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…1,2,3… omicidi al liceo

Presentazione …1,2,3… Omicidi al LiceoLa giovane e ingenua Elisabetta si illude che la scuola sia un luogo sicuro. Scoprirà presto che non è così. Un assassino crudele e implacabile si cela fra i suoi colleghi. Assisterà sconvolta e spaventata a una serie di omicidi. Nella piccola città di provincia, fra ignoranza e superstizione, non si vuole ammettere che l’assassino sia un membro della comunità. Si ventila l’ipotesi che una terribile maledizione abbia colpito la scuola. Elisabetta reagirà con forza e determinazione per dimostrare che il male ha un volto umano e può essere sconfitto.SinossiElisabetta Ortica ha raggiunto il suo obiettivo. Dopo anni di insegnamento precario, ha una cattedra. È di ruolo finalmente! Insegnerà matematica e fisica nel liceo che ha frequentato da ragazza. La scuola più prestigiosa della città. Si sente felice e arrivata. I suoi problemi sono finiti e potrà rilassarsi. Gli sembra di essere entrata in una sorta di macchina del tempo che la riporterà agli anni della prima giovinezza.L’arrivo di Arianna Martini, troppo giovane e troppo bella, porterà lo scompiglio nel liceo. L’ambiente provinciale e cristallizzato verrà scosso. Arianna attirerà l’odio di tutti e questo decreterà la sua condanna a morte.L’omicidio di Arianna scuoterà Elisabetta e la catapulterà di fronte alla realtà. Il mondo che lei immaginava e desiderava non esiste. Nulla è o, potrà mai, tornare com’era prima.La situazione precipiterà, quello di Arianna sarà solo il primo di una serie di omicidi, apparentemente inspiegabili e immotivati.Il mondo intorno a Elisabetta si sgretola e lei è tentata di lasciarsi andare all’ansia. Iniziano a circolare incontrollate voci su una tremenda maledizione che ha colpito la scuola. Elisabetta con l’aiuto del suo più caro amico, Sergio, riuscirà a trovare dentro di sé la forza per reagire. Spazzerà via le superstizioni e i pregiudizi e guarderà a quello che le accade intorno in maniera razionale. Solo così riuscirà a venire a capo del torbido mistero che infetta la scuola.. Nella sua ricerca, Elisabetta scoprirà che niente è come sembra e che nessuno è come dice di essere.

Presentazione …1,2,3… Omicidi al LiceoLa giovane e ingenua Elisabetta si illude che la scuola sia un luogo sicuro. Scoprirà presto che non è così. Un assassino crudele e implacabile si cela fra i suoi colleghi. Assisterà sconvolta e spaventata a una serie di omicidi. Nella piccola città di provincia, fra ignoranza e superstizione, non si vuole ammettere che l’assassino sia un membro della comunità. Si ventila l’ipotesi che una terribile maledizione abbia colpito la scuola. Elisabetta reagirà con forza e determinazione per dimostrare che il male ha un volto umano e può essere sconfitto.SinossiElisabetta Ortica ha raggiunto il suo obiettivo. Dopo anni di insegnamento precario, ha una cattedra. È di ruolo finalmente! Insegnerà matematica e fisica nel liceo che ha frequentato da ragazza. La scuola più prestigiosa della città. Si sente felice e arrivata. I suoi problemi sono finiti e potrà rilassarsi. Gli sembra di essere entrata in una sorta di macchina del tempo che la riporterà agli anni della prima giovinezza.L’arrivo di Arianna Martini, troppo giovane e troppo bella, porterà lo scompiglio nel liceo. L’ambiente provinciale e cristallizzato verrà scosso. Arianna attirerà l’odio di tutti e questo decreterà la sua condanna a morte.L’omicidio di Arianna scuoterà Elisabetta e la catapulterà di fronte alla realtà. Il mondo che lei immaginava e desiderava non esiste. Nulla è o, potrà mai, tornare com’era prima.La situazione precipiterà, quello di Arianna sarà solo il primo di una serie di omicidi, apparentemente inspiegabili e immotivati.Il mondo intorno a Elisabetta si sgretola e lei è tentata di lasciarsi andare all’ansia. Iniziano a circolare incontrollate voci su una tremenda maledizione che ha colpito la scuola. Elisabetta con l’aiuto del suo più caro amico, Sergio, riuscirà a trovare dentro di sé la forza per reagire. Spazzerà via le superstizioni e i pregiudizi e guarderà a quello che le accade intorno in maniera razionale. Solo così riuscirà a venire a capo del torbido mistero che infetta la scuola.. Nella sua ricerca, Elisabetta scoprirà che niente è come sembra e che nessuno è come dice di essere.

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Zuppa di vetro

«Jonathan Carroll fa paura come Hitchcock quando non fa ridere come Jim Carrey».
Stephen King
Il mondo dei morti è costruito sui sogni – e sugli incubi – dei vivi. Le piovre guidano gli autobus. Dio è un orso polare. E un’autostrada intasata porta letteralmente dritto all’inferno. Già una volta Vincent Ettrich e la sua ragazza Isabelle Neukor hanno compiuto un viaggio di andata e ritorno verso la morte. Ora Isabelle porta in grembo un bambino molto speciale, che un giorno potrebbe riordinare quel mosaico in continuo cambiamento che è la nostra realtà. A meno che gli agenti del Caos non riescano a riportarla nuovamente indietro nel mondo dei morti e lasciarla lì una volta per tutte.
Zuppa di vetro è un romanzo visionario e appassionante e insieme una grande storia d’amore. Ancora una volta Jonathan Carroll ci regala un libro magico e sorprendente dove niente è davvero quello che appare e nulla è veramente impossibile, e conferma, una volta di più, di essere uno scrittore che occupa una categoria a parte, e unica, nella letteratura contemporanea.
**
### Sinossi
«Jonathan Carroll fa paura come Hitchcock quando non fa ridere come Jim Carrey».
Stephen King
Il mondo dei morti è costruito sui sogni – e sugli incubi – dei vivi. Le piovre guidano gli autobus. Dio è un orso polare. E un’autostrada intasata porta letteralmente dritto all’inferno. Già una volta Vincent Ettrich e la sua ragazza Isabelle Neukor hanno compiuto un viaggio di andata e ritorno verso la morte. Ora Isabelle porta in grembo un bambino molto speciale, che un giorno potrebbe riordinare quel mosaico in continuo cambiamento che è la nostra realtà. A meno che gli agenti del Caos non riescano a riportarla nuovamente indietro nel mondo dei morti e lasciarla lì una volta per tutte.
Zuppa di vetro è un romanzo visionario e appassionante e insieme una grande storia d’amore. Ancora una volta Jonathan Carroll ci regala un libro magico e sorprendente dove niente è davvero quello che appare e nulla è veramente impossibile, e conferma, una volta di più, di essere uno scrittore che occupa una categoria a parte, e unica, nella letteratura contemporanea. 

«Jonathan Carroll fa paura come Hitchcock quando non fa ridere come Jim Carrey».
Stephen King
Il mondo dei morti è costruito sui sogni – e sugli incubi – dei vivi. Le piovre guidano gli autobus. Dio è un orso polare. E un’autostrada intasata porta letteralmente dritto all’inferno. Già una volta Vincent Ettrich e la sua ragazza Isabelle Neukor hanno compiuto un viaggio di andata e ritorno verso la morte. Ora Isabelle porta in grembo un bambino molto speciale, che un giorno potrebbe riordinare quel mosaico in continuo cambiamento che è la nostra realtà. A meno che gli agenti del Caos non riescano a riportarla nuovamente indietro nel mondo dei morti e lasciarla lì una volta per tutte.
Zuppa di vetro è un romanzo visionario e appassionante e insieme una grande storia d’amore. Ancora una volta Jonathan Carroll ci regala un libro magico e sorprendente dove niente è davvero quello che appare e nulla è veramente impossibile, e conferma, una volta di più, di essere uno scrittore che occupa una categoria a parte, e unica, nella letteratura contemporanea.
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### Sinossi
«Jonathan Carroll fa paura come Hitchcock quando non fa ridere come Jim Carrey».
Stephen King
Il mondo dei morti è costruito sui sogni – e sugli incubi – dei vivi. Le piovre guidano gli autobus. Dio è un orso polare. E un’autostrada intasata porta letteralmente dritto all’inferno. Già una volta Vincent Ettrich e la sua ragazza Isabelle Neukor hanno compiuto un viaggio di andata e ritorno verso la morte. Ora Isabelle porta in grembo un bambino molto speciale, che un giorno potrebbe riordinare quel mosaico in continuo cambiamento che è la nostra realtà. A meno che gli agenti del Caos non riescano a riportarla nuovamente indietro nel mondo dei morti e lasciarla lì una volta per tutte.
Zuppa di vetro è un romanzo visionario e appassionante e insieme una grande storia d’amore. Ancora una volta Jonathan Carroll ci regala un libro magico e sorprendente dove niente è davvero quello che appare e nulla è veramente impossibile, e conferma, una volta di più, di essere uno scrittore che occupa una categoria a parte, e unica, nella letteratura contemporanea. 

