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Libera Chiesa in libero Stato

I discorsi che Cavour tenne al primo parlamento italiano, in cui viene avanzata la formula classica “libera Chiesa in libero Stato”, sono tornati in questi ultimi anni, di estrema attualità. Il Giubileo del 2000 ha definitivamente consacrato la rivincita postuma di Pio IX? La Repubblica italiana si appresta a svolgere nell’Unione Europea il ruolo che lo stato pontificio aveva nell’Italia del XIX secolo? Il libro riporta i discorsi parlamentari e quelli tenuti alla Camera dei Deputati e al Senato da Cavour. Commento di Francesco Ruffini e prefazione di Mario Pirani.

Lezioni proibite

Due uomini sono meglio di uno…
Sembra impossibile che una ragazza ingenua voglia dedicarsi a rapporti proibiti, ma Kimber è convinta che imparare tecniche erotiche trasgressive sia l’unico modo per far trionfare il suo amore per Jesse, una rockstar dai gusti particolari…
E così, decisa a dimostrargli che è abbastanza donna per lui, chiede aiuto a Deke, uomo senza inibizioni, audace e impetuoso, esperto in triangoli amorosi. Sta giocando con il fuoco, però, perché Deke e il suo amico Luc la portano a vette indicibili di piacere, in una dimensione di sublime erotismo da cui le sarà difficile uscire.
Jesse vuole da lei l’innocenza, Deke vuole essere l’unico ad accendere il fuoco che ha dentro…

Lezioni di storia della filosofia politica

Le Lezioni si basano sulle dispense e sulle annotazioni per il corso di Filosofia politica moderna che John Rawls tenne all’Università di Harvard a partire dalla metà degli anni sessanta fino al suo ritiro dall’insegnamento, nel 1991. Rawls vi discute le concezioni dei fondatori del pensiero politico moderno: Hobbes, Locke, Hume, Rousseau, Mill e Marx. Lo scopo che Rawls si prefigge è quello di enucleare le idee che caratterizzano il liberalismo come teoria politica della giustizia. Il suo punto di partenza sono le teorie del contratto sociale, discute poi le obiezioni di Hume a tali teorie e presenta un’analisi dettagliata della versione non contrattualistica di Mill, per concludere con l’esame della critica marxiana al capitalismo liberale. Oltre a essere un eccellente manuale di storia della filosofia politica moderna, le Lezioni offrono a Rawls l’opportunità di operare un confronto sistematico tra la propria teoria e le concezioni morali della tradizione filosofica. Proprio questa caratteristica delle Lezioni consente a quanti sono già familiari con il pensiero di Rawls di scoprirne i nessi con i temi che egli esplora. In questo senso le Lezioni sono uno strumento indispensabile per la conoscenza del maggior teorico politico del Novecento.

(source: Bol.com)

LEZIONI DI SESSO (il sesso in cinque lezioni)

DALLA PRIMA LEZIONE

”La cura del corpo è una buona regola per quanti decidono di dedicarsi ai piaceri dell’amore. Fate perciò tesoro dei consigli esposti in questo capitolo e nessuno potrà accorgersi che in realtà fate schifo”.

Edizione rivista e corretta.
(source: Bol.com)

Lezioni di seduzione

Inghilterra, 1832 – Affascinante, spavaldo e squattrinato, Merrick St. Magnus è uno dei più chiacchierati libertini di Londra e, quando il Conte di Folkestone lo sorprende in una situazione compromettente con la figlia, è costretto ad accettare una sfida difficilissima: dovrà rendere Alixe, che preferisce i libri ai saloni da ballo, la fanciulla più ammirata della stagione mondana, in modo che possa trovare un marito adatto. Se invece fallirà, dovrà sposarla! All’inizio i due giovani si oppongono al piano, ma presto le segrete lezioni d’amore che lui le impartisce scuotono le loro certezze. Tutto a un tratto, Alixe non è più tanto sicura di non volersi sposare. E Merrick comincia a chiedersi se il matrimonio sia davvero una trappola da evitare.
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### Sinossi
Inghilterra, 1832 – Affascinante, spavaldo e squattrinato, Merrick St. Magnus è uno dei più chiacchierati libertini di Londra e, quando il Conte di Folkestone lo sorprende in una situazione compromettente con la figlia, è costretto ad accettare una sfida difficilissima: dovrà rendere Alixe, che preferisce i libri ai saloni da ballo, la fanciulla più ammirata della stagione mondana, in modo che possa trovare un marito adatto. Se invece fallirà, dovrà sposarla! All’inizio i due giovani si oppongono al piano, ma presto le segrete lezioni d’amore che lui le impartisce scuotono le loro certezze. Tutto a un tratto, Alixe non è più tanto sicura di non volersi sposare. E Merrick comincia a chiedersi se il matrimonio sia davvero una trappola da evitare.

