45249–45264 di 65579 risultati

Autodifesa di un Rivoluzionario

L’autodifesa di Blanqui (il più autorevole dirigente operaio del XIX secolo, secondo Marx) davanti alla Corte d’Assise di Parigi che, nel 1832, lo processò per crimini di opinione. Blanqui sarà condannato a un anno di carcere proprio per questa arringa beffarda, che somiglia in tutto a una requisitoria contro la borghesia.

Autobiografia di una Repubblica

Dove affonda le sue radici l’Italia di oggi? Viviamo in una fase di transizione, o si è delineato sotto i nostri occhi un approdo non effimero della vicenda repubblicana? E dove cercare le ragioni e le cause di questo approdo: in un astorico ‘carattere nazionale’ o nel lungo confliggere di modi diversi di ‘essere italiani’? E più ancora, il consolidarsi della leadership di Silvio Berlusconi è il frutto di una eccezionale congiuntura o l’esito di quel lungo confliggere? Va attribuito solo alla crisi di un sistema politico, all’inadeguatezza delle altre proposte, alla potenza dei media, al fascino di un populismo di nuovo conio, o esprime culture e comportamenti che si sono largamente affermati in un lungo e contrastato processo? Guido Crainz cerca le risposte a queste e ad altre domande non in vizi plurisecolari del Paese ma nella storia concreta della Repubblica, muovendo dall’eredità del fascismo, dalla nascita della ‘repubblica dei partiti’ e dagli anni della guerra fredda. L’analisi si sofferma soprattutto sulla ‘grande trasformazione’ che ha inizio negli anni del ‘miracolo’ e prosegue poi nei decenni successivi: con la sua forza dirompente, con le sue contraddizioni profonde, con le tensioni che innesca. In assenza di un governo reale di quella trasformazione, e nel fallimento dei progetti che tentavano di dare ad essa orientamento e regole, si delinea una ‘mutazione antropologica’destinata a durare. Essa non è scalfita dalle controtendenze pur presenti – di cui il ’68 è fragile e contraddittoria espressione – e prende nuovo vigore negli anni ottanta, dopo il tunnel degli anni di piombo e il primo annuncio di una degenerazione profonda. ‘Mutazione antropologica’ e crisi del ‘Palazzo’ – per dirla con Pier Paolo Pasolini – vengono così a fondersi: in questo quadro esplode la crisi radicale dei primi anni novanta, di cui il tumultuoso affermarsi della Lega e l’esplosione di Tangentopoli sono solo un sintomo. Iniziò in quella fase un radicale interrogarsi sulle origini e la natura della crisi, presto interrotto dalle speranze in una salvifica ‘Seconda Repubblica’: speranze destinate a lasciare presto un retrogusto amaro. Non prese corpo allora un’alternativa credibile, capace di dare uno sbocco reale a tendenze ed energie pur presenti, di arginare le derive e di ravvivare responsabilità civili. Comprendere appieno questi processi e le loro conseguenze è condizione necessaria – sostiene Crainz – per misurarsi con un’Italia che è destinata a durare. Guido Crainz, nato a Udine, è docente di Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università di Teramo. Per i tipi della Donzelli ha pubblicato: Padania. Il mondo dei braccianti dall’Ottocento alla fuga dalle campagne (1994, 2007); Storia del miracolo italiano (1997, 2003); Il paese mancato (2003); Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa (2005); L’ombra della guerra. Il 1945, l’Italia (2007);ha curato inoltre il volume di Enzo Forcella, Millecinquecento lettori. Confessioni di un giornalista politico (2004) e, con Raoul Pupo e Silvia Salvatici, Naufraghi della pace. Il 1945, i profughi e le memorie divise d’Europa(2008).
(source: Bol.com)