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La zona d’interesse (Supercoralli)

Al Kat Zet, la zona d’interesse, la vita scorre placidamente: madri che passeggiano con le figliolette, ricchi pasti serviti alla mensa ufficiali, tediosa burocrazia negli uffici, caldi incontri nelle alcove. Tutto intorno un’altra vita – se questa è vita – freme e spira, a centinaia, a migliaia, giú per le fosse, su per i camini. Ma qui, lungo il viale alberato della zona d’interesse, comprendente terreni, officine e centro residenziale delle SS, due amici d’infanzia – Golo Thomsen, ufficiale di collegamento fra l’industria bellica e il Reich, nonché nipote del gerarca Martin Bormann, e Boris Eltz, capitano valoroso e senza scrupoli – possono fantasticare sulle morbide forme della procace Hannah Doll, moglie dello spietato Kommandant del campo, come in un qualunque caffè del centro. Qui si può ridere del tatuaggio sul braccio delle Haftlinge- «il tuo numero di telefono?» – e affogare il grattacapo di una partita di 150 unità femminili troppo deperibili in una dose extra di buon brandy. Il grottesco per parlare dell’orrore. Amis affida quella dimensione al piú allucinante e macchiettistico dei suoi molti antieroi, Paul Doll, che con i suoi tic, le sue ansie e le sue lascivie, con il suo straniante pastiche linguistico, incarna tutto l’assurdo del regime. «E io, in modo vago e confuso, mi chiedevo se la storia del Nazionalsocialismo si sarebbe mai potuta svolgere in una qualunque altra lingua…», osserva Golo. Della tragedia che da quel regime promana è invece interprete Szmul, capo dei Sonderkommando, «gli uomini piú tristi del Lager». Szmul il corvo del crematorio, Szmul che traffica in cadaveri, ma, nel momento estremo della scelta, sono i suoi occhi morti ad accendere della luce della coscienza la vita che gli sopravvivrà. E resta spazio, nel catalogo delle esperienze umane travolte dall’orrore, per l’investigazione dell’amore in tempo di strage, attraverso il racconto dei turbamenti passional-sentimentali dell’arianissimo Golo, terza voce narrante del romanzo. Ma può nascere qualcosa di buono sullo sfondo dei camini? Martin Amis torna a cimentarsi con la ferita mai rimarginata dell’Olocausto, e lo fa con la piú dirompente delle espressioni umane: una caustica risata.
* * *
«*La zona d’interesse* è un tour de force di puro virtuosismo linguistico nonché un romanzo geniale e divinamente urticante che trae ispirazione da una profonda curiosità morale sul genere umano. Lascia senza fiato».
**Richard Ford**
**
### Recensione
**La dolce squallida vita nella Auschwitz di Amis**
*Paolo Bertinetti*, Tuttolibri – La Stampa
*La zona d’interesse* è un libro da leggere. Per capire, dopo che Benigni lo ha fatto in chiave comico/sentimentale, se è possibile parlare della tragedia dell’Olocausto in chiave grottesca. **Martin Amis** racconta una storia che intreccia le vicende private di alcuni abitanti della «zona d’interesse» che si trova accanto al campo di concentramento vero e proprio (dell’area, cioè, che ospita gli uffici e le residenze delle SS). Sono l’ufficiale Golo Thomsen, nipote del gerarca nazista Martin Bormann, Paul Doll, il Comandante del campo, e sua moglie Hanna – che Golo, immediatamente dopo averla vista per la prima volta, ha subito provato a immaginare «come potesse essere senza i vestiti».
Una storia di sesso, di pettegolezzi, di tradimenti e di squallida mondanità come quella che potrebbe riguardare dei tranquilli borghesi legati dal comune impiego presso la stessa ditta. Con la differenza che la ditta è Auschwitz: «Un osservatore ostile», dice un amico di Golo osservando il collaudo di due nuovi forni crematori, «potrebbe trovare tutto questo alquanto riprovevole».
Doll, il Comandante, è basato sulla figura di Rudolf Höss, il vero comandante di Auschwitz, processato a Norimberga e impiccato nel 1947. Amis riporta la sua dichiarazione finale, «ho raggiunto l’amara consapevolezza di avere gravemente peccato contro l’umanità». Forse, avendo scelto il taglio grottesco, avrebbe dovuto citare un’altra sua frase. Accusato, nel corso del processo, di essere responsabile della morte di tre milioni e mezzo di persone, replicò: «No, solo due milioni e mezzo, altre cinquecentomila morirono di stenti».
Nel romanzo il Comandante è un uomo viscido e meschino, che beve come una spugna e che deve subire il disprezzo della moglie. «Sono giunto alla conclusione che è stato davvero un tragico errore: sposare una donna così alta». Si rifà con la giovane Alisz che è piccolina, che mette incinta e che fa abortire ovviamente di nascosto: senza anestesia. Quando la descrive, le parti del corpo sono scritte in tedesco. Unterschenkel, gambe, un po’ corte; Hinterteil, natiche, superbe; Busen, tette, niente di speciale; e Sitzflache, posteriore, su quello non si discute. La ragione di questa scelta linguistica non è chiara; ma non riguarda solo la descrizione di Alisz, è un vezzo narrativo, forse dettato dall’intento di rendere più «tedesco» il modo di esprimersi del personaggio. D’altronde a un certo punto del romanzo leggiamo che Golo Thomsen si chiede se la storia del nazismo «si sarebbe mai potuta svolgere in una qualunque altra lingua».
Doll è uno dei narratori del romanzo. Un secondo narratore è Golo; un terzo narratore (dallo spazio limitato) è Szmul, il capo dei Sonderkommando, i prigionieri che «lavoravano» nei forni crematori. E’ a lui che è affidata la dimensione tragica dell’Olocausto, quasi en passant, come a suggerire la difficoltà di raccontare o anche soltanto di commentare quell’immane tragedia con gli strumenti della letteratura. Il libro, leggiamo nell’ultima pagina, è dedicato alla memoria di Primo Levi e di Paul Celan, ai due sopravvissuti che ci riuscirono. Amis sa bene che poteva muoversi soltanto su un altro piano; e sa di dover rendere loro omaggio.
Resta tuttavia la necessità di interrogarsi sulla sua scelta. In passato Amis ha spesso voluto affrontare i Grandi Temi. La guerra nucleare in I mostri di Einstein, lo stalinismo in Koba il Terribile, la rivoluzione femminista in La vedova incinta, l’undici settembre in Il secondo aereo. Dell’Olocausto già aveva parlato nella Freccia del tempo. Rispetto a molti scrittori impegnati a indagare piccole vicende private, ben venga l’ambizione di affidare alla letteratura la riflessione sulle grandi questioni che riguardano l’intera umanità. Il problema è non farsi prendere la mano dal proprio ruolo di narratore, proponendosi come inventore di storie che alla Storia ambiguamente si richiamano.
### Sinossi
Al Kat Zet, la zona d’interesse, la vita scorre placidamente: madri che passeggiano con le figliolette, ricchi pasti serviti alla mensa ufficiali, tediosa burocrazia negli uffici, caldi incontri nelle alcove. Tutto intorno un’altra vita – se questa è vita – freme e spira, a centinaia, a migliaia, giú per le fosse, su per i camini. Ma qui, lungo il viale alberato della zona d’interesse, comprendente terreni, officine e centro residenziale delle SS, due amici d’infanzia – Golo Thomsen, ufficiale di collegamento fra l’industria bellica e il Reich, nonché nipote del gerarca Martin Bormann, e Boris Eltz, capitano valoroso e senza scrupoli – possono fantasticare sulle morbide forme della procace Hannah Doll, moglie dello spietato Kommandant del campo, come in un qualunque caffè del centro. Qui si può ridere del tatuaggio sul braccio delle Haftlinge- «il tuo numero di telefono?» – e affogare il grattacapo di una partita di 150 unità femminili troppo deperibili in una dose extra di buon brandy. Il grottesco per parlare dell’orrore. Amis affida quella dimensione al piú allucinante e macchiettistico dei suoi molti antieroi, Paul Doll, che con i suoi tic, le sue ansie e le sue lascivie, con il suo straniante pastiche linguistico, incarna tutto l’assurdo del regime. «E io, in modo vago e confuso, mi chiedevo se la storia del Nazionalsocialismo si sarebbe mai potuta svolgere in una qualunque altra lingua…», osserva Golo. Della tragedia che da quel regime promana è invece interprete Szmul, capo dei Sonderkommando, «gli uomini piú tristi del Lager». Szmul il corvo del crematorio, Szmul che traffica in cadaveri, ma, nel momento estremo della scelta, sono i suoi occhi morti ad accendere della luce della coscienza la vita che gli sopravvivrà. E resta spazio, nel catalogo delle esperienze umane travolte dall’orrore, per l’investigazione dell’amore in tempo di strage, attraverso il racconto dei turbamenti passional-sentimentali dell’arianissimo Golo, terza voce narrante del romanzo. Ma può nascere qualcosa di buono sullo sfondo dei camini? Martin Amis torna a cimentarsi con la ferita mai rimarginata dell’Olocausto, e lo fa con la piú dirompente delle espressioni umane: una caustica risata.
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«*La zona d’interesse* è un tour de force di puro virtuosismo linguistico nonché un romanzo geniale e divinamente urticante che trae ispirazione da una profonda curiosità morale sul genere umano. Lascia senza fiato».
**Richard Ford**

