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L’ascesa dell’orda. World of Warcraft

Anche se il giovane Signore Supremo della Guerra Thrall ha posto fine alla maledizione demoniaca che per generazioni aveva tormentato la sua gente, gli orchi devono ancora pagare lo scotto dei peccati del loro passato di sangue. Dopo essersi radunati nella feroce Orda, per innumerevoli volte hanno mosso guerra contro il loro eterno nemico… l’Alleanza. Ma la rabbia e la sete di sangue che spinsero gli orchi a distruggere tutto ciò in cui si imbattevano costarono loro un prezzo molto caro. Consigliata la supervisione di un adulto.

L’ascesa dell’ombra. La ruota del tempo

La Pietra di Tear, inespugnabile fortezza, è stata conquistata e Callandor, la spada che non è una spada, è nelle mani di Rand al’Thor, il pastore che è diventato il Drago Rinato, all’inizio della sua nuova vita. La Torre Bianca è scossa da eventi impensabili, i Reietti cercano Callandor per acquisirne il potere e Rand per distruggerlo nella carne. Il Tenebroso lo brama per distruggergli l’anima; Perrin deve affrontare la realtà di Emond’s Field, alla ricerca di una via d’uscita dalla vita da lupo; Mat scopre un’incognita che potrebbe costargli la vita. Mentre amici e nemici complottano, il Drago studia i testi delle Profezie e combatte per controllare il proprio potere. Ma tutti sanno che vi sarà la guerra, contro i Reietti e i nemici del Drago Rinato…

L’artista del coltello

Jim Francis è felice e realizzato: vive in California con la moglie Melanie e le loro due splendide bambine, e ha da poco scoperto una vena artistica che non sospettava di avere. Le sue sculture di creta, ritratti di personaggi famosi sottoposti a crudeli mutilazioni, riscuotono un grande successo. Strumenti preferiti? Lame di ogni tipo: non solo quelle convenzionali, ma anche coltelli da caccia, bisturi… eredità di un passato nascosto che preme per uscire in superficie. Jim Francis, infatti, ne ha percorsa di strada dagli spazi angusti e claustrofobici di Leith agli orizzonti aperti di una casa affacciata sull’oceano; ma lui non è altri che Frank Begbie, personaggio psicotico e violento di “Trainspotting”. Quando viene a sapere che il figlio Sean, con cui non ha più rapporti da anni, è stato ucciso a Edimburgo, Begbie decide di tornare in Scozia per il funerale. Qui, tutti si aspettano da lui una sanguinosa vendetta e soffiano sulle braci per risvegliare, sotto quel ferreo, apparente autocontrollo, la fiamma della sua indimenticata follia omicida.
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L’artista dei veleni

Caleb Maddox è un tossicologo che studia gli effetti chimici del dolore. Dopo una brutale rottura con la sua ragazza, si trova in un locale per affogare i dispiaceri nel whisky, quando una donna seducente gli si avvicina. Emmeline gli sussurra qualcosa, poi lo saluta sfiorandogli l’orecchio con le labbra. C’è qualcosa di affascinante in quella donna misteriosa, e Caleb deve rivederla. Ma non appena inizia la sua ricerca, si trova invischiato in un’indagine su alcuni omicidi seriali. La polizia sta recuperando dei corpi dalla Baia di San Francisco e tra essi c’è anche quello di un uomo scomparso nello stesso posto e la stessa notte in cui Caleb ha incontrato Emmeline. I risultati delle analisi post mortem non rivelano alcun indizio, perciò in segreto Caleb decide di prestare aiuto al medico legale della città, suo vecchio amico, e analizzare le tracce chimiche sui resti delle vittime. Ben presto le ricerche dell’assassino s’intrecciano con quelle di Emmeline, e più Caleb si avvicina alla verità più sente che il suo mondo è in pericolo…
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L’arte ingannevole del gufo

Tutte le sere, dopo il tramonto, Viola si addentra nel bosco dietro casa. La grave malattia di cui soffre le impedisce di esporsi anche al minimo raggio di sole. Così, quando i suoi compagni sono impegnati con la scuola, lei dorme o sta in casa a suonare, e quando loro vanno a dormire, lei passeggia libera tra gli alberi del suo bosco, in compagnia del buio e di tutti gli animali che lo popolano. Una sera, però, sul sentiero sterrato da cui non passa anima viva, scorge un’auto: un ragazzo tira fuori un corpo pesante dal bagagliaio e lo trascina sul sedile di guida, prima di dare fuoco alla macchina. Poi seppellisce qualcosa nel terreno vicino. Sei alberi dal ciglio della strada: per Viola è facilissimo ritrovare il punto in cui quel tizio ha scavato la buca… e dare inizio alla sua personale, pericolosa indagine. Che cosa ci fanno tanti soldi sepolti nel bosco? E quel ragazzo è forse un assassino? Tornerà a cercarla? Una voce incantevole e ingenua rapisce il lettore in una storia che lascia col fiato sospeso. Delicato, commovente, ammaliante, L’arte ingannevole del gufo è un romanzo destinato a conquistare un pubblico di tutte le età.
(source: Bol.com)