Le auree mele del sole

Le auree mele del sole (The golden apples of thè sun) è una raccolta di novelle che apparvero originariamente — in massima parte — su periodici americani quali The New Yorker, American Mercury, Charm, The Reporter, Epoch, Collier’s, The Saturday Evening Post ed altri e che furono successivamente raccolte in volume dallo stesso autore. Sono quasi tutte novelle di ispirazione fantastica, come del resto quelle apparse in altre raccolte dello stesso autore (con la sola eccezione forse di quella dal titolo The illustrated man, che è più strettamente fantascientifica). Non troviamo qui il gusto per il «weird» e per il macabro che formarono il lato caratteristico del Dark Carnival e dell’October Country, nonché del romanzo Something wicked, this way comes. Troviamo piuttosto un insieme di quadretti, talvolta di sapore folkloristico, talaltra intimisti con moderazione ma che hanno tutti il denominatore comune della ricerca del lato umano, della descrizione di sentimenti e reazioni umane di fronte a circostanze e ad avvenimenti spesso fantastici (La Sirena, Rumore di Tuono) ma più spesso del tutto reali (La centrale, Il grande mondo laggiù. La grande partita bianca e nera, Non ci vedremo più, En la noche, Sole ed ombra, Il grande incendio, ecc.)

Attraverso l’oscurità

La guerra dilania il grande continente del Derlavai. L’esercito Algarviano e Unkerlanter si affrontano in un’alternarsi di vicende, ma non sono soltanto i soldati a morire uccisi dai raggi dei bastoni nemici. Orde di Kauniani innocenti vengono sacrificate sull’altare dell’odio, mentre i maghi algarviani impiegano l’energia vitale delle vittime per annientare le truppe nemiche. Gli Unkerlanter si difendono massacrando interi villaggi di contadini loro connazionali, per usare come arma il loro sangue. Il resto del mondo, indignato da tanta barbarie, cerca una soluzione che possa porre fine a queste carneficine. Alcuni maghi kuusamani sono vicini a una scoperta stupefacente, che rivoluzionerà le conoscenze della stregoneria e potrà decretare la fine delle ostilità. Nel frattempo, uomini e donne di ogni regno cercano in qualche modo di sopravvivere a tutto questo, sperando in tempi migliori e vagheggiando una pace ormai dimenticata…

Atti umani

Una palestra comunale, decine di cadaveri che saturano l’aria di un ‘orribile tanfo putrido’. Siamo a Gwangju, in Corea del Sud, nel maggio 1980: dopo il colpo di Stato di Chun Doo-hwan, in tutto il paese vige la legge marziale. Quando i militari hanno aperto il fuoco su un corteo di protesta è iniziata l’insurrezione, seguita da brutali rappresaglie; ”Atti umani” è il coro polifonico dei vivi e dei morti di una carneficina mai veramente narrata in Occidente. Conosciamo il quindicenne Dong-ho, alla ricerca di un amico scomparso; Eun-sook, la redattrice che ha assaggiato il ‘rullo inchiostratore’ della censura e i ‘sette schiaffi’ di un interrogatorio; l’anonimo prigioniero che ha avuto la sfortuna di sopravvivere; la giovane operaia calpestata a sangue da un poliziotto in borghese. Dopo il massacro, ancora anni di carcere, sevizie, delazioni, dinieghi; al volgere del millennio stentate aperture, parziali ammissioni, tardive commemorazioni. Han Kang, con il terso, spietato lirismo della sua scrittura, scruta tante vite dilaniate, racconta oggi l’indicibile, le laceranti dissonanze di un passato che si voleva cancellato.
(source: Bol.com)

