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Storia d’Italia, Vol 13. L’Italia di Giolitti [1900-1920]

Ora che l’Italia è fatta bisogna fare gli italiani» aveva detto Massimo d’Azeglio subito dopo la raggiunta Unità del Paese, ma a questa celebre frase fa da inquietante controcanto una battuta che il romanziere Federico De Roberto mette in bocca a un notabile e gattopardo siciliano nel suo romanzo I Viceré ambientato nella Sicilia annessa al Continente: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…». Il cinismo di questa battuta è determinato dalle delusioni di un’Unità che, se aveva fatto più ricco il Nord, aveva di fatto ridotto il Meridione a una colonia amministrata o da «piemontesi» o da «tangentari» ante litteram che facevano incetta di denaro. Un’Italia in cui i lavori pubblici arricchiscono i privati, in cui -fatta eccezione per pochi personaggi (uno su tutti, Quintino Sella) – la cosa pubblica diviene cosa privata, in cui gli scandali economici hanno come ispiratori governi e uomini politici, in cui nasce la piaga del trasformismo in cui la destra non ha alcuna remora a divenire sinistra e viceversa. Sono anche anni in cui assistiamo al declino fatale dell’esercito italiano, con le sconfitte di Custoza e di Lissa nel 1866, ai velleitari tentativi dell’«Italietta» di trovare, il suo posto al sole in Africa (dove incorrerà però nelle disfatte di Dogali (1887) e di Adua (1896) e di essere (senza risultato) annoverata tra le «potenze» europee, alla feroce repressione del generale Bava Beccaris che non esita (1898) a ordinare all’esercito di sparare sulla folla che protestava a Milano per il rincaro del pane. L’uomo che riuscì a mutare questo stato di cose fu uno dei pochi grandi statisti italiani dello scorso secolo: Giovanni Giolitti, che pose fine all’involuzione autoritaria in cui rischiava di precipitare il Paese, contribuì con le sue riforme alla nascita della grande industria, soddisfo le velleità di potenza dell’esercito conquistando la Libia – il famoso «scatolone di sabbia» -, cercò, vanamente di tenere l’Italia fuori dal bagno di sangue del primo conflitto mondiale. Tornò per l’ultima volta al governo nel 1919 e pose fine all’impresa fiumana di D’Annunzio. Quando abbandonò il suo incarico di primo ministro non c’era più nessuno in grado di arrestare la marea montante del fascismo.

Storia d’Italia, Vol 12. L’Italia dei Notabili [1861-1900]

Ora che l’Italia è fatta bisogna fare gli italiani» aveva detto Massimo d’Azeglio subito dopo la raggiunta Unità del Paese, ma a questa celebre frase fa da inquietante controcanto una battuta che il romanziere Federico De Roberto mette in bocca a un notabile e gattopardo siciliano nel suo romanzo I Viceré ambientato nella Sicilia annessa al Continente: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…». Il cinismo di questa battuta è determinato dalle delusioni di un’Unità che, se aveva fatto più ricco il Nord, aveva di fatto ridotto il Meridione a una colonia amministrata o da «piemontesi» o da «tangentari» ante litteram che facevano incetta di denaro. Un’Italia in cui i lavori pubblici arricchiscono i privati, in cui -fatta eccezione per pochi personaggi (uno su tutti, Quintino Sella) – la cosa pubblica diviene cosa privata, in cui gli scandali economici hanno come ispiratori governi e uomini politici, in cui nasce la piaga del trasformismo in cui la destra non ha alcuna remora a divenire sinistra e viceversa. Sono anche anni in cui assistiamo al declino fatale dell’esercito italiano, con le sconfitte di Custoza e di Lissa nel 1866, ai velleitari tentativi dell’«Italietta» di trovare, il suo posto al sole in Africa (dove incorrerà però nelle disfatte di Dogali (1887) e di Adua (1896) e di essere (senza risultato) annoverata tra le «potenze» europee, alla feroce repressione del generale Bava Beccaris che non esita (1898) a ordinare all’esercito di sparare sulla folla che protestava a Milano per il rincaro del pane. L’uomo che riuscì a mutare questo stato di cose fu uno dei pochi grandi statisti italiani dello scorso secolo: Giovanni Giolitti, che pose fine all’involuzione autoritaria in cui rischiava di precipitare il Paese, contribuì con le sue riforme alla nascita della grande industria, soddisfo le velleità di potenza dell’esercito conquistando la Libia – il famoso «scatolone di sabbia» -, cercò, vanamente di tenere l’Italia fuori dal bagno di sangue del primo conflitto mondiale. Tornò per l’ultima volta al governo nel 1919 e pose fine all’impresa fiumana di D’Annunzio. Quando abbandonò il suo incarico di primo ministro non c’era più nessuno in grado di arrestare la marea montante del fascismo.