L’arte di scomparire. Vivere con discrezione

In una società che vive di apparenza e spettacolarità, la discrezione è una necessaria forma di resistenza. Spegnere i riflettori, abbassare il volume, godere dell’anonimato sono gesti politici prima che morali. La discrezione è un’arte, un atto volontario, una consapevole scelta di vita in un mondo che ci vorrebbe sempre connessi, protagonisti, inesorabilmente presenti, e in cui s’impone l’urgenza di una tregua, di staccare e sparire. Come quando, in un paese straniero, assaporiamo la massima libertà di non essere riconosciuti, la discrezione è arte della scomparsa: non nascondere nulla fino a non avere più nulla da mostrare, fino a rendere la propria presenza impercettibile. È arte della sottrazione, non per negare ma per affermare se stessi, e al contempo far scomparire quello che ci definisce. È aprirsi al mondo senza toccarlo, è gioia di “lasciar essere” le cose. È ancora possibile oggi, tra selfie e YouTube, essere discreti? Secondo Pierre Zaoui la risposta è sì: anzi, la discrezione è la nuova faccia della modernità, frutto delle libertà offerte dalle nostre società democratiche. Nel suo saggio, Zaoui convoca i grandi pensatori della discrezione, da Kafka a Blanchot a Deleuze, passando per Virginia Woolf e Walter Benjamin, per delineare i tratti di questa esperienza “rara, ambigua e infinitamente preziosa”.
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L’arte di oziare

De otio – De tranquillitate animi Edizioni integrali con testo latino a fronte Cura e traduzione di Mario Scaffidi Abate Come la contemplazione non è assenza di attività, così la serenità non è mancanza di passioni, ma l’equilibrio armonico tra di esse. L’otium era, per i Romani, il riposo dalle pratiche consuete e come tale includeva anche la vita contemplativa. Giustificando il suo ritiro dalla politica, Seneca sostiene nel De otio che la contemplazione è pur essa un’azione. Noi aggiungeremmo che è l’azione per eccellenza, perché contempla tutte le azioni, nel duplice senso di “osservare” e “contenere”. Nel De tranquillitate animi, poi, vedremo che la serenità non esclude la partecipazione alla vita attiva e anzi in certi casi (stati di ansia, malinconia, noia) si può conseguire proprio nell’impegno sociale. Lucio Anneo Senecanacque a Cordova, in Spagna, intorno al 4 a.C. Avviatosi verso un ideale ascetico di vita, da cui lo distolse il padre, abbracciò la carriera forense e la vita politica prima sotto Caligola, poi sotto Claudio e infine sotto Nerone. Ricchissimo, fu oggetto di aspre critiche e venne anche citato in giudizio. Nel 65, coinvolto nella congiura di Pisone contro Nerone, si tagliò le vene. Di Seneca la Newton Compton ha pubblicato, con testo latino a fronte, L’arte di non adirarsi, L’arte di essere felici e vivere a lungo e L’arte di essere saggi.

L’arte di ottenere ragione

Questo trattatello, vera perla nascosta negli scritti postumi di Schopenhauer, qui per la prima volta tradotto in italiano, venne elaborato ‘come un pulito preparato anatomico’ per dare una sistemazione formale agli ‘artifici disonesti ricorrenti nelle dispute’. Schopenhauer fornisce trentotto stratagemmi, leciti e illeciti, a cui ricorrere per ‘ottenere’ ragione: per difenderla quando la si ha, e per farsela dare quando sta dalla parte dell’avversario. Lettura attraente e quanto mai utile: con freddezza classificatoria Schopenhauer ci indica ‘le vie traverse e i trucchi di cui si serve l’ordinaria natura umana per celare i suoi difetti’. Ma, nello stesso tempo, si tratta di un testo che si situa in un crocevia memorabile del pensiero moderno: negli stessi anni in cui Hegel indicava nella dialettica la via per giungere al culmine dello Spirito, il suo irriducibile antagonista Schopenhauer la raccomandava come fioretto da impugnare in quella ‘scherma spirituale’ che è il discutere, senza badare alla verità. Contro Hegel, Schopenhauer si presenta qui come un ‘maestro di scherma che non considera chi abbia effettivamente ragione nella contesa che ha dato origine al duello’, ma si preoccupa unicamente di insegnare a ‘colpire e parare’, giacché ‘questo è quello che conta’. Le ragioni sottintese in questo duro contrasto sono illustrate nel saggio di Franco Volpi che accompagna il testo.
(source: Bol.com)

