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Mondi sommersi

> Venni inghiottito dal risucchio come un insetto nello scarico del lavandino.
Accecato dall’acqua salmastra, dalla confusione, dal dolore, alzai una mano sopra la testa, il palmo verso l’altro, e scalciai, usando il braccio sinistro come remo. Dovevo risalire in superficie, dannazione, o forse ero già in superficie, non capivo più niente, ero stordito, mi faceva male la testa.
*David*

Monade 116

Anno 2381: nell’esistenza umana l’utopia è diventata realtà. Guerre, fame, contrasti sociali, criminalità e controllo delle nascite sono ormai un semplice ricordo del passato. L’esistenza si svolge tranquilla e ordinata all’interno di giganteschi grattacieli alti centinaia di piani. In una specie di ciclo chiuso, gli esseri umani nascono, studiano, lavorano, mettono al mondo figli, muoiono, senza mai uscirne. I figli sono considerati la massima benedizione di dio e il solo pensiero di porre un limite al loro numero è un’eresia. La libertà sessuale è totale: agli uomini — e alle donne — è permesso cambiare letto ogni notte e giacere con il partner che essi desiderano volta per volta. Soltanto chi è in preda alla pazzia può concepire il desiderio dl una vita privata, dell’intimità coniugale, e nutrire sentimenti di gelosia, tutti sintomi di una pericolosa eresia. Poiché è stato del tutto eliminato il bisogno di uscire fuori del proprio ambiente, di viaggiare, se n’è estinto anche il desiderio. Risuscitare tale desiderio sarebbe una grave eresia, e per chi si rende colpevole di eresia ci sono diversi trattamenti, il più drastico dei quali è l’eliminazione fisica del colpevole, la morte. Ma il numero di coloro che vengono colti da impulsi malsani, che desiderano sfuggire alla facile esistenza programmata delle monadi urbane, alla ricerca di qualcosa che neanche loro sanno con esattezza cosa sia, ma che è radicata nell’anima degli esseri umani, aumenta. Ormai, infatti, la vita stessa è diventata un’utopia. Robert Silverberg, un autore che si è imposto nel campo della fantascienza, oltre che della narrativa, vincitore di un premio Hugo ed ex-presidente dell’associazione degli scrittori americani di science fiction, ripropone in questo libro uno dei più pressanti problemi dell’umanità, prospettandone una terrorizzante conclusione.

Il momento della verità

Jack Newlin, avvocato di grido di Filadelfia, è reo confesso dell’omicidio della moglie Honor. Tuttavia qualcosa non quadra e insospettisce non solo la polizia, ma anche l’avvocatessa della difesa, che si butta a capofitto in un’indagine pericolosa per far trionfare la verità e la giustizia. Perché un innocente dovrebbe dichiararsi colpevole? Che ruolo hanno nella vicenda la giovane figlia del presunto assassino e il suo affascinante fidanzato?

Molto più di una bugia

L’ambizione, la voglia di primeggiare su tutto e tutti.
Il non capire il momento in cui è necessario fermarsi per evitare di travolgere, e essere travolti.
L’esatto attimo in cui ti rendi conto che, forse, tutto quello per cui hai sempre lottato non conta poi così tanto.
Sidney si renderà conto che nella vita non conta solo l’ambizione ed il lavoro. Oltre i suoi articoli, la sua scrivania, c’è molto di più.
C’è un mondo non esplorato abbastanza. C’è sé stessa, mai conosciutasi veramente.
Un uomo che tutti credono di conoscere ma che in realtà non conosce nessuno.
Un articolo da scrivere che metterà in discussione la vita di una giornalista. Una scelta da prendere.
Una storia di amore e passione che porterà Sidney nei posti più nascosti di sé stessa, facendole rimettere in discussione una vita di scelte ed obbiettivi programmati.
“L’imprevisto, come l’amore, è sempre dietro l’angolo”
**
### Sinossi
L’ambizione, la voglia di primeggiare su tutto e tutti.
Il non capire il momento in cui è necessario fermarsi per evitare di travolgere, e essere travolti.
L’esatto attimo in cui ti rendi conto che, forse, tutto quello per cui hai sempre lottato non conta poi così tanto.
Sidney si renderà conto che nella vita non conta solo l’ambizione ed il lavoro. Oltre i suoi articoli, la sua scrivania, c’è molto di più.
C’è un mondo non esplorato abbastanza. C’è sé stessa, mai conosciutasi veramente.
Un uomo che tutti credono di conoscere ma che in realtà non conosce nessuno.
Un articolo da scrivere che metterà in discussione la vita di una giornalista. Una scelta da prendere.
Una storia di amore e passione che porterà Sidney nei posti più nascosti di sé stessa, facendole rimettere in discussione una vita di scelte ed obbiettivi programmati.
“L’imprevisto, come l’amore, è sempre dietro l’angolo”

Molto obbligato, Jeeves!

