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L’isterico a metano: fantaromanzo giovane e sinergico

Barozzi Vanes (14 anni) è un ragazzo di Sassuolo. La famiglia, gli amici, la Mortadella, tutti e tutto hanno congiurato per modellare quest’esempio di Imbecille Moderno. Ha la testa piena solo di boiate ma il padre lo fa entrare in piastrellificio. Vanes lavora di buona lena e comincia a portare soldi a casa. Ma conosce amici pericolosi, per merito dei quali si guadagna la targa di “sporc drughé”, Finisce licenziato. In famiglia nessuno lo difende. Un amico lo sprona a tagliare la corda. Vanes alza i tacchi. Sassuolo addio. Francia, Inghilterra, Brasile, India: queste le tappe del suo giro di formazione. Amore, avventure, odori, sapori, genti e paesi lentamente trasformano Vanes. Qualcosa però è andato storto…

Barozzi Vanes (14 anni) è un ragazzo di Sassuolo. La famiglia, gli amici, la Mortadella, tutti e tutto hanno congiurato per modellare quest’esempio di Imbecille Moderno. Ha la testa piena solo di boiate ma il padre lo fa entrare in piastrellificio. Vanes lavora di buona lena e comincia a portare soldi a casa. Ma conosce amici pericolosi, per merito dei quali si guadagna la targa di “sporc drughé”, Finisce licenziato. In famiglia nessuno lo difende. Un amico lo sprona a tagliare la corda. Vanes alza i tacchi. Sassuolo addio. Francia, Inghilterra, Brasile, India: queste le tappe del suo giro di formazione. Amore, avventure, odori, sapori, genti e paesi lentamente trasformano Vanes. Qualcosa però è andato storto…

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Istantanea di un delitto

Manca poco a Natale. La signora McGillicuddy, dopo essersi affannata tutto il giorno a cercare regali per i suoi parenti, sta ritornando a casa in treno. Improvvisamente un altro convoglio si affianca al suo e l’anziana signora assiste suo malgrado a uno spettacolo sconvolgente: in una delle carrozze dell’altro treno un uomo sta strangolando una donna. Terrorizzata la signora cerca di avvertire il controllore e la polizia, ma nessuno le crede, nessun cadavere è stato infatti rinvenuto e non è stata nemmeno denunciata nessuna scomparsa. Fortunatamente la signora McGillicuddy è una vecchia amica di Miss Murple, la vecchietta dall’aria innocua e mansueta capace però di risolvere ogni mistero grazie alle sue straordinarie capacità di osservazione. Istantanea di un delitto, del 1957, famoso per il suo esordio intrigante, è una delle più classiche avventure dell’anziana investigatrice di St.Mary Mead.

Manca poco a Natale. La signora McGillicuddy, dopo essersi affannata tutto il giorno a cercare regali per i suoi parenti, sta ritornando a casa in treno. Improvvisamente un altro convoglio si affianca al suo e l’anziana signora assiste suo malgrado a uno spettacolo sconvolgente: in una delle carrozze dell’altro treno un uomo sta strangolando una donna. Terrorizzata la signora cerca di avvertire il controllore e la polizia, ma nessuno le crede, nessun cadavere è stato infatti rinvenuto e non è stata nemmeno denunciata nessuna scomparsa. Fortunatamente la signora McGillicuddy è una vecchia amica di Miss Murple, la vecchietta dall’aria innocua e mansueta capace però di risolvere ogni mistero grazie alle sue straordinarie capacità di osservazione. Istantanea di un delitto, del 1957, famoso per il suo esordio intrigante, è una delle più classiche avventure dell’anziana investigatrice di St.Mary Mead.

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L’ispettore Morse e le morti di Jericho

A Jericho, un quartiere di Oxford dimenticato dal tempo, in una casetta angusta e piena di libri, Anne Scott si suicida senza lasciare una parola di congedo e, in apparenza, senza un perché. Forse è solo una storia di ordinaria infelicità, ma poco tempo dopo nello stesso quartiere, nella stessa viuzza, nella casa di fronte, George Jackson viene trovato con il cranio fracassato. L’ipotesi del suicidio non convince l’ispettore Morse, che, questa volta per motivi personali, inizia un’indagine in incognito.

A Jericho, un quartiere di Oxford dimenticato dal tempo, in una casetta angusta e piena di libri, Anne Scott si suicida senza lasciare una parola di congedo e, in apparenza, senza un perché. Forse è solo una storia di ordinaria infelicità, ma poco tempo dopo nello stesso quartiere, nella stessa viuzza, nella casa di fronte, George Jackson viene trovato con il cranio fracassato. L’ipotesi del suicidio non convince l’ispettore Morse, che, questa volta per motivi personali, inizia un’indagine in incognito.

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L’ispettore Cadavre

Per tutti, dalle vecchiette appostate dietro le tendine smosse ai ragazzini che poco prima lo avevano superato girandosi a guardarlo con insolenza, lui era l’intruso, l’indesiderabile. O, peggio ancora, era qualcuno di cui non ci si poteva fidare, venuto da chissà dove a fare chissà che cosa. Sarà stato anche per via di quegli sguardi che lo spiavano, ma il commissario, che camminava con le mani sprofondate nelle tasche del pesante cappotto, si sentiva come uno di quegli squallidi personaggi tormentati da un vizio segreto che si aggirano nei paraggi della porte Saint-Martin o altrove con le spalle curve e lo sguardo sfuggente, rasentando le case per prudenza alla vista di un agente della Buoncostume. Era forse un riflesso della triste figura di Cavre? Ebbe quasi voglia di mandare a prendere la sua valigia dai Naud, di salire sul primo treno e di andare dal giudice Bréjon per dirgli: ‘A Saint-Aubin non mi vogliono… Suo cognato se la sbrogli da sé…’. (Le inchieste di Maigret 22 di 75)
(source: Bol.com)

Per tutti, dalle vecchiette appostate dietro le tendine smosse ai ragazzini che poco prima lo avevano superato girandosi a guardarlo con insolenza, lui era l’intruso, l’indesiderabile. O, peggio ancora, era qualcuno di cui non ci si poteva fidare, venuto da chissà dove a fare chissà che cosa. Sarà stato anche per via di quegli sguardi che lo spiavano, ma il commissario, che camminava con le mani sprofondate nelle tasche del pesante cappotto, si sentiva come uno di quegli squallidi personaggi tormentati da un vizio segreto che si aggirano nei paraggi della porte Saint-Martin o altrove con le spalle curve e lo sguardo sfuggente, rasentando le case per prudenza alla vista di un agente della Buoncostume. Era forse un riflesso della triste figura di Cavre? Ebbe quasi voglia di mandare a prendere la sua valigia dai Naud, di salire sul primo treno e di andare dal giudice Bréjon per dirgli: ‘A Saint-Aubin non mi vogliono… Suo cognato se la sbrogli da sé…’. (Le inchieste di Maigret 22 di 75)
(source: Bol.com)

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Isole nella Corrente

La strana guerra di Thomas Hudson, pittore e grande chiacchierone, arruolato per pattugliare il mar dei Caraibi alla ricerca di sommergibili tedeschi. Una vicenda bellica vissuta forse più nei bar che sul mare. Un libro divertente sotto ogni aspetto. La cronaca scanzonata di un uomo in guerra con i tedeschi, con gli altri e con se stesso.