L’arte di imparare

L’apprendimento – quante volte ce lo siamo sentiti ripetere – è questione di disciplina e di impegno. Basta spegnere la TV e lo smartphone, sedersi alla solita scrivania in un ambiente tranquillo, evitare le distrazioni e darci dentro, memorizzare, ripassare, esercitarsi per ore e ore. Che si tratti di un problema di trigonometria, di una tesina di fine semestre o di un brano per pianoforte, la regola è sempre stata questa: concentrarsi sul lavoro, sgobbare sui libri o sugli spartiti, magari fino a notte fonda, è l’unica maniera per garantirsi il successo.
E se fosse tutto sbagliato? Se esistesse un modo per ottenere di più con meno sforzo? Se le distrazioni, i sogni a occhi aperti, le interruzioni volontarie aiutassero l’apprendimento anziché ostacolarlo?
Nell’Arte di imparare Benedict Carey, pluripremiato giornalista scientifico del ‘New York Times’, delinea le tecniche necessarie per ‘liberare lo scansafatiche che è in noi’, allenare la memoria, riattivare la mente e rendere produttivo, efficace e divertente il tempo dedicato allo studio. Nel farlo, Carey ripercorre le tappe principali dello sviluppo della scienza dell’apprendimento, le sue teorie e scoperte fondamentali, a partire dal funzionamento del cervello – una ‘macchina cognitiva’ del tutto eccentrica, che elabora, trattiene le informazioni… e le dimentica –, per arrivare alle ricerche sul ruolo stabilizzante del sonno, sul funzionamento della memoria e sui poteri del subconscio, cioè quella parte della nostra mente che ci consente di ‘imparare senza pensare’.
All’esame dei principi biologici dell’apprendimento, Carey affianca vere e proprie strategie per migliorare le nostre performance cognitive, illustrandone, sulla base di consolidate pratiche sperimentali, la validità e la convenienza. Studiare in ambienti diversi, diluire le sedute, regolare lo studio sui ritmi del sonno, prendersi delle pause per consentire al cervello di lavorare off line, dedicarsi contemporaneamente a sviluppare competenze differenti: sono queste alcune delle tecniche che ci aiutano a esercitare la memoria, a rielaborare un problema – e risolverlo! – partendo da un nuovo punto di vista, a conservare un ricordo più nitido e duraturo di quanto abbiamo appreso.
Uno sguardo alternativo, quindi, che sfida i luoghi comuni e ci invita a ripensare daccapo il vero significato dell’apprendimento: non più una noiosa routine ma una parte importante e creativa della nostra vita quotidiana, un processo irrequieto e frammentario in cui la pigrizia e la distrazione si rivelano spesso ottime alleate, un lavoro meno ingrato e solitario che spalanca le porte al vero piacere della conoscenza.
(source: Bol.com)

L’arte di essere saggi

Testo latino a fronte Cura e traduzione di Mario Scaffidi Abbate La fermezza del saggio è forse la dote che più di ogni altra alimenta la nostra ammirazione. Perché il vero saggio è colui che ha raggiunto l’imperturbabilità, il distacco dalle passioni e dalle cose terrene, colui che non ha paura di nulla, nemmeno della morte, e non trema neppure di fronte al crollo dell’universo. Nel De constantia sapientis (e nelle Epistulae morales qui proposte) Seneca traccia un autentico ritratto dell’uomo saggio e un vademecum della condotta da seguire per arrivare alla saggezza. Una strada per l’autosufficienza interiore, che solo la pratica costante e illuminata della virtù può indicare: difficile e piena di ostacoli, essa conduce tuttavia alla più alta delle vette.Senecanacque a Cordova, in Spagna, intorno al 4 a.C. Avviatosi verso un ideale ascetico di vita, da cui lo distolse il padre, abbracciò la carriera forense e la vita politica prima sotto Caligola, poi sotto Claudio e infine sotto Nerone. Ricchissimo, fu oggetto di aspre critiche e venne anche citato in giudizio. Nel 65, coinvolto nella congiura di Pisone contro Nerone, si tagliò le vene. Di Seneca la Newton Compton ha pubblicato, con testo latino a fronte, L’arte di essere felici, L’arte di non adirarsi, L’arte di essere felici e vivere a lungo e L’arte di essere saggi.