Pelham Grenville Wodehouse (Guildford, Surrey, 1881 – Southampton, New York, 1975) è il più importante scrittore umoristico del ‘900 e ancora oggi uno dei più popolari. Le sue opere – circa 90 romanzi e svariate raccolte di racconti, oltre a commedie e soggetti per film – sono pubblicate regolarmente in non meno di 25 lingue. Il suo personaggio più famoso, una figura ormai proverbiale, è Jeeves, l’impeccabile e onnisciente maggiordomo al servizio di Bertie Wooster, giovane signore che si caccia sempre nei guai. I due sono protagonisti di 12 romanzi e numerosi racconti.
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Molto forte, incredibilmente vicino

Oskar, un newyorkese di nove anni a suo modo geniale, ama inventare singolari dispositivi. Inventa camicie di becchime per farsi trasportare in volo dagli uccelli in caso di emergenza, inventa un sistema di tubi collegato ai cuscini di tutti i letti di New York per raccogliere le lacrime di chi piange prima di dormire, riversarle nel laghetto del Central Park e mostrare ogni giorno il livello di sofferenza della sua città. A Oskar capita di piangere sul cuscino, da quando suo padre è morto nell’attacco alle Torri Gemelle. E per non soccombere sotto il peso di un dolore così violento e nuovo cerca la forza nella sua fantasia più che nell’abbraccio di chi gli è rimasto. Un giorno, non troppo per caso, in un vaso azzurro trovato nell’armadio del padre scopre una busta che contiene una chiave. Sul retro della busta c’è una scritta: «Black». Che serratura apre quella chiave? E se Black è un nome, chi è Black? Per scoprirlo Oskar intende bussare alla porta di tutti i Mr e Mrs Black della città, e se il suo viaggio per i distretti di New York non gli riporterà chi se n’è andato per sempre, gli restituirà un passato lontano che ha sconvolto la vita dei suoi nonni paterni e di un’intera generazione: il passato dell’Europa devastata dalla Seconda guerra mondiale. La vicenda di questo ragazzino eccezionale e della sua famiglia farà piangere, ridere, riflettere. Farà sentire ogni lettore parte di un dolore che va molto al di là della tragedia di Manhattan: è il dolore di tutte le vittime civili dei conflitti, di tutte le città attaccate, di tutti gli amanti che la guerra ha separato per sempre.
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### Recensione Amazon.it
Nota! Alcune pagine differiscono dallo standard. Non si tratta di un difetto, ma di una caratteristica del libro voluta dall’editore.
### Recensione
**Le Torri Gemelle: il cielo dopo il caos**
*Elena Loewenthal*, Tuttolibri – La Stampa
In principio era il caos. Ma il caos è rimasto, e da quel giorno non ha fatto che diventare più scuro, profondo. Il caos è la realtà, il dolore inafferrabile, è tutto quello che non capisci né mai capirai. Lo dice bene Oskar, che cosa è il caos: «Quel segreto era il buco al centro di me stesso dove cadeva ogni felicità».
Chi è Oskar? Quante risposte possibili esistono alla domanda. E’ il caos che le rende possibili. Oskar è un bambino, è ancora un bambino. Ma come dice il suo biglietto da visita, è anche: «inventore, designer di gioielli, fabbricante di gioielli, entomologo dilettante, francofilo, vegano, origamista, pacifista, percussionista, astronomo dilettante, consulente informatico, archeologo dilettante, collezionista di: monete rare, farfalle morte di morte naturale, cactus in miniatura, cimeli dei Beatles, pietre semipreziose e altro». E’ anche un fan, seppure un poco scettico, di Stephen Hawking.
Abita a New York, anzi Manhattan, benché qualche rara volta sia andato anche nel Bronx e a Brooklyn. Non è però mai stato nel sesto distretto, una specie di Atlantide metropolitana da cui s’è fatto appena in tempo a trascinare via Central Park, prima che sparisse. Del resto, diceva a Oskar suo papà, come non pensare che Central Park venga da un altro mondo?
Il papà di Oskar è morto in una delle Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001. Era lì di passaggio, faceva il gioielliere. Oskar sa che lui è morto. Lo sa bene perché suo papà gli ha lasciato svariati messaggi sulla segreteria telefonica di casa, prima di andarsene per sempre: Oskar li tiene nascosti, quei messaggi. Un po’ per paura un po’ per non fare soffrire ancora di più sua mamma. Però lui continua a cercarlo, suo padre. Lo cerca come fosse un mistero. Lo cerca dentro quell’inguaribile caos che è il mondo, con il candore e la spietatezza che solo un bambino geniale – disarmante ma anche disarmato – è capace di usare affrontando il caos.