La strana guerra di Thomas Hudson, pittore e grande chiacchierone, arruolato per pattugliare il mar dei Caraibi alla ricerca di sommergibili tedeschi. Una vicenda bellica vissuta forse più nei bar che sul mare. Un libro divertente sotto ogni aspetto. La cronaca scanzonata di un uomo in guerra con i tedeschi, con gli altri e con se stesso.

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L’isola

Non si era mai fidato del bel mondo. Per lui, uomo schivo e di poche pretese, l’isola di Sylt, un paradiso naturale nelle isole Frisone, era piena di gente ricca e snob. Purtroppo Clara, la sua amatissima compagna, vuole sempre trascorrere le sue vacanze a Sylt e lui l’accompagna di malavoglia, temendo che lei si faccia alla fine conquistare da quell’ambiente scintillante e sfacciato. E forse è proprio quello che è successo: Clara è inspiegabilmente scomparsa, da giorni non ha sue notizie. Non gli resta che cercarla, ricostruendo le ultime ore passate con lei, alla ricerca di un minimo indizio.

Non si era mai fidato del bel mondo. Per lui, uomo schivo e di poche pretese, l’isola di Sylt, un paradiso naturale nelle isole Frisone, era piena di gente ricca e snob. Purtroppo Clara, la sua amatissima compagna, vuole sempre trascorrere le sue vacanze a Sylt e lui l’accompagna di malavoglia, temendo che lei si faccia alla fine conquistare da quell’ambiente scintillante e sfacciato. E forse è proprio quello che è successo: Clara è inspiegabilmente scomparsa, da giorni non ha sue notizie. Non gli resta che cercarla, ricostruendo le ultime ore passate con lei, alla ricerca di un minimo indizio.

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Isola segreta

Patrizia ha fatto un errore, in gioventù. E gli errori si pagano, sempre. In un momento di debolezza si è confidata con le sue migliori amiche. Ha svelato il suo segreto. Sono passati molti anni da allora, si è sposata, divorziata, e ha pure un figlio grande, eppure il momento è arrivato. Deve rimediare a quell’errore, a ogni costo. Perché loro stanno andando là, nell’isola. Quelle amiche che non vede più da molto tempo, con cui non ha più rapporti. Loro ricordano ancora, hanno bisogno di ciò che l’isola può dare. Un dono che in realtà è una maledizione, la peggiore che possa esistere. Deve riuscire ad arrivare in tempo, prima che compiano qualcosa di irreparabile. Perché in quella maledetta isola nessuno deve più vivere, ma soprattutto, e questo è imperativo, nessuno deve più morire.

Patrizia ha fatto un errore, in gioventù. E gli errori si pagano, sempre. In un momento di debolezza si è confidata con le sue migliori amiche. Ha svelato il suo segreto. Sono passati molti anni da allora, si è sposata, divorziata, e ha pure un figlio grande, eppure il momento è arrivato. Deve rimediare a quell’errore, a ogni costo. Perché loro stanno andando là, nell’isola. Quelle amiche che non vede più da molto tempo, con cui non ha più rapporti. Loro ricordano ancora, hanno bisogno di ciò che l’isola può dare. Un dono che in realtà è una maledizione, la peggiore che possa esistere. Deve riuscire ad arrivare in tempo, prima che compiano qualcosa di irreparabile. Perché in quella maledetta isola nessuno deve più vivere, ma soprattutto, e questo è imperativo, nessuno deve più morire.

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L’isola lontana

Estate del 1939. Due sorelline ebree austriache sono inviate dai genitori in Svezia, dove abiteranno presso due famiglie diverse su un’isola al largo di Göteborg. Steffi e Nelli pensano di rimanere lontane dai genitori per pochi mesi, ma poi scoppia la guerra, e quasi senza che se ne rendano conto passano gli anni. Alla fine del conflitto Steffi avrà ormai diciotto anni e avrà compiuto tutte le tappe della crescita – la scoperta dell’amore, del tradimento, della rabbia e del dolore dell’adolescenza – fino a diventare donna. Un romanzo ispirato alla storia vera di un folto gruppo di bambini ebrei sfuggiti alle persecuzioni naziste e ospitati in Svezia per un lungo periodo. Le difficoltà del loro inserimento, il rapporto con le nuove famiglie, la relazione con i compagni e la nostalgia per i genitori sono i temi portanti di un’opera di straordinaria sensibilità e forza. La narrazione dal punto di vista delle protagoniste, che vivono le avventure della crescita in una terra lontana, ci mostra da vicino la bontà e la cattiveria di un’umanità varia e straordinariamente vera.
(source: Bol.com)

Estate del 1939. Due sorelline ebree austriache sono inviate dai genitori in Svezia, dove abiteranno presso due famiglie diverse su un’isola al largo di Göteborg. Steffi e Nelli pensano di rimanere lontane dai genitori per pochi mesi, ma poi scoppia la guerra, e quasi senza che se ne rendano conto passano gli anni. Alla fine del conflitto Steffi avrà ormai diciotto anni e avrà compiuto tutte le tappe della crescita – la scoperta dell’amore, del tradimento, della rabbia e del dolore dell’adolescenza – fino a diventare donna. Un romanzo ispirato alla storia vera di un folto gruppo di bambini ebrei sfuggiti alle persecuzioni naziste e ospitati in Svezia per un lungo periodo. Le difficoltà del loro inserimento, il rapporto con le nuove famiglie, la relazione con i compagni e la nostalgia per i genitori sono i temi portanti di un’opera di straordinaria sensibilità e forza. La narrazione dal punto di vista delle protagoniste, che vivono le avventure della crescita in una terra lontana, ci mostra da vicino la bontà e la cattiveria di un’umanità varia e straordinariamente vera.
(source: Bol.com)

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L’isola dello Scheletro

Buonasera ragazzi.

Di solito, inizio dandovi il buongiorno, ma ho voluto cambiare per non smentire la mia fama di uomo imprevedibile e originale. L'idea forse non è proprio nuova; buonasera è infatti un tipico saluto sufficientemente diffuso. Ma c'è modo e modo di pronunciarlo, e soprattutto luogo e luogo per ascoltarlo. Una cosa è infatti sentirsi rivolgere la parola al tramonto davanti al portone di casa propria, e un'altra udirla risuonare all'improvviso alle spalle in una notte senza luna, su un'isola chiamata piacevolmente "dello scheletro", e mentre si è intenti a battere i denti per aver visto un fantasma. Che effetto fa in questo caso? Tenteranno di spiegarvelo Jupiter Jones, Bob Andrews e Pete Crenshaw: i Tre Investigatori.

Alfred Hitchcock

Buonasera ragazzi.