Atti osceni in luogo privato

“Missiroli è uno scrittore d’eccellenza” Emmanuel Carrère
Questa è una storia che comincia una sera a cena, quando Libero Marsell, dodicenne, intuisce come si può imparare ad amare. La famiglia si è da poco trasferita a Parigi e la madre ha iniziato a tradire il padre. Questa è la storia, raccontata in prima persona, di quel dodicenne che da allora si affaccia nel mondo guidato dalla luce cristallina del suo nome. Misura il fascino della madre, gli orizzonti sognatori del padre, il labirinto magico della città. Avverte prima con le antenne dell’infanzia, poi con le urgenze della maturità, il generoso e confidente mondo delle donne. Le Grand Liberò – così lo chiama Marie, bibliotecaria, dispensatrice di saggezza, innamorata dei libri e della sua solitudine – è pronto a conoscere la perdita di sé nel sesso e nell’amore. Lunette lo porta sin dove arrivano, insieme alla dedizione, la gelosia e lo strazio. Quando quella passione si strappa, per Libero è tempo di cambiare. Da Parigi a Milano, dallo Straniero di Camus al Deserto dei Tartari di Buzzati, dai Deux Magots, caffè esistenzialista, all’osteria di Giorgio sui Navigli. Libero Marsell è un personaggio “totale” che cresce con noi, pagina dopo pagina, leggero come la giovinezza nei film di Truffaut, sensibile come sono sensibili i poeti, guidato dai suoi maestri di vita a scoprire l’oscenità che lo libera dalla dipendenza di ogni frase fatta, di ogni atto dovuto, in nome dello stupore di esistere.
**
### Recensione
**Io e lui, si scatena il dio ignoto del sesso**
*Paolo Di Paolo*, Tuttolibri – La Stampa
Alberto Moravia nessuno lo legge, nessuno vuole leggerlo più: per ignoranza, per pregiudizio. Eppure, non c’è forse nessuno ad avere raccontato come lui, fra gli scrittori italiani del Novecento, il sesso nell’adolescenza, il sesso nella vita. Un’infermiera, nel racconto Al dio ignoto, ragiona sulla relazione fra un paziente e il suo pene: «Qualche volta penso che appartenga a un dio ignoto diverso però da quello che le suore portano appeso al collo». Se ti innamorassi, le dice il paziente, «vedresti in faccia il dio ignoto». Nel romanzo postumo La donna leopardo, un uomo eiacula nell’acqua. Una donna, indicando lo sperma, chiede: «E questo?». Risposta: «E questo ero io».
Mi sono tornate in mente queste due scene leggendo l’ultimo romanzo di **Marco Missiroli**, *Atti osceni in luogo privato*. Il «dio ignoto» della sessualità si scatena nelle giornate del protagonista, Libero, dalla tarda infanzia all’«adultità». Ed era da parecchio che uno scrittore italiano non raccontava il sesso restando alla larga da tentazioni sociologiche, dalla cronaca nera, da cinquanta e più sfumature di pseudo-trasgressione. Gli ultimi e più visibili esempi di biografie o autobiografie erotiche, fra gli autori maschi, attengono alla mezza e tarda età: Pascale, Piccolo, Starnone, con qualche eccesso di compiacimento nel trattare tradimenti e ossessioni tardive – il sesso come antidoto, involontariamente patetico, alla paura di invecchiare.
Missiroli, anche per età (è del 1981), per fortuna racconta altro: il sesso come slancio, come vitalità, come possibilità. In uno dei suoi molti orgasmi, anche solitari, Libero potrebbe dire, come quel personaggio di Moravia: «E questo ero io». C’è, naturalmente, un rapporto molto stretto fra l’avventura sessuale della nostra vita e la vita stessa. Ma quanto, e in che modo, una cosa definisce l’altra? Quanto la nostra storia sessuale spiega chi siamo? E lo spiega davvero? Un narratore non arriva da queste parti per via filosofica o psicanalitica. Ci arriva attraverso un personaggio, il suo corpo in movimento, una città o più città intorno (in questo caso, Parigi e Milano), una serie di relazioni umane, il tempo che passa, le ragazze che incontra e con cui gode, un padre, una madre, gli amici, e perfino i libri.
