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Gang bang

Cassie Wright, regina leggendaria del porno, decide di chiudere in “bellezza” la sua carriera battendo il record mondiale di Gang Bang (quella particolare performance porno nella quale una gentile signora fa sesso con un numero spropositato di gentili signori) e di farne un film. Il suo obiettivo è quanto mai ambizioso: 600 uomini. Il libro si basa su quanto dicono, pensano e fanno Mr. 72, Mr. 137, e Mr. 600 che attendono il loro turno in una stanza assai affollata e rumorosa. Ma non vanno dimenticati alcuni elementi che rendono la storia ancora più forte. La pornoattrice ha in mente di morire durante le riprese del suo tentativo di record mondiale di modo che le successive polemiche portino a proibire ulteriori futuri tentativi di record, cosa che le garantirebbe di essere in eterno la detentrice del primato. L’immortalità è a portata di mano insomma. Inoltre la pornoattrice intende devolvere i proventi del film al figlio che aveva concepito sul set del suo primo film porno e che poi aveva abbandonato perché venisse adottato. E in effetti uno dei tre uomini su cui si basa la storia dice di essere il figlio di Cassie che cerca disperatamente di mettersi in contatto con la madre dopo che lei lo ha abbandonato da piccolo. Ma le cose stanno davvero così? (Il romanzo è adatto alla lettura da parte di un pubblico adulto)

Le gambe dell’assassino

Nella quiete dei boschi intorno a Västerås si consuma a colpi d’ascia lo spietato omicidio della giovane Annika Lilja e del compagno palestinese Jamal al-Sharif. Unico indizio, l’immagine delle gambe dell’assassino, immortalate dalla videocamera di una delle vittime. Mentre parte della polizia è già pronta a liquidare il caso come un regolamento di conti all’interno di un’organizzazione terroristica, l’ispettrice Elina Wiik avvierà un’indagine tutta personale, che tiene col fiato sospeso fino all’esito finale. Grazie alla caparbietà e alla determinazione, Elina porterà alla luce inquietanti retroscena, in una Svezia placidamente accoccolata sulle sue certezze, ma che invece nasconde verità di morte, con cui pochi hanno il coraggio di fare i conti.
(source: Bol.com)

Galassia nemica

Jules Truffaut doveva raggiungere la Federazione di Coyote – la luna maggiore del pianeta Orso, sistema 47 Ursae Majoris – come un semplice clandestino. Per questo si era imbarcato a bordo dell’astronave Robert E. Lee, e certo non sospettava che i suoi piani potessero essere sconvolti fino a questo punto. Adesso, mentre gli alieni della coalizione Talus stanno per sottoporre a giudizio il nostro pianeta, il miliardario Goldstein pretende che Jules lo guidi a una misteriosa base in fondo allo spazio. La situazione è difficile sotto molti punti di vista, ma Jules Truffaut non si perde d’animo: sa di essere nato per riscattare le sorti dell’umanità intera.
Copertina di Franco Brambilla

Galassia in fiamme

Scoperto un sistema di propulsione che gli permette di raggiungere le stelle, l’uomo crede che più niente ormai gli ostacoli la conquista dell’Universo. Ma non è cosi. La razza umana è soltanto una delle mille e mille che popolano la Galassia. E una ce n’è, potentissima, che domina da millenni, signora incontrastata, tutti i popoli soggiogati dalla sua stragrande superiorità tecnica e scientifica. Questa razza, con il solo fatto di esistere, costituisce un’offesa per l’uomo e una sfida alla sua intelligenza. L’umanità non può e non vuole, dopo essere arrivata alle stelle accettare supinamente di diventare suddita anziché padrona, di riconoscere qualcuno superiore a lei, di mescolarsi alla folla anonima delle razze inferiori. Ferito nel suo orgoglio, spronato dall’insaziabile desiderio di conquista connaturato alla sua stessa umanità, fiducioso nella propria intelligenza, l’uomo sfida il potente impero che osa ostacolargli la via del potere. Tenacia, astuzia, coraggio, e fortuna, aiutano gli uomini in questa impresa che sembra pazzesca. E dopo lotte, rischi, avventure d’ogni genere, la meta è raggiunta. O almeno così pare, perché, nelle ultime fantasiose pagine di questo avvincente racconto, sembra che l’autore voglia ammonire gli uomini a non essere troppo orgogliosi e superbi della loro abilità.
Copertina di Carlo Jacono