Di solito, inizio dandovi il buongiorno, ma ho voluto cambiare per non smentire la mia fama di uomo imprevedibile e originale. L'idea forse non è proprio nuova; buonasera è infatti un tipico saluto sufficientemente diffuso. Ma c'è modo e modo di pronunciarlo, e soprattutto luogo e luogo per ascoltarlo. Una cosa è infatti sentirsi rivolgere la parola al tramonto davanti al portone di casa propria, e un'altra udirla risuonare all'improvviso alle spalle in una notte senza luna, su un'isola chiamata piacevolmente "dello scheletro", e mentre si è intenti a battere i denti per aver visto un fantasma. Che effetto fa in questo caso? Tenteranno di spiegarvelo Jupiter Jones, Bob Andrews e Pete Crenshaw: i Tre Investigatori.

Alfred Hitchcock

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L’isola della Desolazione

La Leopard, un vascello da cinquanta cannoni, non si può certo definire una fulgida gemma della Royal Navy: varata nel 1790, ben dieci anni dopo la sua costruzione, ha al suo attivo pochissime prede. Eppure Jack Aubrey, bloccato a terra da molto tempo e ormai in preda a un desiderio quasi incontenibile di esplorare mari sconosciuti, accetta di assumerne il comando, preferendola alla magnifica Ajax, che lo avrebbe costretto a tornare nel ‘troppo familiare’ Mediterraneo, sotto il meschino e vendicativo ammiraglio Harte. Così, la ‘vecchia, orrenda Leopard’, per dirla con le parole di Stephen Maturin, miglior amico di Jack, nonché medico di bordo e agente segreto dell’ammiragliato, prende il mare alla volta dell’Australia e più precisamente per Botany Bay, dove il governatore del Nuovo Galles del Sud, il celeberrimo comandante Bligh del Bounty, è stato deposto e imprigionato da un manipolo di soldati ribelli con l’accusa di ‘aver sovvertito le leggi della colonia’. Quello che Jack non può sapere, però, è che anche le ‘leggi del mare’ saranno sovvertite durante il viaggio della Leopard, dapprima sconvolta da una tremenda epidemia e poi, dopo un infausto incontro con una nave da guerra olandese da settantaquattro cannoni, costretta addirittura a far rotta verso i ghiacci dell’Antartico. Tra ufficiali inetti e marinai scoraggiati, tempeste improvvise e inopinate deviazioni, Jack Aubrey dovrà fare appello a tutta la sua esperienza per trovare infine un porto sicuro in cui condurre la sua nave, un porto che si rivelerà un vero paradiso terrestre per il naturalista-filosofo Stephen, ma che per il comandante e i suoi uomini rischierà di trasformarsi nella loro ultima dimora terrena… In un romanzo unanimemente considerato tra i più avvincenti della serie Aubrey-Maturin, Patrick O’Brian si conferma uno dei pochissimi autori contemporanei capaci di fondere, in un’unica vicenda, il dramma e la commedia propri di ogni umana avventura, che egli descrive con una passione non disgiunta da un pizzico di sorridente comprensione per le traversie dei suoi personaggi.
(source: Bol.com)

La Leopard, un vascello da cinquanta cannoni, non si può certo definire una fulgida gemma della Royal Navy: varata nel 1790, ben dieci anni dopo la sua costruzione, ha al suo attivo pochissime prede. Eppure Jack Aubrey, bloccato a terra da molto tempo e ormai in preda a un desiderio quasi incontenibile di esplorare mari sconosciuti, accetta di assumerne il comando, preferendola alla magnifica Ajax, che lo avrebbe costretto a tornare nel ‘troppo familiare’ Mediterraneo, sotto il meschino e vendicativo ammiraglio Harte. Così, la ‘vecchia, orrenda Leopard’, per dirla con le parole di Stephen Maturin, miglior amico di Jack, nonché medico di bordo e agente segreto dell’ammiragliato, prende il mare alla volta dell’Australia e più precisamente per Botany Bay, dove il governatore del Nuovo Galles del Sud, il celeberrimo comandante Bligh del Bounty, è stato deposto e imprigionato da un manipolo di soldati ribelli con l’accusa di ‘aver sovvertito le leggi della colonia’. Quello che Jack non può sapere, però, è che anche le ‘leggi del mare’ saranno sovvertite durante il viaggio della Leopard, dapprima sconvolta da una tremenda epidemia e poi, dopo un infausto incontro con una nave da guerra olandese da settantaquattro cannoni, costretta addirittura a far rotta verso i ghiacci dell’Antartico. Tra ufficiali inetti e marinai scoraggiati, tempeste improvvise e inopinate deviazioni, Jack Aubrey dovrà fare appello a tutta la sua esperienza per trovare infine un porto sicuro in cui condurre la sua nave, un porto che si rivelerà un vero paradiso terrestre per il naturalista-filosofo Stephen, ma che per il comandante e i suoi uomini rischierà di trasformarsi nella loro ultima dimora terrena… In un romanzo unanimemente considerato tra i più avvincenti della serie Aubrey-Maturin, Patrick O’Brian si conferma uno dei pochissimi autori contemporanei capaci di fondere, in un’unica vicenda, il dramma e la commedia propri di ogni umana avventura, che egli descrive con una passione non disgiunta da un pizzico di sorridente comprensione per le traversie dei suoi personaggi.
(source: Bol.com)

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L’isola dell’amore proibito

L’acqua cristallina lambisce dolcemente i suoi piedi nudi. Anna apre gli occhi all’improvviso e davanti a lei si apre la distesa sconfinata di un mare dalle mille sfumature, dal turchese allo smeraldo più intenso. Intorno, una spiaggia di un bianco accecante, ombreggiata da palme frondose. Le dita della ragazza stringono ancora spasmodicamente la mano di T.J., disteso accanto a lei, esausto dopo averla trascinata fino alla riva. Anna non ricorda niente di quello che è successo, solo il viaggio in aereo, la superficie blu che si avvicina troppo velocemente e gli occhi impauriti di T.J., il ragazzo di sedici anni a cui dovrebbe dare ripetizioni per tutta l’estate. Un lavoro inaspettato, ma chi rifiuterebbe una vacanza retribuita alle Maldive? E poi Anna, insegnante trentenne, è partita per un disperato bisogno di fuga da una relazione che non sembra andare da nessuna parte. Ma adesso la loro vita passata non è più importante. Anna e T.J. sono naufraghi e l’isola è deserta. La priorità è quella di sopravvivere fino ai soccorsi. I giorni diventano settimane, poi mesi e infine anni. L’isola sembra un paradiso, eppure è anche piena di pericoli. I due devono imparare a lottare insieme per la vita. Ma per Anna la sfida più grande è quella di vivere accanto a un ragazzo che sta diventando un uomo. Perché quella che all’inizio era solo un’innocente amicizia, attimo dopo attimo si trasforma in un’attrazione che li lega sempre più indissolubilmente. L’isola dell’amore proibito è un fenomeno editoriale senza precedenti. Pubblicato in proprio dall’autrice, in pochissime settimane ha venduto più di 200.000 copie solo negli Stati Uniti. Dopo la pubblicazione presso una delle più importanti case editrici americane, ha scalato tutte le classifiche restando ai primi posti. Una storia d’amore unica, intrisa di travolgente romanticismo e intensa come la vita, sullo sfondo del mare incontaminato dell’oceano Indiano.
**
### Sinossi
L’acqua cristallina lambisce dolcemente i suoi piedi nudi. Anna apre gli occhi all’improvviso e davanti a lei si apre la distesa sconfinata di un mare dalle mille sfumature, dal turchese allo smeraldo più intenso. Intorno, una spiaggia di un bianco accecante, ombreggiata da palme frondose. Le dita della ragazza stringono ancora spasmodicamente la mano di T.J., disteso accanto a lei, esausto dopo averla trascinata fino alla riva. Anna non ricorda niente di quello che è successo, solo il viaggio in aereo, la superficie blu che si avvicina troppo velocemente e gli occhi impauriti di T.J., il ragazzo di sedici anni a cui dovrebbe dare ripetizioni per tutta l’estate. Un lavoro inaspettato, ma chi rifiuterebbe una vacanza retribuita alle Maldive? E poi Anna, insegnante trentenne, è partita per un disperato bisogno di fuga da una relazione che non sembra andare da nessuna parte. Ma adesso la loro vita passata non è più importante. Anna e T.J. sono naufraghi e l’isola è deserta. La priorità è quella di sopravvivere fino ai soccorsi. I giorni diventano settimane, poi mesi e infine anni. L’isola sembra un paradiso, eppure è anche piena di pericoli. I due devono imparare a lottare insieme per la vita. Ma per Anna la sfida più grande è quella di vivere accanto a un ragazzo che sta diventando un uomo. Perché quella che all’inizio era solo un’innocente amicizia, attimo dopo attimo si trasforma in un’attrazione che li lega sempre più indissolubilmente. L’isola dell’amore proibito è un fenomeno editoriale senza precedenti. Pubblicato in proprio dall’autrice, in pochissime settimane ha venduto più di 200.000 copie solo negli Stati Uniti. Dopo la pubblicazione presso una delle più importanti case editrici americane, ha scalato tutte le classifiche restando ai primi posti. Una storia d’amore unica, intrisa di travolgente romanticismo e intensa come la vita, sullo sfondo del mare incontaminato dell’oceano Indiano.