Lezioni di letteratura russa

Questo volume raccoglie le lezioni dedicate alla grande letteratura russa, tenute da Nabokov in diverse università americane dopo gli anni Quaranta, fino a quando il successo di Lolita non lo liberò dagli obblighi dell'insegnamento.

Lettere per Victoria

Mauricio ha quarant’anni, una compagna stupenda e una bambina appena nata. Il licenziamento lo sorprende come un fulmine a ciel sereno ma non sarà quello il giorno peggiore della sua vita. Un controllo di routine non dà i risultati sperati e improvvisamente per lui non c’è più un futuro: gli restano sei mesi di vita. Facendo un calcolo folle è come se dovesse concentrare in una manciata di giorni tutto quello che avrebbe voluto fare nei prossimi 30 anni. Assicurare una stabilità economica alla sua famiglia, sposare Gabriela, trovare degli sponsor per far decollare il suo blog… Alla lista di cose da fare si affianca quella degli “ultimi”: l’ultimo sorriso di sua figlia, l’ultima canzone, l’ultimo ricordo felice. Ma come si fa a dire a chi si ama che ci restano solo pochi mesi di vita? E come lasciare una testimonianza di sé alla piccola Victoria, che non conoscerà mai davvero suo padre? È così che Mauricio comincia a scriverle una lettera ogni giorno per raccontarle di sé e del mondo, per offrirle una guida e un conforto nei momenti in cui non ci sarà.

Un romanzo toccante, pieno di amore e di speranza, sul valore del tempo e della famiglia. Perché anche dopo l’ultima parola, la vita continua a stupirci con sorprese straordinarie.

(source: Bol.com)

Lettere alla fidanzata

«Risposi a un annuncio del “Diário de Notícias”. Avevo diciannove anni, ero allegra, sveglia, indipendente e, contro la volontà dei miei familiari, decisi di trovare un impiego». Così Ophélia Queiroz si trovò a lavorare nello stesso ufficio di Fernando Pessoa. «Tutto cominciò con sguardi, bigliettini, messaggi che mi lasciava di soppiatto sulla scrivania». Ed era già il *namoro*, come si chiama in portoghese quel vago periodo che precede il fidanzamento ufficiale. Queste lettere testimonieranno la profonda, irriducibile irrealtà in cui Pessoa sapeva lasciar precipitare ogni evento della sua vita personale, come se già questa locuzione fosse per lui un’incongruità. E tale era. Tanto più preziose, tanto più insostituibili queste sue lettere alla fidanzata, che accettano subito di partecipare, «proprio come i veri grandi amori, del ridicolo e del sublime» (Tabucchi).
Con una testimonianza di Ophélia Queiroz.

Lettere a un racconto

Un testo biografico involontario, uno spazio aperto da cui poter intravedere l’anima della più grande poetessa italiana. Alda Merini ci ha lasciato in questo libro lettere e prose di una delicatezza unica, inviate a destinatari reali o inventati, ad amici o a fantasmi, in cui la scrittrice sembra quasi sempre rivolgersi al suo cuore, alla sua mente. E ci racconta, come in un diario dei sentimenti, l’eccezionalità quieta della sua quotidianità, l’amore viscerale per la scrittura, il cammino percorso tra le esplosioni di un confitto costante e creativo tra ragione e follia. Un libro prezioso e intimo che restituisce il ritratto di una delle artiste più importanti del Ventesimo secolo.

(source: Bol.com)

Lettere a un giovane poeta – Lettere a una giovane signora – Su Dio

Le *Lettere a un giovane poeta* furono realmente indirizzate da Rilke al giovane scrittore Kappus fra il 1903 e il 1908. Pubblicate postume nel 1929, si diffusero in breve tempo nei paesi di lingua tedesca come una specie di breviario – non tanto d’arte quanto di vita. Oggi, nella generale riscoperta di Rilke, ormai sfrondato di quegli omaggi sensibilistici che per molti avevano a lungo impedito l’accesso alla sua grande poesia, queste pagine tornano a essere una guida preziosa. Fin dalle prime righe, esse ci danno l’accordo che poi sentiremo risuonare in ogni parola di Rilke: «La maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura». Scrivere, per Rilke, era al tempo stesso un atto che poneva esigenze assolute, mutando la vita intera, e un oscuro processo biologico, una fermentazione delicata dove alla coscienza spettava soprattutto di stare in ascolto, esercitando un’ardua «passività attiva». E proprio in queste lettere Rilke ha saputo illustrare la sua «via» alla letteratura con le parole più precise e più dense. Unite a due altri brevi testi di carattere affine (le *Lettere a una giovane signora* e *Su Dio*), le *Lettere a un giovane poeta* vengono qui proposte nella celebrata versione di Leone Traverso, che fu uno dei primi e più felici interpreti di Rilke in Italia.

