonanze di un passato che si voleva cancellato.
(source: Bol.com)

Atti impuri

In una cittadina di provincia il giovane Marcello conduce una vita che è piuttosto un trasognamento in cui il mistico e l’infantile si mescolano in modo inestricabile e curioso. Marcello ha più di trent’anni, è sposato, ma tutto in lui conserva ancora il segreto di un’adolescenza pigra e stupefatta: la sua stessa fede religiosa assomiglia troppo all’infatuazione devota di un ragazzo ombroso; e il suo accostarsi ogni mattina alla Comunione ha la tinta di un?ingordigia carnale. Ma quando Marcello si imbatte per caso in una donna inquietante, la Ciriaci, si accende in lui una passione esclusiva, che assorbe tutte le altre; una passione che non è tanto del cuore o dei sensi, quanto la forma di una avidità totale: una deformazione mostruosa dell’appetito mistico, al punto che l’amata finisce per apparirgli un’incarnazione divina. Atti impuri (apparso per la prima volta nel 1958 con il titolo Amore e fervore e ora presentato in una nuova stesura) conclude l’ideale trilogia iniziata da Parise con Il prete bello (1954) e proseguita con Il fidanzamento (1956). Il libro offre un ritratto sottilmente grottesco, giocato tra il lugubre e il comico, della bigotteria italiana; ma sotto l’irrisione beffarda che traspare dalle sue pagine, acquista rilievo la volontà di Parise di analizzare la putrefazione educativo-sociale di un certo sottomondo cattolico.

Atterraggio proibito

Un giornalista americano, anche se specializzato in materie scientifiche, è per mestiere molto sospettoso e molto intraprendente. Tanto più se gli capita di vedere sul marciapiede opposto una persona che dovrebbe trovarsi a migliaia di anni luce dalla Terra. Tanto più se si accorge che i pezzi grossi dicono soltanto una parte della verità. Tanto più se l’altra parte della verità gliela dice irrefutabilmente la pellicola della sua macchina fotografica quando nell’America centrale si verifica la più sensazionale allucinazione collettiva di tutti i tempi.
Copertina di Karel Thole

L’attentatuni: storia di sbirri e mafiosi

All’indomani delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, un gruppo scelto di investigatori della DIA si mette sulle tracce degli esecutori e dei mandanti, i latitanti storici di Cosa Nostra. “L’attentatuni” è la storia di come un pugno di investigatori della DIA, operando sottocoperta, riesce a entrare nella struttura più interna della mafia. Ne pedinano gli uomini, ne individuano i luoghi di ritrovo, mappano affari e proprietà immobiliari, legami gerarchici e protezioni autorevolissime. Sullo scenario di una Palermo ferita e al tempo stesso vitale, gli investigatori, senza l’aiuto dei pentiti e grazie a un paziente lavoro di indagine, riescono, alla fine, a scoprire gli assassini di Capaci.

Attentato imminente

Nella primavera del 1969 l’ennesima azione terroristica all’Università di Padova fa partire una nuova indagine. A coordinarla è un commissario di polizia, Pasquale Juliano, il capo della squadra mobile, che arriva a individuare un nucleo di estremisti neri che traffica in armi ed esplosivi. Ma i neofascisti gli preparano una trappola: Juliano si vedrà così scippare l’inchiesta, che verrà insabbiata, e finirà sotto processo accusato di aver costruito le prove contro i terroristi. Gli occorreranno dieci anni per dimostrare la sua innocenza, ma nel 1979, quando sarà assolto da tutti i capi d’imputazione, la stagione delle bombe avrà quasi concluso il suo tragico corso.