Al Kat Zet, la zona d’interesse, la vita scorre placidamente: madri che passeggiano con le figliolette, ricchi pasti serviti alla mensa ufficiali, tediosa burocrazia negli uffici, caldi incontri nelle alcove. Tutto intorno un’altra vita – se questa è vita – freme e spira, a centinaia, a migliaia, giú per le fosse, su per i camini. Ma qui, lungo il viale alberato della zona d’interesse, comprendente terreni, officine e centro residenziale delle SS, due amici d’infanzia – Golo Thomsen, ufficiale di collegamento fra l’industria bellica e il Reich, nonché nipote del gerarca Martin Bormann, e Boris Eltz, capitano valoroso e senza scrupoli – possono fantasticare sulle morbide forme della procace Hannah Doll, moglie dello spietato Kommandant del campo, come in un qualunque caffè del centro. Qui si può ridere del tatuaggio sul braccio delle Haftlinge- «il tuo numero di telefono?» – e affogare il grattacapo di una partita di 150 unità femminili troppo deperibili in una dose extra di buon brandy. Il grottesco per parlare dell’orrore. Amis affida quella dimensione al piú allucinante e macchiettistico dei suoi molti antieroi, Paul Doll, che con i suoi tic, le sue ansie e le sue lascivie, con il suo straniante pastiche linguistico, incarna tutto l’assurdo del regime. «E io, in modo vago e confuso, mi chiedevo se la storia del Nazionalsocialismo si sarebbe mai potuta svolgere in una qualunque altra lingua…», osserva Golo. Della tragedia che da quel regime promana è invece interprete Szmul, capo dei Sonderkommando, «gli uomini piú tristi del Lager». Szmul il corvo del crematorio, Szmul che traffica in cadaveri, ma, nel momento estremo della scelta, sono i suoi occhi morti ad accendere della luce della coscienza la vita che gli sopravvivrà. E resta spazio, nel catalogo delle esperienze umane travolte dall’orrore, per l’investigazione dell’amore in tempo di strage, attraverso il racconto dei turbamenti passional-sentimentali dell’arianissimo Golo, terza voce narrante del romanzo. Ma può nascere qualcosa di buono sullo sfondo dei camini? Martin Amis torna a cimentarsi con la ferita mai rimarginata dell’Olocausto, e lo fa con la piú dirompente delle espressioni umane: una caustica risata.
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«*La zona d’interesse* è un tour de force di puro virtuosismo linguistico nonché un romanzo geniale e divinamente urticante che trae ispirazione da una profonda curiosità morale sul genere umano. Lascia senza fiato».
**Richard Ford**
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### Recensione
**La dolce squallida vita nella Auschwitz di Amis**
*Paolo Bertinetti*, Tuttolibri – La Stampa
*La zona d’interesse* è un libro da leggere. Per capire, dopo che Benigni lo ha fatto in chiave comico/sentimentale, se è possibile parlare della tragedia dell’Olocausto in chiave grottesca. **Martin Amis** racconta una storia che intreccia le vicende private di alcuni abitanti della «zona d’interesse» che si trova accanto al campo di concentramento vero e proprio (dell’area, cioè, che ospita gli uffici e le residenze delle SS). Sono l’ufficiale Golo Thomsen, nipote del gerarca nazista Martin Bormann, Paul Doll, il Comandante del campo, e sua moglie Hanna – che Golo, immediatamente dopo averla vista per la prima volta, ha subito provato a immaginare «come potesse essere senza i vestiti».
Una storia di sesso, di pettegolezzi, di tradimenti e di squallida mondanità come quella che potrebbe riguardare dei tranquilli borghesi legati dal comune impiego presso la stessa ditta. Con la differenza che la ditta è Auschwitz: «Un osservatore ostile», dice un amico di Golo osservando il collaudo di due nuovi forni crematori, «potrebbe trovare tutto questo alquanto riprovevole».
Doll, il Comandante, è basato sulla figura di Rudolf Höss, il vero comandante di Auschwitz, processato a Norimberga e impiccato nel 1947. Amis riporta la sua dichiarazione finale, «ho raggiunto l’amara consapevolezza di avere gravemente peccato contro l’umanità». Forse, avendo scelto il taglio grottesco, avrebbe dovuto citare un’altra sua frase. Accusato, nel corso del processo, di essere responsabile della morte di tre milioni e mezzo di persone, replicò: «No, solo due milioni e mezzo, altre cinquecentomila morirono di stenti».
Nel romanzo il Comandante è un uomo viscido e meschino, che beve come una spugna e che deve subire il disprezzo della moglie. «Sono giunto alla conclusione che è stato davvero un tragico errore: sposare una donna così alta». Si rifà con la giovane Alisz che è piccolina, che mette incinta e che fa abortire ovviamente di nascosto: senza anestesia. Quando la descrive, le parti del corpo sono scritte in tedesco. Unterschenkel, gambe, un po’ corte; Hinterteil, natiche, superbe; Busen, tette, niente di speciale; e Sitzflache, posteriore, su quello non si discute. La ragione di questa scelta linguistica non è chiara; ma non riguarda solo la descrizione di Alisz, è un vezzo narrativo, forse dettato dall’intento di rendere più «tedesco» il modo di esprimersi del personaggio. D’altronde a un certo punto del romanzo leggiamo che Golo Thomsen si chiede se la storia del nazismo «si sarebbe mai potuta svolgere in una qualunque altra lingua».
Doll è uno dei narratori del romanzo. Un secondo narratore è Golo; un terzo narratore (dallo spazio limitato) è Szmul, il capo dei Sonderkommando, i prigionieri che «lavoravano» nei forni crematori. E’ a lui che è affidata la dimensione tragica dell’Olocausto, quasi en passant, come a suggerire la difficoltà di raccontare o anche soltanto di commentare quell’immane tragedia con gli strumenti della letteratura. Il libro, leggiamo nell’ultima pagina, è dedicato alla memoria di Primo Levi e di Paul Celan, ai due sopravvissuti che ci riuscirono. Amis sa bene che poteva muoversi soltanto su un altro piano; e sa di dover rendere loro omaggio.
Resta tuttavia la necessità di interrogarsi sulla sua scelta. In passato Amis ha spesso voluto affrontare i Grandi Temi. La guerra nucleare in I mostri di Einstein, lo stalinismo in Koba il Terribile, la rivoluzione femminista in La vedova incinta, l’undici settembre in Il secondo aereo. Dell’Olocausto già aveva parlato nella Freccia del tempo. Rispetto a molti scrittori impegnati a indagare piccole vicende private, ben venga l’ambizione di affidare alla letteratura la riflessione sulle grandi questioni che riguardano l’intera umanità. Il problema è non farsi prendere la mano dal proprio ruolo di narratore, proponendosi come inventore di storie che alla Storia ambiguamente si richiamano.
### Sinossi
Al Kat Zet, la zona d’interesse, la vita scorre placidamente: madri che passeggiano con le figliolette, ricchi pasti serviti alla mensa ufficiali, tediosa burocrazia negli uffici, caldi incontri nelle alcove. Tutto intorno un’altra vita – se questa è vita – freme e spira, a centinaia, a migliaia, giú per le fosse, su per i camini. Ma qui, lungo il viale alberato della zona d’interesse, comprendente terreni, officine e centro residenziale delle SS, due amici d’infanzia – Golo Thomsen, ufficiale di collegamento fra l’industria bellica e il Reich, nonché nipote del gerarca Martin Bormann, e Boris Eltz, capitano valoroso e senza scrupoli – possono fantasticare sulle morbide forme della procace Hannah Doll, moglie dello spietato Kommandant del campo, come in un qualunque caffè del centro. Qui si può ridere del tatuaggio sul braccio delle Haftlinge- «il tuo numero di telefono?» – e affogare il grattacapo di una partita di 150 unità femminili troppo deperibili in una dose extra di buon brandy. Il grottesco per parlare dell’orrore. Amis affida quella dimensione al piú allucinante e macchiettistico dei suoi molti antieroi, Paul Doll, che con i suoi tic, le sue ansie e le sue lascivie, con il suo straniante pastiche linguistico, incarna tutto l’assurdo del regime. «E io, in modo vago e confuso, mi chiedevo se la storia del Nazionalsocialismo si sarebbe mai potuta svolgere in una qualunque altra lingua…», osserva Golo. Della tragedia che da quel regime promana è invece interprete Szmul, capo dei Sonderkommando, «gli uomini piú tristi del Lager». Szmul il corvo del crematorio, Szmul che traffica in cadaveri, ma, nel momento estremo della scelta, sono i suoi occhi morti ad accendere della luce della coscienza la vita che gli sopravvivrà. E resta spazio, nel catalogo delle esperienze umane travolte dall’orrore, per l’investigazione dell’amore in tempo di strage, attraverso il racconto dei turbamenti passional-sentimentali dell’arianissimo Golo, terza voce narrante del romanzo. Ma può nascere qualcosa di buono sullo sfondo dei camini? Martin Amis torna a cimentarsi con la ferita mai rimarginata dell’Olocausto, e lo fa con la piú dirompente delle espressioni umane: una caustica risata.
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«*La zona d’interesse* è un tour de force di puro virtuosismo linguistico nonché un romanzo geniale e divinamente urticante che trae ispirazione da una profonda curiosità morale sul genere umano. Lascia senza fiato».
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La zona cieca (VINTAGE)