Un po’ Peter Pan e un po’ Indiana Jones (ma niente di tutto questo, in fondo), Oskar cerca suo padre, armato di una chiave e un nome misterioso. Forse lo trova, alla fine del libro e dentro il caos, trova suo papà che invece di precipitare giù dalla Torre in un ultimo volo di morte, risale verso il cielo: basta girare le pagine della storia all’incontrario.
*Molto forte, incredibilmente vicino* è il secondo romanzo di **Jonathan Safran Foer**. L’ha tradotto in maniera mirabile Massimo Bocchiola. Chissà quanti aspettavano questo autore non ancora trentenne al varco, dopo *Ogni cosa è illuminata*. Eccolo. Con un romanzo non meno stupefacente.
Safran Foer affronta ancora una volta di petto il caos: lo sfilaccia, lo accartoccia, e poi da questa matassa densa pesca una trama, anzi un filo di trama, la segue con tenacia. Il risultato è un’armonia narrativa che sfrutta, e spiazza il caos.
Oskar è un bambino un po’ speciale, anzi fantastico: si muove per i meandri della città – e del caos – con un’incoscienza calcolatrice, con intuito e determinazione. Ha inventiva da vendere, è anche timido a suo modo. Sogna di dirla tutta in faccia a chi gli sta antipatico, vagheggia un colpo di scena alla recita scolastica di Amleto (ma siccome ha letto da qualche parte che attualmente sulla terra vivono più persone di quante non ne siano mai vissute lungo tutta la storia dell’umanità, se tutti volessero recitare contemporaneamente il monologo del protagonista, non ci sarebbero abbastanza teschi). E’ anche ubbidiente, a suo modo. Come quando deve andare dallo psicologo: «Martedì pomeriggio sono dovuto andare dal dottor Fein. Non capivo perché avevo bisogno di aiuto, dato che a me sembrava che quando muore il tuo papà è naturale avere le scarpe pesanti, e che se non le hai, allora sì che ti serve aiuto. Però ci sono andato lo stesso, perché se no non avrei avuto l’aumento della paghetta». Ecco, il nodo è questo: Oskar ha le scarpe pesanti. Eppure macina chilometri su e giù per New York (e non solo Manhattan), nel desiderio di risolvere il mistero. Di quella chiave, di suo padre che chissà dove è finito, dato che gli hanno fatto il funerale e tutto, ma la bara era vuota. E attraverso questa ricerca, Oskar scopre, o meglio concede al suo lettore meravigliato e colpito, sorridente e sconcertato, di scoprire altri caos. Dresda e Hiroshima. Un nonno che non parla. Un taxista riconoscente. Un inquilino centenario (forse). Tanti errori di stampa sul New York Times.
*Molto forte, incredibilmente vicino* è un romanzo sull’11 settembre. E’ un romanzo sul caos. Sull’incomprensibilità ottusa delle tragedie. Sull’acume dei bambini. E’ un libro commovente e irriverente, che ti lascia senza fiato eppure quel fiato lo tiri fino alla fine, come per magia.

Molte vite, molti maestri

Quando si parla del ‘senso della vita’, ci si chiede innanzitutto cosa succeda dopo la morte. Secondo Weiss e le testimonianze dei suoi pazienti, lo spirito o l’anima o la coscienza continuerebbe a vivere, non morirebbe mai; fluttuerebbe sopra il corpo, ripercorrerebbe la vita appena vissuta, si ricaricherebbe di energia attraverso la luce, incontrerebbe la propria figura spirituale, i propri familiari e comincerebbe il suo percorso di apprendimento nell’Aldilà. Un altro modo, senza dubbio rasserenante, di vedere la nostra esistenza terrena.” Molte vite, molti Maestri è uno di quei libri che fanno epoca. Uscito oltre venti anni fa negli Stati Uniti, ha aperto nuovi scenari sulla nostra visione della vita dopo la morte. Nonostante gli scetticismi e le critiche, la storia di Catherine, paziente del dottor Weiss che durante una seduta di ipnosi rievoca ricordi di vite precedenti, ha imposto a tutti un dubbio difficile da liquidare, una speranza a cui si può credere. Questo enorme successo mondiale viene riproposto adesso in edizione speciale con una introduzione di Roberto Giacobbo, esperto di questioni ai confini della conoscenza e da anni amico e compagno di discussioni di Brian Weiss.
(source: Bol.com)