Storia d’Italia, Vol 10. L’Italia giacobina e carbonara [1789-1831]

La Rivoluzione francese prima, la grande avventura napoleonica poi avevano sconvolto e distrutto l'ordine che faceva sopravvivere quegli Stati, staterelli, regni e ducati in cui era frammentata la penisola. L’Italia, come scrisse Stendhal, aveva riassaporato, almeno per quanto riguarda i suoi uomini più illuminati, quel gusto per la libertà che avrebbe segnato la nascita di quel Risorgimento che, tra mille incertezze e tentennamenti, avrebbe portato alla nascita dell'Italia unita, ultima a raggiungere questo traguardo tra gli Stati europei. In questi anni si assiste, infatti, al sorgere confuso e contraddittorio degli ideali risorgimentali. Confuso e contraddittorio perché ancora oggi è difficile individuare con precisione chi volle in realtà questa unità: Casa Savoia?, i generosi idealisti mazziniani?, le potenze straniere?, la volontà corale di un popolo? E proprio questo l'argomento principale che viene affrontato in questo libro. La libertà fu perseguita con il sostegno della volontà popolare o le masse rimasero indifferenti o perfino avverse (come nella tragedia della Rivoluzione napoletana del 1799) agli ideali di giustizia e libertà importati d'Oltralpe?
L’Italia napoleonica e repubblicana, quella borbonica del Regno delle Due Sicilie, dello Stato pontificio, del Piemonte sabaudo, dei ducati e granducati e quella dei giacobini e dei carbonari rivivono in modo superbo in questa smagliante ricostruzione che va alla radice degli eterni vizi italiani: l'incostanza nelle scelte, degli alleati, il timore di agire e di scendere in campo, le speranze e i sogni scambiati per realtà, la pavidità degli intellettuali, il cinismo e l'indifferenza di ampi strati delle diverse classi sociali, chiuse in un miope egoismo teso a difendere i propri interessi particolari.

Storia d’Italia, Vol 09. L’Italia del Settecento [1700-1789]

Gli anni che vanno dal 1600 al 1789 segnano, per l'Italia, un momento di profonda decadenza, politica e commerciale. La scoperta delle Americhe e il commercio per le Indie orientali avevano drasticamente ridotto l'importanza del Mediterraneo e, di conseguenza, dei porti italiani. Gli staterelli in cui è frazionata la penisola, sempre divisi e rissosi tra loro, assistono impotenti alla guerra tra Spagna e Francia, in trepidante attesa di conoscere chi sarebbe stato il loro padrone e di correre in aiuto del vincitore. La Controriforma, in nome della fede e del papa re, imperversa perseguitando, attraverso la lunga mano dell'Inquisizione, pensatori come Galileo, Paolo Sarpi e Tommaso Campanella. Solo l'arte sembra, almeno in parte, sopravvivere a questo declino in caduta libera: Claudio Monteverdi, Giambattista Marino, Gian Lorenzo Bernini fanno sì che il pensiero creativo italiano mantenga ancora una posizione di tutto rispetto in àmbito europeo. Sono gli anni degli avventurieri della spada e della penna: geniali imbroglioni come, nel migliore dei casi, Giacomo Casanova e il sedicente conte di Cagliostro.
Se in Francia nasce il «secolo dei lumi» e Voltaire e Rousseau con le loro opere preparano il terreno per quella Rivoluzione del 1789 che avrebbe mutato per sempre il mondo, in Italia, salvo alcune eccezioni, è la stagione dell'arcadia e delle accademie, tese alla ricerca di una vuota perfezione formale, priva di nerbo e di contenuto. Un'Italia stanca, esangue, quasi dormiente e ben esemplificata dal «giovin signore» nel Giorno di Giuseppe Par ini. Un'Italia, però, che sarebbe stata bruscamente costretta al risveglio dalla ventata di desiderio di libertà e di nuovo che, proveniente dalla Francia, travolse ogni cosa.