Letteratura russa contemporanea

Un blocco di carta gialla sbiadita. Da leggere tutto in una notte. Perché leggere è un crimine, e domani il manoscritto aspetta un altro lettore complice. Questo libro è l’avventura del lettore ideale e della parola poetica, protagonisti essenziali della resistenza all’omologazione culturale sovietica. Li seguiremo attraverso cucine come salotti letterari, registratori umani di decine di migliaia di versi, nuovi raffinati modelli di scrittura, analisi monografiche dei testi di massima densità formale (da Brodskij a Venedikt Erofeev, Sokolov, Dovlatov). Per giungere dopo il crollo dell’Urss al fatidico incontro con il mercato editoriale e il mainstream davanti ai quali, nell’ombra della dittatura light putiniana, la parola d’ordine poetica continua a essere ‘resistere resistere resistere’.

Approfondimenti on-line Consulta in lingua originale i brani poetici citati nel volume e una versione più estesa della bibliografia.

(source: Bol.com)

La letteratura come menzogna (Saggi. Nuova serie)

Quando apparve “La letteratura come menzogna” (1967), la scena letteraria italiana si presentava piuttosto agitata. Lo spazio era diviso fra i difensori di un establishment che vantava come glorie opere spesso mediocri e i propugnatori della «neo-avanguardia», i quali non si erano accorti che la parola «avanguardia» era stata appena colpita da una benefica senescenza. Per ragioni di topografia e strategia letteraria, Manganelli fu assegnato (e si assegnò egli stesso) a quest’ultimo campo. Nondimeno, sin dall’apparizione dei suoi primi scritti, si capì che la letteratura di Manganelli non apparteneva a quella battaglia dei pupi, ma rivendicava un’ascendenza più remota e insolente: quella della letteratura assoluta. Che cosa si dovrà intendere con questa espressione? Tante cose diverse quanti sono gli autori che, esplicitamente o no, la praticano. Ma un presupposto è per tutti comune: si è dato, a un certo punto della nostra storia, un singolare fenomeno per cui tutto ciò che era rigorosa ricerca e acquisizione di un vero – teologico, metafisico, scientifico – apparve innanzitutto interessante in quanto materiale per nutrire un falso, una finzione perfetta e onniavvolgente quale è, nella sua ultima essenza, la letteratura. A questo dio oscuro e severo andava offerto tutto ciò che sino allora aveva presunto di essere giustificato in se stesso. Di questa ambiziosa eresia si può supporre fossero cultori, in secoli lontani, Callimaco o Góngora o fors’anche Ovidio. Ma rimane il fatto che nessuno osò formularla sino a tempi recenti, quando i romantici tedeschi cominciarono a disarticolare con mano delicata ogni presupposto dell’estetica. Come il surrealismo non può dirsi assente anche da letterature lontane, e tuttavia occorreva che un giorno André Breton scrivesse il “Manifesto del surrealismo” perché la parola si divulgasse; così è accaduto che l’essenza menzognera della letteratura sia serpeggiata per anni in tante opere, sinché Manganelli decise, con gesto brusco e quasi burocratico, di presentarla allo stato civile. È dunque molto grave la responsabilità che si prese, dando quel titolo a una raccolta di saggi dove si parla di Carroll e di Stevenson, di Firbank e di Nabokov, di Dickens e di Peacock, di Dumas e di Rolfe. Ma era un gesto doveroso: lo avvertiamo tanto più oggi, a distanza di quasi vent’anni, constatando che certe argomentazioni non hanno più bisogno di essere confutate. Già le aveva infilzate il cavalier Manganelli con la sua lancia. È accaduto perciò a questo libro, in breve tempo, qualcosa di simile a quello che avviene a tanti bei libri in tempi più lunghi. Nascere come scandalo e sorpresa, e vivere poi tranquillamente con la forza silenziosa dell’evidenza.
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Quando apparve “La letteratura come menzogna” (1967), la scena letteraria italiana si presentava piuttosto agitata. Lo spazio era diviso fra i difensori di un establishment che vantava come glorie opere spesso mediocri e i propugnatori della «neo-avanguardia», i quali non si erano accorti che la parola «avanguardia» era stata appena colpita da una benefica senescenza. Per ragioni di topografia e strategia letteraria, Manganelli fu assegnato (e si assegnò egli stesso) a quest’ultimo campo. Nondimeno, sin dall’apparizione dei suoi primi scritti, si capì che la letteratura di Manganelli non apparteneva a quella battaglia dei pupi, ma rivendicava un’ascendenza più remota e insolente: quella della letteratura assoluta. Che cosa si dovrà intendere con questa espressione? Tante cose diverse quanti sono gli autori che, esplicitamente o no, la praticano. Ma un presupposto è per tutti comune: si è dato, a un certo punto della nostra storia, un singolare fenomeno per cui tutto ciò che era rigorosa ricerca e acquisizione di un vero – teologico, metafisico, scientifico – apparve innanzitutto interessante in quanto materiale per nutrire un falso, una finzione perfetta e onniavvolgente quale è, nella sua ultima essenza, la letteratura. A questo dio oscuro e severo andava offerto tutto ciò che sino allora aveva presunto di essere giustificato in se stesso. Di questa ambiziosa eresia si può supporre fossero cultori, in secoli lontani, Callimaco o Góngora o fors’anche Ovidio. Ma rimane il fatto che nessuno osò formularla sino a tempi recenti, quando i romantici tedeschi cominciarono a disarticolare con mano delicata ogni presupposto dell’estetica. Come il surrealismo non può dirsi assente anche da letterature lontane, e tuttavia occorreva che un giorno André Breton scrivesse il “Manifesto del surrealismo” perché la parola si divulgasse; così è accaduto che l’essenza menzognera della letteratura sia serpeggiata per anni in tante opere, sinché Manganelli decise, con gesto brusco e quasi burocratico, di presentarla allo stato civile. È dunque molto grave la responsabilità che si prese, dando quel titolo a una raccolta di saggi dove si parla di Carroll e di Stevenson, di Firbank e di Nabokov, di Dickens e di Peacock, di Dumas e di Rolfe. Ma era un gesto doveroso: lo avvertiamo tanto più oggi, a distanza di quasi vent’anni, constatando che certe argomentazioni non hanno più bisogno di essere confutate. Già le aveva infilzate il cavalier Manganelli con la sua lancia. È accaduto perciò a questo libro, in breve tempo, qualcosa di simile a quello che avviene a tanti bei libri in tempi più lunghi. Nascere come scandalo e sorpresa, e vivere poi tranquillamente con la forza silenziosa dell’evidenza.