Lidia, da sempre in guerra con se stessa e con gli altri per conquistare l’impossibile controllo di ogni emozione, un giorno s’innamora di Lorenzo, uno scrittore quarantenne fascinoso e arrogante. Comincia una storia d’amore fatta di bugie vere o supposte, e di tradimenti molto reali. In un crescendo di abbandoni e colpi di scena, all’improvviso arrivano le misteriose lettere di Brian. Un romanzo sulla forza dell’amore, impossibile da abbandonare.

Lidia, da sempre in guerra con se stessa e con gli altri per conquistare l’impossibile controllo di ogni emozione, un giorno s’innamora di Lorenzo, uno scrittore quarantenne fascinoso e arrogante. Comincia una storia d’amore fatta di bugie vere o supposte, e di tradimenti molto reali. In un crescendo di abbandoni e colpi di scena, all’improvviso arrivano le misteriose lettere di Brian. Un romanzo sulla forza dell’amore, impossibile da abbandonare.

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Zombie story e altri racconti

In un mondo devastato da scenari apocalittici, vampiri e zombi si contendono la vittoria sull’umanità per garantirsi la sopravvivenza eterna. Una giovane operaia cinese ricorda con orrore l’attacco dei morti viventi alla Grande muraglia. Fred è rinchiuso in uno stanzino senza cibo né acqua da non sa più quanti giorni, braccato da orde di zombi che gemono e si agitano là fuori. Un “sopravvissuto” racconta il suo nuovo lavoro: ricostruire i corpi e gli effetti personali delle vittime della guerra mondiale degli Zombi.
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In un mondo devastato da scenari apocalittici, vampiri e zombi si contendono la vittoria sull’umanità per garantirsi la sopravvivenza eterna. Una giovane operaia cinese ricorda con orrore l’attacco dei morti viventi alla Grande muraglia. Fred è rinchiuso in uno stanzino senza cibo né acqua da non sa più quanti giorni, braccato da orde di zombi che gemono e si agitano là fuori. Un “sopravvissuto” racconta il suo nuovo lavoro: ricostruire i corpi e gli effetti personali delle vittime della guerra mondiale degli Zombi.
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La zia marchesa

Seconda metà dell’Ottocento. La Montagnazza. Agrigento. Amalia vive con la nipote Pinuzza in una delle molte grotte scavate nella pietra. Le occupazioni quotidiane vanno di pari passo con i racconti di quando Amalia era la balia di Costanza in casa Safamita, una grande famiglia della ricca aristocrazia terriera. Il crollo del regno borbonico, la vendita dei beni ecclesiastici, il potere progressivamente assunto dalla mafia nelle campagne indeboliscono se non il prestigio almeno la forza dell’aristocrazia. È in questo contesto che si profila il difficile destino di Costanza Safamita, tanto amata e protetta dal padre, il barone Domenico, quanto rigettata e negletta dalla madre Caterina. Con la sua chioma rossa e il suo aspetto fisico quasi “di un’altra razza”, Costanza cresce fra le persone di servizio, divisa fra le occupazioni umili e l’esercizio della musica, fra l’orgoglio paterno del sangue e le prospettive alquanto limitate della vita in provincia. Quando il barone Domenico decide, a fronte delle delusioni infertegli dai figli maschi, che sarà lei l’unica vera erede del prestigio e delle sostanze di casa Safamita, Costanza è costretta ad affrontare la mondanità di Palermo, a trovare un marito, a modellarsi una nuova identità sociale. Si innamora del marchese Pietro Patella di Sabbiamena, tanto affascinante quanto spiantato e dissoluto, e riesce ad averlo, senza tuttavia sciogliere, come vorrebbe, i nodi che la vincolano a una sofferta, malvissuta sessualità. Simonetta Agnello Hornby costruisce, con il suo formidabile stile a più piani narrativi, la saga di una famiglia, un segmento della storia siciliana, il crollo di un mondo – quello aristocratico – guardato senza nostalgia, scandagliato impietosamente da entomologa sociale, non senza riservare al lettore il piacere di arrivare a inquietanti rivelazioni attraverso il progressivo sommarsi di tonalità di voci che variano dal racconto in prima persona di Amalia a quello del narratore-architetto.

Seconda metà dell’Ottocento. La Montagnazza. Agrigento. Amalia vive con la nipote Pinuzza in una delle molte grotte scavate nella pietra. Le occupazioni quotidiane vanno di pari passo con i racconti di quando Amalia era la balia di Costanza in casa Safamita, una grande famiglia della ricca aristocrazia terriera. Il crollo del regno borbonico, la vendita dei beni ecclesiastici, il potere progressivamente assunto dalla mafia nelle campagne indeboliscono se non il prestigio almeno la forza dell’aristocrazia. È in questo contesto che si profila il difficile destino di Costanza Safamita, tanto amata e protetta dal padre, il barone Domenico, quanto rigettata e negletta dalla madre Caterina. Con la sua chioma rossa e il suo aspetto fisico quasi “di un’altra razza”, Costanza cresce fra le persone di servizio, divisa fra le occupazioni umili e l’esercizio della musica, fra l’orgoglio paterno del sangue e le prospettive alquanto limitate della vita in provincia. Quando il barone Domenico decide, a fronte delle delusioni infertegli dai figli maschi, che sarà lei l’unica vera erede del prestigio e delle sostanze di casa Safamita, Costanza è costretta ad affrontare la mondanità di Palermo, a trovare un marito, a modellarsi una nuova identità sociale. Si innamora del marchese Pietro Patella di Sabbiamena, tanto affascinante quanto spiantato e dissoluto, e riesce ad averlo, senza tuttavia sciogliere, come vorrebbe, i nodi che la vincolano a una sofferta, malvissuta sessualità. Simonetta Agnello Hornby costruisce, con il suo formidabile stile a più piani narrativi, la saga di una famiglia, un segmento della storia siciliana, il crollo di un mondo – quello aristocratico – guardato senza nostalgia, scandagliato impietosamente da entomologa sociale, non senza riservare al lettore il piacere di arrivare a inquietanti rivelazioni attraverso il progressivo sommarsi di tonalità di voci che variano dal racconto in prima persona di Amalia a quello del narratore-architetto.