Storia d’Italia, Vol 08. L’Italia del Seicento [1600-1700]

Gli anni che vanno dal 1600 al 1789 segnano, per l'Italia, un momento di profonda decadenza, politica e commerciale. La scoperta delle Americhe e il commercio per le Indie orientali avevano drasticamente ridotto l'importanza del Mediterraneo e, di conseguenza, dei porti italiani. Gli staterelli in cui è frazionata la penisola, sempre divisi e rissosi tra loro, assistono impotenti alla guerra tra Spagna e Francia, in trepidante attesa di conoscere chi sarebbe stato il loro padrone e di correre in aiuto del vincitore. La Controriforma, in nome della fede e del papa re, imperversa perseguitando, attraverso la lunga mano dell'Inquisizione, pensatori come Galileo, Paolo Sarpi e Tommaso Campanella. Solo l'arte sembra, almeno in parte, sopravvivere a questo declino in caduta libera: Claudio Monteverdi, Giambattista Marino, Gian Lorenzo Bernini fanno sì che il pensiero creativo italiano mantenga ancora una posizione di tutto rispetto in àmbito europeo. Sono gli anni degli avventurieri della spada e della penna: geniali imbroglioni come, nel migliore dei casi, Giacomo Casanova e il sedicente conte di Cagliostro.
Se in Francia nasce il «secolo dei lumi» e Voltaire e Rousseau con le loro opere preparano il terreno per quella Rivoluzione del 1789 che avrebbe mutato per sempre il mondo, in Italia, salvo alcune eccezioni, è la stagione dell'arcadia e delle accademie, tese alla ricerca di una vuota perfezione formale, priva di nerbo e di contenuto. Un'Italia stanca, esangue, quasi dormiente e ben esemplificata dal «giovin signore» nel Giorno di Giuseppe Par ini. Un'Italia, però, che sarebbe stata bruscamente costretta al risveglio dalla ventata di desiderio di libertà e di nuovo che, proveniente dalla Francia, travolse ogni cosa.

Storia d’Italia, Vol 07. L’Italia della Controriforma [1492-1600]

Se volessimo riassumere brevemente gli anni che vanno dal 1250 al 1600, potremmo definirli "crescila, apogeo e decadenza dell'Italia". Sebbene divisa in piccoli Stati sovrani e rissosi tra loro, in questo periodo l'Italia raggiunge in campo artistico e letterario uno splendore senza precedenti nella storia. Dopo la solitaria lezione di Dante, Petrarca e Boccaccio dettano i canoni letterari che saranno seguiti dall'Europa per ben tre secoli, i pittori italiani stupiscono per i capolavori con cui adornano le chiese e le corti dei potenti, gli architetti rielaborano la grande lezione greca e romana per giungere a una sua nuova interpretazione. La quasi totalità del commercio del Mediterraneo è in mano ai mercanti italiani e fiumi dì denaro affluiscono nelle mani dei banchieri e dei signori delle diverse corti della penisola. Ma a questa grandezza artistica e economica si accompagna una debolezza politica che verrà a galla dopo la morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico e nello stesso anno la scoperta dell'America avrebbe cambiato per sempre le rotte del grande commercio mondiale. Nel 1494 la calata in Italia di Carlo Vili di Francia avrebbe posto fine all'effimera libertà italiana. In questo periodo, inoltre, si diffondeva in Europa la Riforma di Lutero, insorto contro la Chiesa di Roma. Un messaggio che non raggiunse l'Italia che abbracciò (o subì) la Controriforma, piombando in un oscurantismo spirituale e culturale che l'avrebbe segnata nei secoli a venire.

