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La mano del morto

PROLOGO Guy Pearce virò delicatamente verso sud ovest. Il piccolo aereo cambiò rotta e puntò il muso verso le coste del Messico. La notte serena facilitava il pilota nelle sue manovre. La luna splendeva fra le rare nubi. Era la notte ideale per andarsene senza essere visto. Nessuno si sarebbe accorto della sua partenza, se non quando fosse stato troppo tardi. Il peggio era passato, ora si trattava solo di avere pazienza. Guy pregustava il momento in cui tutto si sarebbe definitivamente risolto e avrebbe potuto ricominciare una nuova vita. Con lei. Doveva solo avere pazienza ed essere prudente. Controllò di nuovo la rotta, tutto a posto. Cuba scomparve lentamente, come il suo passato. AVVERTENZE *** Il linguaggio crudo e il contenuto esplicito rendono questo libro poco adatto ai lettori più sensibili *** DALLO STESSO AUTORE… Antonio Chiconi è anche autore dell’avventura umoristica “Che casino, Kowalski” e della spy-story “Sole Rosso”, entrambi editi da Koi Press e disponibili in formato ebook.

PROLOGO Guy Pearce virò delicatamente verso sud ovest. Il piccolo aereo cambiò rotta e puntò il muso verso le coste del Messico. La notte serena facilitava il pilota nelle sue manovre. La luna splendeva fra le rare nubi. Era la notte ideale per andarsene senza essere visto. Nessuno si sarebbe accorto della sua partenza, se non quando fosse stato troppo tardi. Il peggio era passato, ora si trattava solo di avere pazienza. Guy pregustava il momento in cui tutto si sarebbe definitivamente risolto e avrebbe potuto ricominciare una nuova vita. Con lei. Doveva solo avere pazienza ed essere prudente. Controllò di nuovo la rotta, tutto a posto. Cuba scomparve lentamente, come il suo passato. AVVERTENZE *** Il linguaggio crudo e il contenuto esplicito rendono questo libro poco adatto ai lettori più sensibili *** DALLO STESSO AUTORE… Antonio Chiconi è anche autore dell’avventura umoristica “Che casino, Kowalski” e della spy-story “Sole Rosso”, entrambi editi da Koi Press e disponibili in formato ebook.

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La mano del caos

La terra è stata divisa in quattro regni che fanno riferimento ai quattro elementi-base, ovvero il fuoco, l’acqua, la terra e l’aria, suddivisione voluta da uno dei due popoli che a suo tempo si combattevano per il controllo del pianeta. Adesso un rappresentante di una di queste razze, riuscito a superare i Cancelli della Morte (che danno il titolo alla saga) sta cercando di capire come sia avvenuta la fatale divisione dei mondi e come fare per porvi rimedio. Nel contempo creature come i draghi-serpente seminano zizzania fra i popoli, spingendoli a lottare fra di loro. Il Caos sta impazzando ovunque tanto che su Arianus l’automa che faceva funzionare l’aria a questo mondo si è fermato. Occorre rimetterlo in moto e fermare l’impazzita mano del Caos.
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La terra è stata divisa in quattro regni che fanno riferimento ai quattro elementi-base, ovvero il fuoco, l’acqua, la terra e l’aria, suddivisione voluta da uno dei due popoli che a suo tempo si combattevano per il controllo del pianeta. Adesso un rappresentante di una di queste razze, riuscito a superare i Cancelli della Morte (che danno il titolo alla saga) sta cercando di capire come sia avvenuta la fatale divisione dei mondi e come fare per porvi rimedio. Nel contempo creature come i draghi-serpente seminano zizzania fra i popoli, spingendoli a lottare fra di loro. Il Caos sta impazzando ovunque tanto che su Arianus l’automa che faceva funzionare l’aria a questo mondo si è fermato. Occorre rimetterlo in moto e fermare l’impazzita mano del Caos.
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Le mani sul Vaticano

Tra le mura del Vaticano ormai non è più un segreto: il Papa è in fin di vita. In Curia l’inquietudine sale, perché il conclave imminente si prospetta come un vero e proprio scontro di civiltà. Sul trono di Pietro potrebbe salire il palestinese Gabriel Sader oppure Thomas Simpson, il gesuita appoggiato dai cardinali conservatori e dai vertici israeliani e americani. La Chiesa si trova a un bivio storico. Così, per evitare lo smacco di un Papa arabo, lo schieramento di Simpson dà il via a una misteriosa operazione che ruota attorno al luogo in cui duemila anni fa venne celebrata l’Ultima Cena, e dove per i cristiani tutto ha avuto inizio. Ma sul tavolo delle trattative non ci sono solo le rivendicazioni della Chiesa sul Cenacolo. La sanguinosa guerra tra cardinali è infatti appena cominciata. Luca Ferrari, giovane e brillante monsignore, e Carmen Mendoza, affascinante storica dell’arte, cercheranno di far luce sulle trame occulte, la corruzione e i privilegi acquisiti o venduti a caro prezzo fra le Mura Leonine. Perché proprio alla corte del Papa si nascondono le più scioccanti verità. Carlo Marroni, esperto vaticanista e corrispondente diplomatico, ci conduce dentro le stanze segrete del Vaticano, tra insospettabili meccanismi di potere e delicati equilibri geopolitici in bilico tra finzione e realtà. E se l’elezione del nuovo pontefice potesse davvero cambiare il corso della Storia?