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Zero Zero Zero

“Guarda la cocaina, vedrai polvere. Guarda attraverso la cocaina, vedrai il mondo”
La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l’ha presa per svegliarsi stamattina o l’autista al volante dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale. Fa uso di coca chi ti è più vicino. Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio. Se non è tuo figlio, è il tuo capoufficio. Se non è il tuo capo, è la sua amante, a cui la regala lui al posto degli orecchini e meglio dei diamanti. Chi la usa è lì con te. È il poliziotto che sta per fermarti, il chirurgo che si sta svegliando ora per operare tua zia, l’avvocato da cui vai per divorziare. Il giudice che si pronuncerà sulla tua causa civile e non ritiene questo un vizio, ma solo un aiuto a godersi la vita. La cassiera che ti sta dando il biglietto della lotteria. Se non è lei, è il parroco da cui stai andando per la cresima, l’assessore che ha appena deliberato le nuove isole pedonali, il parcheggiatore che ormai sente l’allegria solo quando tira. Il ricercatore che sta seduto ora a destra del professore, il vigile urbano che suda moltissimo anche se è inverno, il lavavetri con gli occhi scavati. Tuo cognato che non è mai allegro o il ragazzo di tua figlia che invece lo è sempre. Il costruttore della casa in cui vivi, lo scrittore che leggi prima di dormire, la giornalista che ascolterai al telegiornale. Ma se, pensandoci bene, ritieni che nessuna di queste persone possa tirare cocaina, o sei incapace di vedere o stai mentendo. Oppure, semplicemente, la persona che ne fa uso sei tu.
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### Recensione
**L’inferno della cocaina è il motore del mondo**
*Mario Baudino*, Tuttolibri – La Stampa
“Scrivere di cocaina è come farne uso. Vuoi sempre più notizie, più informazioni e quelle che si trovano sembrano non bastare mai”. In questa frase di **Roberto Saviano** sta molto del suo libro, l’atteso *ZeroZeroZero*, prima opera organica dopo Gomorra, più volte annunciata e sempre rinviata.
Scrivere di cocaina, confessa, è come stare in perenne crisi di astinenza da informazioni e storie: «Per questo continuo a raccoglierne fino alla nausea, più di quanto sarebbe necessario» è la conclusione, quasi a congedo, delle oltre 400 pagine.
Il titolo allude alla cocaina purissima, con un evidente gioco di parole sulla farina doppio zero. Ma forse anche all’effetto nullificante non della droga in sé, ma della sua logica. La cocaina è la divinità maligna – o forse solo indifferente – che pervade il mondo dell’autore: «Sono diventato un mostro», scrive, perché «quando inserisci tutto nell’universo di senso che hai costruito osservando i poteri del narcotraffico, il resto diventa superfluo».
**Saviano** fissa la Medusa. «Hai sacrificato tutto non solo per capire, ma per mostrare, per indicare, per descrivere l’abisso. Valeva la pena?» Il suo libro non è solo un viaggio, ma una sorta di poema (che include peraltro alcune pagine in versi) dove la droga sembra spiegare tutto: affari, soldi, sesso, ferocia. Volano e motore di un universo totalizzante, la cocaina, o meglio il traffico internazionale, è per lo scrittore quel che il Capitale era per Marx, o la volontà di potenza di Nietzsche. Nulla si sottrae alle sue dinamiche, nel male e persino nel bene; nessuno può affermare che davvero la ignora; nessuno sfugge alla sua forza pervasiva. «Ma sono convinto – scrive alla fine del suo viaggio nell’orrore – che la legalizzazione potrebbe davvero essere la soluzione»
Si intuisce come la storia narrata nel libro sia anche quella di come è stato scritto, tra le difficoltà ovvie di un autore costretto da una parte a una vita blindata, e dall’altra affascinato e orrificato da una spinta insaziabile. **Saviano** spazia dal Messico alla Colombia, dagli Stati Uniti a Scampia, dalle grandi banche internazionali alla mafia russa inseguendo la traccia della droga che si trasforma in quantità inimmaginabili di denaro e permea perciò la stessa società che pretende di combatterla. E’ una sorta di inferno senza paradisi, dove al più è concessa la possibilità di un purgatorio. Una saga di boss dai nomi altisonanti o bizzarri che ammazzano, squartano, torturano e intanto costruiscono complicate ed efficientissime trame politiche e finanziarie. Una pulp (non)fiction di corpi fatti a pezzi, di vite umiliate e mutilate.
Al centro del libro le vicende dei «narcos» messicani, in base al principio enunciato dall’autore secondo cui «per capire la coca devi capire il Messico». Impresa non da poco. Anche perché proprio nella parte di più stringente documentazione emerge un certa discontinuità, almeno a livello stilistico e della tenuta narrativa. **Saviano** è **Saviano** quando è pienamente «scrittore» e dosa alla sua maniera finzione narrativa e realtà documentaria: come accade ad esempio nel primo capitolo dove l’autore-protagonista ascolta la registrazione clandestina di una «lezione» sulla vita e la morte impartita da un anziano boss italo americano a una congrega di reclute. Quando investe la pagina con la prima persona, dà come sempre il meglio di sé.
### Sinossi
“Guarda la cocaina, vedrai polvere. Guarda attraverso la cocaina, vedrai il mondo”
La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l’ha presa per svegliarsi stamattina o l’autista al volante dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale. Fa uso di coca chi ti è più vicino. Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio. Se non è tuo figlio, è il tuo capoufficio. Se non è il tuo capo, è la sua amante, a cui la regala lui al posto degli orecchini e meglio dei diamanti. Chi la usa è lì con te. È il poliziotto che sta per fermarti, il chirurgo che si sta svegliando ora per operare tua zia, l’avvocato da cui vai per divorziare. Il giudice che si pronuncerà sulla tua causa civile e non ritiene questo un vizio, ma solo un aiuto a godersi la vita. La cassiera che ti sta dando il biglietto della lotteria. Se non è lei, è il parroco da cui stai andando per la cresima, l’assessore che ha appena deliberato le nuove isole pedonali, il parcheggiatore che ormai sente l’allegria solo quando tira. Il ricercatore che sta seduto ora a destra del professore, il vigile urbano che suda moltissimo anche se è inverno, il lavavetri con gli occhi scavati. Tuo cognato che non è mai allegro o il ragazzo di tua figlia che invece lo è sempre. Il costruttore della casa in cui vivi, lo scrittore che leggi prima di dormire, la giornalista che ascolterai al telegiornale. Ma se, pensandoci bene, ritieni che nessuna di queste persone possa tirare cocaina, o sei incapace di vedere o stai mentendo. Oppure, semplicemente, la persona che ne fa uso sei tu.

“Guarda la cocaina, vedrai polvere. Guarda attraverso la cocaina, vedrai il mondo”
La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l’ha presa per svegliarsi stamattina o l’autista al volante dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale. Fa uso di coca chi ti è più vicino. Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio. Se non è tuo figlio, è il tuo capoufficio. Se non è il tuo capo, è la sua amante, a cui la regala lui al posto degli orecchini e meglio dei diamanti. Chi la usa è lì con te. È il poliziotto che sta per fermarti, il chirurgo che si sta svegliando ora per operare tua zia, l’avvocato da cui vai per divorziare. Il giudice che si pronuncerà sulla tua causa civile e non ritiene questo un vizio, ma solo un aiuto a godersi la vita. La cassiera che ti sta dando il biglietto della lotteria. Se non è lei, è il parroco da cui stai andando per la cresima, l’assessore che ha appena deliberato le nuove isole pedonali, il parcheggiatore che ormai sente l’allegria solo quando tira. Il ricercatore che sta seduto ora a destra del professore, il vigile urbano che suda moltissimo anche se è inverno, il lavavetri con gli occhi scavati. Tuo cognato che non è mai allegro o il ragazzo di tua figlia che invece lo è sempre. Il costruttore della casa in cui vivi, lo scrittore che leggi prima di dormire, la giornalista che ascolterai al telegiornale. Ma se, pensandoci bene, ritieni che nessuna di queste persone possa tirare cocaina, o sei incapace di vedere o stai mentendo. Oppure, semplicemente, la persona che ne fa uso sei tu.
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### Recensione
**L’inferno della cocaina è il motore del mondo**
*Mario Baudino*, Tuttolibri – La Stampa
“Scrivere di cocaina è come farne uso. Vuoi sempre più notizie, più informazioni e quelle che si trovano sembrano non bastare mai”. In questa frase di **Roberto Saviano** sta molto del suo libro, l’atteso *ZeroZeroZero*, prima opera organica dopo Gomorra, più volte annunciata e sempre rinviata.
Scrivere di cocaina, confessa, è come stare in perenne crisi di astinenza da informazioni e storie: «Per questo continuo a raccoglierne fino alla nausea, più di quanto sarebbe necessario» è la conclusione, quasi a congedo, delle oltre 400 pagine.
Il titolo allude alla cocaina purissima, con un evidente gioco di parole sulla farina doppio zero. Ma forse anche all’effetto nullificante non della droga in sé, ma della sua logica. La cocaina è la divinità maligna – o forse solo indifferente – che pervade il mondo dell’autore: «Sono diventato un mostro», scrive, perché «quando inserisci tutto nell’universo di senso che hai costruito osservando i poteri del narcotraffico, il resto diventa superfluo».
**Saviano** fissa la Medusa. «Hai sacrificato tutto non solo per capire, ma per mostrare, per indicare, per descrivere l’abisso. Valeva la pena?» Il suo libro non è solo un viaggio, ma una sorta di poema (che include peraltro alcune pagine in versi) dove la droga sembra spiegare tutto: affari, soldi, sesso, ferocia. Volano e motore di un universo totalizzante, la cocaina, o meglio il traffico internazionale, è per lo scrittore quel che il Capitale era per Marx, o la volontà di potenza di Nietzsche. Nulla si sottrae alle sue dinamiche, nel male e persino nel bene; nessuno può affermare che davvero la ignora; nessuno sfugge alla sua forza pervasiva. «Ma sono convinto – scrive alla fine del suo viaggio nell’orrore – che la legalizzazione potrebbe davvero essere la soluzione»
Si intuisce come la storia narrata nel libro sia anche quella di come è stato scritto, tra le difficoltà ovvie di un autore costretto da una parte a una vita blindata, e dall’altra affascinato e orrificato da una spinta insaziabile. **Saviano** spazia dal Messico alla Colombia, dagli Stati Uniti a Scampia, dalle grandi banche internazionali alla mafia russa inseguendo la traccia della droga che si trasforma in quantità inimmaginabili di denaro e permea perciò la stessa società che pretende di combatterla. E’ una sorta di inferno senza paradisi, dove al più è concessa la possibilità di un purgatorio. Una saga di boss dai nomi altisonanti o bizzarri che ammazzano, squartano, torturano e intanto costruiscono complicate ed efficientissime trame politiche e finanziarie. Una pulp (non)fiction di corpi fatti a pezzi, di vite umiliate e mutilate.
Al centro del libro le vicende dei «narcos» messicani, in base al principio enunciato dall’autore secondo cui «per capire la coca devi capire il Messico». Impresa non da poco. Anche perché proprio nella parte di più stringente documentazione emerge un certa discontinuità, almeno a livello stilistico e della tenuta narrativa. **Saviano** è **Saviano** quando è pienamente «scrittore» e dosa alla sua maniera finzione narrativa e realtà documentaria: come accade ad esempio nel primo capitolo dove l’autore-protagonista ascolta la registrazione clandestina di una «lezione» sulla vita e la morte impartita da un anziano boss italo americano a una congrega di reclute. Quando investe la pagina con la prima persona, dà come sempre il meglio di sé.
### Sinossi
“Guarda la cocaina, vedrai polvere. Guarda attraverso la cocaina, vedrai il mondo”
La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l’ha presa per svegliarsi stamattina o l’autista al volante dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale. Fa uso di coca chi ti è più vicino. Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio. Se non è tuo figlio, è il tuo capoufficio. Se non è il tuo capo, è la sua amante, a cui la regala lui al posto degli orecchini e meglio dei diamanti. Chi la usa è lì con te. È il poliziotto che sta per fermarti, il chirurgo che si sta svegliando ora per operare tua zia, l’avvocato da cui vai per divorziare. Il giudice che si pronuncerà sulla tua causa civile e non ritiene questo un vizio, ma solo un aiuto a godersi la vita. La cassiera che ti sta dando il biglietto della lotteria. Se non è lei, è il parroco da cui stai andando per la cresima, l’assessore che ha appena deliberato le nuove isole pedonali, il parcheggiatore che ormai sente l’allegria solo quando tira. Il ricercatore che sta seduto ora a destra del professore, il vigile urbano che suda moltissimo anche se è inverno, il lavavetri con gli occhi scavati. Tuo cognato che non è mai allegro o il ragazzo di tua figlia che invece lo è sempre. Il costruttore della casa in cui vivi, lo scrittore che leggi prima di dormire, la giornalista che ascolterai al telegiornale. Ma se, pensandoci bene, ritieni che nessuna di queste persone possa tirare cocaina, o sei incapace di vedere o stai mentendo. Oppure, semplicemente, la persona che ne fa uso sei tu.

