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Aycelin il templare

Nasce nel 1118, nel pieno Medioevo delle “guerre agli infedeli”, una milizia assolutamente inedita per i tempi: l’Ordine dei poveri cavalieri del Cristo. Il nuovo ordine conciliava i principi base del monachesimo (povertà, castità, obbedienza) all’uso delle armi a protezione dei pellegrini che si recavano nei luoghi santi. La nuova milizia prenderà il nome di Ordine del Tempio ed i suoi membri Templari. Il romanzo prende le mosse da questo straordinario momento della storia, per raccontare la vicenda di un eroe solitario e generoso, Aycelin, e della sua lotta per la fede e i valori cavallereschi. Il tutto su uno sfondo avvincente di rigorosa ricostruzione storica, ma con una propensione agli scenari del fantasy.
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L’avvocato di strada

Michael Brock ha sempre saputo quello che voleva, da Yale al prestigioso studio legale dove ha intrapreso una promettente carriera. Ma quando un barbone fa irruzione nello studio e poco dopo viene ucciso dalla polizia, Brock, sconvolto, comincia a indagare su quello sconosciuto, fino a scoprire qualcosa che lo spinge ad abbandonare tutto per difendere le cause degli homeless, anche contro i suoi ex colleghi.
(source: Bol.com)

Avventure fuori dal corpo: come sperimentare le protezioni astrali volontarie

La straordinaria storia di William Buhlman e delle sue entusiasmanti esperienze di viaggiatore astrale. Probabilmente il più formidabile e ben riuscito manuale per imparare a uscire fuori dal corpo e muoversi nei piani astrali e all’interno della propria coscienza. Tante tecniche, minuziosamente descritte nei minimi particolari, per effettuare lo sdoppiamento con naturalezza; seguono la puntuale descrizione di tutti gli indizi che vi confermeranno la riuscita del processo di proiezione astrale e i suggerimenti su come agire da questo momento in poi.

Avventure di tre russi e tre inglesi nell’Africa australe

Avventure di tre russi e tre inglesi nell’Africa australe è un romanzo di Jules Verne.
Una spedizione composta da tre scienziati russi e tre scienziati inglesi ha la missione di misurare con precisione la lunghezza del meridiano terrestre, attraversando varie zone dell’Africa australe. Tra i due gruppi di scienziati esistono rivalità ma sorgono anche amicizie.
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### Sinossi
Avventure di tre russi e tre inglesi nell’Africa australe è un romanzo di Jules Verne.
Una spedizione composta da tre scienziati russi e tre scienziati inglesi ha la missione di misurare con precisione la lunghezza del meridiano terrestre, attraversando varie zone dell’Africa australe. Tra i due gruppi di scienziati esistono rivalità ma sorgono anche amicizie.

Le avventure di Numero Primo

Numero Primo è il nome scelto per sé da uno strano bambino, che irrompe nella vita di Ettore, fotoreporter di guerra che a quasi sessant’anni si ritrova a fargli da padre. È stato desiderato e pensato da una madre scienziata, ma concepito e messo al mondo da un’intelligenza artificiale avanzatissima, tanto da aver sviluppato una coscienza. Non è una creatura uguale alle altre, non conosce quasi niente, tutto gli appare nuovo, bello; possiede il dono di trovare la magia nelle cose piú comuni e, quando non la trova, di crearla. E le cose che non sa, le impara subito, per mezzo di misteriose connessioni. Chi lo incontra si riscopre diverso, migliore. Di lui si accorgono anche gli osservatori di una multinazionale, un Erode tecnologico che, dietro la facciata filantropica, nasconde un’oscura volontà di potenza. Cosí Ettore e Numero sono costretti a fuggire e a nascondersi. Ad aiutarli, una folla di personaggi bizzarri: scienziati rasta in grado di salvare Venezia dall’acqua alta, parcheggiatori abusivi che gestiscono nuove forme di ospitalità diffusa, commercianti sardo-cinesi, giostrai con il cuore grande e una lunga storia di resistenza. Lieve come una favola, vero come un reportage, Le avventure di Numero Primo ci regala storie e riflessioni a non finire, e soprattutto un protagonista del quale è impossibile non innamorarsi. Smilzo, agile, con il ciuffo castano che gli cadeva sugli occhi uno piú verde dell’altro, si aggirava tra i larici e i pini, tra gli abeti rossi e i faggi, s’inerpicava sui pendii, calcava leggero i sentieri sui prati e tra le rocce, curioso. Pareva seguire una sua rete segreta di percorsi. Era come se fosse a casa sua, una creatura nel proprio ambiente naturale. Un giorno, felice, tornò con un’enorme cacca di orso. L’aveva raccolta e deposta in un cesto di erbe, rametti e foglie che aveva intrecciato. La teneva in camera, appoggiata su un sasso grande come una cassetta di frutta. – Magari ne trovassi un’altra! – disse. – Perché? Non ti basta avere quella? – gli chiese Ettore, che aveva storto il naso. Non che la cacca puzzasse, era già secca. – Nessuno ha due cacche di orso, papà! L’orso fa anche trenta chilometri tra una cacca e l’altra!