L’acqua cristallina lambisce dolcemente i suoi piedi nudi. Anna apre gli occhi all’improvviso e davanti a lei si apre la distesa sconfinata di un mare dalle mille sfumature, dal turchese allo smeraldo più intenso. Intorno, una spiaggia di un bianco accecante, ombreggiata da palme frondose. Le dita della ragazza stringono ancora spasmodicamente la mano di T.J., disteso accanto a lei, esausto dopo averla trascinata fino alla riva. Anna non ricorda niente di quello che è successo, solo il viaggio in aereo, la superficie blu che si avvicina troppo velocemente e gli occhi impauriti di T.J., il ragazzo di sedici anni a cui dovrebbe dare ripetizioni per tutta l’estate. Un lavoro inaspettato, ma chi rifiuterebbe una vacanza retribuita alle Maldive? E poi Anna, insegnante trentenne, è partita per un disperato bisogno di fuga da una relazione che non sembra andare da nessuna parte. Ma adesso la loro vita passata non è più importante. Anna e T.J. sono naufraghi e l’isola è deserta. La priorità è quella di sopravvivere fino ai soccorsi. I giorni diventano settimane, poi mesi e infine anni. L’isola sembra un paradiso, eppure è anche piena di pericoli. I due devono imparare a lottare insieme per la vita. Ma per Anna la sfida più grande è quella di vivere accanto a un ragazzo che sta diventando un uomo. Perché quella che all’inizio era solo un’innocente amicizia, attimo dopo attimo si trasforma in un’attrazione che li lega sempre più indissolubilmente. L’isola dell’amore proibito è un fenomeno editoriale senza precedenti. Pubblicato in proprio dall’autrice, in pochissime settimane ha venduto più di 200.000 copie solo negli Stati Uniti. Dopo la pubblicazione presso una delle più importanti case editrici americane, ha scalato tutte le classifiche restando ai primi posti. Una storia d’amore unica, intrisa di travolgente romanticismo e intensa come la vita, sullo sfondo del mare incontaminato dell’oceano Indiano.
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### Sinossi
L’acqua cristallina lambisce dolcemente i suoi piedi nudi. Anna apre gli occhi all’improvviso e davanti a lei si apre la distesa sconfinata di un mare dalle mille sfumature, dal turchese allo smeraldo più intenso. Intorno, una spiaggia di un bianco accecante, ombreggiata da palme frondose. Le dita della ragazza stringono ancora spasmodicamente la mano di T.J., disteso accanto a lei, esausto dopo averla trascinata fino alla riva. Anna non ricorda niente di quello che è successo, solo il viaggio in aereo, la superficie blu che si avvicina troppo velocemente e gli occhi impauriti di T.J., il ragazzo di sedici anni a cui dovrebbe dare ripetizioni per tutta l’estate. Un lavoro inaspettato, ma chi rifiuterebbe una vacanza retribuita alle Maldive? E poi Anna, insegnante trentenne, è partita per un disperato bisogno di fuga da una relazione che non sembra andare da nessuna parte. Ma adesso la loro vita passata non è più importante. Anna e T.J. sono naufraghi e l’isola è deserta. La priorità è quella di sopravvivere fino ai soccorsi. I giorni diventano settimane, poi mesi e infine anni. L’isola sembra un paradiso, eppure è anche piena di pericoli. I due devono imparare a lottare insieme per la vita. Ma per Anna la sfida più grande è quella di vivere accanto a un ragazzo che sta diventando un uomo. Perché quella che all’inizio era solo un’innocente amicizia, attimo dopo attimo si trasforma in un’attrazione che li lega sempre più indissolubilmente. L’isola dell’amore proibito è un fenomeno editoriale senza precedenti. Pubblicato in proprio dall’autrice, in pochissime settimane ha venduto più di 200.000 copie solo negli Stati Uniti. Dopo la pubblicazione presso una delle più importanti case editrici americane, ha scalato tutte le classifiche restando ai primi posti. Una storia d’amore unica, intrisa di travolgente romanticismo e intensa come la vita, sullo sfondo del mare incontaminato dell’oceano Indiano.