Storia d’Italia, Vol 06. L’Italia dei secoli d’oro [1250-1492]

Se volessimo riassumere brevemente gli anni che vanno dal 1250 al 1600, potremmo definirli "crescila, apogeo e decadenza dell'Italia". Sebbene divisa in piccoli Stati sovrani e rissosi tra loro, in questo periodo l'Italia raggiunge in campo artistico e letterario uno splendore senza precedenti nella storia. Dopo la solitaria lezione di Dante, Petrarca e Boccaccio dettano i canoni letterari che saranno seguiti dall'Europa per ben tre secoli, i pittori italiani stupiscono per i capolavori con cui adornano le chiese e le corti dei potenti, gli architetti rielaborano la grande lezione greca e romana per giungere a una sua nuova interpretazione. La quasi totalità del commercio del Mediterraneo è in mano ai mercanti italiani e fiumi dì denaro affluiscono nelle mani dei banchieri e dei signori delle diverse corti della penisola. Ma a questa grandezza artistica e economica si accompagna una debolezza politica che verrà a galla dopo la morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico e nello stesso anno la scoperta dell'America avrebbe cambiato per sempre le rotte del grande commercio mondiale. Nel 1494 la calata in Italia di Carlo Vili di Francia avrebbe posto fine all'effimera libertà italiana. In questo periodo, inoltre, si diffondeva in Europa la Riforma di Lutero, insorto contro la Chiesa di Roma. Un messaggio che non raggiunse l'Italia che abbracciò (o subì) la Controriforma, piombando in un oscurantismo spirituale e culturale che l'avrebbe segnata nei secoli a venire.

Storia d’Italia, Vol 05. L’Italia dei Comuni [1000-1250]

Da Costantino il Grande – e all’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale di Roma – alla morte di Federico II, l’imperatore tedesco che sognava un’Italia colta e laica e affrancata dal potere temporale del papato. Quasi ottocento anni di storia durante i quali assistiamo al crollo dell’impero romano d’Occidente, alle invasioni barbariche, alla svolta dell’anno 1000 quando, come dice Rodolfo il Glabro, «si videro rinnovare per tutta la terra, ma specialmente in Gallia e in Italia, le basiliche e le chiese», alle crociate, allo scontro tra papato e impero, e alla lotta dei liberi comuni per la propria indipendenza. Le repubbliche marinare, il monachesimo, le eresie, la nascita della lingua italiana; personaggi come San Benedetto, Odoacre, Matilde di Canossa, Enrico IV, Federico Barbarossa, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Arnaldo da Brescia… Anni duri e difficili in cui si andò formando il carattere distintivo degli italiani – fatto di un ostinato individualismo prossimo all’anarchia che ci porterà sempre a privilegiare il campanile a scapito dell’idea o della realtà di uno Stato nazionale e unitario – e si preparò il miracolo del Rinascimento.

Storia d’Italia, Vol 04. L’Italia dei secoli bui [476-1000]

