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I cani di Riga

Sulle coste svedesi, in un freddo mattino d’inverno, da un peschereccio che si fa strada tra la neve viene avvistato un gommone di salvataggio: a bordo ci sono due cadaveri. Le indagini portano l’ispettore Wallander a est: la polizia di Ystad ha le prove che i due uomini sono stati uccisi e che l’imbarcazione veniva dalla Lettonia. Kurt Wallander parte per Riga: non passerà molto tempo prima che si renda conto di essere vittima di una cospirazione legata ai drammatici cambiamenti politici dei Paesi Baltici: la caduta dell’Unione Sovietica è ormai consegnata alla storia, ma in Lituania, ora stato sovrano, alcune forze di potere lavorano nell’ombra in accordo con la mafia russa.
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Cane bianco

È il 17 febbraio 1968 e in uno di quegli appartamenti di lusso di Beverly Hills, in cui si asserragliano i divi del grande schermo, si aggira Romain Gary. La moglie, lattrice Jean Seberg, è alle prese con un film hollywoodiano, e Gary trascorre buona parte del suo tempo a scrivere e a prendersi cura del piccolo zoo domestico trasportato da Parigi: il gatto birmano Bruno e la sua compagna siamese Maï; la vecchia gatta di strada Bippo, misantropa e selvatica, che allunga un colpo di artigli ogni volta che qualcuno cerca di accarezzarla; il tucano Billy-Billy, adottato durante una trasferta di Jean Seberg in Colombia e Sandy, un grande cane giallo, un cucciolone ingenuo, almeno fino al giorno in cui non ha gettato alle ortiche anni di rigida educazione borghese correndo dietro a una sua simile di facili costumi dalle parti di Sunset Strip. Los Angeles è flagellata da un temporale mostruoso e sulle strade le Cadillac arrancano faticosamente fendendo lacqua. Intorno a mezzogiorno, un abbaiare familiare risuona da dietro la porta. Gary va ad aprire e scorge sulla soglia Sandy, la coda tra le gambe, il muso a fil di terra, e, accanto a lui, un imponente pastore tedesco dal pelo grigio screziato di bianco e una bella testa. La coda, le orecchie dritte, lo sguardo acceso, tutto di quel grigione seduce Gary. Il colosso viene battezzato Batka, piccolo padre in russo, e subito accolto nello zoo domestico e coccolato per la sua dolcezza, così in contrasto col suo torace da lottatore e le sue grandi fauci scure. Un pomeriggio di qualche settimana dopo, però, Batka riserva la prima sorpresa: latrati irregolari, rapidi e rabbiosi, bava alla bocca, uno spaventoso sguardo carico dodio soltanto perché un operaio di colore, addetto alla pulizia dei filtri della piscina, è apparso al suo cospetto. Il disagio di Gary si trasforma in autentico sgomento quando, qualche giorno dopo, Batka non sgozza per un pelo, saltandogli alla gola, il fattorino di un supermercato Un fattorino nero. Batka è, infatti, un white dog, un cane bianco, una di quelle bestie addestrate nellAmerica razzista della fine degli anni Sessanta a dare la caccia ai neri Appartenente alle opere del ciclo americano di Romain Gary, Cane bianco è il romanzo di uno scrittore russo-francese, profondamente intriso di spirito europeo, sulla ‘democrazia americana’. Con gli occhi di chi crede con fermezza che scopo della democrazia ‘sia far accedere ogni uomo alla nobiltà’, Gary mette alla berlina sia il razzismo della destra americana sia le prime sciocche manifestazioni del politically correct dei liberal. Parla in queste pagine la voce unica di un grande scrittore capace di fustigare le ‘anime belle’ senza aver mai smesso di trascinare ‘intatte per il mondo’ le sue illusioni. ‘Io sono uno di quei democratici convinti che lo scopo della democrazia sia far accedere ogni uomo alla nobiltà’. Romain Gary Il romanzo ‘americano’ dell’autore della Vita davanti a sé e di Le radici del cielo, l’opera di uno scrittore ‘spietatamente profetico e, insieme, magnificamente romantico’. The New York Times
(source: Bol.com)

Candido ovvero l’ottimismo

Scritto a ridosso di eventi tragici che sconvolsero l’Europa, “Candido” è una ironica meditazione sul destino umano, sul senso della storia e sulla ricerca della felicità, diventato fin dal suo primo apparire, nel 1759, uno di quei libri – come il “Don Chisciotte” o i “Saggi di Montaigne”- su cui si è formata la coscienza moderna. Sintesi di un’acutissima intelligenza critica e di una consumata maestria stilistica, “Candido” riesce a mantenersi in miracoloso equilibrio tra l’avventura e la parabola, tra il mito e il pamphlet, tra il ritmo frenetico della comica e l’elegante grazia rococò, tra la risata liberatoria e l’amaro sarcasmo della disperazione.