Il Gabbiano

Il gabbiano è un dramma in 4 atti scritto nel 1895 da Anton Cechov, dove sono ben presenti i
tratti essenziali della poetica dello scrittore russo. L’attitudine rassegnata
e dolente di fronte ad un ineluttabile sempre sottinteso, l’attenzione quasi
morbosa per il dettaglio psicologico aberrante e rivelatore, la capillare
ricostruzione di atmosfere più che di vicende, si esaltano in un tipo di
rapporto di rappresentazione che, escludendo il protagonista, instaura sulla
scena una sorta di livellamento. I personaggi di Cechov subiscono una sorta di
estraniazione e di incomunicabilità, anticipazione dei motivi fondamentali
della drammaturgia moderna.
Il dramma si svolge in una tenuta estiva, proprietà di
Sorin, un ex impiegato statale di salute cagionevole. Sorin è il fratello della
famosa attrice Arkadina, che è appena giunta nella tenuta con il suo amante,
Trigorin, per una breve vacanza. Nel primo atto, le persone che sono nella
tenuta di Sorin si riuniscono per assistere a un dramma scritto e diretto da
Konstantin Trepliov, il figlio di Arkadina. Recita nel “dramma nel
dramma” Nina, una giovane donna che vive in una vicina tenuta, che impersona
“l’anima del mondo”. Il dramma è il più recente tentativo di creare
una nuova forma teatrale e assomiglia a un’intensa opera simbolista.
Arkadina ride del dramma, trovandolo ridicolo e incomprensibile, e Trepliov si
infuria.

La gabbia dei fiori

Madhu ha avuto molti nomi, molte identità, ma nessuna è mai riuscita a definirla davvero. Nata maschio, da sempre con l’anima di una donna, Madhu è una hijra – appartiene al terzo sesso, né maschio, né femmina. Di certo è lei il cuore pulsante di Kamathipura, l’infernale distretto a luci rosse di Bombay, anche adesso che ha quarant’anni e, come tutte le hijra, ha smesso di prostituirsi e vive di espedienti, con un posto di riguardo nella grande famiglia che sono i bordelli del quartiere. I bordelli ai quali ha dato tutta se stessa, con generosità, avidità e calore. E poi, un giorno, arriva Kinjal, una bambina di dieci anni, venduta a tradimento da una zia. Una bambina che va preparata al destino che l’aspetta, e verrà affidata proprio a Madhu. Ma accingendosi al devastante compito che le spetta, forse per la prima volta Madhu si ritroverà incapace di controllare le proprie emozioni, abbandonandosi ai ricordi di una vita troppo a lungo sospesa tra due estremi, tra l’orrore e l’innocenza, tra gli abusi e l’amore, tra lo squallore e la bellezza. Rischiando di perdere il fragile equilibrio che l’ha tenuta per anni al di qua del male, come una funambola, Madhu farà di tutto per salvare l’infanzia di Kinjal, tenendola al sicuro come sotto unaboule de neige, insegnandole l’amicizia, il sorriso, e la capacità di vedere il bello, sempre. Dopo sei anni dal suo bestseller Il bambino con i petali in tasca, Anosh Irani torna con un romanzo incandescente, che tocca temi fortissimi, eppure lo fa con leggerezza, e perfino ironia, rendendo ancor più toccante l’indimenticabile storia che ci racconta.

Futuro in trance

Tra cinquecento anni gli uomini avranno ceduto la guida della loro esistenza a robot perfetti. Ma una strana ragazza, Mary Lou, rifiuta le droghe pur di tenere gli occhi aperti sulla realtà. Per salvarla da un pericolo inevitabile, il professor Bentley affronta un viaggio lunghissimo e, nello stesso tempo, l’androide Spofforth scopre di essere innamorato. Questi insoliti avvenimenti, che separatamente non potrebbero cambiare il mondo, convergono verso un finale imprevedibile. Walter Tevis, l’autore de L’uomo che cadde sulla Terra, è qui con il suo romanzo più bello e maturo.
Copertina di Franco Brambilla