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L’isola del giorno prima

Nell’estate del 1643 un giovane piemontese naufraga, nei mari del sud, su di una nave deserta. Di fronte a lui un’Isola che non può raggiungere. Intorno a lui un ambiente apparentemente accogliente. Solo, su un mare sconosciuto, Roberto de la Grive vede per la prima volta in vita sua cieli, acque, uccelli, piante, pesci e coralli che non sa come nominare. Scrive lettere d’amore, attraverso le quali si indovina la sua storia: una lenta e traumatica iniziazione al mondo secentesco della nuova scienza, della ragion di stato, di un cosmo in cui la terra non è più al centro dell’universo. Roberto vive la sua vicenda tutta giocata sulla memoria e sull’attesa di approdare a un’Isola che non è lontana solo nello spazio, ma anche nel tempo.te ad arricchire la bibliografia di Hans Ulrich su quelle che Karl Marx chiamava le ‘Robinsonaden’, cioè le storie (e le variazioni di storie) che hanno come tema la sopravvivenza di un essere umano dopo un naufragio e le sue capacità di convivere con la propria solitudine, le proprie memorie, sogni, allucinazioni, il proprio patrimonio di conoscenze e abilità pratiche, di adattarsi a un ambiente naturale diverso ed esotico e di misurarsi con lo straordinario ‘Dasein’ di un’isola misteriosa. Di ‘Robinsonaden’ce ne furono già prima dello stesso “Robinson* di Defoe, da quelle della novellistica, della favolistica e dei romanzi antichi d’avventura alle cronache e diari dei marinai dell’epoca delle scoperte, come lo scozzese Alexander Selkirk o il francese Denis Vairasse d’Allais o l’olandese Enrikk Smeek, alle tantissime variazioni successive, romanzesche o cinematografiche fino alle molte barzellette che appartengono a questo preciso sottogenere e compaiono regolarmente nella “Settimana enigmistica”.
In quest’ultima variante di Umberto Eco, il naufrago, che si chiama Roberto combinando insieme la parte iniziale del nome di Robinson e quella finale del suo inventore e alter ego, sopravvive a lungo su una nave abbandonata e deserta, all’ancora davanti a un’isola, isola artificiale essa stessa che reduplica come in uno specchio l’isola naturale, mentre fra l’una isola e l’altra passa proprio la linea longitudinale del cambiamento di data, quella a noi tutti nota dal “Viaggio in 80 giorni” (di qui il titolo del romanzo)…
Mentre Michel Tournier, in “Venerdì o il limbo del Pacifico”, ha spostato non solo l’ambientazione geografica ma anche quella temporale del suo rifacimento della storia di Robinson, collocandola nel Settecento di Bougainville e Diderot, Eco, che anche lui ha trasportato la sua robinsonata nell’Oceano Pacifico, l’ha spostata idealmente all’indietro nel tempo. Il suo Robinson, divenuto con uno scherzetto un po’ facile sul nome, il monferrina Roberto Pozzo di San Patrizio, o Roberto de la Grive, non si trova ad agire sullo sfondo sociale e marinaresco della nuova borghesia mercantile, ma idealmente più indietro nel tempo, nel Seicento dell’Italia nobile, spagnolesca, gesuitica, scientificizzante e militaresca, sconvolta da una pestilenza che è la stessa dei “Promessi sposi” di Manzoni, o nel Seicento della Francia dei re assoluti e dei cardinali astuti e potenti, della ragion di stato, della gran retorica barocca e delle raffinatezze e vuotezze mondane delle “preziose”.
Quella di Eco è un’abilissima, astutissima, filosoficamente ambiziosa “robinsonata”, condita in salsa postmoderna (che può essere anche definita “neobarocca”, se si presta ascolto alle teorie di un discepolo di Eco: Omar Calabrese). Il suo libro è una gran macchina narrativa e romanzesca, che vien fatta funzionare da un esperto di finzioni, da un interprete affezionato e gran lettore non solo di Defoe, ma ano che di Alexandre Dumas, Jules Verne e tanti altri creatori di perfette macchine romanzesche (dall’autore, insomma, di “Lector in fabula”, delle lezioni harvardiane, ma anche dei non dimenticati studi sul romanzo popolare dell’Ottocento). Spostamenti e rovesciamenti di prospettive sono, in una macchina narrativa meravigliosa e neobarocca, all’ordine del giorno. Mentre Tournier costruisce la sua macchina snella e leggera attorno a un deciso scambio di ruoli fra Robinson e Venerdì e all’esplorazione tematica settecentesca del confronto con l’altro, della psicologia sensistica e della ricerca della natura e della felicità, Eco complica considerevolmente le cose, facendo anzitutto in modo che il suo naufrago non arrivi mai all’isola e si affidi alla fine a un viaggio mistico e dissolutorio nel mare, e poi sostituendo Venerdì con un bizzarro padre gesuita tedesco di nome Caspar, un po’ gran sapiente naturalista un po’ balengo manipolatore di impiastri e fattuccherie, sdoppiando il suo personaggio e affiancandogli un suo sosia-fratello, di nome Ferrante, che è al tempo stesso una proiezione allucinatoria, un’incarnazione della parte malvagia e perversa della sua natura (un Jekyll di lui come Hyde), un’invenzione narrativa che assume a un certo punto una vita romanzesca indipendente, e diviene personaggio di un controromanzo pensato da Roberto.