Tra le mura del Vaticano ormai non è più un segreto: il Papa è in fin di vita. In Curia l’inquietudine sale, perché il conclave imminente si prospetta come un vero e proprio scontro di civiltà. Sul trono di Pietro potrebbe salire il palestinese Gabriel Sader oppure Thomas Simpson, il gesuita appoggiato dai cardinali conservatori e dai vertici israeliani e americani. La Chiesa si trova a un bivio storico. Così, per evitare lo smacco di un Papa arabo, lo schieramento di Simpson dà il via a una misteriosa operazione che ruota attorno al luogo in cui duemila anni fa venne celebrata l’Ultima Cena, e dove per i cristiani tutto ha avuto inizio. Ma sul tavolo delle trattative non ci sono solo le rivendicazioni della Chiesa sul Cenacolo. La sanguinosa guerra tra cardinali è infatti appena cominciata. Luca Ferrari, giovane e brillante monsignore, e Carmen Mendoza, affascinante storica dell’arte, cercheranno di far luce sulle trame occulte, la corruzione e i privilegi acquisiti o venduti a caro prezzo fra le Mura Leonine. Perché proprio alla corte del Papa si nascondono le più scioccanti verità. Carlo Marroni, esperto vaticanista e corrispondente diplomatico, ci conduce dentro le stanze segrete del Vaticano, tra insospettabili meccanismi di potere e delicati equilibri geopolitici in bilico tra finzione e realtà. E se l’elezione del nuovo pontefice potesse davvero cambiare il corso della Storia?

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Mangiatori di morte

Da questo romanzo il film Il tredicesimo guerriero, con Antonio Banderas.

Un colto e curioso dignitario arabo, Ibn Fadlan, viene inviato in missione diplomatica dal suo califfo nella terra dei normanni. Siamo nel 922 dopo Cristo, e Ibn Fadlan annota nel suo diario di viaggio ciò di cui è testimone. Incontra numerosi gruppi di ‘barbari’, che curano molto meno l’igiene di quanto non facciano con il cibo, l’alcol e il sesso. Assiste ai loro riti, alla violenza delle loro cerimonie, alle orge. Quello di Fadlan con l’Europa dell’epoca è un incontro scioccante, per lui che viene dal mondo sofisticato ed evoluto di Baghdad, la ‘Città della pace’. Ma, nonostante la sua diversità, viene accolto nel clan vichingo in cui giunge. Gode della protezione del suo capo, Buliwyf, e seguirà il gruppo fino in Scandinavia, fino alla lotta finale contro le misteriose creature della nebbia che minacciano la sopravvivenza stessa del clan.

(source: Bol.com)

Da questo romanzo il film Il tredicesimo guerriero, con Antonio Banderas.

Un colto e curioso dignitario arabo, Ibn Fadlan, viene inviato in missione diplomatica dal suo califfo nella terra dei normanni. Siamo nel 922 dopo Cristo, e Ibn Fadlan annota nel suo diario di viaggio ciò di cui è testimone. Incontra numerosi gruppi di ‘barbari’, che curano molto meno l’igiene di quanto non facciano con il cibo, l’alcol e il sesso. Assiste ai loro riti, alla violenza delle loro cerimonie, alle orge. Quello di Fadlan con l’Europa dell’epoca è un incontro scioccante, per lui che viene dal mondo sofisticato ed evoluto di Baghdad, la ‘Città della pace’. Ma, nonostante la sua diversità, viene accolto nel clan vichingo in cui giunge. Gode della protezione del suo capo, Buliwyf, e seguirà il gruppo fino in Scandinavia, fino alla lotta finale contro le misteriose creature della nebbia che minacciano la sopravvivenza stessa del clan.

(source: Bol.com)

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Mangia, prega, ama (VINTAGE)

L’amore, la stabilità un buon lavoro. A trent’anni Elizabeth Gilbert ha già tutto questo, ma una notte si ritrova a singhiozzare sul pavimento, con una sola certezza: “Non voglio più questa vita perfetta”. Un’atroce consapevolezza che trascinerà Liz in uno spericolato viaggio fuori e dentro di sè, prima a Roma, per riscoprire il piacere della tavola e dell’amicizia; poi in India, a immergersi nella preghiera; e infine a Bali, a lasciarsi guidare da nuovi desideri e speranze.

L’amore, la stabilità un buon lavoro. A trent’anni Elizabeth Gilbert ha già tutto questo, ma una notte si ritrova a singhiozzare sul pavimento, con una sola certezza: “Non voglio più questa vita perfetta”. Un’atroce consapevolezza che trascinerà Liz in uno spericolato viaggio fuori e dentro di sè, prima a Roma, per riscoprire il piacere della tavola e dell’amicizia; poi in India, a immergersi nella preghiera; e infine a Bali, a lasciarsi guidare da nuovi desideri e speranze.