I Cancelli Dell’inferno

In una vita sul mare con la Numa, Kurt Austin ne ha viste tante, ma lo spettacolo che gli si presenta al largo delle Azzorre ha davvero dell’incredibile. La Kinjara Maru, un cargo giapponese, ha subito un attacco di pirati, che invece di depredarla e prenderne possesso, come accade di solito, le hanno dato fuoco e l’hanno affondata, lasciando solo una sopravvissuta: la moglie del capitano, che non ricorda nulla del terribile assalto. Solo una sensazione di stordimento, e poi la violenza dell’incursione a bordo di un manipolo di uomini incappucciati, dalle cui sevizie l’ha salvata solo l’intervento di Austin e dei suoi uomini. Perché tanta brutale ferocia? Che cosa trasportava quel cargo che non doveva arrivare a destinazione? L’anomalo attacco dei pirati è solo il primo tassello di un complicato puzzle che Kurt Austin, Dirk Pitt e i loro compagni dovranno completare se vogliono scongiurare una terribile minaccia che incombe sul mondo intero. Una minaccia che ha le sue origini in Africa, dove un feroce dittatore intende tenere in scacco le maggiori nazioni del mondo attraverso la creazione di una potentissima arma di distruzione di massa, con la quale è pronto a colpire le principali capitali mondiali. Un’arma alla quale manca solo un ultimo, determinante elemento… Per gli eroi della Numa la sfida, questa volta, sembra proprio impossibile.

La campana non suona per te

**I nuovi taccuini del Vecchio Sporcaccione**
Le riviste underground hanno rappresentato per Charles Bukowski un’eccellente palestra per acquisire una tecnica e una metodicità artigianali che, unite al suo genio, avrebbero formato l’ossatura della sua narrazione inconfondibile. Questo libro, che riunisce per la prima volta i racconti apparsi sulle riviste tra il 1948 e il 1985, ne è la prova. Ogni settimana il nostro cronista d’eccezione si sedeva davanti alla macchina da scrivere e sfornava un pezzo attingendo alla sua corrosiva tavolozza di argomenti e stili tra i più vari: si spazia dalla satira contro la guerra e il razzismo alla fantascienza, dal racconto di formazione alla fiction vera e propria. Ma il nucleo del libro è costituito dalle celeberrime scorribande sessuali del Vecchio Sporcaccione: Bukowski filtra e reinventa sulla pagina le sue avventure con donne folli, violente, passionali, confidando ogni volta al lettore nuovi particolari, instaurando con lui un rapporto unico.
Un libro essenziale per tutti gli amanti di Bukowski: quarant’anni di storia americana raccontati attraverso gli occhi dissacranti di una delle sue icone più controverse.
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### Sinossi
**I nuovi taccuini del Vecchio Sporcaccione**
Le riviste underground hanno rappresentato per Charles Bukowski un’eccellente palestra per acquisire una tecnica e una metodicità artigianali che, unite al suo genio, avrebbero formato l’ossatura della sua narrazione inconfondibile. Questo libro, che riunisce per la prima volta i racconti apparsi sulle riviste tra il 1948 e il 1985, ne è la prova. Ogni settimana il nostro cronista d’eccezione si sedeva davanti alla macchina da scrivere e sfornava un pezzo attingendo alla sua corrosiva tavolozza di argomenti e stili tra i più vari: si spazia dalla satira contro la guerra e il razzismo alla fantascienza, dal racconto di formazione alla fiction vera e propria. Ma il nucleo del libro è costituito dalle celeberrime scorribande sessuali del Vecchio Sporcaccione: Bukowski filtra e reinventa sulla pagina le sue avventure con donne folli, violente, passionali, confidando ogni volta al lettore nuovi particolari, instaurando con lui un rapporto unico.
Un libro essenziale per tutti gli amanti di Bukowski: quarant’anni di storia americana raccontati attraverso gli occhi dissacranti di una delle sue icone più controverse.