Ecco, se c’è qualcosa di intimo che Missiroli presta al suo personaggio, segno zodiacale a parte, sono gli scrittori che ama e che lo hanno formato: Faulkner, Malamud, Buzzati e molti altri. Dimostrando così che anche leggere, come ha scritto qualcuno, è una preferenza sessuale. Nel romanzo, Libero cresce e cresce in lui la libertà di osare, il desiderio e la ricerca di sé stesso nel desiderio: in tutto questo movimento, in questo letterale «scatenarsi» innocenza e colpa si confondono, si cancellano a vicenda; il pudore perde posizioni ma non esclude la timidezza; il coraggio e l’intemperanza non mettono fuori gioco le ansie e le goffaggini. In questo senso, Missiroli accompagna Libero con un inchiostro che anche di fronte al più disinvolto «atto osceno» non perde di vista l’ironia e la tenerezza, contrapposte e unite.
Il Roth di Lamento di Portnoy? Sì, forse, ma senza Freud e con meno angoscia: come dopo aver lasciato diradare ogni ombra novecentesca. Sartre, nel romanzo di Missiroli, muore a pagina 54, e anche questo significa qualcosa. L’ambientazione è novecentesca (tutto comincia negli anni Settanta), ma non lo spirito. Il prepuzio di Libero viene tagliato via, ma per ragioni mediche e non religiose. «Anche la migliore letteratura apparteneva ai circoncisi» scrive beffardo Missiroli. Così, il romanzo acquista una curiosa levità; qualcosa, in fondo, di gioioso e di frivolo, un «allegro» musicale. Che oltretutto rende molto diverso questo libro dai precedenti di Missiroli, più trattenuti, più rarefatti: qui l’uso della prima persona, i paragrafi anche molto brevi, e ovviamente il tema, rendono, non a caso, più libero lo scrittore.
Nel finale c’è il recupero di un equilibrio, una ricomposizione romantica che Missiroli chiama «nascita», ma forse è anche un addio, almeno transitorio. A cosa? Della donna di cui infine si innamora, Libero dice: «La presi quanto potei, e per la prima volta seppi che il corpo era solo un inizio». Non aveva dunque detto Moravia che solo a innamorarsi si vede in faccia il «dio ignoto»?
### Sinossi
“Missiroli è uno scrittore d’eccellenza” Emmanuel Carrère
Questa è una storia che comincia una sera a cena, quando Libero Marsell, dodicenne, intuisce come si può imparare ad amare. La famiglia si è da poco trasferita a Parigi e la madre ha iniziato a tradire il padre. Questa è la storia, raccontata in prima persona, di quel dodicenne che da allora si affaccia nel mondo guidato dalla luce cristallina del suo nome. Misura il fascino della madre, gli orizzonti sognatori del padre, il labirinto magico della città. Avverte prima con le antenne dell’infanzia, poi con le urgenze della maturità, il generoso e confidente mondo delle donne. Le Grand Liberò – così lo chiama Marie, bibliotecaria, dispensatrice di saggezza, innamorata dei libri e della sua solitudine – è pronto a conoscere la perdita di sé nel sesso e nell’amore. Lunette lo porta sin dove arrivano, insieme alla dedizione, la gelosia e lo strazio. Quando quella passione si strappa, per Libero è tempo di cambiare. Da Parigi a Milano, dallo Straniero di Camus al Deserto dei Tartari di Buzzati, dai Deux Magots, caffè esistenzialista, all’osteria di Giorgio sui Navigli. Libero Marsell è un personaggio “totale” che cresce con noi, pagina dopo pagina, leggero come la giovinezza nei film di Truffaut, sensibile come sono sensibili i poeti, guidato dai suoi maestri di vita a scoprire l’oscenità che lo libera dalla dipendenza di ogni frase fatta, di ogni atto dovuto, in nome dello stupore di esistere.