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Maneggiare con cura

Si tratta di un’antologia compilata a partire da tutte le sue raccolte selezionando il meglio. Il grottesco, l’horror, il comico, il pulp, il realismo estremo, la fantascienza, lo humor, tutti i registri di uno scrittore di romanzi e di racconti brevi, un bizzarro e incontrollabile incrocio tra Mark Twain e Stephen King, Jim Thompson e Ambrose Bierce.
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Si tratta di un’antologia compilata a partire da tutte le sue raccolte selezionando il meglio. Il grottesco, l’horror, il comico, il pulp, il realismo estremo, la fantascienza, lo humor, tutti i registri di uno scrittore di romanzi e di racconti brevi, un bizzarro e incontrollabile incrocio tra Mark Twain e Stephen King, Jim Thompson e Ambrose Bierce.
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Mandragola

Capolavoro della commedia rinascimentale, la Mandragola fu composta da Machiavelli dopo il suo allontanamento forzoso dalla politica. La vicenda ruota intorno alla beffa giocata da un giovane fiorentino a un marito sciocco per possederne la moglie di cui si era invaghito. Un ruolo determinante nel convincimento della donna ha il suo confessore, corrotto dai denari dell’amante. Nella commedia il tema realistico della beffa, di matrice boccacciana, si rapprende in una perfetta macchina teatrale, rispettosa fin nei particolari più minuti delle regole della commedia antica (Plauto e Terenzio). Attraverso il format della commedia Machiavelli tenta di definire un’antropologia della vita quotidiana, analogamente a come nelle opere politiche veniva descrivendo l’antropologia del potere. Si scopre così che non c’è differenza tra una sfera e l’altra: sono sempre e soltanto l’utile e il piacere a muovere gli uomini. Quando però il simulare e il dissimulare dell’agire politico si trasferiscono nella quotidianità, la realtà si fa doppia o tripla, nascono situazioni paradossali che sono di per sé comiche. Il paradosso tocca i valori della famiglia, della morale privata, della religione. Prendono forma le prime creature fredde e amorali della letteratura moderna, senza che nulla venga sottratto alla vivacità e al divertimento. La Mandragola è presentata qui in un nuovo testo critico e con un commento per la prima volta esauriente.
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Capolavoro della commedia rinascimentale, la Mandragola fu composta da Machiavelli dopo il suo allontanamento forzoso dalla politica. La vicenda ruota intorno alla beffa giocata da un giovane fiorentino a un marito sciocco per possederne la moglie di cui si era invaghito. Un ruolo determinante nel convincimento della donna ha il suo confessore, corrotto dai denari dell’amante. Nella commedia il tema realistico della beffa, di matrice boccacciana, si rapprende in una perfetta macchina teatrale, rispettosa fin nei particolari più minuti delle regole della commedia antica (Plauto e Terenzio). Attraverso il format della commedia Machiavelli tenta di definire un’antropologia della vita quotidiana, analogamente a come nelle opere politiche veniva descrivendo l’antropologia del potere. Si scopre così che non c’è differenza tra una sfera e l’altra: sono sempre e soltanto l’utile e il piacere a muovere gli uomini. Quando però il simulare e il dissimulare dell’agire politico si trasferiscono nella quotidianità, la realtà si fa doppia o tripla, nascono situazioni paradossali che sono di per sé comiche. Il paradosso tocca i valori della famiglia, della morale privata, della religione. Prendono forma le prime creature fredde e amorali della letteratura moderna, senza che nulla venga sottratto alla vivacità e al divertimento. La Mandragola è presentata qui in un nuovo testo critico e con un commento per la prima volta esauriente.
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La mandorla

A diciassette anni Badra va in sposa al notaio Hmed, uno degli uomini piú importanti del suo villaggio, nel Marocco interno. Hmed ha quarant’anni e ha già ripudiato due donne che, secondo lui, non gli hanno saputo dare un figlio. Badra subisce ogni sorta di angherie del marito e della suocera, che la valutano soltanto per due cose: la verginità al momento del matrimonio e la sua capacità riproduttiva. La gravidanza non arriva e la famiglia si incattivisce finché lei decide una ribellione inaudita: scappa di casa, rischiando di essere uccisa e si rifugia clandestinamente a Tangeri. E qui scopre un mondo per lei inaspettato, fatto di gente piú libera, piú ricca, piú colta. La rieducazione del proprio corpo all’amore. La cognizione, via via piú sicura, che il proprio sesso (‘la mandorla’) è uno strumento di potere nel rapporto con gli uomini, ma anche una forma di identità individuale e di elevazione spirituale. La mandorla rappresenta un caso letterario unico. Si tratta di una ‘narrazione intima’, ed è insieme un romanzo e la testimonianza di una storia vera. L’autrice ha deciso di rompere un antico tabú, di violare la regola del silenzio sulla vita matrimoniale e sessuale delle donne arabe. Ne è nato un racconto erotico coinvolgente che è anche un coraggioso atto politico.
(source: Bol.com)