L’arte di essere felici

Nello sterminato fascio di carte che compongono gli scritti postumi di Schopenhauer si cela un abbozzo di eudemonologia – ossia l’arte di essere felici. Schopenhauer concepì infatti il disegno di radunare in un manualetto, articolandoli in cinquanta massime, una serie di pensieri che era venuto formulando nel corso del tempo e che insegnano come vivere il più felicemente possibile in un mondo in cui ‘la felicità e i piaceri sono soltanto chimere che un’illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza e il dolore sono reali e si annunciano immediatamente da sé, senza bisogno dell’illusione e dell’attesa’. Con la lucidità e il rigore a lui consueti, Schopenhauer giunge alla conclusione che la felicità di cui si discorre non è che un eufemismo, giacché ‘”vivere felici” può significare solo vivere il meno infelici possibile, o, in breve, vivere passabilmente’. Il grande maestro del pessimismo riesce così a offrirci una cauta e diffidente guida a una felicità che per questa volta non sarà illusoria e corrisponderà alla ‘vera esistenza dell’uomo’, per Schopenhauer equivalente a ‘ciò che di fatto accade al suo interno’, al suo ‘piacere interiore’.
(source: Bol.com)

L’arte di correre sotto la pioggia

“Mi chiamo Enzo. Adoro guardare la TV, soprattutto i documentari del National Geographic, e sono ossessionato dai pollici opponibili. Amo il mio nome, lo stesso del grande Ferrari, anche se d’aspetto non gli assomiglio per niente. Però, come lui, adoro le macchine. So tutto: i modelli, le scuderie, i piloti, le stagioni… Me lo ha insegnato Denny. Denny è come un fratello per me. Per sbarcare il lunario lavora in un’autofficina, ma in realtà è un pilota automobilistico, un asso, anche se per ora siamo in pochi a saperlo. Perché lui ha delle responsabilità: deve prendersi cura della sua famiglia e di me, perciò non può dedicarsi interamente alle gare. Eppure è un vero campione, l’unico che sappia correre in modo impeccabile sotto la pioggia. E, credetemi, è davvero difficile guidare quando c’è un tempo da cani: io me ne intendo. Tra noi è stato amore a prima vista. Ne abbiamo passate tante, negli anni che abbiamo trascorso insieme. Ci sono stati l’incontro con Eve, la nascita di Zoè, il processo per il suo affidamento… Ah, ho dimenticato di dirvi una cosa importante: sono il cane di Denny, e questa è la mia storia”.
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L’arte di ascoltare

Edizione integrale Cura e traduzione di Mario Scaffidi Abbate Qualsiasi discorso è nullo se non è ben inteso. L’ascolto, spesso sottovalutato, è infatti una metà fondamentale dell’atto della comunicazione. In questo manuale, tratto dai Moralia, Plutarco elargisce consigli di virtù, ma anche esempi di vizi che toccano uno degli aspetti più importanti della vita umana. Perché l’arroganza, l’odio, la presunzione e la smania di protagonismo inquinano la nostra disposizione verso l’altro e le sue ragioni. Dedicata a Nicandro, in occasione del suo ingresso nell’età virile, l’operetta si rivolge ai giovani, affinché sappiano maturare senza cedere al disordine delle emozioni, ma in ogni cosa cercando la pacatezza e la riflessione. Plutarco cita gli antichi filosofi, racconta aneddoti, riporta versi di Omero, mette in guardia contro le belle parole vuote, contro i discorsi apparentemente affascinanti ma privi di sostanza, usati per abbindolare gli ingenui e coloro, appunto, che non sanno ascoltare. Plutarconacque intorno al 46 d.C. a Cheronea, in Beozia, da famiglia ricca e di buona cultura. Recatosi ad Atene nel 60, fu discepolo di Ammonio, filosofo di origine egiziana, che lo introdusse alla filosofia di Platone, il cui influsso sarà sempre presente nella sua opera. Compì numerosi viaggi in Asia, in Egitto, ma soprattutto a Roma; morì nella sua città natale intorno al 120 d.C. Le opere pervenuteci, ordinate in un corpus in età bizantina, comprendono le Questioni conviviali, i Moralia, dialoghi e trattati, e le Vite parallele, la sua opera maggiore e più conosciuta. Di Plutarco la Newton Compton ha pubblicato anche le Vite parallele di Alessandro e Cesare.