L’attesa e la speranza

La lettura di questo nuovo libro di Eugenio Borgna ci conduce in un territorio fin qui solo suggerito nei suoi precedenti lavori, ma che tutti sembra contenerli e aprirli a una luce più intensa e a una comprensione più profonda: la dimensione del tempo. Del tempo non astratto o misuratore, ma del tempo vissuto e delle sue figurazioni nell’anima. Del tempo dell’attesa e della speranza come strutture portanti della condizione umana, ma anche del tempo della noia e della malinconia, della maternità e della giovinezza, dell’angoscia e delle esperienze psicotiche. La dimensione temporale delle esperienze, e non solo di quelle psicopatologiche, contribuisce a fare riemergere gli elementi profondi della vita interiore e della vita emozionale e, in particolare, a coglierne il senso nella sofferenza, quando il tempo vissuto si frantuma e non ci sono più attese e speranze.Il libro si apre su un intenso ricordo autobiografico, sul racconto emozionante di un giovane medico al suo primo ingresso nel vecchio ospedale psichiatrico, all’incontro con un’amica della prima giovinezza qui rinchiusa, alla scelta di una vita. Si snoda in un discorso ai confini della psichiatria clinica, nel cuore di una psichiatria dell’interiorità che rivendica fondamenti comuni alla vita psicotica e non psicotica, recuperando e ricostruendo, in un ininterrotto colloquio con l’arte, la poesia, la grande narrativa e la parola dei pazienti, gli elementi psicologici e umani della follia, al di là di ogni elemento clinico. Nell’ultima parte del libro, l’insieme delle riflessioni e delle esperienze man mano delineate confluiscono nella psicoterapia, in cui la dimensione dell’attesa e della speranza diventano una componente essenziale del dialogo tra chi cura e chi è curato..
(source: Bol.com)

Attenti al Sud

Nel verbosissimo e infinito fiume di parole scritto e detto per raccontare il meridione d’Italia, luci e ombre non sono (quasi) mai nella stessa scena. Da una parte si mettono in evidenza criminalità, sprechi, lentezze, degrado, dall’altra si inalberano una difesa esaltata e a oltranza e un folclore al limite della caricatura. Una contrapposizione che non serve a fare chiarezza. Quello che occorre, invece, è guardare i chiari e gli scuri insieme nella stessa foto.
Questo fanno le quattro autorevoli voci che compongono questo libro. Quattro intellettuali ”terroni” raccontano il Sud senza sconti, senza piagnistei, senza sensi di inferiorità né di superiorità, tra la ”fuganza” di chi proprio non ce la fa a restare e la ”restanza” di chi invece ha deciso di tenere duro e rivitalizzare la propria terra. E le ragioni per entrambe le scelte non mancano. Il risultato è una riflessione illuminante, una messa in guardia sul valore del nostro Sud. State attenti, dicono gli autori, significa sia preoccupatevi per il Sud, sia badate a voi perché potrebbe stupirvi ed esplodervi in mano. In ogni caso, stare attenti al Sud vuol dire stare attenti all’Italia intera.
(source: Bol.com)

Attentato Carella

Il poliziotto Steve Carella è impegnato a risolvere un caso piuttosto complicato: un uomo morto, apparentemente suicida, e un nugolo di figli dispiaciuti, ma non del tutto convincenti. Ma in centrale accade qualcosa di inquietante.

Un atomo di verità

“Via Fani è stato il luogo del nostro destino. La Dallas italiana, le nostre Twin Towers. Nel 1978, l’anno di mezzo tra il “68 e l’89. Tra il bianco e nero e il colore. Lo spartiacque tra diverse generazioni che cresceranno tra il prima e il dopo: il tutto della politica – gli ideali e il sangue – e il suo nulla.” Il sequestro di Aldo Moro ha segnato la fine della Repubblica dei partiti. Marco Damilano torna su quell’istante, le nove del mattino del 16 marzo 1978, in cui il presidente della Dc fu rapito e gli uomini della sua scorta massacrati. Fu l’inizio di un dramma nazionale e di una lunga rimozione. Un viaggio nella memoria personale e collettiva, nei luoghi, nelle correlazioni con altri protagonisti di quegli anni come Sciascia e Pasolini. Le carte personali di Moro rimaste finora inedite, le foto, i ritagli, gli scambi epistolari con politici, intellettuali, giornalisti, persone comuni. La ricostruzione della sua strategia e della sua umanità, strappata all’immagine di prigioniero delle Brigate rosse e restituita al ruolo politico di chi aveva capito meglio di tutti l’Italia, “il paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili”, e la debolezza del potere. Dopo l’assassinio di Moro, il 9 maggio, al termine di 55 giorni di tragedia, sono arrivate la morte di Berlinguer, la dissoluzione della Dc, Tangentopoli e la latitanza di Craxi in Tunisia. Fino all’ultima stagione, con la politica che da orizzonte di senso per milioni di italiani si è fatta narcisismo e nichilismo, cedendo alla paura e alla rabbia. Per questo la voce di Moro parla ancora, come aveva previsto lui stesso: “Io ci sarò come un punto irriducibile di contestazione e alternativa”.