A diciassette anni Badra va in sposa al notaio Hmed, uno degli uomini piú importanti del suo villaggio, nel Marocco interno. Hmed ha quarant’anni e ha già ripudiato due donne che, secondo lui, non gli hanno saputo dare un figlio. Badra subisce ogni sorta di angherie del marito e della suocera, che la valutano soltanto per due cose: la verginità al momento del matrimonio e la sua capacità riproduttiva. La gravidanza non arriva e la famiglia si incattivisce finché lei decide una ribellione inaudita: scappa di casa, rischiando di essere uccisa e si rifugia clandestinamente a Tangeri. E qui scopre un mondo per lei inaspettato, fatto di gente piú libera, piú ricca, piú colta. La rieducazione del proprio corpo all’amore. La cognizione, via via piú sicura, che il proprio sesso (‘la mandorla’) è uno strumento di potere nel rapporto con gli uomini, ma anche una forma di identità individuale e di elevazione spirituale. La mandorla rappresenta un caso letterario unico. Si tratta di una ‘narrazione intima’, ed è insieme un romanzo e la testimonianza di una storia vera. L’autrice ha deciso di rompere un antico tabú, di violare la regola del silenzio sulla vita matrimoniale e sessuale delle donne arabe. Ne è nato un racconto erotico coinvolgente che è anche un coraggioso atto politico.
(source: Bol.com)

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Gli manca solo la parola

Fin da ragazzino, Brian Hare vedeva che il suo labrador era in grado di interpretare gesti umani che per i primati, pur così vicini a noi geneticamente, restavano invece segnali incomprensibili. Dunque, si chiedeva, i cani sono i mammiferi più intelligenti del pianeta, dopo l’uomo? In poche parole, sì.
Brian ha trovato la risposta a questa domanda dopo anni di studi e di ricerca, in giro per il mondo, cambiando per sempre ci che sappiamo sul pensiero e sul potenziale cognitivo dei cani. I nostri amici possiedono una genialità ben superiore a quella da sempre attribuita loro, che si traduce in capacità deduttive, di ragionamento, di problem solving e perfino di pensiero etico. L’autore, oggi direttore del Duke Canine Cognition Center alla Duke University di Durham (North Carolina), ha guidato studi che hanno dimostrato come, e perchè, i cani abbiano un talento nell’interazione con l’uomo che non ha pari in tutto il regno animale. La sua scoperta rivoluzionaria sta trasformando il rapporto con il mondo canino, nonchè anche le tecniche di addestramento.
Fido prova sensi di colpa? Non capisce o fa solo orecchie da mercante? Vuole le coccole o i croccantini?
In questo libro Hare, con la moglie e collega Vanessa Woods, spiega come applicare le nuove scienze cognitive nella relazione quotidiana con il migliore amico dell’uomo. Riconoscere il genio dei cani serve non solo a garantire loro una vita più piena, ma anche ad ampliare la visione che abbiamo dell’intelligenza umana, che ha non poco in comune con quella canina. , forse, proprio questo il dono più grande che il nostro compagno fedele e generoso pu farci: una migliore comprensione di noi stessi.

(source: Bol.com)

Fin da ragazzino, Brian Hare vedeva che il suo labrador era in grado di interpretare gesti umani che per i primati, pur così vicini a noi geneticamente, restavano invece segnali incomprensibili. Dunque, si chiedeva, i cani sono i mammiferi più intelligenti del pianeta, dopo l’uomo? In poche parole, sì.
Brian ha trovato la risposta a questa domanda dopo anni di studi e di ricerca, in giro per il mondo, cambiando per sempre ci che sappiamo sul pensiero e sul potenziale cognitivo dei cani. I nostri amici possiedono una genialità ben superiore a quella da sempre attribuita loro, che si traduce in capacità deduttive, di ragionamento, di problem solving e perfino di pensiero etico. L’autore, oggi direttore del Duke Canine Cognition Center alla Duke University di Durham (North Carolina), ha guidato studi che hanno dimostrato come, e perchè, i cani abbiano un talento nell’interazione con l’uomo che non ha pari in tutto il regno animale. La sua scoperta rivoluzionaria sta trasformando il rapporto con il mondo canino, nonchè anche le tecniche di addestramento.
Fido prova sensi di colpa? Non capisce o fa solo orecchie da mercante? Vuole le coccole o i croccantini?
In questo libro Hare, con la moglie e collega Vanessa Woods, spiega come applicare le nuove scienze cognitive nella relazione quotidiana con il migliore amico dell’uomo. Riconoscere il genio dei cani serve non solo a garantire loro una vita più piena, ma anche ad ampliare la visione che abbiamo dell’intelligenza umana, che ha non poco in comune con quella canina. , forse, proprio questo il dono più grande che il nostro compagno fedele e generoso pu farci: una migliore comprensione di noi stessi.