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Zero Assoluto

Il sole infuocato si spegne nel mare dietro le mura dell’antico borgo medievale di Tossa de Mar, in Costa Brava. Le mani strette intorno a un drink ghiacciato, Peter Ross, giovane e brillante radiologo americano, incrocia lo sguardo di un’affascinante straniera. Le donne sono sempre state il suo punto debole. Ma questa volta cedere a quella che inizialmente sembra soltanto una richiesta stravagante rischia di essere il più grande errore della sua vita. In poche ore Peter si trova catapultato dal caldo assolato della spiaggia al freddo gelido di una sala per autopsie, minacciato da tre uomini in abito scuro appena sbarcati da un volo proveniente dagli Stati Uniti. Peter non è abilitato a effettuare un’autopsia, sa a malapena da dove cominciare. Ma a loro non importa: vogliono solo che lui nasconda qualcosa all’interno di un cadavere. Qualcosa di prezioso. Qualcosa per cui sono disposti a uccidere. E non sono gli unici. Appena terminata l’operazione, Peter si trova al centro di una spietata resa dei conti tra bande rivali, una corsa a perdifiato dalle torri moresche dell’Alhambra di Granada ai vicoli bagnati dalla pioggia di Parigi. Solo, nemmeno consapevole di ciò che ha appena fatto, Peter deve far affidamento su tutte le proprie risorse per fronteggiare la minaccia di un pericoloso scienziato, disposto a tutto per recuperare l’oggetto nascosto. Perché quell’oggetto permette di evocare un potere antico e terribile, qualcosa che può cambiare per sempre i destini del mondo mettendoli nelle mani di un unico uomo. Zero assoluto è uno dei romanzi scritti da Michael Crichton durante gli anni dell’università di medicina, a Harvard. Quarant’anni dopo, l’autore bestseller di Congo e Jurassic Park decise di ridare vita a questo thriller dalla trama fulminante, riscrivendo il primo e l’ultimo capitolo. Il risultato è una rovente spy story che strizza l’occhio ai classici del genere, tra cospirazioni, colpi di scena ed enigmi insolubili: lo scontro tra il male e il bene per il controllo del mondo è iniziato.

Il sole infuocato si spegne nel mare dietro le mura dell’antico borgo medievale di Tossa de Mar, in Costa Brava. Le mani strette intorno a un drink ghiacciato, Peter Ross, giovane e brillante radiologo americano, incrocia lo sguardo di un’affascinante straniera. Le donne sono sempre state il suo punto debole. Ma questa volta cedere a quella che inizialmente sembra soltanto una richiesta stravagante rischia di essere il più grande errore della sua vita. In poche ore Peter si trova catapultato dal caldo assolato della spiaggia al freddo gelido di una sala per autopsie, minacciato da tre uomini in abito scuro appena sbarcati da un volo proveniente dagli Stati Uniti. Peter non è abilitato a effettuare un’autopsia, sa a malapena da dove cominciare. Ma a loro non importa: vogliono solo che lui nasconda qualcosa all’interno di un cadavere. Qualcosa di prezioso. Qualcosa per cui sono disposti a uccidere. E non sono gli unici. Appena terminata l’operazione, Peter si trova al centro di una spietata resa dei conti tra bande rivali, una corsa a perdifiato dalle torri moresche dell’Alhambra di Granada ai vicoli bagnati dalla pioggia di Parigi. Solo, nemmeno consapevole di ciò che ha appena fatto, Peter deve far affidamento su tutte le proprie risorse per fronteggiare la minaccia di un pericoloso scienziato, disposto a tutto per recuperare l’oggetto nascosto. Perché quell’oggetto permette di evocare un potere antico e terribile, qualcosa che può cambiare per sempre i destini del mondo mettendoli nelle mani di un unico uomo. Zero assoluto è uno dei romanzi scritti da Michael Crichton durante gli anni dell’università di medicina, a Harvard. Quarant’anni dopo, l’autore bestseller di Congo e Jurassic Park decise di ridare vita a questo thriller dalla trama fulminante, riscrivendo il primo e l’ultimo capitolo. Il risultato è una rovente spy story che strizza l’occhio ai classici del genere, tra cospirazioni, colpi di scena ed enigmi insolubili: lo scontro tra il male e il bene per il controllo del mondo è iniziato.

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Zanna bianca

Nel 1906, tre anni dopo la pubblicazione del famosissimo Il richiamo della foresta (che puoi trovare in questa collana), Jack London diede alle stampe Zanna Bianca, uno dei romanzi più tradotti, venduti, recensiti del secolo scorso. Anche in questo libro, l’autore volle ricordare la sua esperienza di cercatore d’oro nell’ambiente terribile del Grande Nord e ancora una volta scelse come protagonista un animale. Zanna Bianca, infatti, è il nome indiano di un cucciolo di lupo, bello e fortissimo, disposto ad accettare qualsiasi sfida per sopravvivere, ma al tempo stesso pronto a sacrificare la propria vita per colui che ha risvegliato nel suo “cuore” di animale selvatico la fiducia nell’essere umano.

Nel 1906, tre anni dopo la pubblicazione del famosissimo Il richiamo della foresta (che puoi trovare in questa collana), Jack London diede alle stampe Zanna Bianca, uno dei romanzi più tradotti, venduti, recensiti del secolo scorso. Anche in questo libro, l’autore volle ricordare la sua esperienza di cercatore d’oro nell’ambiente terribile del Grande Nord e ancora una volta scelse come protagonista un animale. Zanna Bianca, infatti, è il nome indiano di un cucciolo di lupo, bello e fortissimo, disposto ad accettare qualsiasi sfida per sopravvivere, ma al tempo stesso pronto a sacrificare la propria vita per colui che ha risvegliato nel suo “cuore” di animale selvatico la fiducia nell’essere umano.