Di sdoppiamenti e reduplicazioni ce ne sono nel romanzo a bizzeffe. Come macchina neobarocca, come gran teatro del mondo, piazza delle meraviglie, museo e ‘Wunderkammer’, enciclopedia di tutte le scienze e pseudoscienze rinascimentali, il libro funziona; forse un po’ meno funziona come macchina narrativa, anzi come tale, per volontà dello stesso narratore, deliberatamente si inceppa e, se mi si consente l’arguzia barocca, ‘desinit in piscem’ (nel senso che il povero Roberto finisce in pasto ai pesci). Alexandre Dumas cede frequentemente il posto a Van Loon e all’Enciclopedia dei ragazzi, spiazzando il lettore, alternando momenti di avvincente avventura con altri di divulgazione scientifica e altri ancora di esplorazione di alcuni importanti temi epistemologici e di filosofia esistenziale. Non mancano nel libro i capitoli narrativamente avvincenti, come quello fortemente robinsoniano della scoperta, che viene al culmine di una serie di segnali, indizi inquietanti e vere e proprie orme, dell’esistenza sulla nave di un altro essere umano, per l’appunto il padre Caspar. E neppure mancano le pagine di divertito ‘pastiche’, di svolazzo filosofico o naturalistico, di ragionamento dialettico o di trascrizione stupefatta di mostri e meraviglie della natura: particolarmente inventivi ed efficaci sono i capitoli sull’esplorazione della barriera corallina e sull’incontro con la Medusa o Pesce Pietra oppure sul pensiero delle Pietre (per esempio: “Che cosa sentirei se fossi davvero una pietra? Anzitutto il movimento degli atomi che mi compongono, ovvero lo stabile vibrare delle posizioni che le parti delle mie parti delle mie parti intrattengono tra loro. Sentirei il ronzare del mio pietrare. Ma non potrei dire “io”, perché per dire “io” bisogna pure che ci siano degli altri, qualcosa d’altro a cui oppormi. In principio la pietra non può sapere che ci sia altri fuori di sé. Ronza, pietra se stessa pietrante, e ignora il resto. È un mondo. Un mondo che mondula da sola”).
Se si prende “L’isola del giorno prima” come opera enciclopedica, essa diviene immediatamente un giardino di delizie per i cultori del romanzo erudito e accademico, che sembra poi genere assai fortunato nell’epoca postmoderna e neobarocca: la fitta trama dei rinvii intertestuali è un territorio privilegiato, e sarà contesissimo, per la grande industria accademica del commento e della ricerca di sottotetti, ipotesti e ipertesti, è una miniera di grandi meraviglie, un mare pescoso, pieno di perle ma anche di fondi di bottiglia, per un lessicologo e uno schedatore della scrittura barocca e neobarocca, è, per il comune lettore, un pronao sovrabbondante, che fiacca l’appetito e le capacità di digerire. Si tratta di un grande emporio, un romanzo-enciclopedia che si differenzia però dall’opera-enciclopedia o opera-mondo di cui parla Franco Moretti nel suo ultimo libro. Nessuna dimensione epica, nessuna grande sintesi modernistica, nessuna sacralità intrinseca. Qui c’è la risposta postmoderna alle ambizioni eroiche di Goethe, di Wagner, di Joyce, di Broch, condotta con spirito avventuroso e romanzesco, eruditissimo e disinvolto. L’unica cosa in comune è l’effetto, quello di cui parla Moretti: “un’opera molto lunga, e molto noiosa… una forma, diciamo così super-canonica – eppure quasi non letta”.
Se si prende “L’isola del giorno prima” come romanzo di formazione, si può anche ridurne l’insegnamento finale a una morale in pillole assai semplice. Essa, se fosse chiamato a tirarla un giovane borghese immerso nell’empirismo inglese e nella morale puritana alla Defoe o un illuminista dialettico e problematico alla Tournier, sarebbe questa: non mettetevi in giro per il mondo, soprattutto se volete fare lo spione e carpire i segreti della misurazione della longitudine ai pazzi, millantatori o scienziati veri che stanno navigando nell’Oceano Pacifico proprio per quello scopo, senza prima avere imparato a nuotare. Se invece a tirarla fosse chiamato non un avventuriero dei mari ma piuttosto un giovane che aspira a coltivare la poesia, la scienza e l’oratoria e vuole ricevere la formazione di un perfetto intellettuale moderno, la morale sarebbe questa, sostanzialmente non molto diversa: ricordatevi dei precetti di Guarino e sin dai’ primi anni dell’infanzia, all’inizio del vostro processo educativo, imparate a nuotare. Altrimenti sarete condannati al destino del povero Roberto, più fortunato di Robinson al momento del naufragio, ma. diversamente da lui incapace di nuotare.
Se si prende “L’isola del giorno prima” come gabinetto delle meraviglie della scrittura letteraria, non si può fare a meno, dopo avere ammirato i tanti esercizi di ingegno e di bravura, i tanti effetti ed effettacci di un ‘wit’ spesso ridotto a dimensione domestica, o semplicemente goliardica, rimarcarne anche alcune evidenti ‘défaillances’. Lo stile neobarocco sembra aver perso, rispetto al suo grande modello, una dimensione essenziale, e cioè quelle della sonorità delle parole. Gli effetti visivi, gli anagrammi, le figure iconiche della cultura barocca vengono mantenuti e spinti semmai all’estremo, come è giusto che avvenga in libri che sono scritti e montati con l’ausilio della tastiera e dei comandi di taglio e di incollo dei moderni Pc. La grandiosa sonorità barocca, il continuo pedale d’organo, il contrappunto armonioso sembrano invece persi, nonostante le possibilità multimediali dello strumento. Nel discorso vengono infilati facili endecasillabi per cercare di tener su artificiosamente quella sonorità (“mai n’ebbe Olimpo pari ai suoi banchetti, soave ambrosia a me dall’imo ponto, il mostro a cui la morte non è vita”), la parodia delle voci umane cade nel grottesco (come avviene per il linguaggio tedeschizzante di padre Caspar). ogni tanto succede che lo stile barocco ceda il passo, quasi inconsapevolmente, al linguaggio ottocentesco, carducciano (“una vicenda di azioni convulse vissute in pieno sole, in modo che le rutilanti giornate dell’assedio, che la memoria gli restituiva, lo compensassero di quel suo pallido vagabondare”). Del resto qualcosa di simile succede anche sul piano della coerenza tematica: il grande scontro fra i due modelli secenteschi dell’amore come passione e dell’amore come libertinaggio ogni tanto tranquillamente vede fare la sua comparsa, anacronisticamente, il gran modello dell’amore romantico, con i suoi inevitabili risvolti melodrammatici. Il gabinetto delle meraviglie contiene anche reperti di dubbia provenienza e veri e propri falsi.