Il futuro è nostro. Filosofia dell’azione

Il sistema economico in cui viviamo, a differenza dei regimi del passato, non pretende di essere perfetto: semplicemente nega l’esistenza di alternative. Per la prima volta il potere non manifesta le proprie qualità, ma fa vanto del proprio carattere inevitabile. Il nuovo saggio di Diego Fusaro è un colpo di frusta alla retorica della realtà come situazione immutabile, all’abitudine di prenderne atto anziché costruirne una migliore. Si impone così il principale comandamento del monoteismo del mercato: “non avrai altra società all’infuori di questa!”. Il primo compito di una filosofia resistente è quindi ripensare il mondo come storia e come possibilità, creare le condizioni per cui gli uomini si riscoprano appassionati ribelli in cerca di un futuro diverso e migliore. A partire da questo pensiero in rivolta, si può combattere il fanatismo dell’economia: e, di qui, tornare a lottare in vista di una più giusta “città futura”, un luogo comune di umanità in cui ciascuno sia ugualmente libero rispetto a tutti gli altri.
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La furia del samurai

John Rain, killer di professione esperto in arti marziali, vuole cominciare una nuova vita. Lontano dalla morte, lontano dagli omicidi, lontano dalla malavita. Ha deciso di chiudere con la violenza, le fughe, i depistaggi. Non può più permetterselo. Non ora che ha scoperto di avere un figlio. Il piccolo vive a New York, insieme alla madre Midori, ex fidanzate di Rain. Queste è finalmente l’occasione di poterle dimostrare di essere un uomo diverso. Ma le cose non sono così semplid come sembrano. Perché la donna e il bambino non sono soli. Sono sorvegliati, minuto dopo minuto, proprio dai peggiori nemici dì Rain, i vertici della pericolosa mafia giapponese.

Furia

E’ stata la furia degli esseri umani a ridurre la Terra a un mondo morto e inabitabile. E’ la furia di suo padre a condannare Sam Harker fin dalla nascita, trasformandolo in una creatura abnorme. Ma in fondo agli oceani di Venere, nelle colonie che sopravvivono alla pressione del mare e reggono la sfida di un ambiente difficilissimo, una furia più grande si addensa man mano. E’ la spinta a uscire all’aperto, a trasportare l’umanità nello spazio, diffondendosi negli altri mondi prima che sia troppo tardi per la specie.