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Uno zaino, un orso e otto casse di vodka

Lev Golinkin nasce a Char’kov, in Ucraina, nel 1980. La Guerra Fredda e l’Unione Sovietica sono al tramonto. Era un’epoca di macchinoni neri e di sparizioni notturne, informatori del KGB appostati a ogni finestra, umiliazioni, paura e violento antisemitismo. I genitori di Lev desideravano per lui e sua sorella, Lina, una vita migliore, ma le frontiere erano ancora sigillate e il sogno dell’America lontanissimo. Poi, alla fine del 1989, si aprì uno spiraglio per la fuga – una fuga definitiva – e i Golinkin, insieme a centinaia di migliaia di ebrei sovietici, rischiarono tutto per riuscirci. Ma dovevano fare in fretta: girava voce che a partire dal 31 dicembre l’America non avrebbe accolto più nessuno.Vivace, emozionante, venato di humour nero, Uno zaino, un orso, e otto casse di vodka è un viaggio nella follia totalitaria che snatura la vita e le coscienze di adulti e dell’infanzia, visto dalla prospettiva personale di un bambino vulnerabile ma ostinato, costretto a vivere in un Paese che non lo vuole. Ma è anche la storia dell’uomo Golinkin diventato americano, che torna in cerca delle tante persone che avevano reso possibile la sua fuga, per ritrovare il senso di quella solidarietà umana, unica superstite di un’epoca di grandi macerie.

Lev Golinkin nasce a Char’kov, in Ucraina, nel 1980. La Guerra Fredda e l’Unione Sovietica sono al tramonto. Era un’epoca di macchinoni neri e di sparizioni notturne, informatori del KGB appostati a ogni finestra, umiliazioni, paura e violento antisemitismo. I genitori di Lev desideravano per lui e sua sorella, Lina, una vita migliore, ma le frontiere erano ancora sigillate e il sogno dell’America lontanissimo. Poi, alla fine del 1989, si aprì uno spiraglio per la fuga – una fuga definitiva – e i Golinkin, insieme a centinaia di migliaia di ebrei sovietici, rischiarono tutto per riuscirci. Ma dovevano fare in fretta: girava voce che a partire dal 31 dicembre l’America non avrebbe accolto più nessuno.Vivace, emozionante, venato di humour nero, Uno zaino, un orso, e otto casse di vodka è un viaggio nella follia totalitaria che snatura la vita e le coscienze di adulti e dell’infanzia, visto dalla prospettiva personale di un bambino vulnerabile ma ostinato, costretto a vivere in un Paese che non lo vuole. Ma è anche la storia dell’uomo Golinkin diventato americano, che torna in cerca delle tante persone che avevano reso possibile la sua fuga, per ritrovare il senso di quella solidarietà umana, unica superstite di un’epoca di grandi macerie.

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Yoshe Kalb

Chi è l’uomo, assente e impenetrabile, che alla domanda «Chi sei?» dei settanta rabbini appositamente convenuti a Nyesheve dalle grandi città della Polonia russa e della Galizia risponde solo, con voce remota: «Non lo so»? Il sensibile, delicato Nahum, genero dell’onnipotente Rabbi Melech ed esperto di Qabbalah, tornato pressoché irriconoscibile a Nyesheve dopo quindici anni di un misterioso errare? O, come invece sostengono i nemici di Rabbi Melech, il più miserabile e deriso dei mendicanti di Bialogura, Yoshe il tonto, che per placare una spaventosa epidemia è stato unito in matrimonio a Zivyah, la figlia idiota dello scaccino? È un asceta, un santo, degno di succedere al­l’or­mai anziano rabbino di Nyesheve e di guidare i hassidim, o un peccatore, uno spergiuro? Mai la comunità ebraica è stata tanto lacerata e divisa – al punto da istituire un tribunale che risolva il caso –, mai ha conosciuto una così sanguinosa faida, quasi che le sue sorti fossero appese all’e­sile filo di una vacillante identità e di un incomprensibile vagabondare. E mai come in quest’uomo l’impossibilità di decidere del proprio destino, l’esilio – da se stessi, anzitutto –, l’angosciosa ricerca di una patria inesistente hanno trovato una più arcana, struggente, memorabile in­­carnazione.

Chi è l’uomo, assente e impenetrabile, che alla domanda «Chi sei?» dei settanta rabbini appositamente convenuti a Nyesheve dalle grandi città della Polonia russa e della Galizia risponde solo, con voce remota: «Non lo so»? Il sensibile, delicato Nahum, genero dell’onnipotente Rabbi Melech ed esperto di Qabbalah, tornato pressoché irriconoscibile a Nyesheve dopo quindici anni di un misterioso errare? O, come invece sostengono i nemici di Rabbi Melech, il più miserabile e deriso dei mendicanti di Bialogura, Yoshe il tonto, che per placare una spaventosa epidemia è stato unito in matrimonio a Zivyah, la figlia idiota dello scaccino? È un asceta, un santo, degno di succedere al­l’or­mai anziano rabbino di Nyesheve e di guidare i hassidim, o un peccatore, uno spergiuro? Mai la comunità ebraica è stata tanto lacerata e divisa – al punto da istituire un tribunale che risolva il caso –, mai ha conosciuto una così sanguinosa faida, quasi che le sue sorti fossero appese all’e­sile filo di una vacillante identità e di un incomprensibile vagabondare. E mai come in quest’uomo l’impossibilità di decidere del proprio destino, l’esilio – da se stessi, anzitutto –, l’angosciosa ricerca di una patria inesistente hanno trovato una più arcana, struggente, memorabile in­­carnazione.

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Yono-Cho

Un uomo in grigio, in una grigia città, trasporta faticosamente un enorme pacco rosso. L’uomo è l’ingegner Corrado Olmi, oscuro funzionario della Electronic System Corporation, e il pacco viene dalla filiale appena aperta della ditta giapponese Yono-cho. Che cosa contiene? Qualcosa di grande e prezioso, qualcosa che fa fremere di desiderio l’animo frustrato dell’ingegner Olmi. Il riscatto di una vita affettiva fatta di aspettative tradite, incomprensioni, odio e rancore unita a un’attività professionale piatta e incolore. È dunque possibile costruirsi un amore “esclusivo” che rappresenti una fortezza nella quale ripararsi ogni sera e che sappia ripagare delle sconfitte della vita? Per scoprirlo, Corrado deve aprire la scatola… Da questo iniziale colpo di scena prende il via il romanzo di Vittorino Andreoli, in cui l’autore scava nei misteri che si nascondono nell’animo umano. La storia di Yono-cho è il percorso della personalissima fatica di vivere di Corrado Olmi, un uomo piccolo piccolo alla ricerca di una propria identità, di un proprio rifugio felice. Dopo anni di solitudine e frustrazione, conoscerà troppo in fretta la sessualità, l’euforia, il tradimento (ma forse no), il rancore, l’odio, la vendetta… E, ancora una volta, vedrà crollare amaramente le sue illusioni nel più inaspettato e incredibile dei modi.

Un uomo in grigio, in una grigia città, trasporta faticosamente un enorme pacco rosso. L’uomo è l’ingegner Corrado Olmi, oscuro funzionario della Electronic System Corporation, e il pacco viene dalla filiale appena aperta della ditta giapponese Yono-cho. Che cosa contiene? Qualcosa di grande e prezioso, qualcosa che fa fremere di desiderio l’animo frustrato dell’ingegner Olmi. Il riscatto di una vita affettiva fatta di aspettative tradite, incomprensioni, odio e rancore unita a un’attività professionale piatta e incolore. È dunque possibile costruirsi un amore “esclusivo” che rappresenti una fortezza nella quale ripararsi ogni sera e che sappia ripagare delle sconfitte della vita? Per scoprirlo, Corrado deve aprire la scatola… Da questo iniziale colpo di scena prende il via il romanzo di Vittorino Andreoli, in cui l’autore scava nei misteri che si nascondono nell’animo umano. La storia di Yono-cho è il percorso della personalissima fatica di vivere di Corrado Olmi, un uomo piccolo piccolo alla ricerca di una propria identità, di un proprio rifugio felice. Dopo anni di solitudine e frustrazione, conoscerà troppo in fretta la sessualità, l’euforia, il tradimento (ma forse no), il rancore, l’odio, la vendetta… E, ancora una volta, vedrà crollare amaramente le sue illusioni nel più inaspettato e incredibile dei modi.