L’avventura di un povero crociato

Ambientati per l’appunto in Terra Santa, e hanno come protagonisti vari bizzarri personaggi che ben incarnano l’essenza nascosta dei luoghi che sono stati testimoni dello scontro (ma anche dell’incontro) fra il Cristianesimo e l’Islam: un saggio arabo cieco, un anacoreta cristiano folle, un cavaliere templare eretico e altri ancora saranno infatti i sapienti che Erec dovra’ interpellare per scoprire il senso della propria missione.
Questa parte del romanzo, in cui la ricostruzione storica si fonde con una fantasia nutrita di suggestioni esoteriche, e’ forse la piu’ bella, soprattutto per il particolarissimo intreccio di estremo realismo e immaginazione che la caratterizza. Successivamente, quando il viaggio – chiaramente iniziatico – condurra’ Erec in terre magiche e misteriose.

Avrò i tuoi occhi

Un delitto particolarmente efferato scuote l’assonnata Genova: il cadavere seviziato di Amanda, figlia dell’assessore Adamo Lauria, viene ritrovato nella sua abitazione. Le è stata praticata la clitoridectomia, un’usanza tribale di origini africane, e le sono state asportate le pupille. Il corpo è disposto come la rappresentazione di un quadro di Maso da San Friano, rubato a Firenze qualche mese prima. Il caso viene affidato all’ispettore Elisa Canessa, affiancata dall’ispettore capo Bellosguardo Yasmani, appena arrivato da Milano. Elisa è amica della vittima, e la sua vita sta attraversando una fase delicata: deve lottare per ottenere l’affidamento del figlio Tommaso di due anni e mezzo. Mentre sta cercando di vincere questa battaglia, si trova a dare la caccia a un assassino che la trascinerà in un mondo a lei ignoto, fatto di riti oscuri ed estranei alla cultura occidentale.