Fuori da un evidente destino

Il passato è il posto più difficile a cui tornare. Jim Mackenzie, pilota di elicotteri per metà indiano, lo impara a sue spese quando si ritrova dopo parecchi anni nell’immobile città ai margini della riserva Navajo in cui ha trascorso l’adolescenza e da cui ha sempre desiderato fuggire con tutte le sue forze. Jim è costretto a districarsi fra conti in sospeso e parole mai dette, fra uomini e donne che credeva di aver dimenticato e presenze che sperava cancellate dal tempo. E soprattutto è costretto a confrontarsi con la persona che più ha sfuggito per tutta la vita: se stesso. Ma il coraggio antico degli avi è ancora vivo ed è un’eredità che non si può ignorare quando si percorre la stessa terra. Nel momento in cui una catena di innaturali omicidi sconvolgerà la sua esistenza e quella della tranquilla cittadina dell’Arizona, Jim si renderà conto che è impossibile negare la propria natura quando un passato scomodo e oscuro torna per esigere il suo tributo di sangue.
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### Recensione
**Faletti al galoppo con Tex in Arizona**
*Pent Sergio*, Tuttolibri – La Stampa
Quando si affronta la nuova impresa di un fenomeno letterario, bisogna tenere conto di tutta una serie di variabili che rischiano di mettere in gioco il critico più che l’autore. L’Italia che scrive non raggiunge quote di vendita milionarie se non con l’arma casuale del passaparola o con la creazione – concreta o estemporanea non importa – di un mito da offrire in pasto al pubblico. Eco, Tamaro, Mazzantini, Faletti: i nomi che hanno superato il milione – in certi casi due o tre – di copie vendute con un solo titolo sono questi. Camilleri è un continuum stabile e regolare, Ammaniti è cresciuto sull’onda lunga dei consensi, tutto il resto rientra nella regola delle dignitose comparsate in cui anche il recente premio Strega Sandro Veronesi – in confronto a certe cifre da capogiro – si arrampica sui vetri. Giorgio Faletti è stato definito, col suo primo e più felice romanzo – Io uccido – il più grande scrittore italiano vivente. Certa critica, giustamente, ha assunto in questi anni un ruolo mediatico più che letterario, e Faletti rientra pienamente in quella tipologia di narratore quattro stagioni, adatto ai frequentatori casuali di Dan Brown come agli adolescenti sgarrupati arcistufi di sezionare Marcovaldo dall’asilo al liceo, ai lettori agguerriti che comunque non disdegnano qualche sana parentesi di relax fuori dai consueti canoni intellettuali. L’impennata del noir dell’ultimo decennio è un esempio di come la letteratura “alta” sia sempre più un séparé per gli addetti ai lavori, dove quattro clandestini della bella arte di leggere si passano le consegne – ad esempio – sulla potente carica emotiva di un romanzo difficile e assoluto come Il tempo di una canzone di Richard Powers o, per rimanere tra le pareti di casa, di un testo vero e palpitante come Piove all’insù di Luca Rastello. Ciò che conta, oggi, è il successo clamoroso, esplosivo, regolato da un’appartenenza ormai consolidata per diritto, da copertine sui rotocalchi, apparizioni televisive nelle trasmissioni giuste e via dicendo. Ed è tutto lecito, tutto perdonabile, perché è comunque importante che i libri si vendano, che la gente osi entrare in libreria e, dopo aver arraffato “l’ultimo Faletti” si soffermi magari ad annusare il risvolto di copertina di un qualunque nobile derelitto fuori classifica e se lo porti a casa come un randagio di lusso. A questo punto Giorgio Faletti vorrà sapere cosa pensiamo del suo terzo romanzo, Fuori da un evidente destino, o forse a questo punto – copia più copia meno – la cosa riveste per lui una funzione di rincalzo per certi versi superflua. Diremo semplicemente che il romanzo di Faletti svolge con dignità il suo ufficio di intrattenimento. Non crediamo che lui si aspetti qualcosa di più dalla lettura dei suoi romanzi, e per primo – nelle pagine dei ringraziamenti – si domanda onestamente quanto possano essere importanti per la letteratura. C’è voglia di raccontare e di tenere desta l’attenzione, ma se il gioco riusciva pienamente nel titolo d’esordio e già un po’ meno nel secondo, qui occorre dire che la tensione del giallo è assai carente, e nemmeno si può definire un giallo – o un noir o un thriller – questa epopea in terra d’Arizona dove a farla da padrone, su tutto, è una antica leggenda Navajo che sostiene l’intera costruzione e determina i destini dei protagonisti. Detto questo – e già vi sono indizi sufficienti per chi cerca una soluzione – il libro si evolve attorno alle figure di quattro personaggi emblematici, che si ritrovano per caso dopo dieci anni, nel momento culminante di una atroce – ma eccessivamente diluita nel contesto – serie di delitti all’apparenza casuali, con vittime stritolate da una forza oscura e inspiegabile. Jim MacKenzie – il mezzo indiano pilota di elicotteri – April Thompson – la giornalista d’assalto – Alan Wells – l’eroe di guerra menomato e disilluso – Swan Gillespie – la bellona del paese diventata star di Hollywood – si riuniscono con la determinazione del Caso e recuperano il loro passato in una serie di rivelazioni che, dopo i dolorosi addii, li riappacifica nell’amore e nell’amicizia, con tanto di tradimenti, cospirazioni, figli a sorpresa e sacrifici strappalacrime. Faletti è bravo nell’infilare una serie impressionante di cliché e luoghi comuni che un lettore in cerca di disimpegno vuole trovare a fine giornata dopo essere collassato in poltrona, e insiste nel gioco, rievocando una vecchia storia dell’Ottocento di stragi perpetrate tra bianchi cattivissimi e indiani usurpati, rimescolando il tutto in una contemporaneità dove il solito affarista senza scrupoli intende sfruttare il suo potere per allontanare gli indigeni dai loro territori. Con una gamma di déjà-vu che spazia da Tex Willer a Walker Texas Ranger, passando per i batticuore delle fiction più “strappacore”, Faletti ha confezionato il best seller della stagione autunno-inverno, con tanta passione e qualche anacronismo, alcuni deliziosi piemontesismi – “tenagliare” – e la sicurezza di scrivere libri sinceri per un pubblico fedele in cerca di pagine spensierate. Non si vive di solo Joyce, e soprattutto, quando hai il marchio del grande scrittore e vendi milioni di copie, di ottanta righe non proprio piene di applausi puoi anche fartene un baffo, o un pizzo alla Coelho, come nel caso del nostro simpatico Giorgio da Asti.
### Sinossi
Il passato è il posto più difficile a cui tornare. Jim Mackenzie, pilota di elicotteri per metà indiano, lo impara a sue spese quando si ritrova dopo parecchi anni nell’immobile città ai margini della riserva Navajo in cui ha trascorso l’adolescenza e da cui ha sempre desiderato fuggire con tutte le sue forze. Jim è costretto a districarsi fra conti in sospeso e parole mai dette, fra uomini e donne che credeva di aver dimenticato e presenze che sperava cancellate dal tempo. E soprattutto è costretto a confrontarsi con la persona che più ha sfuggito per tutta la vita: se stesso. Ma il coraggio antico degli avi è ancora vivo ed è un’eredità che non si può ignorare quando si percorre la stessa terra. Nel momento in cui una catena di innaturali omicidi sconvolgerà la sua esistenza e quella della tranquilla cittadina dell’Arizona, Jim si renderà conto che è impossibile negare la propria natura quando un passato scomodo e oscuro torna per esigere il suo tributo di sangue.