Molloy

“Molloy” è il primo capolavoro della “Trilogia”: personaggi che cercano instancabilmente la propria identità, un movimento a spirale di riflessioni che ruotano sempre più vicine al nulla. Molloy, misero e inerme, è rinchiuso nella stanza della madre morta e scrive in continuazione. Ogni settimana uno sconosciuto porta via tutto ciò che ha scritto offrendogli del denaro. Molloy racconta la sua inutile odissea trascorsa in cerca della madre. Nella seconda parte, Moran descrive la stessa storia di Molloy da un punto di vista completamente opposto: egli è un agente privato, la sua follia paranoica si esprime in gretto sadismo e severo autocontrollo, il suo compito è dare la caccia a Molloy. **

Mollo tutto e parto

• Mollare tutto e partire? Bella idea! Ma come organizzarsi? • Dove trovare i soldi? Quando farlo? In che modo lasciare il lavoro? • E soprattutto come ritornare e non finire «sotto i ponti»? Chi non ha mai sognato di staccare la spina per un po’ e di prendersi del tempo per sé? E non per un periodo breve, ma per mesi o addirittura per un anno. Un vero manuale, pieno di consigli pratici, per chi pensa con desiderio all’opportunità di prendersi un periodo sabbatico per la crescita personale, per aiutare gli altri o semplicemente per l’avventura sognata da tempo. Questo libro non vaneggia di un’esperienza utopica, ma spiega che la «grande pausa» è un’occasione formativa alla portata di tutti, nessuno escluso.
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### Sinossi
• Mollare tutto e partire? Bella idea! Ma come organizzarsi? • Dove trovare i soldi? Quando farlo? In che modo lasciare il lavoro? • E soprattutto come ritornare e non finire «sotto i ponti»? Chi non ha mai sognato di staccare la spina per un po’ e di prendersi del tempo per sé? E non per un periodo breve, ma per mesi o addirittura per un anno. Un vero manuale, pieno di consigli pratici, per chi pensa con desiderio all’opportunità di prendersi un periodo sabbatico per la crescita personale, per aiutare gli altri o semplicemente per l’avventura sognata da tempo. Questo libro non vaneggia di un’esperienza utopica, ma spiega che la «grande pausa» è un’occasione formativa alla portata di tutti, nessuno escluso.

La moglie perfetta

Dopo il successo internazionale della Trilogia del Male, il commissario Balistreri torna in un thriller che trascina il lettore nelle spire di una suspense mozzafiato. Nel maggio del 2001, a Roma, due coppie, il professore italoamericano Victor Bonocore e la moglie Nicole Steele, il pubblico ministero Bianca Benigni e il marito Nanni. Due matrimoni come tanti, a volte felici, a volte meno. Tra loro una ventenne pericolosa, Scarlett, sorella di Nicole. Intorno, la terra di mezzo del Sordomuto e del Puncicone, gli appalti pubblici, il gioco d’azzardo, l’usura, e la morte atroce di una ragazza, Donatella. Sembra essere l’ennesimo atto di violenza patito da una donna per mano di un uomo violento, l’assassino viene scoperto e giustizia è fatta. O forse no? Quando viene ucciso Victor Bonocore, Michele Balistreri dirige la terza sezione della squadra Mobile e indaga insieme al pm Bianca Benigni. La miscela è esplosiva, le modalità di conduzione dell’indagine contro le sorelle Steele sono fuori dai confini della legge e l’esito è disastroso. L’arresto di Scarlett e Nicole incrina le relazioni tra Italia e Stati Uniti. Tutto finisce male. Nel 2011 una rivelazione inattesa spinge Balistreri a riaprire quel caso rimasto senza colpevoli. Ma se non è tardi per la giustizia, forse lo è per l’amore e per la vita. O forse no.