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Mammut

Benassa è lo storico, coriaceo rappresentante sindacale dei lavoratori alla Supercavi di Latina- Borgo Piave. La tuta blu sull’anima, la trattativa nel sangue, era il terrore di ogni direttore del personale. Tutti i comunicati che emetteva il Consiglio di fabbrica, li componeva lui di notte. Ed erano poemi. “Mazzate a rotta di collo sull’Azienda e su tutti i Dirigenti. Come movevano una paglia, lui li tartassava sopra la bacheca.” Sapeva fare solo quello. E solo quello aveva sempre fatto. Per anni ha guidato le lotte dei compagni, tra cortei e blocchi stradali, picchetti e occupazioni, conquiste e delusioni, ma ora che bisogna combattere l’ultima decisiva battaglia sindacale, la gloriosa azione collettiva per tenere la fabbrica aperta e sul mercato, Benassa è stanco. Sul punto di mollare. O forse no. Dopo un’occupazione epica della centrale nucleare di Latina, in due giorni di febbrile clausura nel sepolcro dello stabilimento, Benassa cerca di spiegare ai propri compagni le sue ragioni. Perché dopo vent’anni spesi a lottare per loro sta per cedere alle richieste del capo del personale? Perché è sul punto di accettare di essere pagato per stare fuori dalla fabbrica? Questo è il primo libro di Antonio Pennacchi, il suo romanzo d’esordio, una grande epopea operaia scritta nel 1987, quando era lui pure come Benassa operaio in Fulgorcavi, e il suo eccentrico talento doveva vedersela coi turni di notte alle coniche e alle bicoppiatrici. Con il suo stile ribaldo, insieme ironico e drammatico, racconta una storia di fabbrica e di conflitti sindacali, di un tempo in cui gli operai erano davvero “uno per tutti e tutti per uno” e tra i capannoni della Fulgorcavi/Supercavi si alternavano la rivolta radicale e la solidarietà più accorata, l’odio per il lavoro organizzato e l’orgoglio per la potenza delle macchine. Nel frattempo quella classe operaia “che doveva fare la rivoluzione”, e che invece si è avviata inesorabilmente all’estinzione, proprio come i mammut nella preistoria, è tornata a farsi vedere e sentire. Colpo di coda, canto del cigno? O rinascita, riscossa? Come si dice, ai posteri… Quello che è certo è che il romanzo di Pennacchi, che di quella classe ci racconta gioie e dolori, fatiche e speranze, conserva ancora intatta la sua forza e la sua illuminante sagacia, e quella capacità, che è tipica solo dei classici, di essere esemplare.

Benassa è lo storico, coriaceo rappresentante sindacale dei lavoratori alla Supercavi di Latina- Borgo Piave. La tuta blu sull’anima, la trattativa nel sangue, era il terrore di ogni direttore del personale. Tutti i comunicati che emetteva il Consiglio di fabbrica, li componeva lui di notte. Ed erano poemi. “Mazzate a rotta di collo sull’Azienda e su tutti i Dirigenti. Come movevano una paglia, lui li tartassava sopra la bacheca.” Sapeva fare solo quello. E solo quello aveva sempre fatto. Per anni ha guidato le lotte dei compagni, tra cortei e blocchi stradali, picchetti e occupazioni, conquiste e delusioni, ma ora che bisogna combattere l’ultima decisiva battaglia sindacale, la gloriosa azione collettiva per tenere la fabbrica aperta e sul mercato, Benassa è stanco. Sul punto di mollare. O forse no. Dopo un’occupazione epica della centrale nucleare di Latina, in due giorni di febbrile clausura nel sepolcro dello stabilimento, Benassa cerca di spiegare ai propri compagni le sue ragioni. Perché dopo vent’anni spesi a lottare per loro sta per cedere alle richieste del capo del personale? Perché è sul punto di accettare di essere pagato per stare fuori dalla fabbrica? Questo è il primo libro di Antonio Pennacchi, il suo romanzo d’esordio, una grande epopea operaia scritta nel 1987, quando era lui pure come Benassa operaio in Fulgorcavi, e il suo eccentrico talento doveva vedersela coi turni di notte alle coniche e alle bicoppiatrici. Con il suo stile ribaldo, insieme ironico e drammatico, racconta una storia di fabbrica e di conflitti sindacali, di un tempo in cui gli operai erano davvero “uno per tutti e tutti per uno” e tra i capannoni della Fulgorcavi/Supercavi si alternavano la rivolta radicale e la solidarietà più accorata, l’odio per il lavoro organizzato e l’orgoglio per la potenza delle macchine. Nel frattempo quella classe operaia “che doveva fare la rivoluzione”, e che invece si è avviata inesorabilmente all’estinzione, proprio come i mammut nella preistoria, è tornata a farsi vedere e sentire. Colpo di coda, canto del cigno? O rinascita, riscossa? Come si dice, ai posteri… Quello che è certo è che il romanzo di Pennacchi, che di quella classe ci racconta gioie e dolori, fatiche e speranze, conserva ancora intatta la sua forza e la sua illuminante sagacia, e quella capacità, che è tipica solo dei classici, di essere esemplare.

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La mamma dei Carabinieri

A Palermo, di fronte alla casa del giudice Borsellino, vive un’anziana donna che sembra uscita dalle pagine di un racconto d’altri tempi. Domenica Lupo, questo il suo nome, da anni assiste i carabinieri che dopo la strage di via d’Amelio piantonano la casa dei familiari del magistrato, e ha stretto con loro un legame così forte da diventare, ai loro occhi, «la mamma» di tutti. Porta il tè, l’acqua, i cornetti, i panini con le «panelle», a qualcuno attacca un bottone o sistema la divisa. Finché un giorno tra quei giovani carabinieri arriva un ragazzo che, incuriosito, decide di scoprire il motivo di tanta dedizione e si fa raccontare la sua storia. E quella che Domenica, detta Mimma, gli narra è una vicenda tanto drammatica quanto vera che appartiene al passato, all’epoca in cui le donne siciliane subivano abusi e violenze, di fronte ai quali dovevano chinare il capo in silenzio. Mimma racconta un amore mai consumato per un giovane brigadiere dell’Arma dei carabinieri, un legame fortissimo che l’accompagnerà tutta la vita, nonostante sia stato calpestato dall’ostilità degli uomini e dalle regole non scritte dell’onore… Una storia straordinaria dall’epilogo sorprendente, che ha commosso tutti quelli che l’hanno conosciuta e che, per l’intensità del messaggio in essa contenuto, merita di essere, come si legge nella Prefazione di Rita Borsellino, «ascoltata, vissuta e tramandata». Nel 2001, mentre presta servizio di vigilanza alla famiglia Borsellino come carabiniere ausiliario, Alessio Puleo conosce la protagonista di questa incredibile storia, Domenica Lupo, detta Mimma. Colpito dal personaggio e dallo straordinario racconto della sua vita, decide di far conoscere al pubblico la sua commovente, romanzesca vicenda, e scrive una sceneggiatura. Accantonato il progetto, adatta il soggetto facendone un romanzo, in collaborazione con l’amico Filippo Vitale. Nel 2007 Puleo propone La mamma dei carabinieri a un piccolo editore siciliano, che scommette su di lui. Il libro esaurisce prestissimo la prima tiratura e viene nel frattempo presentato in televisione, in programmi popolarissimi quali E la chiamano estate, Sabato, domenica e…, Piazza grande e Uno Mattina. La struggente vicenda di «Zia Mimma» guadagna immediatamente la simpatia e l’affetto del grande pubblico, non solo televisivo: il gruppo dedicato su Facebook conta più di duemila iscritti.