Da Costantino il Grande – e all’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale di Roma – alla morte di Federico II, l’imperatore tedesco che sognava un’Italia colta e laica e affrancata dal potere temporale del papato. Quasi ottocento anni di storia durante i quali assistiamo al crollo dell’impero romano d’Occidente, alle invasioni barbariche, alla svolta dell’anno 1000 quando, come dice Rodolfo il Glabro, «si videro rinnovare per tutta la terra, ma specialmente in Gallia e in Italia, le basiliche e le chiese», alle crociate, allo scontro tra papato e impero, e alla lotta dei liberi comuni per la propria indipendenza. Le repubbliche marinare, il monachesimo, le eresie, la nascita della lingua italiana; personaggi come San Benedetto, Odoacre, Matilde di Canossa, Enrico IV, Federico Barbarossa, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Arnaldo da Brescia… Anni duri e difficili in cui si andò formando il carattere distintivo degli italiani – fatto di un ostinato individualismo prossimo all’anarchia che ci porterà sempre a privilegiare il campanile a scapito dell’idea o della realtà di uno Stato nazionale e unitario – e si preparò il miracolo del Rinascimento.

Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi

25 luglio 1943: il re affida il governo a Pietro Badoglio. Novembre 2004: Silvio Berlusconi riduce le imposte sulle persone fisiche, aprendo così la campagna elettorale per il 2006 mentre Romano Prodi, lasciata la presidenza della Commissione europea, diventa il candidato premier del centrosinistra. Tra queste due date si dipana la storia d’Italia raccontata da Bruno Vespa. Una cavalcata lunga sessant’anni tra ”miracoli italiani” e grandi tragedie, narrata con il piglio del cronista di razza, che, con l’ausilio delle straordinarie testimonianze di Giulio Andreotti, ricostruisce con rigorosa puntualità centinaia di avvenimenti cruciali nella nostra vita nazionale: Salò e la Resistenza, piazzale Loreto, la nascita della Repubblica, il boom economico, piazza Fontana, Aldo Moro, la caduta del Muro, Tangentopoli, la nascita della Lega e la discesa in campo di Berlusconi, la svolta di Fiuggi, i girotondi, la guerra in Iraq… Un libro di storia dal taglio decisamente inedito, arricchito da un’utile appendice con i risultati di tutte le elezioni politiche dell’Italia repubblicana e da un’accuratissima cronologia.
(source: Bol.com)

Una storia crudele

Ubukata Keiko, trentacinquenne scrittrice di successo nota con lo pseudonimo di Koumi Narumi, e da qualche tempo in crisi di creatività, scompare lasciando un’unica traccia di sé: un manoscritto intitolato Una storia crudele. Atsurō, il marito avvezzo alle stranezze e alla volubilità della donna, lo trova in bella vista sulla sua scrivania con il seguente post-it appiccicato sopra: ‘Da spedire al Dott. Yahagi della Bunchosha’. Editor della casa editrice di Koumi Narumi, Yahagi si getta subito a capo fitto nella lettura dell’opera, nella speranza di avere finalmente tra le mani il nuovo best seller dell’acclamata autrice. Piú si addentra nella lettura, tuttavia, piú rimane sconvolto e, leggendo l’annotazione finale dell’opera: ‘Ciò che è scritto in queste pagine corrisponde alla pura verità. Gli eventi di cui si parla sono accaduti realmente’, non può fare a meno di avvertire un brivido corrergli lungo la schiena. Koumi Narumi narra, infatti, dell’infanzia di Keiko, vale a dire della propria fanciullezza. Descritta come una bambina di dieci anni triste e solitaria che patisce l’indifferenza e l’irascibilità della madre, Keiko è impaziente di ricevere amore e attenzione dal prossimo. Una sera, sperando forse di trovarvi il padre, si spinge fino a K, un quartiere ad alta concentrazione di bar e locali a luci rosse. Là si sente a un tratto picchiettare con delicatezza sulla spalla. Sorpresa, si volta di scatto e scorge un giovane uomo con in braccio un grosso gatto bianco. I capelli, aridi e spettinati, gli scendono a ciuffi sulla fronte. Le sopracciglia spioventi gli danno un’aria da ebete. L’uomo la fissa con i suoi occhi piccoli, lo sguardo affettuoso, le pupille che gli brillano. Frastornata, incuriosita, Keiko lo segue in un vicoletto buio, dove lo sconosciuto le infila un sacco nero sul capo e la rapisce. La bambina resta nelle mani di Kenji, il rapitore, per un anno intero stabilendo con lui un rapporto agghiacciante, ambivalente, la cui natura le risulta oscura. Quando infine viene ritrovata, non rivela niente di ciò che è accaduto, né alla polizia né agli psichiatri che vorrebbero aiutarla. Soltanto Miyasaka, un misterioso detective con un braccio solo, non si stanca d’indagare, forse innamorato della verità o forse di Keiko, oppure curioso di venire a capo di una vicenda che sembra nascondere dettagli morbosi. Da quando ha vissuto l’esperienza del rapimento infatti la capacità immaginifica di Keiko cresce a dismisura e, alimentando un innato talento, le permette di diventare a quindici anni acclamata autrice di uno scandaloso romanzo. Opera in cui ne va della sottile linea che separa i fantasmi della scrittura da quelli della realtà, Una storia crudele è uno dei maggiori successi di Natsuo Kirino, ‘l’unica vera voce innovativa della letteratura giapponese degli ultimi venti anni’ (Daisuke Hashimoto).