La camorra e le sue storie

Quale verità si nasconde dietro il caotico scenario di delinquenza metropolitana che avvolge Napoli? Chi sono i protagonisti di quella che può essere ormai considerata come una vera e propria “guerriglia urbana”, di feroce e drammatica attualità, combattuta da una miriade di gruppi privi di strategia criminale, dal fragile potere eppure potentissimi? Come è cambiata la camorra napoletana negli ultimi anni, quelli in cui è diventata protagonista di fiction di successo, oltre a trovarsi sempre più spesso sotto i riflettori della stampa, nazionale e internazionale? A queste domande cerca di rispondere lo storico e giornalista Gigi Di Fiore, nella nuova edizione aggiornata del libro La camorra e le sue storie, uscito per la prima volta nel 2005, quando si consumava l’ultimo atto della prima “faida” di Scampia. Un fenomeno, quello della camorra, ora al centro dell’attenzione collettiva – anche a causa delle decine e decine di morti ammazzati a Napoli negli ultimi anni – ma per lungo tempo trascurato, di certo decisamente sottovalutato anche in un passato molto recente, rispetto alla mafia siciliana. Eppure nell’Ottocento i rapporti di notorietà erano capovolti, tanto che si parlava della mafia come di una “specie di camorra”. Individualista, frammentata, organizzata orizzontalmente, la camorra è per questo la più violenta delle mafie italiane, responsabile ogni anno di un numero di omicidi da record. A morire, negli anni, sono state centinaia di vittime innocenti. Come il giornalista Giancarlo Siani, ucciso nel 1985, o il sindaco Marcello Torre, massacrato nel 1980, e tutte le altre vittime della follia dei camorristi a cui questo libro è dedicato. Preciso nelle fonti, nei documenti e nei riferimenti bibliografici, questo saggio, scritto da uno studioso che da oltre trent’anni si occupa di criminalità organizzata, racconta, anche attraverso aneddoti e circostanze inedite, cosa sia oggi e cosa sia stato ieri l’universo intricato della camorra. La nuova edizione è arricchita, in appendice, da interviste fino a oggi non pubblicate, oltre che da un nuovo capitolo che arriva a raccontare le “paranze dei bimbi”: la generazione dei criminali bambini dalla pistola facile, i “guaglioni” dei clan con pochi valori e pochissimi riferimenti culturali, a parte quelli delle fiction violente, che spadroneggiano nella “babilonia criminale” di Napoli, Quarto, Giugliano. ‘Questo libro, forte di una documentazione quantomai robusta su un fenomeno a lungo sottovalutato, non risulta utile esclusivamente come strumento di consultazione e di approfondimento. Il suo stile narrativo afferra il lettore e lo trascina. Con puntiglio giornalistico e scrupolo storico, Gigi Di Fiore ricostruisce nei dettagli le tappe salienti del fenomeno malavitoso e, allo stesso tempo, condisce la ricostruzione con una ricca galleria di personaggi.’ – Enzo d’Errico, Corriere della Sera ‘500 pagine di nomi, di dati, di considerazioni sagaci, corredate da una robusta appendice che contiene statuti antichi e nuovi dell’onorata società, documenti, interviste e perfino un elenco di film… Un lavoro esemplare.’ – Antonio Ghirelli, Il Sole 24 Ore
(source: Bol.com)

Il cammino di santiago

Spagna/Francia/Inghilterra – 1454. Incaricato dal re di trovare e ricondurre in Inghilterra una gentildonna e la sua fantesca, accusate dell’efferato omicidio di un nobile del Lancashire, Owain ap Rowan segue le loro tracce attraverso tutta la Francia e la Spagna fino al santuario di Santiago de Compostela, dove si convince di averle finalmente trovate. Perché mai, infatti, una dama inglese si sarebbe dovuta travestire da uomo, se non per sfuggire alla giustizia? Rintracciata la giovane donna, Owain la persuade a tornare in patria insieme a lui, e quando si rende conto che in realtà non ha alcuna colpa dichiara persino di essere disposto ad aiutarla a provare la propria innocenza di fronte al sovrano. Durante il viaggio, però, qualcosa in quella bellissima e seducente fanciulla lo induce a chiedersi se si tratti proprio della Lady Catherine che lui sta cercando.
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### Sinossi
Spagna/Francia/Inghilterra – 1454. Incaricato dal re di trovare e ricondurre in Inghilterra una gentildonna e la sua fantesca, accusate dell’efferato omicidio di un nobile del Lancashire, Owain ap Rowan segue le loro tracce attraverso tutta la Francia e la Spagna fino al santuario di Santiago de Compostela, dove si convince di averle finalmente trovate. Perché mai, infatti, una dama inglese si sarebbe dovuta travestire da uomo, se non per sfuggire alla giustizia? Rintracciata la giovane donna, Owain la persuade a tornare in patria insieme a lui, e quando si rende conto che in realtà non ha alcuna colpa dichiara persino di essere disposto ad aiutarla a provare la propria innocenza di fronte al sovrano. Durante il viaggio, però, qualcosa in quella bellissima e seducente fanciulla lo induce a chiedersi se si tratti proprio della Lady Catherine che lui sta cercando.