A Palermo, di fronte alla casa del giudice Borsellino, vive un’anziana donna che sembra uscita dalle pagine di un racconto d’altri tempi. Domenica Lupo, questo il suo nome, da anni assiste i carabinieri che dopo la strage di via d’Amelio piantonano la casa dei familiari del magistrato, e ha stretto con loro un legame così forte da diventare, ai loro occhi, «la mamma» di tutti. Porta il tè, l’acqua, i cornetti, i panini con le «panelle», a qualcuno attacca un bottone o sistema la divisa. Finché un giorno tra quei giovani carabinieri arriva un ragazzo che, incuriosito, decide di scoprire il motivo di tanta dedizione e si fa raccontare la sua storia. E quella che Domenica, detta Mimma, gli narra è una vicenda tanto drammatica quanto vera che appartiene al passato, all’epoca in cui le donne siciliane subivano abusi e violenze, di fronte ai quali dovevano chinare il capo in silenzio. Mimma racconta un amore mai consumato per un giovane brigadiere dell’Arma dei carabinieri, un legame fortissimo che l’accompagnerà tutta la vita, nonostante sia stato calpestato dall’ostilità degli uomini e dalle regole non scritte dell’onore… Una storia straordinaria dall’epilogo sorprendente, che ha commosso tutti quelli che l’hanno conosciuta e che, per l’intensità del messaggio in essa contenuto, merita di essere, come si legge nella Prefazione di Rita Borsellino, «ascoltata, vissuta e tramandata». Nel 2001, mentre presta servizio di vigilanza alla famiglia Borsellino come carabiniere ausiliario, Alessio Puleo conosce la protagonista di questa incredibile storia, Domenica Lupo, detta Mimma. Colpito dal personaggio e dallo straordinario racconto della sua vita, decide di far conoscere al pubblico la sua commovente, romanzesca vicenda, e scrive una sceneggiatura. Accantonato il progetto, adatta il soggetto facendone un romanzo, in collaborazione con l’amico Filippo Vitale. Nel 2007 Puleo propone La mamma dei carabinieri a un piccolo editore siciliano, che scommette su di lui. Il libro esaurisce prestissimo la prima tiratura e viene nel frattempo presentato in televisione, in programmi popolarissimi quali E la chiamano estate, Sabato, domenica e…, Piazza grande e Uno Mattina. La struggente vicenda di «Zia Mimma» guadagna immediatamente la simpatia e l’affetto del grande pubblico, non solo televisivo: il gruppo dedicato su Facebook conta più di duemila iscritti.

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La malora

Pubblicato per la prima volta nel 1954 nella collana dei ‘Gettoni’, due anni dopo I ventitre giorni della città di Alba, La malora fu presentato da Vittorini come un libro ‘per molti aspetti piú bello’, in cui i rapporti umani sono ‘ridotti alla nuda spietatezza (anche tra marito e moglie, e anche tra padre e figli)’.
Una storia elementare di fatica e di silenzi, di dolore e di violenza che ci riporta al dramma della miseria contadina delle Langhe e che trova il suo linguaggio nello stile scarno e partecipe di Fenoglio, lo stesso stile antiretorico e ‘barbarico’ che procurò allo scrittore l’accusa di aver tradito i valori della Resistenza. Proprio questa asprezza e la continua invenzione linguistica fanno di Fenoglio uno dei massimi scrittori italiani del Novecento.

(source: Bol.com)

Pubblicato per la prima volta nel 1954 nella collana dei ‘Gettoni’, due anni dopo I ventitre giorni della città di Alba, La malora fu presentato da Vittorini come un libro ‘per molti aspetti piú bello’, in cui i rapporti umani sono ‘ridotti alla nuda spietatezza (anche tra marito e moglie, e anche tra padre e figli)’.
Una storia elementare di fatica e di silenzi, di dolore e di violenza che ci riporta al dramma della miseria contadina delle Langhe e che trova il suo linguaggio nello stile scarno e partecipe di Fenoglio, lo stesso stile antiretorico e ‘barbarico’ che procurò allo scrittore l’accusa di aver tradito i valori della Resistenza. Proprio questa asprezza e la continua invenzione linguistica fanno di Fenoglio uno dei massimi scrittori italiani del Novecento.