Fuoco pallido

Nel dicembre del 1961, sei anni dopo la pubblicazione di ”Lolita”, Nabokov termina ”Fuoco pallido”, prodigio di invenzione e, per alcuni, summa della sua opera: romanzo audace e segreto, che risulta anche più sconcertante quanto alla forma, poiché è costituito da un magistrale poema di 999 versi con relativo commento. Al centro del poema il sessantunenne John Shade, celebre poeta nonché professore al Wordsmith College di una immaginaria cittadina americana della Costa orientale. In quest’opera i ricordi di una vita si mescolano a interrogativi metafisici sull”abisso immondo, intollerabile’ della morte, divenuti sempre più pressanti dopo il suicidio della giovane figlia. Eppure il poema si chiude su un’ironica quanto serena dichiarazione di fede in un vago aldilà di cui l’arte, con la sua armonia, rappresenta una tacita promessa. Shade ignora che la morte, beffarda, è di nuovo in agguato. Al centro del commento, invece, lo snob, egocentrico, bizzarro, importuno Charles Kinbote, visiting professor nella medesima università, nonché amico ed estimatore di Shade. Le sue note – ora pettegole, ora accademiche, ora nostalgiche – vorrebbero condurre il lettore a una corretta interpretazione del poema ricostruendo le affascinanti avventure del suo presunto ispiratore, vale a dire Kinbote stesso, esule di alto lignaggio da Zembla, regno immerso nelle brume di un’esotica Europa. Ma quelle note finiscono per suonare come un’esilarante parodia di due mondi contrapposti, l’aristocratica Zembla precipitata nella Rivoluzione Estremista e la borghese, prosaica, benpensante America che ha accolto il fuggitivo in pericolo. Mirabile mimesi della realtà, ”Fuoco pallido” ci guida così alla ricostruzione di uno scenario complesso attraverso tortuosi e frammentari percorsi che aprono interrogativi sempre nuovi: Kinbote è un re in esilio, un pedante profugo di terre lontane, o un soggetto psichiatrico afflitto da monomania? E il poema stesso è autentico, o non piuttosto una parodia, o magari un plagio? Plurimi sono i livelli di realtà che si intersecano nel libro, i falsipiani che moltiplicano le prospettive dell’intreccio rendendolo vertiginoso: ”Fuoco pallido” si avvia sereno come una pastorale, esplode in commedia festosa, si inerpica fino al culmine dolente di un’elegia, prende il largo sotto le sembianze di racconto avventuroso, ma la sua nota dominante resta quella tragica della solitudine. ”Fuoco pallido”, scritto in inglese tra il 1960 e il 1961, apparve nel 1962.
(source: Bol.com)

Fuoco nella polvere

Che ci fa Buffalo Bill (o meglio, la sua testa) a bordo di uno Zeppelin diretto verso il Giappone? Ovvio, porta in tournée il suo spettacolo viaggiante, il Wild West Show. Ma che fine ha fatto il resto del suo corpo? E soprattutto, la sua è una missione così innocua come sembra? O nasconde qualcosa? Solo Joe R. Lansdale poteva scrivere un romanzo tanto imprevedibile e bizzarro, mescolando i generi come nessun altro sa fare. Solo lui poteva mettere insieme tanti personaggi eterogenei usciti dalla penna dei grandi scrittori popolari. Solo lui poteva gestire questo rutilante carosello di avventure nel quale non c’è mai limite alla fantasia. E se pensate che l’Uomo di Latta di Frank Baum o il Capitano Nemo di Verne non possano più riservare sorprese, vi sbagliate.