Avevano spento anche la luna

Lina ha appena compiuto quindici anni quando scopre che basta una notte, una sola, per cambiare il corso di tutta una vita. Quando arrivano quegli uomini e la costringono ad abbandonare tutto. E a ricordarle chi è, chi era, le rimangono soltanto una camicia da notte, qualche disegno e la sua innocenza. È il 14 giugno del 1941 quando la polizia sovietica irrompe con violenza in casa sua, in Lituania. Lina, figlia del rettore dell’università, è sulla lista nera, insieme a molti altri scrittori, professori, dottori e alle loro famiglie. Sono colpevoli di un solo reato, quello di esistere. Verrà deportata. Insieme alla madre e al fratellino viene ammassata con centinaia di persone su un treno e inizia un viaggio senza ritorno tra le steppe russe. Settimane di fame e di sete. Fino all’arrivo in Siberia, in un campo di lavoro dove tutto è grigio, dove regna il buio, dove il freddo uccide, sussurrando. E dove non resta niente, se non la polvere della terra che i deportati sono costretti a scavare, giorno dopo giorno. Ma c’è qualcosa che non possono togliere a Lina. La sua dignità. La sua forza. La luce nei suoi occhi. E il suo coraggio. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna. Documenta tutto. Deve riuscire a far giungere i disegni al campo di prigionia del padre. È l’unico modo, se c’è, per salvarsi. Per gridare che sono ancora vivi. Lina si batte per la propria vita, decisa a non consegnare la sua paura alle guardie, giurando che, se riuscirà a sopravvivere, onererà per mezzo dell’arte e della scrittura la sua famiglia e le migliaia di famiglie sepolte in Siberia. Ispirato a una storia vera, Avevano spento anche la luna spezza il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia, le deportazioni dai paesi baltici nei gulag staliniani. Venduto in ventotto paesi, appena uscito in America è balzato in testa alle classifiche del «New York Times». Definito all’unanimità da librai, lettori, giornalisti e insegnanti un romanzo importante e potente, racconta una storia unica e sconvolgente, che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso.
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### Recensione
**Ruta Sepetys: la scrittrice di origini baltiche rompe il silenzio sulle deportazioni del 1941. Nei gulag di Stalin dove morì il sogno lituano **
*Elena Loewenthal*, Tuttolibri – La Stampa
Giugno del 1941. Lituania. Una giovane donna e i suoi due figli, un bambino e una adolescente, vengono prelevati a forza da casa. Lina non ha neanche il tempo di cambiarsi, lascia casa per sempre con la camicia da notte. Insieme ad altri lituani, smarriti e spaventati, vengono caricati su un camion e portati lontano. Un lungo, lunghissimo viaggio in treno, assiepati in puzzolenti e bui vagoni merci, li porterà in un campo di lavoro. Ma questa storia che Ruta Sepetys narra in Avevano spento anche la luna non è quello che ci si aspetta. O forse sì, perché le tragedie così si assomigliano tutte, i destini si sovrappongono, il dolore si accumula e tutto resta incomprensibile. Ci strappa un «perché?» indignato e rabbioso. Perché quella di Lina, di Jonas e della loro madre Elena, non è la storia di una famiglia ebraica in cammino verso la Shoah. È qualcosa d’altro, ma in fondo anche lo stesso. Qui, invece delle SS c’è la polizia sovietica, e gli ordini arrivano da Stalin. Il progetto è quello di azzerare ogni forma di dissidenza o anche solo di identità nazionale, nei paesi baltici. Lituania, Lettonia, Estonia. Piegare una resistenza anche solo virtuale, sgombrare il campo – in senso politico e materiale. Centinaia di migliaia di persone furono così prese, malmentate, deportate verso una lontananza inimmaginabile, torturate e uccise. L’autrice è figlia di un ufficiale lituano. Non ha conosciuto direttamente questa storia, ma quasi. Ha, soprattutto, deciso di renderle onore, attraverso la memoria narrativa. Raccontando la storia di queste tre anime che il regime sovietico decide di far peregrinare per gli spazi sconfinati dell’Asia Centrale, impantanare per quasi un anno negli Altaj a tirare fuori barbabietole dalle gelida terra. E poi rimettere su un treno, settimane di viaggio ancora, verso la Siberia estrema, il circolo polare artico. Molta di questa gente tornò a casa, se tornò – e trovando degli sconosciuti a casa propria, in Lituania – solo a metà degli anni Cinquanta. Nel frattempo, cercò di costruire qualcosa fra i ghiacci, lassù. Sepetys racconta questa storia con intensità, e anche le scene più crudeli e assurde risultano purtroppo credibili, in quello scenario. Tutto ruota intorno a Lina, la protagonista, quindicenne all’inizio del libro: figlia del rettore dell’Università – che sparisce e non tornerà più – è vissuta negli agi, finché da un giorno all’altro si ritrova catapultata in una realtà dove una buccia marcia di patata è un bene da tenersi caro. Anzi da divorare prima che qualcuno te lo strappi via di mano. Lina è un’artista, o meglio la aspetterebbe un futuro di artista: disegna in modo strepitoso e L’Urlo di Munch è il suo modello. Sui treni, nei campi di lavoro, nelle steppe siberiane ghiacciate dove non c’è nulla se non un’umanità abbandonata a se stessa, troverà ispirazione. Per intanto, racconta la tragedia attraverso brevi scene in sequenza incalzante: succede di tutto in quei luoghi. Oltre a Lina e alla sua famiglia, c’è nel libro una galleria di personaggi accomunati dal destino eppure spesso distanti fra loro, quasi ostili. Il libro è pieno di piccoli e grandi eventi quotidiani, di imprevisti, tragedie, momenti toccanti. Tutto sembra quasi incredibile se non fosse che la storia è calco di una realtà, di vite veramente vissute così. Ruta Sepetys ha fatto ricerche, si è documentata, segue i suoi personaggi in un itinerario tanto assurdo quanto reale, dal Baltico fino all’estremo nord est, non lontano dal Polo. Con ciò, riesce a strappare da questa storia lo spesso velo d’invisibilità sotto il quale era rimasta nascosta, come capita a quei poveri prigionieri un giorno al porto, in Siberia, quando le guardie sovietiche li rinchiudono nella yurta per più di cinque ore, per tenerli nascosti alla nave americana attraccata per scaricare merci.
### Sinossi
Lina ha appena compiuto quindici anni quando scopre che basta una notte, una sola, per cambiare il corso di tutta una vita. Quando arrivano quegli uomini e la costringono ad abbandonare tutto. E a ricordarle chi è, chi era, le rimangono soltanto una camicia da notte, qualche disegno e la sua innocenza. È il 14 giugno del 1941 quando la polizia sovietica irrompe con violenza in casa sua, in Lituania. Lina, figlia del rettore dell’università, è sulla lista nera, insieme a molti altri scrittori, professori, dottori e alle loro famiglie. Sono colpevoli di un solo reato, quello di esistere. Verrà deportata. Insieme alla madre e al fratellino viene ammassata con centinaia di persone su un treno e inizia un viaggio senza ritorno tra le steppe russe. Settimane di fame e di sete. Fino all’arrivo in Siberia, in un campo di lavoro dove tutto è grigio, dove regna il buio, dove il freddo uccide, sussurrando. E dove non resta niente, se non la polvere della terra che i deportati sono costretti a scavare, giorno dopo giorno. Ma c’è qualcosa che non possono togliere a Lina. La sua dignità. La sua forza. La luce nei suoi occhi. E il suo coraggio. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna. Documenta tutto. Deve riuscire a far giungere i disegni al campo di prigionia del padre. È l’unico modo, se c’è, per salvarsi. Per gridare che sono ancora vivi. Lina si batte per la propria vita, decisa a non consegnare la sua paura alle guardie, giurando che, se riuscirà a sopravvivere, onererà per mezzo dell’arte e della scrittura la sua famiglia e le migliaia di famiglie sepolte in Siberia. Ispirato a una storia vera, Avevano spento anche la luna spezza il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia, le deportazioni dai paesi baltici nei gulag staliniani. Venduto in ventotto paesi, appena uscito in America è balzato in testa alle classifiche del «New York Times». Definito all’unanimità da librai, lettori, giornalisti e insegnanti un romanzo importante e potente, racconta una storia unica e sconvolgente, che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso.