Nell’estate del 1643 un giovane piemontese naufraga, nei mari del sud, su di una nave deserta. Di fronte a lui un’Isola che non può raggiungere. Intorno a lui un ambiente apparentemente accogliente. Solo, su un mare sconosciuto, Roberto de la Grive vede per la prima volta in vita sua cieli, acque, uccelli, piante, pesci e coralli che non sa come nominare. Scrive lettere d’amore, attraverso le quali si indovina la sua storia: una lenta e traumatica iniziazione al mondo secentesco della nuova scienza, della ragion di stato, di un cosmo in cui la terra non è più al centro dell’universo. Roberto vive la sua vicenda tutta giocata sulla memoria e sull’attesa di approdare a un’Isola che non è lontana solo nello spazio, ma anche nel tempo.te ad arricchire la bibliografia di Hans Ulrich su quelle che Karl Marx chiamava le ‘Robinsonaden’, cioè le storie (e le variazioni di storie) che hanno come tema la sopravvivenza di un essere umano dopo un naufragio e le sue capacità di convivere con la propria solitudine, le proprie memorie, sogni, allucinazioni, il proprio patrimonio di conoscenze e abilità pratiche, di adattarsi a un ambiente naturale diverso ed esotico e di misurarsi con lo straordinario ‘Dasein’ di un’isola misteriosa. Di ‘Robinsonaden’ce ne furono già prima dello stesso “Robinson* di Defoe, da quelle della novellistica, della favolistica e dei romanzi antichi d’avventura alle cronache e diari dei marinai dell’epoca delle scoperte, come lo scozzese Alexander Selkirk o il francese Denis Vairasse d’Allais o l’olandese Enrikk Smeek, alle tantissime variazioni successive, romanzesche o cinematografiche fino alle molte barzellette che appartengono a questo preciso sottogenere e compaiono regolarmente nella “Settimana enigmistica”.
In quest’ultima variante di Umberto Eco, il naufrago, che si chiama Roberto combinando insieme la parte iniziale del nome di Robinson e quella finale del suo inventore e alter ego, sopravvive a lungo su una nave abbandonata e deserta, all’ancora davanti a un’isola, isola artificiale essa stessa che reduplica come in uno specchio l’isola naturale, mentre fra l’una isola e l’altra passa proprio la linea longitudinale del cambiamento di data, quella a noi tutti nota dal “Viaggio in 80 giorni” (di qui il titolo del romanzo)…
Mentre Michel Tournier, in “Venerdì o il limbo del Pacifico”, ha spostato non solo l’ambientazione geografica ma anche quella temporale del suo rifacimento della storia di Robinson, collocandola nel Settecento di Bougainville e Diderot, Eco, che anche lui ha trasportato la sua robinsonata nell’Oceano Pacifico, l’ha spostata idealmente all’indietro nel tempo. Il suo Robinson, divenuto con uno scherzetto un po’ facile sul nome, il monferrina Roberto Pozzo di San Patrizio, o Roberto de la Grive, non si trova ad agire sullo sfondo sociale e marinaresco della nuova borghesia mercantile, ma idealmente più indietro nel tempo, nel Seicento dell’Italia nobile, spagnolesca, gesuitica, scientificizzante e militaresca, sconvolta da una pestilenza che è la stessa dei “Promessi sposi” di Manzoni, o nel Seicento della Francia dei re assoluti e dei cardinali astuti e potenti, della ragion di stato, della gran retorica barocca e delle raffinatezze e vuotezze mondane delle “preziose”.
Quella di Eco è un’abilissima, astutissima, filosoficamente ambiziosa “robinsonata”, condita in salsa postmoderna (che può essere anche definita “neobarocca”, se si presta ascolto alle teorie di un discepolo di Eco: Omar Calabrese). Il suo libro è una gran macchina narrativa e romanzesca, che vien fatta funzionare da un esperto di finzioni, da un interprete affezionato e gran lettore non solo di Defoe, ma ano che di Alexandre Dumas, Jules Verne e tanti altri creatori di perfette macchine romanzesche (dall’autore, insomma, di “Lector in fabula”, delle lezioni harvardiane, ma anche dei non dimenticati studi sul romanzo popolare dell’Ottocento). Spostamenti e rovesciamenti di prospettive sono, in una macchina narrativa meravigliosa e neobarocca, all’ordine del giorno. Mentre Tournier costruisce la sua macchina snella e leggera attorno a un deciso scambio di ruoli fra Robinson e Venerdì e all’esplorazione tematica settecentesca del confronto con l’altro, della psicologia sensistica e della ricerca della natura e della felicità, Eco complica considerevolmente le cose, facendo anzitutto in modo che il suo naufrago non arrivi mai all’isola e si affidi alla fine a un viaggio mistico e dissolutorio nel mare, e poi sostituendo Venerdì con un bizzarro padre gesuita tedesco di nome Caspar, un po’ gran sapiente naturalista un po’ balengo manipolatore di impiastri e fattuccherie, sdoppiando il suo personaggio e affiancandogli un suo sosia-fratello, di nome Ferrante, che è al tempo stesso una proiezione allucinatoria, un’incarnazione della parte malvagia e perversa della sua natura (un Jekyll di lui come Hyde), un’invenzione narrativa che assume a un certo punto una vita romanzesca indipendente, e diviene personaggio di un controromanzo pensato da Roberto.
Di sdoppiamenti e reduplicazioni ce ne sono nel romanzo a bizzeffe. Come macchina neobarocca, come gran teatro del mondo, piazza delle meraviglie, museo e ‘Wunderkammer’, enciclopedia di tutte le scienze e pseudoscienze rinascimentali, il libro funziona; forse un po’ meno funziona come macchina narrativa, anzi come tale, per volontà dello stesso narratore, deliberatamente si inceppa e, se mi si consente l’arguzia barocca, ‘desinit in piscem’ (nel senso che il povero Roberto finisce in pasto ai pesci). Alexandre Dumas cede frequentemente il posto a Van Loon e all’Enciclopedia dei ragazzi, spiazzando il lettore, alternando momenti di avvincente avventura con altri di divulgazione scientifica e altri ancora di esplorazione di alcuni importanti temi epistemologici e di filosofia esistenziale. Non mancano nel libro i capitoli narrativamente avvincenti, come quello fortemente robinsoniano della scoperta, che viene al culmine di una serie di segnali, indizi inquietanti e vere e proprie orme, dell’esistenza sulla nave di un altro essere umano, per l’appunto il padre Caspar. E neppure mancano le pagine di divertito ‘pastiche’, di svolazzo filosofico o naturalistico, di ragionamento dialettico o di trascrizione stupefatta di mostri e meraviglie della natura: particolarmente inventivi ed efficaci sono i capitoli sull’esplorazione della barriera corallina e sull’incontro con la Medusa o Pesce Pietra oppure sul pensiero delle Pietre (per esempio: “Che cosa sentirei se fossi davvero una pietra? Anzitutto il movimento degli atomi che mi compongono, ovvero lo stabile vibrare delle posizioni che le parti delle mie parti delle mie parti intrattengono tra loro. Sentirei il ronzare del mio pietrare. Ma non potrei dire “io”, perché per dire “io” bisogna pure che ci siano degli altri, qualcosa d’altro a cui oppormi. In principio la pietra non può sapere che ci sia altri fuori di sé. Ronza, pietra se stessa pietrante, e ignora il resto. È un mondo. Un mondo che mondula da sola”).
Se si prende “L’isola del giorno prima” come opera enciclopedica, essa diviene immediatamente un giardino di delizie per i cultori del romanzo erudito e accademico, che sembra poi genere assai fortunato nell’epoca postmoderna e neobarocca: la fitta trama dei rinvii intertestuali è un territorio privilegiato, e sarà contesissimo, per la grande industria accademica del commento e della ricerca di sottotetti, ipotesti e ipertesti, è una miniera di grandi meraviglie, un mare pescoso, pieno di perle ma anche di fondi di bottiglia, per un lessicologo e uno schedatore della scrittura barocca e neobarocca, è, per il comune lettore, un pronao sovrabbondante, che fiacca l’appetito e le capacità di digerire. Si tratta di un grande emporio, un romanzo-enciclopedia che si differenzia però dall’opera-enciclopedia o opera-mondo di cui parla Franco Moretti nel suo ultimo libro. Nessuna dimensione epica, nessuna grande sintesi modernistica, nessuna sacralità intrinseca. Qui c’è la risposta postmoderna alle ambizioni eroiche di Goethe, di Wagner, di Joyce, di Broch, condotta con spirito avventuroso e romanzesco, eruditissimo e disinvolto. L’unica cosa in comune è l’effetto, quello di cui parla Moretti: “un’opera molto lunga, e molto noiosa… una forma, diciamo così super-canonica – eppure quasi non letta”.
Se si prende “L’isola del giorno prima” come romanzo di formazione, si può anche ridurne l’insegnamento finale a una morale in pillole assai semplice. Essa, se fosse chiamato a tirarla un giovane borghese immerso nell’empirismo inglese e nella morale puritana alla Defoe o un illuminista dialettico e problematico alla Tournier, sarebbe questa: non mettetevi in giro per il mondo, soprattutto se volete fare lo spione e carpire i segreti della misurazione della longitudine ai pazzi, millantatori o scienziati veri che stanno navigando nell’Oceano Pacifico proprio per quello scopo, senza prima avere imparato a nuotare. Se invece a tirarla fosse chiamato non un avventuriero dei mari ma piuttosto un giovane che aspira a coltivare la poesia, la scienza e l’oratoria e vuole ricevere la formazione di un perfetto intellettuale moderno, la morale sarebbe questa, sostanzialmente non molto diversa: ricordatevi dei precetti di Guarino e sin dai’ primi anni dell’infanzia, all’inizio del vostro processo educativo, imparate a nuotare. Altrimenti sarete condannati al destino del povero Roberto, più fortunato di Robinson al momento del naufragio, ma. diversamente da lui incapace di nuotare.
Se si prende “L’isola del giorno prima” come gabinetto delle meraviglie della scrittura letteraria, non si può fare a meno, dopo avere ammirato i tanti esercizi di ingegno e di bravura, i tanti effetti ed effettacci di un ‘wit’ spesso ridotto a dimensione domestica, o semplicemente goliardica, rimarcarne anche alcune evidenti ‘défaillances’. Lo stile neobarocco sembra aver perso, rispetto al suo grande modello, una dimensione essenziale, e cioè quelle della sonorità delle parole. Gli effetti visivi, gli anagrammi, le figure iconiche della cultura barocca vengono mantenuti e spinti semmai all’estremo, come è giusto che avvenga in libri che sono scritti e montati con l’ausilio della tastiera e dei comandi di taglio e di incollo dei moderni Pc. La grandiosa sonorità barocca, il continuo pedale d’organo, il contrappunto armonioso sembrano invece persi, nonostante le possibilità multimediali dello strumento. Nel discorso vengono infilati facili endecasillabi per cercare di tener su artificiosamente quella sonorità (“mai n’ebbe Olimpo pari ai suoi banchetti, soave ambrosia a me dall’imo ponto, il mostro a cui la morte non è vita”), la parodia delle voci umane cade nel grottesco (come avviene per il linguaggio tedeschizzante di padre Caspar). ogni tanto succede che lo stile barocco ceda il passo, quasi inconsapevolmente, al linguaggio ottocentesco, carducciano (“una vicenda di azioni convulse vissute in pieno sole, in modo che le rutilanti giornate dell’assedio, che la memoria gli restituiva, lo compensassero di quel suo pallido vagabondare”). Del resto qualcosa di simile succede anche sul piano della coerenza tematica: il grande scontro fra i due modelli secenteschi dell’amore come passione e dell’amore come libertinaggio ogni tanto tranquillamente vede fare la sua comparsa, anacronisticamente, il gran modello dell’amore romantico, con i suoi inevitabili risvolti melodrammatici. Il gabinetto delle meraviglie contiene anche reperti di dubbia provenienza e veri e propri falsi.