L’arte di amare

Edizione integrale Testo latino a fronte Cura e traduzione di Cesare Vivaldi «Se c’è qualcuno tra i tanti lettori che non conosce l’arte di amare mi legga, poi potrà amare con stile». È un manuale che diverte e incuriosisce, quello di Ovidio: una geniale e colorata sequenza di scene maliziose, di quadri brillanti; un inno all’eros, ora sussurrato, ora gridato. La seduzione e l’amplesso sono per Ovidio un’arte vera e propria, al pari di quella oratoria o di quella militare. Serve talento, ma la si può imparare. E nei suoi versi ha confezionato un elegante repertorio di casistica amorosa, un vero e proprio catechismo del corteggiamento e dell’atto amatorio che, ammonisce il poeta, ha come supremo fine la totale soddisfazione di entrambi i partner.Ovidionacque a Sulmona nel 43 a.C. Di famiglia benestante, fu mandato a Roma a studiare eloquenza e a tentare la carriera pubblica. Si segnalò presto come poeta con gli Amores, cui seguiranno le Heroides e la tragedia Medea, andata perduta. La sua opera più famosa resta Le metamorfosi. Esiliato a Tomi, sul Mar Nero, nell’8 d.C., vi morì nel 17. La Newton Compton ha pubblicato in edizione integrale con testo latino a fronte anche L’arte di amare – Come curar l’amore – L’arte del trucco e Le metamorfosi.

L’arte della vittoria

Giovane, curioso, fresco di laurea in economia, Phil Knight prende a prestito cinquanta dollari dal padre e crea un’azienda con un obiettivo semplice: importare dal Giappone scarpe da atletica economiche ma di ottima qualità. Vendendole dal bagagliaio della sua Plymouth Valiant, nel 1963, il primo anno di attività, Knight incassa ottomila dollari. Oggi le vendite della Nike superano i trenta miliardi di dollari all’anno. In un’epoca di start-up, la Nike di Knight è la pietra di paragone, e il suo swoosh ben più di un semplice logo. Simbolo di grandezza e leggiadria, è una delle poche icone riconosciute istantaneamente in ogni angolo del mondo.Knight, l’uomo dello swoosh, è però sempre stato un mistero. Ora, finalmente, ci racconta la sua storia in un libro di memorie sorprendente, umile, sincero e divertente.Tutto comincia con il classico momento di svolta. A ventiquattro anni, zaino in spalla, parte per un viaggio che attraversa Asia, Europa e Africa, affronta le grandi domande della vita e decide che l’unica strada per lui è un percorso al di fuori dei binari convenzionali. Non vuole lavorare per una grande azienda, quindi realizzerà qualcosa di suo, che sia nuovo, dinamico, diverso. Knight parla degli enormi rischi che ha affrontato nel suo cammino, delle umilianti battute d’arresto, dei concorrenti senza scrupoli, dei tanti che dubitavano di lui e lo avversavano, dell’ostilità delle banche, ma anche dei trionfi entusiasmanti e delle volte che se l’è cavata per un soffio. Ma ricorda soprattutto i rapporti fondamentali che hanno forgiato il cuore e l’anima della Nike: quello con il suo ex allenatore, l’irascibile e carismatico Bill Bowerman, e con i suoi primi dipendenti, un gruppo eterogeneo di genialoidi diventato ben presto una confraternita di appassionati dello swoosh.Insieme, imbrigliando la carica elettrizzante di una visione audace e la fiducia condivisa nella forza trasformatrice dello sport, hanno creato un marchio, e una cultura, che hanno cambiato ogni cosa.

L’arte della magia

Quando il mago arrivò al villaggio di Cattivo Somaro, sapeva di avere ancora circa sei minuti di vita. La cosa, tuttavia, non lo preoccupava. Stava cercando l’ottavo figlio di un ottavo figlio, nato proprio in quel momento nella casa di un fabbro. Gli avrebbe passato il suo bastone magico, la sua arte e i suoi poteri, e tutto sarebbe stato come stabilito. Peccato che il fortunato bambino in realtà sia una bambina… Il terzo romanzo di Mondo Disco, che apre il Ciclo delle streghe.«Un maestro indiscusso». Neil Gaiman«L’ho ammirato tantissimo». Philip Pullman«La sua spettacolare inventiva rende la serie di Mondo Disco una delle gioie immortali del mondo moderno». Mail on Sunday«Il suo humour è internazionale, satirico, perverso, astuto, irriverente, spietato e, al di là di tutto questo, divertente da morire». Kirkus Reviews