(source: Bol.com)

The Store – Edizione Italiana

E se il mondo immaginato da George Orwell fosse più vicino di quanto pensiamo? Jacob e Megan Brandeis stanno per perdere tutto. A New York non sembra esserci più un posto per chi, come loro, vive della propria scrittura.È un mondo che li respinge, costringendoli a una scelta difficile: lasciare ogni cosa e trasferirsi con la famiglia in un villaggio del Nebraska, per intraprendere un nuovo lavoro.Ma non è un posto qualsiasi, né un lavoro qualsiasi.Jacob e Megan diventano parte integrante dell’immenso organismo di The Store.The Store non è solo «un» negozio on line. È «il» negozio on line, dominatore assoluto del mercato… The Store ha tutto e può consegnare tutto, grazie all’utilizzo di droni. The Store riesce addirittura ad anticipare le esigenze dei consumatori. Li conosce bene, anzi troppo bene.The Store è un forziere pieno di desiderabili oggetti, e di terribili segreti…E per tenerli celati The Store è disposto a tutto.James Patterson, l’autore contemporaneo di thriller più letto al mondo, ci rivela il lato oscuro dei tempi che stiamo vivendo. Con un romanzo travolgente e pieno di colpi di scena, disegna una società in cui la supremazia del marketing e i grandi monopoli tecnologici sono a un passo dall’avverare l’incubo del Grande Fratello. Una realtà sempre più inquietante, e sempre più vicina…

Stop per Sarti Antonio

A Bologna qualcuno sta uccidendo studenti e insegnanti i cui nomi e cognomi cominciano con le lettere B e C e provenienti da città con iniziale A. Sarti Antonio, sergente, è costretto a indagare fianco a fianco a un agente segreto arrivato dagli Stati Uniti, che crede di operare a New York e usa metodi americani in una Bologna, dove, fino al giorno prima, il metodo più sofisticato usato per dare la morte, era il veleno per topi. Nonostante ciò i risultati arrivano e dietro il presunto maniaco si svela una delle più violenti realtà della nostra storia recente e dei nostri tempi.

Stoner

William Stoner ha una vita che sembra essere assai piatta e desolata. Non si allontana mai per più di centocinquanta chilometri da Booneville, il piccolo paese rurale in cui è nato, mantiene lo stesso lavoro per tutta la vita, per quasi quarantanni è infelicemente sposato alla stessa donna, ha sporadici contatti con l’amata figlia e per i suoi genitori è un estraneo, per sua ammissione ha soltanto due amici, uno dei quali morto in gioventù. Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante. Come riesce l’autore in questo miracolo letterario? A oggi ho letto Stoner tre volte e non sono del tutto certo di averne colto il segreto, ma alcuni aspetti del libro mi sono apparsi chiari. E la verità è che si possono scrivere dei pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria. È il caso che abbiamo davanti. (Dalla postfazione di Peter Cameron)
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