il cammino di fuoco

Iker, grazie alle sue virtù non comuni, è diventato Figlio reale per volontà del faraone Sesostri. Un titolo che implica non solo onori ma anche responsabilità gravose e che porterà il giovane scriba ad affrontare nuove, difficili prove.
Intanto l’Annunciatore, acerrimo nemico dell’ordine e della giustizia, si prepara a invadere l’Egitto e prendere il potere.
Sesostri affida a Iker una pericolosa missione: penetrare nella regione del Canaan per scoprire il nascondiglio dell’Annunciatore. Questi, in realtà, si è rifugiato in Nubia e sta tentando di provocare una piena devastante che distrugga definitivamente il Paese…
Chi potrà salvare l’Egitto? Sarà forse Sesostri, che, nonostante i numerosi attentati subiti, affronta con coraggio e determinazione questa nuova battaglia? Oppure Iker, che si batte su mille fronti per impedire al nemico di prevalere? O, ancora, la bella sacerdotessa Iside, che troverà nel profondo del cuore il modo di placare il genio del Nilo?

Camminare

Camminare è diventato un gesto sovversivo. Non serve essere atleti professionisti, aver scalato l’Everest o raggiunto il Polo Nord, come Erling Kagge. La rivoluzione è alla portata di chiunque. Basta decidere di rinunciare a qualche comodità e spostarsi a piedi ogni volta che è possibile. Anche in città, anche nel quotidiano. Sottrarsi alla tirannia della velocità significa dilatare la meraviglia di ogni istante e restituire intensità alla vita. Chi cammina gode di migliore salute, ha una memoria piú efficiente, è piú creativo. Soprattutto, chi cammina sa far tesoro del silenzio e trasformare la piú semplice esperienza in un’avventura indimenticabile.

‘Con un senso di stupore e meraviglia, Kagge vaga piú che narrare, muovendosi tra filosofia, scienza ed esperienza personale…È sempre bene ricordare le antiche verità. E Kagge sa come farlo’.

Los Angeles Review of Books

(source: Bol.com)

Camminare

Il mondo è silenziosamente percorso da camminatori. Individui che camminano per la loro felicità, oltre che per andare da un luogo all’altro. Sono sempre esistiti, anche se non tutti pienamente consci di esserlo; alcuni erano e sono anche poeti, scrittori, filosofi, artisti. Tomas Espedal è uno di loro. Per lui camminare, pensare, scrivere fanno parte di uno stesso ciclo vitale che si ripete incessante nel suo destino. Che si tratti di camminare per una città come Parigi, della dolce campagna norvegese o dei sapori forti della Turchia, il viaggio inizia con un imperioso richiamo interiore, e prosegue a fianco di amici vivi o scomparsi, della memoria di compagni illustri come Rousseau o Rimbaud o Satie, di amori finiti o ancora da iniziare; passo dopo passo, con l’aiuto di paesaggi mozzafiato ma anche e forse di più del buio, ci si sente più vicini a sé e alle proprie sensazioni; e poi a un certo punto ecco l’altro richiamo, la nostalgia di casa e, una volta tornati, la gioia di camminare sui propri passi di tutti i giorni. Camminare, alla fine, è un modo di segnare un inizio e una fine, di dare ritmo e senso all’esistenza, anche nei pochi passi da casa all’emporio del quartiere.
(source: Bol.com)

Il cammello battriano

Nella libreria del British Museum, di fronte alla Bibbia di Gutenberg, c’è un casottino di vetro che custodisce un rotolo buddhista, il Diamond Sutra, stampato nell’866 dopo Cristo. Sei secoli prima di Gutenberg. È stato trovato – i cinesi dicono rubato – all’inizio del secolo in un’oasi sperduta della Cina occidentale, ai confini con il Taklamakan, uno spaventoso deserto il cui nome significa: ‘Se entri, non esci’. Dunhuang era la tappa iniziale della Via della Seta per chi veniva dalla Cina e quella finale per chi partiva dal Mediterraneo e faceva parte di una straordinaria cultura fiorita per mille anni e poi scomparsa sotto la sabbia. Per arrivarci e raccontare la storia di questa cultura e di come venne saccheggiata dagli archeologi predoni, Stefano Malatesta ha seguito le antiche strade carovaniere, sulle tracce di geografi, avventurieri, esploratori, briganti, pellegrini, attraversando l’Hindukush, il Karakorum, il Pamir. È stato a Kashgar, il più grande, leggendario mercato dell’Asia Centrale e nelle valli paradisiache dell’Himalaya dov’è nato il mito di Shangri-là. Ha incontrato i cafiri dagli occhi azzurri e i nomadi kirghisi che cacciano con le aquile. Le descrizioni e le osservazioni del nostro scrittore-viaggiatore, integrate con resoconti di spedizioni, memorie, testi tra l’avventura e il saggio, tra la storia e l’antropologia, fanno di questo libro un moderno Milione.
(source: Bol.com)