(source: Bol.com)

L’atlantide rossa

C’era una volta l’Europa dell’Est, un mondo che nell’immaginario collettivo è scomparso in una notte con la caduta del Muro il 9 novembre 1989. Sparito, come la mitica Atlantide. In realtà la fine del comunismo è maturata nel corso di lunghi anni di sofferenze e di lotte non violente condotte da migliaia di cittadini, in forme più o meno organizzate, al prezzo di grandi privazioni e sacrifici. Quel cammino verso la libertà Luigi Geninazzi l’ha vissuto da testimone diretto, come inviato speciale sul campo, da Danzica e Varsavia a Mosca, da Praga a Vilnius, da Berlino a Bucarest. In questo libro l’autore rievoca quell’esperienza facendo scorrere sotto i nostri occhi grandi eventi e piccoli aneddoti di vita quotidiana, personaggi storici visti da vicino – come Giovanni Paolo II, Lech Walesa, Vaclav Havel – e anonimi coraggiosi e intrepidi. Il risultato è la cronaca appassionata di un decennio fondamentale del XX secolo, che segnò il passaggio – quanto mai complesso, problematico e pieno di ombre e mezze verità – dall’epoca dei blocchi contrapposti all’Europa dei nostri giorni. Prefazione di Lech Walesa.
**

Atlantide

Antartide, settembre 1858’Alla baleniera ‘Paloverde’, prigioniera in una trappola di ghiaccio, rimane l’unica speranza di una fuggevole (e lontana) primavera che le consenta di riprendere la via di casa.’Colorado, marzo 2001’L’epoca della corsa all’oro appartiene ormai alla storia, ma non per l’intraprendente Luis Marquez, che ha fatto la sua fortuna strappando alle miniere abbandonate quei cristalli considerati in passato privi di valore e da cui oggi invece si ricavano preziosissime gemme. ‘Antartide, aprile 2001’Sono ricerche di routine, quelle che la ‘Polar storm’, agli ordini del comandante Daniel Gillespie, sta svolgendo per conto della NUMA. Nulla di strano, quindi, se Dirk Pitt, direttore dei progetti speciali dell’agenzia, usa la nave oceanografica come base per una delle sue ‘esplorazioni’. Molto più strana, invece, è l’improvvisa apparizione di un sottomarino che attacca la ‘Polar storm’ e riesce quasi ad affondarla.

Atlante delle mafie. Storia, economia, società, cultura

A cosa è dovuto il successo plurisecolare delle mafie italiane? E come mai viene definita “mafia” ogni violenza privata che ha successo nel mondo? L'”Atlante delle mafie” prova a rispondere a queste due domande. Partendo dalla messa in discussione dal paradigma interpretativo dell’esclusività della Sicilia nella produzione di ciò che comunemente si intende per mafia. Se un fenomeno, nato in Sicilia nell’Ottocento, ha avuto una così lunga durata, affrancandosi dalle condizioni storiche e territoriali che ne resero possibile la sua originaria espansione e proiettandosi così agevolmente nella contemporaneità (divenendo addirittura un modello vincente per tutte le violenze private del globo) non è utile continuare a descriverlo solo come un originale prodotto siciliano. Il modello mafioso, infatti, si è dimostrato riproducibile nel tempo e in altri luoghi, non più specifico solo della Sicilia e del Mezzogiorno d’Italia. Con il termine mafia si deve intendere oggi un marchio di successo della violenza privata nell’economia globalizzata. Con questa ottica, l'”Atlante delle mafie” passa in rassegna le “qualità” criminali che differenziano nettamente i fenomeni mafiosi dalla criminalità comune e da quella organizzata. Esse vengono sintetizzate in cinque caratteristiche: culturali, politiche, economiche, ideologiche e ordinamentali. Secondo i curatori, si può ritenere mafia la “violenza di relazioni”, cioè una violenza in grado di stabilire contatti, rapporti…
**