Lettera ai contadini sulla povertà e la pace

In questo scritto vibrante e poetico, troviamo nella sua forma più limpida e completa il pensiero morale che sottende a tutta l’opera di Jean Giono: la superiorità della natura sulla tecnologia, la salvezza dell’uomo attraverso un lavoro naturale, la celebrazione dell’individualismo spinto fino all’anarchia. Scritto alla vigilia del secondo conflitto mondiale, questo accorato appello costituisce un tentativo disperato da parte di Giono di opporre le armi della semplicità, del buon senso e della poesia a un mondo che stava evidentemente prendendo la direzione opposta: quella del profitto e della guerra. L’appello, com’è ed era ovvio, non fu ascoltato. Rilette a più di mezzo secolo di distanza, le parole che Giono indirizza ai suoi ‘amici’ fanno pensare a una grande occasione perduta, nell’ultimo momento in cui forse era ancora possibile non compiere la svolta che avrebbe cancellato per sempre il modo di vivere, la cultura e la saggezza dei contadini. L’ultimo momento in cui i contadini sapevano ancora ‘far festa’, vivevano ‘alla misura dell’uomo’, conoscevano ‘l’abbondanza di una ricchezza commestibile destinata a soddisfare l’appetito di tutti i sensi’ e ‘quella povertà che è la ricchezza legittima e naturale: la gloria dell’uomo’. Mai come oggi questo scritto di Giono si presenta attuale e urgente, se è vero che non è mai troppo tardi, e che nella mente e nelle mani dell’uomo non esiste solo il potere di distruggere, ma anche quello di crearsi la felicità.

(source: Bol.com)

Lettera a mia figlia che vuole portare il velo

Aicha è una donna franco-algerina che si è battuta per l’integrazione e la libertà: indossa i jeans ed è orgogliosa della sua emancipazione. Nawel è una ragazza di diciassette anni che riscopre testardamente la tradizione: per ribellione, rivalsa, bisogno di protezione. E di colpo ha deciso: “Voglio portare il velo”. Pronunciate sottovoce, le parole della figlia tagliano l’aria, paralizzano i preparativi per la cena, fanno crollare le certezze. La madre inghiotte la rabbia, trova la forza di dominare la delusione, rinuncia a proibire. E, invece, scrive. La sua è una lettera intima, che ribalta i luoghi comuni e rifiuta gli stereotipi. Una fiction-verità che illumina i grandi temi del rapporto uomo-donna, dell’indipendenza, dell’integralismo, della fede.
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