Ave Virgilio. Carme. Testo tedesco a fronte

“‘Col tanfo di caseificio, col chiasso degli zoccoli io sono, ingiustificatamente, la polvere delle ossa dei miei indebitati vicini…’ Composto verso il 1960, pubblicato nel 1981, e definito dallo stesso Thomas Bernhard come un testo di assoluta pregnanza all’interno della sua produzione narrativa, ‘Ave Virgilio’ rappresenta l’esito di due tendenze stilistiche apparentemente contraddittorie. Riflessione teorica e concrezione corporea, teologia negativa e ossessione materica, proiezione simbolica e décor regionalistico convergono nella stesura di un manufatto nero ed oracolare. Infatti, benché il libro rechi le tracce di due soggiorni all’estero (Gran Bretagna e Italia), il suo vero cuore sta nel lacerante sentimento di attrazione e odio che l’autore nutre verso la propria terra: ‘Il mio sapere ce l’ho dai solchi nei campi di patate, dall’oscurità del porcile ho appreso cielo e terra, nel rotolio dei mucchi di mele ottobrine ho il mio salmo incessante…’ Osti, parroci, sindaci, mastri birrai, arcivescovi, scrivani comunali, contadini e sposi, figure dell’autorità o del martirio (il Padre contro il Figlio) insieme a baluginanti santi intercessori quali Catullo, Dante, Pascal, o Virgilio, compongono il quadro di un inferno bucolico fatto di sangue, cunei nella carne, mattatoi. Lo si vede ad esempio nell’allucinato ‘Canto del figlio del macellaio’.” (Valerio Magrelli)