Camilla e i vizi apparenti

L’ispettore Camilla Cagliostri ama indagare a modo suo. E spesso si fa coinvolgere più di quanto non richieda il suo ruolo professionale, perché a volte questo è l’unico sistema per riuscire a capire dove sboccia il male, ed evitare che dilaghi.
In *Camilla e i vizi apparenti* la bella poliziotta modenese non ha – almeno all’inizio – un incarico ufficiale: la figlia di un suo conoscente, Riccardo Merighi, subisce i primi contraccolpi dell’età difficile. Ma forse la tredicenne Fosca, così scontrosa e introversa, semplicemente non regge il confronto con una mamma come Andrea, troppo bella ed esuberante. Una breve vacanza in Sardegna, un soggiorno nella splendida e appartata villa di Ferrara dove vive questa famiglia danarosa e in apparenza così normale, lasciano solo intuire quello che sta per accadere.
Per esplorare e capire i retroscena di questo interno di famiglia con delitto, Camilla Cagliostri dovrà seguire tutte le intuizioni e gli impulsi della sua sensibilità femminile, al di là di ogni regola e regolamento. È un gioco pericoloso, che può condurla alla scoperta di una diversa idea di giustizia – più sottile e complessa di quella dei maschi.
Raccontando le difficoltà e le sofferenze di una adolescente in un mondo torbido e spietato, Giuseppe Pederiali toglie i veli a un perbenismo che è solo apparenza. Grazie a una trama ben congegnata e ricca di colpi di scena, *Camilla e i vizi apparenti* porta in primo piano i caratteri e le personalità che ruotano intorno a casa Merighi: persone che potremmo incontrare ogni giorno, costrette a fare i conti con il male. Quello che si portano dentro e quello che subiscono.

Camilla che odiava la politica

Camilla ha dodici anni e la sua vita è spaccata in due come una mela: la prima metà è stata dolce e piena di succo; la seconda è amara, col verme dentro. Perché il suo papà non c’è più. Il suo papà, Roby, amava le montagne e le cose giuste. Era un politico. Ed è morto. Non è riuscito a sopportare le accuse ingiuste che gli si sono rovesciate addosso. Per questo Camilla odia la politica.
Poi nella sua vita entra Aristotele, un barbone col suo seguito di cani, gatti e sacchetti di plastica. Prima sospettosa, poi affascinata, Camilla comincia a frequentarlo e ad ascoltarlo. E scopre che non è la politica a essere sbagliata: sono quelli che la fanno, spesso, a sbagliare. Ma scopre anche che Aristotele non è quello che sembra…
Dopo *Per questo mi chiamo Giovanni*, Luigi Garlando ci offre un’altra storia forte, seria, che dice cose importanti con parole semplici.

La camicia di Hanta

Un diario di viaggio, un viaggio in Madagascar, lungo le false piste turistiche, a snidare le bellezze più autentiche, allontanandosi dai miraggi di plastica con cui le guide tentano, in questo caso invano, di nasconderne le immagini più vere. Che a volte, sì, sono anche le più scolorate. Nella scrittura unica di Aldo Busi questo procedere è uno scivolare di parola in parola tra i colori più profondi delle isole, tra dialoghi con conchiglie disposte all’ascolto, incontri con gechi simpatici e bimbette in vendita, dialoghi rivelatori con compagni di turismo che hanno perso ogni contatto con la propria umanità: loro che ricordano solamente l’artificio di un ricordo, sviluppandolo da un rullino di una macchina fotografica. E poi lei, Hanta, la ragazza più bella di Lakana Vezo, “la divinamente bella Hanta, la struggentemente compassionevole Hanta, la dignità fattasi bellezza e donna e persona”, il miraggio e il calore di un ricamo su una camicia. Un mirabile insieme di “appunti presi su settantadue fogli di scartafaccio”, per chi riesce a guardare, viaggiare e leggere con gli occhi spalancati.
(source: Bol.com)