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L’isola del drago

Quando nel passato più remoto, tra le foreste di felci arboree e i vulcani rosseggianti in un cielo velato perennemente dalle ceneri della Terra nascente, i lontani progenitori della razza umana si rifugiavano nelle caverne, la battaglia per la sopravvivenza era giunta alla sua svolta decisiva: una battaglia iniziata quando, nell’umido calore di qualche mare primordiale, la prima cellula era nata e si era scissa, avviando l’eterno processo dell’evoluzione e della lotta per sfruttare ciò che il mondo offriva alla vita. Eppure, dopo due milioni di anni, questa lotta non si è ancora conclusa… perché nella fredda, ostile civiltà tecnologica, nella New York angosciosa dei nostri incubi, una nuova presenza si aggira tra i grattacieli, una presenza che non ha volto e non ha nome, ma che minaccia la stessa sopravvivenza del genere umano. Nella metropoli per eccellenza, come nelle giungle della Nuova Guinea, l’isola che è stata definita, per la sua forma bizzarra, ‘l’isola del Drago’, una misteriosa organizzazione opera per cambiare il mondo, e conquistare le stelle. Una nuova, sorprendente scoperta scientifica, ha creato una nuova razza: una razza di superuomini che esistono, insospettati e insospettabili, tra gli uomini della Terra, e che conducono una lotta spietata per l’esistenza, contro nemici decisi e implacabili. Ma qual è il mistero della Nuova Guinea? Chi è l’uomo che ha deciso di iniziare una guerra senza quartiere, e quali fantastiche armi verranno opposte ai ritrovati della tecnologia moderna? Questa storia potrebbe capitare a ciascuno di noi… perchè anche il nostro vicino, anche il nostro migliore amico, potrebbero appartenere a quella razza senza volto che prepara in segreto una nuova èra.

Quando nel passato più remoto, tra le foreste di felci arboree e i vulcani rosseggianti in un cielo velato perennemente dalle ceneri della Terra nascente, i lontani progenitori della razza umana si rifugiavano nelle caverne, la battaglia per la sopravvivenza era giunta alla sua svolta decisiva: una battaglia iniziata quando, nell’umido calore di qualche mare primordiale, la prima cellula era nata e si era scissa, avviando l’eterno processo dell’evoluzione e della lotta per sfruttare ciò che il mondo offriva alla vita. Eppure, dopo due milioni di anni, questa lotta non si è ancora conclusa… perché nella fredda, ostile civiltà tecnologica, nella New York angosciosa dei nostri incubi, una nuova presenza si aggira tra i grattacieli, una presenza che non ha volto e non ha nome, ma che minaccia la stessa sopravvivenza del genere umano. Nella metropoli per eccellenza, come nelle giungle della Nuova Guinea, l’isola che è stata definita, per la sua forma bizzarra, ‘l’isola del Drago’, una misteriosa organizzazione opera per cambiare il mondo, e conquistare le stelle. Una nuova, sorprendente scoperta scientifica, ha creato una nuova razza: una razza di superuomini che esistono, insospettati e insospettabili, tra gli uomini della Terra, e che conducono una lotta spietata per l’esistenza, contro nemici decisi e implacabili. Ma qual è il mistero della Nuova Guinea? Chi è l’uomo che ha deciso di iniziare una guerra senza quartiere, e quali fantastiche armi verranno opposte ai ritrovati della tecnologia moderna? Questa storia potrebbe capitare a ciascuno di noi… perchè anche il nostro vicino, anche il nostro migliore amico, potrebbero appartenere a quella razza senza volto che prepara in segreto una nuova èra.

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L’isola del drago

A Gont, una delle isole di Earthsea, vive Tenar, una donna che pur essendo stata l’allieva prediletta del potente Arcimago Ogion, ha sorprendentemente rinunciato ai Poteri della magia per condurre una vita tranquilla accanto all’uomo che ama. Ma quel destino che Tenar ha rifiutato non ha mai cessato di albergare nei ricordi, nei pensieri e nei gesti della donna, e ora ritorna a lei sotto forme diverse e inquietanti: una bambina martoriata nel corpo e nello spirito (ma dotata di immani capacità soprannaturali), un vecchio amico che ha smarrito i Poteri dopo un viaggio nella terra delle Tenebre, l’antico maestro che la chiama per confidarle un segreto che solo lei può comprendere. Tornare sul sentiero che pensava abbandonato per sempre non sarà facile per Tenar, eppure solo lei conosce quel luogo dove – fra streghe, draghi, premonizioni e sortilegi – si deciderà l’esito della lotta tra il giovane e coraggioso re di Gont e le forze delle Tenebre che hanno scagliato contro l’isola una maledizione letale…

A Gont, una delle isole di Earthsea, vive Tenar, una donna che pur essendo stata l’allieva prediletta del potente Arcimago Ogion, ha sorprendentemente rinunciato ai Poteri della magia per condurre una vita tranquilla accanto all’uomo che ama. Ma quel destino che Tenar ha rifiutato non ha mai cessato di albergare nei ricordi, nei pensieri e nei gesti della donna, e ora ritorna a lei sotto forme diverse e inquietanti: una bambina martoriata nel corpo e nello spirito (ma dotata di immani capacità soprannaturali), un vecchio amico che ha smarrito i Poteri dopo un viaggio nella terra delle Tenebre, l’antico maestro che la chiama per confidarle un segreto che solo lei può comprendere. Tornare sul sentiero che pensava abbandonato per sempre non sarà facile per Tenar, eppure solo lei conosce quel luogo dove – fra streghe, draghi, premonizioni e sortilegi – si deciderà l’esito della lotta tra il giovane e coraggioso re di Gont e le forze delle Tenebre che hanno scagliato contro l’isola una maledizione letale…

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