(source: Bol.com)

Una moglie ideale

Terzo e ultimo appuntamento con le avventure romantiche di Jessica Wild, iniziate con ”L’importanza di essere sposata”. Finalmente sposata con l’uomo che ama – il dolce e seducente Max -, Jessica Wild-Wainright è felice come non mai… se non fosse per un piccolo dettaglio. Il marito non sa niente di una sua semi-scappatella con il rivale in affari, avvenuta poco prima del loro matrimonio. Tormentata dal terrore di essere scoperta, Jessica si tuffa anima e corpo nel programma ”Moglie ideale”. Con l’aiuto dei soliti amici sconclusionati, tenterà di diventare una mogliettina adorante, un concentrato di passione e virtù domestiche. Ma il cammino verso la perfezione è irto di ostacoli. Tra disastri culinari e incresciosi incidenti in camera da letto, il povero Max finisce in ospedale e Jessica dovrà mandare avanti anche l’azienda. Titolo originale: ”An ideal wife” (2010).

(source: Bol.com)

Una moglie a Gerusalemme

Tra le strade di Gerusalemme una donna lotta per la libertàFiglia di un facoltoso imprenditore ebreo, Batsheva Ha-Levi è nata negli Stati Uniti ed è cresciuta tra gli agi e le opportunità di cui può disporre una ricca ragazza americana. Bellissima e dotata di una grande curiosità intellettuale, ama studiare, progetta di iscriversi all’università e, come tutte le sue coetanee, sogna il grande amore. Ma al compimento dei diciott’anni Batsheva si ritrova a fare i conti con le tradizioni della sua famiglia ultraortodossa. Per assicurare agli Ha-Levi una degna discendenza, suo padre ha deciso di darla in sposa a un grande studioso del Talmud: Isaac Harshen, un rabbino molto rispettato della comunità di Gerusalemme. Batsheva accetta e si trasferisce in Israele. Ma la meravigliosa città presto diverrà per lei una prigione: Isaac si rivelerà un uomo freddo e crudele, assorbito dagli studi teologici e ossessionato dalla religione. Costretta a subire i soprusi di un marito geloso e violento, e attorniata da una comunità devota e accondiscendente, giorno dopo giorno Batsheva rinuncerà ai suoi sogni e perderà la fiducia in se stessa. Solo un gesto di grande coraggio – e un incontro inaspettato – potranno restituirle la libertà.Un romanzo vero e toccante che ha emozionato milioni di lettori in tutto il mondo’Una storia emozionante, potente.’Kirkus Rewievs’Naomi Ragen, grazie alla sua conoscenza profonda della legge e delle tradizioni ebraiche, ci permette di capire davvero la vita degli ebrei ultraortodossi da un punto di vista femminile.’Publishers Weekly’La vita di una comunità chiusa viene mostrata in tutti i suoi aspetti contraddittori: la rigidità dell’osservanza e la serenità dei suoi sentimenti religiosi, il fanatismo di alcuni fedeli e la saggezza dei suoi grandi leader. Una moglie a Gerusalemme, con la sua ambientazione esotica e una protagonista forte e affascinante, sarà un grande successo.’Library Journal’Ragen intreccia nella sua trama tutti i più importanti temi religiosi, rendendoli parte della storia: un libro di spessore costruito con grande sapienza narrativa.’Jewish Week’Un romanzo magnifico, pieno di suspense.’Best magazine’Scritto egregiamente e ricco di splendidi personaggi.’NewsweekNaomi RagenNata a New York, Naomi Ragen ha completato i suoi studi a Gerusalemme, dove risiede da oltre trent’anni. Autrice di diversi bestseller e di una pièce teatrale di grande successo, Women’s Minyan, è tra gli scrittori più affermati e controversi in Israele. Editorialista, scrive di questioni legate al mondo ebraico. Si occupa di pari opportunità e diritti umani e tiene conferenze in tutto il mondo.

(source: Bol.com)

Modificazione H. A.