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Yeruldelgger. Morte nella steppa

Non comincia bene la giornata di un commissario mongolo se, alle prime luci dell’alba, in una fabbrica alla periferia della città, si ritrova davanti i cadaveri di tre cinesi, per di più con i macabri segni di un inequivocabile rito sessuale. E la situazione può solo complicarsi quando, poche ore dopo, nel bel mezzo della steppa, è costretto a esaminare una scena perfino più crudele: i resti di una bambina seppellita con il suo triciclo. Quello che però il duro, rude, cinico ma anche romantico commissario Yeruldelgger non sa è che per lui il peggio deve ancora arrivare. A intralciare la sua strada, e a minacciare la sua stessa vita, politici e potenti locali, magnati stranieri in cerca di investimenti e divertimenti illeciti, poliziotti corrotti e delinquenti neonazisti, per contrastare i quali dovrà attingere alle più moderne tecniche investigative e, insieme, alla saggezza dei monaci guerrieri discendenti di Gengis Khan. Sullo sfondo, una Mongolia suggestiva e misteriosa: dalla sconfinata Ulan Bator alle steppe abitate dagli antichi popoli nomadi, un coacervo di contraddizioni in bilico fra un’antichissima cultura tradizionale e le nuove, irrefrenabili esigenze della modernità. Yeruldelgger dovrà compiere un viaggio fino alle radici di entrambe, se vorrà trovare una soluzione per i delitti, e anche per se stesso. Un thriller classico, a tinte forti, con un’ambientazione unica, in cui pagina dopo pagina si susseguono le scene ad alta tensione e ogni calo di emotività è bandito.
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Non comincia bene la giornata di un commissario mongolo se, alle prime luci dell’alba, in una fabbrica alla periferia della città, si ritrova davanti i cadaveri di tre cinesi, per di più con i macabri segni di un inequivocabile rito sessuale. E la situazione può solo complicarsi quando, poche ore dopo, nel bel mezzo della steppa, è costretto a esaminare una scena perfino più crudele: i resti di una bambina seppellita con il suo triciclo. Quello che però il duro, rude, cinico ma anche romantico commissario Yeruldelgger non sa è che per lui il peggio deve ancora arrivare. A intralciare la sua strada, e a minacciare la sua stessa vita, politici e potenti locali, magnati stranieri in cerca di investimenti e divertimenti illeciti, poliziotti corrotti e delinquenti neonazisti, per contrastare i quali dovrà attingere alle più moderne tecniche investigative e, insieme, alla saggezza dei monaci guerrieri discendenti di Gengis Khan. Sullo sfondo, una Mongolia suggestiva e misteriosa: dalla sconfinata Ulan Bator alle steppe abitate dagli antichi popoli nomadi, un coacervo di contraddizioni in bilico fra un’antichissima cultura tradizionale e le nuove, irrefrenabili esigenze della modernità. Yeruldelgger dovrà compiere un viaggio fino alle radici di entrambe, se vorrà trovare una soluzione per i delitti, e anche per se stesso. Un thriller classico, a tinte forti, con un’ambientazione unica, in cui pagina dopo pagina si susseguono le scene ad alta tensione e ogni calo di emotività è bandito.
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Wyst alastor 1716

L’Ammasso Galattico di Alastor, crogiuolo di popoli e civiltà, culture strane e bizzarre, è il teatro delle avventure di molti romanzi scritti da Jack Vance negli ultimi anni. Dopo Trullion: Alastor 2262 e Marune: Alastor 933 ecco Wyst: Alastor 1716, in cui Vance si diverte a descrivere una nuova cultura, quella di Arrabus, capitale di Wyst, i cui cittadini hanno tentato la difficile strada del socialismo utopistico: in questa metropoli milioni di individui vivono in condizioni di uguaglianza assoluta, lavorando solo poche ore alla settimana e conducendo una vita di piaceri e frivolezze. Jantiff Ravenstoke è uno dei tanti turisti stranieri attirati da questo apparente paradiso, un giovane artista irrequieto affascinato da questo sogno edonistico. Ma l’Utopia vera non esiste, neppure su Wyst. Dietro la facciata allettante si nascondono gravi difetti, e l’avvicinarsi del Festival per celebrare il centenario della fondazione di Arrabus coincide con l’approssimarsi dell’inevitabile crisi socioeconomica. Il Connatic, il potente governatore dell’Ammasso di Alastor, invitato ad apparire al Festival in occasione di un nuovo programma per rivitalizzare la decadente economia di Arrabus, sembra al centro di un misterioso complotto in cui viene a trovarsi invischiato lo stesso Jantiff Ravenstoke. E ben presto quella che era iniziata come una favolosa vacanza di ozi e piaceri si trasformerà per il giovane protagonista in un terribile incubo in cui verrà messa a repentaglio la sua stessa vita.

L’Ammasso Galattico di Alastor, crogiuolo di popoli e civiltà, culture strane e bizzarre, è il teatro delle avventure di molti romanzi scritti da Jack Vance negli ultimi anni. Dopo Trullion: Alastor 2262 e Marune: Alastor 933 ecco Wyst: Alastor 1716, in cui Vance si diverte a descrivere una nuova cultura, quella di Arrabus, capitale di Wyst, i cui cittadini hanno tentato la difficile strada del socialismo utopistico: in questa metropoli milioni di individui vivono in condizioni di uguaglianza assoluta, lavorando solo poche ore alla settimana e conducendo una vita di piaceri e frivolezze. Jantiff Ravenstoke è uno dei tanti turisti stranieri attirati da questo apparente paradiso, un giovane artista irrequieto affascinato da questo sogno edonistico. Ma l’Utopia vera non esiste, neppure su Wyst. Dietro la facciata allettante si nascondono gravi difetti, e l’avvicinarsi del Festival per celebrare il centenario della fondazione di Arrabus coincide con l’approssimarsi dell’inevitabile crisi socioeconomica. Il Connatic, il potente governatore dell’Ammasso di Alastor, invitato ad apparire al Festival in occasione di un nuovo programma per rivitalizzare la decadente economia di Arrabus, sembra al centro di un misterioso complotto in cui viene a trovarsi invischiato lo stesso Jantiff Ravenstoke. E ben presto quella che era iniziata come una favolosa vacanza di ozi e piaceri si trasformerà per il giovane protagonista in un terribile incubo in cui verrà messa a repentaglio la sua stessa vita.

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World After. L’oscurità

Gli angeli hanno scatenato l’apocalisse sulla terra, la loro furia è inarrestabile e non lascia scampo. Agli esseri umani non resta che decidere se rassegnarsi a un’esistenza da esuli o ribellarsi a una supremazia che non conosce limiti. Tra le macerie di San Francisco, Penryn lotta per sopravvivereinsieme a sua madre e alla sorella Paige. È disposta a tutto pur di difendere le loro vite, eppure si scopre impotente quando sua sorella le viene strappata con la forza, scambiata per una creatura mostruosa da coloro che dovrebbero proteggerla. Penryn percorre le strade deserte di una città irriconoscibile sulle tracce della piccola scomparsa nel nulla, un viaggio disperato che la metterà di fronte alla crudele ambizione degli angeli e ai loro piani di distruzione: in gioco non c’è solo la salvezza della sua famiglia, ma il futuro stesso del genere umano. Solo Raffe può aiutarla, ma l’arcangelo è alla ricerca delle sue ali, senza le quali non può rivendicare il posto che gli spetta tra i suoi simili, e dovrà scegliere se salvare sé stesso o la vita di Penryn. Una storia oscura e affascinante, tornano Penryn e Raffe nel sequel di L’angelo caduto.

Gli angeli hanno scatenato l’apocalisse sulla terra, la loro furia è inarrestabile e non lascia scampo. Agli esseri umani non resta che decidere se rassegnarsi a un’esistenza da esuli o ribellarsi a una supremazia che non conosce limiti. Tra le macerie di San Francisco, Penryn lotta per sopravvivereinsieme a sua madre e alla sorella Paige. È disposta a tutto pur di difendere le loro vite, eppure si scopre impotente quando sua sorella le viene strappata con la forza, scambiata per una creatura mostruosa da coloro che dovrebbero proteggerla. Penryn percorre le strade deserte di una città irriconoscibile sulle tracce della piccola scomparsa nel nulla, un viaggio disperato che la metterà di fronte alla crudele ambizione degli angeli e ai loro piani di distruzione: in gioco non c’è solo la salvezza della sua famiglia, ma il futuro stesso del genere umano. Solo Raffe può aiutarla, ma l’arcangelo è alla ricerca delle sue ali, senza le quali non può rivendicare il posto che gli spetta tra i suoi simili, e dovrà scegliere se salvare sé stesso o la vita di Penryn. Una storia oscura e affascinante, tornano Penryn e Raffe nel sequel di L’angelo caduto.

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WordPress. La guida completa: Creare Blog e siti professionali

Un manuale che guida gradualmente alla scoperta e all’utilizzo di WordPress fino a permetterti di sviluppare siti e blog completi e professionali, illustrando ogni passo con un linguaggio chiaro ed esempi pratici. Il libro espone in dettaglio tutte le fasi di installazione, configurazione, utilizzo e ottimizzazione di WordPress senza trascurare alcuna funzionalità fondamentale tanto nella gestione delle impostazioni del CMS quanto nella creazione e pubblicazione di contenuti, inclusi gli aspetti legati alla traduzione e ai siti multilingua. Ampio spazio è dedicato alla promozione dei siti e blog sui social media e all’ottimizzazione SEO per il posizionamento sui motori di ricerca, ma non vengono trascurati neanche gli aspetti, sempre più importanti, della sicurezza e della manutenzione di WordPress. I progetti Web presenti nel volume permettono anche ai meno esperti di realizzare da subito siti professionali, utilizzando tecniche e strumenti accessibili e al passo con gli sviluppi più recenti del mondo WordPress.

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