Fuoco e ghiaccio

Reduce da una tormentata storia d’amore, Jilly Lovitz vola a Tokyo dalla sorella Summer per trovare un po’ di serenità e una spalla su cui piangere. Due mesi in una delle metropoli più affascinanti del mondo dovrebbero aiutarla a sfogare la frustrazione. Non sa però che quello da cui dovrà salvarsi è qualcosa di più che una cocente delusione amorosa. A quanto pare sua sorella e suo cognato devono averla combinata grossa se sono finiti nel mirino della Yakuza, e per poco non è Jilly a pagarne i conti. A salvarle la vita sarà Reno, un uomo del Comitato sexy e imprevedibile, che aveva già incontrato in passato e per il quale aveva avuto un’attrazione fugace quanto fulminante. Ora Jilly e Reno si ritrovano loro malgrado a essere le pedine in una scacchiera intorno alla quale le mosse si fanno sempre più pericolose, tra assassini, rapimenti e vendette. Un gioco rischioso, su un terreno caldo come il fuoco ma scivoloso come una lastra di ghiaccio.

Il fuoco della tentazione

Sono entità perfette, dagli sguardi penetranti e infuocati, hanno missioni delicate da portare a termine, e la loro sensualità irrompe implacabile. Nelle loro vene scorre sangue animale, hanno i riflessi, la forza e la ferocia dei felini. Uomini e donne in balia delle menti di chi ha deciso di sperimentare sulla loro pelle. Esseri feriti e indomabili alla ricerca di un posto nel mondo, e di un’anima gemella che restituisca loro una ragione di esistere. Tutto questo e molto altro ancora per una serie che colpirà nel segno. Callan Lyons è frutto di un terribile esperimento genetico, ma ha deciso di ribellarsi, sottraendosi al controllo degli scienziati che lo hanno creato. Merinus Tyler è una reporter che vuole saperne di più sulle oscure trame del Consiglio della genetica, e per farlo dovrà avvicinarsi all’irresistibile Callan. Tradimenti, pericolo e sangue sono sulla loro strada, ed entrambi dovranno percorrerla con caute mosse, perché la salvezza è un obiettivo sfocato, labile come il confine fra il bene e il male.

(source: Bol.com)

I fuochi di Valyria. Le Cronache del ghiaccio e del fuoco

Nella sanguinaria epopea della guerra dei Cinque re, Stannis Baratheon è impegnato in un’estenuante marcia nel gelo contro il traditore lord Bolton, mentre un inquietante vuoto di potere circonda il Trono di Spade a causa della prigionia di Cersei Lannister, ancora presa negli artigli di un risorto fanatismo religioso. Mai prima d’ora il continente occidentale è stato tanto duramente devastato e mortalmente indebolito, così da diventare facile terra di conquista da parte di nemici vicini e lontani. Nelle Isole di Ferro, il sinistro Euron Occhio di Corvo si prepara a lanciare una nuova invasione dal mare, mentre a Dorne, la marca più meridionale del reame, un principe solo all’apparenza in declino ordisce una cospirazione volta a un nuovo, imprevedibile ritorno dell’antica dinastia. Oltre il Mare Stretto, Daenerys Targaryen, orgogliosa e coraggiosa regina dei draghi, si piega a un subdolo matrimonio di convenienza nel nome di una pace incerta, senza con questo rinunciare al suo sogno di tornare sul trono che fu di Aegon il Conquistatore. Finito suo malgrado nelle mani lorde di sangue degli schiavisti di Yunkai, città nemica giurata di Daenerys, l’indistruttibile nano Tyrion Lannister è costretto a giocare il tutto per tutto per sopravvivere a un assedio disastroso. Nel frattempo, all’ombra della titanica Barriera di ghiaccio nell’estremo Nord del reame, il giovane Jon Snow, coraggioso lord comandante dei Guardiani della notte, concepisce una temeraria strategia…