C’è anche un enigmatico cardinal Berlinguer tra i personaggi minori di questo romanzo; e c’è un gesuita di nome Jean-Paul Sartre, autore di un dotto trattato De existentia naturae; una coppia di influenti monsignori, Enrico e Lavrentius, che nei paesi d’origine sono conosciuti rispettivamente come Himmler e Beria; un pio re Stefano III, un papa Giovanni XXIV, un duo di potentissimi eunuchi… Tutto questo accade oggi, ai nostri giorni, in un’Europa arcaica e retrograda, in cui la riforma protestante di quattro secoli fa non c’è stata e sulla quale si estende l’occhiuto dominio della Chiesa di Roma: i prelati censurano, spadroneggiano, torturano, uccidono, immersi nei loro vizi sontuosi; la scienza e l’arte d’avanguardia sono messe al bando, l’elettricità e le altre invenzioni sono bollate d’eresia. Su questo sfondo si svolge la storia di Hubert Anvil, bambino cantore, e della sua splendida voce, che il Potere vuole a ogni costo conservare bianca. E sarà una lotta senza esclusione di colpi, un vero caso internazionale, un intrigo che coinvolge le altre grandi potenze mondiali — che sono l’Impero Verde Ottomano e la Nuova Inghilterra, o Stati Uniti, una ex colonia scismatica. Una satira a più piani, contro il dogmatismo, la repressione del corpo e dell’intelletto, il totalitarismo; uno specchio sapientemente «rovesciato» del nostro possibile presente e del nostro futuro ipotetico. Come ha scritto l’Espresso: «Se Roma avesse soggiogato l’Europa, il Vaticano sarebbe un Cremlino e la Tosca verrebbe rappresentata solo in America.»

Modernità e ambivalenza

Ricondurre alla ragione il caos del mondo, con tutto ciò che implica un’operazione così ambiziosa: ordinare, classificare, calcolare, sottoporre a controllo, dissipare le zone d’ombra, identificare l’indistinto, bandire l’ambiguo. Tra i princìpi portanti della modernità, questa è l’idea-architrave, che per secoli ha ispirato pensieri e azioni di interi popoli. Conteneva un progetto di costruzione sociale e una promessa di felicità. Il primo ha lasciato dietro di sé delle macerie, la seconda non è mai stata adempiuta. In un saggio che ha la dirompenza degli eventi intellettuali pronti a fare da segnavia, Zygmunt Bauman mette a tema il fallimento di un’epoca della storia umana, misurandolo sulla insostenibilità della pretesa iniziale. È l’ambivalenza, infatti, e non l’univocità, la condizione normale in cui ci tocca vivere. Noi esseri finiti ci condanniamo alla perenne inadeguatezza se ammettiamo soltanto l’alternativa rigida tra l’ordine e l’informe, tra le entità (cose, persone, collettività, situazioni, categorie della mente) che il linguaggio riesce a nominare in modo trasparente e l’imprevedibile, l’indecidibile, l’indeterminato, l’incontrollabile, di cui avvertiamo la presenza minacciosa. In una simile inadeguatezza – e nell’autoinganno di un’identità certa – finì intrappolata, ad esempio, gran parte dell’intellighenzia ebraica di lingua tedesca, quando tra Otto e Novecento tentò diverse strategie di assimilazione alle élite dominanti.
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Moby Dick

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Ishmael, narratore e testimone, si imbarca sulla baleniera “Pequod”, il cui capitano è Achab. Il capitano ha giurato vendetta a Moby Dick, una immensa balena bianca che, in un viaggio precedente, gli aveva troncato una gamba. Inizia un inseguimento per i mari di tre quarti del mondo. Lunghe attese, discussioni, riflessioni filosofiche, accompagnano l’inseguimento. L’unico amico di Ishmael morirà prima della fine della vicenda. E’ Queequeg, un indiano che si era costruito una bara intarsiata con strani geroglifici. Moby Dick viene infine avvistata e arpionata. Trascinerà nell’abisso lo stesso Achab, crocefisso sul suo dorso dalle corde degli arpioni. Ishmael è l’unico che sopravvive, usando, come zattera, la bara di Queequeg.
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Moby dick

Ishmael, narratore e testimone, si imbarca sulla baleniera Pequod, il cui capitano è Achab. Il capitano ha giurato vendetta a Moby Dick, una immensa balena bianca che, in un viaggio precedente, gli aveva troncato una gamba. Inizia un inseguimento per i mari di tre quarti del mondo. Lunghe attese, discussioni, riflessioni filosofiche, accompagnano l’inseguimento. L’unico amico di Ishmael morirà prima della fine della vicenda. È Queequeg, un indiano che si era costruito una bara intarsiata con strani geroglifici. Moby Dick viene infine avvistata e arpionata. Trascinerà nell’abisso lo stesso Achab, crocefisso sul suo dorso dalle corde degli arpioni. Ishmael è l’unico che sopravvive, usando, come zattera, la bara di Queequeg.