Autostop con Buddha

“È una terra che ispira metafore. L’hanno paragonata a una cipolla: uno strato dopo l’altro a ricoprire… il nulla. Qualcuno l’ha definita un labirinto, una fortezza, un giardino. Una prigione. Un paradiso. Ma per alcuni il Giappone non è niente di tutto questo. Per qualcuno, il Giappone è una via da percorrere.” Affabulatore e narratore, abile esploratore di interni e geografo della quotidianità, Will Ferguson rievoca il suo viaggio in Giappone seguendo gli itinerari più inconsueti. Il suo è un vivido racconto di un’esperienza fatta di incontri con persone indimenticabili, con un paese ricco di inquietudini, squilibri, contraddizioni. Raramente la letteratura di viaggio ha saputo entrare così a fondo e con tanta garbata e partecipe ironia nell’intimo delle persone. “Un must per chiunque voglia fare un viaggio in Giappone”, la Repubblica.

(source: Bol.com)

Autosole

Le macchine sfrecciano, si superano, si affiancano. Utilitarie, fuoriserie, giganti a quattro o più ruote viaggiano, la lancetta del contachilometri oltre i cento. Loro, chi al volante e chi no, si lanciano rapide occhiate attraverso finestrini e specchietto retrovisore. Sul filo dell’alta velocità corrono questi racconti: storie di uomini che si sfiorano per un attimo in una corsa sfrenata verso imprevedibili situazioni.
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Autocombustione umana

Nella cittadina americana di Whiteford una ragazza va in cucina a preparare il caffè, lasciando il padre seduto nella sua poltrona. Quando ritorna dopo pochi minuti, la stanza è piena di fumo ma non c’è incendio: ciò che è bruciato (dall’interno) e ridotto in finissima cenere, è soltanto suo padre. Si scopre allora che testimonianze più o meno credibili sul fenomeno del CUS (Combustione Umana Spontanea) si erano avute fin dall’antichità. E pochi giorni dopo, nella stessa cittadina, un secondo caso si verifica sotto gli occhi dello stesso scettico giornalista che sta indagando sul primo. L'”autocombustione umana” è ormai un fatto accertato. Resta solo da spiegare chi o che cosa “si nasconda” dietro il mostruoso fenomeno.
Copertina di Karel Thole

Auschwitz. Ero il numero 220543

Una storia veraEra il 1944. Sono entrato ad Auschwitz di mia volontàÈ possibile immaginare che qualcuno si sia introdotto volontariamente ad Auschwitz? Eppure, nel 1944, un uomo è stato capace di farlo. Denis Avey è un prigioniero di guerra inglese, che durante il giorno è costretto ai lavori forzati insieme ai detenuti ebrei. Gli basta poco per capire quale sia l’orrore che attende quegli uomini, consunti e stravolti, quando la sera fanno rientro al loro campo… Quello che intuisce è atroce, ma Denis sente di voler vedere con i propri occhi: in un gesto che pare folle, decide di scambiare la sua divisa da militare con gli stracci a righe di un ebreo di nome Hans, ed entrare nell’inferno di Auschwitz. Da quel momento ha inizio la sua lotta per salvare la propria vita e quella di tanti altri prigionieri ebrei. Una storia scioccante e commovente che, a più di sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, Denis Avey ha finalmente trovato la forza di raccontare. Per testimoniare, ancora una volta, l’orrore dell’Olocausto.Denis AveyÈ nato nell’Essex nel 1919, si è arruolato nel 1939 nell’esercito britannico e ha combattuto nel deserto durante la seconda guerra mondiale. Dopo essere stato catturato, venne trasferito prima in Italia e poi nel campo di prigionia vicino ad Auschwitz III. Alla fine del conflitto, riuscì tra mille peripezie a tornare nel Regno Unito. È stato insignito dall’ex Primo Ministro inglese, Gordon Brown, della medaglia d’onore come eroe dell’Olocausto. È morto il 16 luglio del 2015. Grazie a Rob Broomby, giornalista della BBC, la storia di Avey è finalmente diventata di pubblico dominio, prima con un documentario e poi con un libro tradotto in tutto il mondo.
(source: Bol.com)