(source: Bol.com)

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Malone muore

Malone muore è un fondamentale punto di svolta nella narrativa di Beckett. Da un lato è l’ultima prova di una narrazione centrata su un personaggio ancora in qualche modo romanzesco (Malone buon ultimo dopo i vari Murphy, Mercier, Molloy, Moran), dall’altro è già la liquidazione di quel modello, un post-romanzo che si costruisce intorno a un’assenza, a un’attesa indefinita e infinita, dove il soggetto non ha più alcuna identità. Le storie che Malone immagina nell’attesa di morire si confondono tra loro, i personaggi si sovrappongono, l’autore e il lettore svaniscono in quell’«unico grande ronzio continuo» che è la strana, buffa e tragica condizione della vita.

Malone muore è un fondamentale punto di svolta nella narrativa di Beckett. Da un lato è l’ultima prova di una narrazione centrata su un personaggio ancora in qualche modo romanzesco (Malone buon ultimo dopo i vari Murphy, Mercier, Molloy, Moran), dall’altro è già la liquidazione di quel modello, un post-romanzo che si costruisce intorno a un’assenza, a un’attesa indefinita e infinita, dove il soggetto non ha più alcuna identità. Le storie che Malone immagina nell’attesa di morire si confondono tra loro, i personaggi si sovrappongono, l’autore e il lettore svaniscono in quell’«unico grande ronzio continuo» che è la strana, buffa e tragica condizione della vita.

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Malombra

La protagonista indiscussa di questo romanzo d’amore e follia è la giovane, oscuramente affascinante Marina Crusnelli di Malombra, ospitata dallo zio, il conte Cesare d’Ormengo, in una magnifica villa sul Lago di Como. Venuta in possesso di un autografo dell’antenata Cecilia, apparentemente portata alla morte dal marito, padre dell’attuale conte, si convince di esserne la reincarnazione e di avere l’obbligo di vendicarne l’assassinio. Quando al castello giunge lo sconosciuto scrittore Corrado Silla, orfano di una cara amica del conte Cesare, i due giovani vengono subito travolti da un amore tormentato ma assoluto. Un amore destinato tuttavia, a causa della crescente pazzia di Marina, a essere trascinato verso un gorgo inevitabile. Con un saggio di Carlo Bo.
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La protagonista indiscussa di questo romanzo d’amore e follia è la giovane, oscuramente affascinante Marina Crusnelli di Malombra, ospitata dallo zio, il conte Cesare d’Ormengo, in una magnifica villa sul Lago di Como. Venuta in possesso di un autografo dell’antenata Cecilia, apparentemente portata alla morte dal marito, padre dell’attuale conte, si convince di esserne la reincarnazione e di avere l’obbligo di vendicarne l’assassinio. Quando al castello giunge lo sconosciuto scrittore Corrado Silla, orfano di una cara amica del conte Cesare, i due giovani vengono subito travolti da un amore tormentato ma assoluto. Un amore destinato tuttavia, a causa della crescente pazzia di Marina, a essere trascinato verso un gorgo inevitabile. Con un saggio di Carlo Bo.
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Il malloppo

Marcello Marchesi è stato un mago della battuta, del gioco di parole, della massima delirante. Nel Malloppo l’umorista famoso, diventato signore di mezza età, fa i conti col suo passato. E il suo passato è fatto di parole combinate in tutti i modi possibili, battute sue e frasi che lo hanno bombardato per tutta una vita come annunci pubblicitari, titoli di giornali, notizie, eventi, principi morali, proverbi e insulti. Nella sua mente queste parole si trasformano, si uniscono per dar vita a nuovi calembour. Marchesi si immagina come un anziano manipolatore di parole che, nel suo letto di sofferenza, si svuota del “malloppo” che gli affolla la mente delirante, e lo riversa in un nastro magnetico immaginario. Ma tra le parole affiorano i ricordi, i fatti, un amore di mezza età e brani di vicende infantili. Il monologo prende forma narrativa e il mago della battuta diventa a poco a poco scrittore. Un irresistibile monologo-fiume comico, patetico, dissennato, umano. “Ho fatto l’amore dappertutto meno che in una cabina elettorale. Là ho preso solo delle fregature.”

Marcello Marchesi è stato un mago della battuta, del gioco di parole, della massima delirante. Nel Malloppo l’umorista famoso, diventato signore di mezza età, fa i conti col suo passato. E il suo passato è fatto di parole combinate in tutti i modi possibili, battute sue e frasi che lo hanno bombardato per tutta una vita come annunci pubblicitari, titoli di giornali, notizie, eventi, principi morali, proverbi e insulti. Nella sua mente queste parole si trasformano, si uniscono per dar vita a nuovi calembour. Marchesi si immagina come un anziano manipolatore di parole che, nel suo letto di sofferenza, si svuota del “malloppo” che gli affolla la mente delirante, e lo riversa in un nastro magnetico immaginario. Ma tra le parole affiorano i ricordi, i fatti, un amore di mezza età e brani di vicende infantili. Il monologo prende forma narrativa e il mago della battuta diventa a poco a poco scrittore. Un irresistibile monologo-fiume comico, patetico, dissennato, umano. “Ho fatto l’amore dappertutto meno che in una cabina elettorale. Là ho preso solo delle fregature.”

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Malgrado tutto, direi che questa vita è stata bella

Si può ricostruire la propria vita come se si trattasse di un processo il cui giudice altri non è che il proprio Super-Io? In un serrato, folle e avvincente dialogo con se stesso Jean d’Ormesson ripercorre le tappe salienti della sua esistenza, iniziata tra la fine della Prima guerra mondiale e la grande crisi. Incalzato da un Super-Io severo, benevolo e a tratti spietatamente ironico, d’Ormesson parla dei primi viaggi al seguito del padre diplomatico: inizialmente in Baviera, dove impara a parlare tedesco prima di parlare francese, poi in Romania e in Brasile, fino al rientro in Francia nel castello di famiglia. Casato appartenente alla casta irrequieta e orgogliosa della nobiltà di toga, i d’Ormesson danno poca importanza al denaro, ma questo non impedisce al piccolo Jean di crescere circondato da autisti, cuochi, maggiordomi e cameriere, perché vi sono pur sempre gli obblighi imposti dal rango sociale. Il lignaggio impone un codice di comportamento al quale è fuori questione non sottomettersi: si indossa lo smoking, la marsina, il frac e il cappello a cilindro; sono rigorosamente bandite espressioni come «caspita!», «piacere di rivederla», «buon appetito!» o «buon proseguimento», mentre «dopo cena» è preferibile a «le ventidue», riservata ai ferrovieri. Tra governanti inflessibili che lo sculacciano con la spazzola per capelli, autisti che lo scorrazzano per boschi e sagre di paese e zii che gli trasmettono l’amore per la letteratura, Jean cresce come un grande sognatore e un instancabile lettore che legge tutto quello che gli capita tra le mani: i manifesti sui muri, le ricette dei medici, i volantini per strada, da bambino, e Oscar Wilde e Bergson da ragazzo. Pur riconoscendo di essere nato con una camicia di finissima seta, circondato di privilegi, d’Ormesson è però, soprattutto, figlio del suo tempo, un tempo dominato dal nazionalsocialismo di Hitler e da una guerra che, con i suoi campi di concentramento, i bombardamenti a tappeto, il nucleare, le bugie e i delitti diventa pane quotidiano di una realtà a cui è impossibile sfuggire. Con una prosa ironica, ammiccante e fantasiosa, Jean d’Ormesson si svela al lettore attraverso un resoconto autentico e appassionante della sua vita. Un resoconto in cui i ricordi, i rimpianti e i sogni mai realizzati di un grande scrittore si fondono insieme senza nostalgia né patetismi, per offrire il ritratto a tutto tondo di un secolo e di un’intera nazione.
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Si può ricostruire la propria vita come se si trattasse di un processo il cui giudice altri non è che il proprio Super-Io? In un serrato, folle e avvincente dialogo con se stesso Jean d’Ormesson ripercorre le tappe salienti della sua esistenza, iniziata tra la fine della Prima guerra mondiale e la grande crisi. Incalzato da un Super-Io severo, benevolo e a tratti spietatamente ironico, d’Ormesson parla dei primi viaggi al seguito del padre diplomatico: inizialmente in Baviera, dove impara a parlare tedesco prima di parlare francese, poi in Romania e in Brasile, fino al rientro in Francia nel castello di famiglia. Casato appartenente alla casta irrequieta e orgogliosa della nobiltà di toga, i d’Ormesson danno poca importanza al denaro, ma questo non impedisce al piccolo Jean di crescere circondato da autisti, cuochi, maggiordomi e cameriere, perché vi sono pur sempre gli obblighi imposti dal rango sociale. Il lignaggio impone un codice di comportamento al quale è fuori questione non sottomettersi: si indossa lo smoking, la marsina, il frac e il cappello a cilindro; sono rigorosamente bandite espressioni come «caspita!», «piacere di rivederla», «buon appetito!» o «buon proseguimento», mentre «dopo cena» è preferibile a «le ventidue», riservata ai ferrovieri. Tra governanti inflessibili che lo sculacciano con la spazzola per capelli, autisti che lo scorrazzano per boschi e sagre di paese e zii che gli trasmettono l’amore per la letteratura, Jean cresce come un grande sognatore e un instancabile lettore che legge tutto quello che gli capita tra le mani: i manifesti sui muri, le ricette dei medici, i volantini per strada, da bambino, e Oscar Wilde e Bergson da ragazzo. Pur riconoscendo di essere nato con una camicia di finissima seta, circondato di privilegi, d’Ormesson è però, soprattutto, figlio del suo tempo, un tempo dominato dal nazionalsocialismo di Hitler e da una guerra che, con i suoi campi di concentramento, i bombardamenti a tappeto, il nucleare, le bugie e i delitti diventa pane quotidiano di una realtà a cui è impossibile sfuggire. Con una prosa ironica, ammiccante e fantasiosa, Jean d’Ormesson si svela al lettore attraverso un resoconto autentico e appassionante della sua vita. Un resoconto in cui i ricordi, i rimpianti e i sogni mai realizzati di un grande scrittore si fondono insieme senza nostalgia né patetismi, per offrire il ritratto a tutto tondo di un secolo e di un’intera nazione.
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