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Il pipistrello

Una ragazza norvegese di poco piú di vent’anni è stata uccisa a Sydney. L’ispettore Harry Hole della squadra Anticrimine di Oslo viene mandato in Australia per collaborare con la polizia locale e in particolare con Andrew Kensington, un investigatore di origini aborigene tanto acuto quanto misterioso. L’inchiesta si rivela subito complessa: l’omicidio della ragazza non è un caso isolato ma, probabilmente, l’ultimo anello di una lunga catena, e lo scenario in cui l’assassino agisce si allarga fino a comprendere fosche storie di droga e sesso. Un quadro a tinte cosí forti che Harry quasi vede proiettarsi sulle indagini l’ombra minacciosa di alcune figure della mitologia aborigena. In particolare quella di Narahdarn, il pipistrello che reca la morte nel mondo.
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«Un libro affascinante, che colma le lacune nella vita di Harry. Nessuna serie ha mai avuto un esordio tanto potente».
**«Sunday Times»**
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«Harry è già la personalità difficile e vulnerabile che abbiamo imparato a conoscere… E l’evocazione dell’Australia è fatta da Nesbø con l’abilità che lo contraddistingue. Ora sí che vediamo quale forma Nesbø intendeva dare alla sua opera».
**«Independent»**
(source: Bol.com)

Pionieri dell’infinito

Il dottor Costigan aveva ideato e costruito il suo stranissimo “Ago” a scopo sanitario, soprattutto per favorire le ricerche della scienza medica nel campo della radioscopia e radioterapia. Ma fu solo dopo che una grande compagnia elettronica mise a sua disposizione un milione di dollari che Costigan costruì un”ago” così grande che nella sua cruna poteva entrare un uomo. E quando vi entrò un uomo – Glenn Bascher – quegli scomparve e nessuno più lo rivide. Naturalmente, la polizia e la stampa s’interessarono del mistero, subodorando un delitto. Erano ben lontani dall’immaginare che l’ago del professor Costigan costituiva una via di comunicazione tra la nostra realtà tridimensionale e.. l’Infinito: cioè i mondi spaziali e temporali paralleli e quasi uguali al nostro. Una serie di circostanze drammatiche lancia alcune centinaia di persone – senza possibilità di ritorno – nell’Infinito: in una terra cioè selvaggia e poetica, così uguale e diversa dal nostro pianeta!.. Dove una nuova società e una nuova legge a poco a poco vengono create dai Pionieri (anche se invoontari) dell’Infinito. Il nuovo Eden ha inizio..
Copertina di Curt Caesar

La pioggia prima che cada

La Zia Rosamond non c’è più. È morta nella sua casa nello Shropshire, dove viveva sola, dopo l’abbandono di Rebecca e la morte di Ruth, la pittrice che è stata la sua ultima compagna. A trovare il cadavere è stato il suo medico. Aveva settantatré anni ed era malata di cuore, ma non aveva mai voluto farsi fare un bypass. Quando è morta, stava ascoltando un disco – canti dell’Auvergne – e aveva un microfono in mano. Sul tavolo c’era un album di fotografie. Evidentemente, la povera Rosamond stava guardando delle foto e registrando delle cassette. Non solo. Stava anche bevendo del buon whisky, ma… Accidenti, e quel flacone vuoto di Diazepam? Non sarà stato per caso un suicidio? La sorpresa viene dal testamento. Zia Rosamond ha diviso il suo patrimonio in tre parti: un terzo a Gill, la sua nipote preferita; un terzo a David, il fratello di Gill; e un terzo a Imogen. Gill e David fanno un po’ fatica a capire chi sia questa Imogen, perché prima sembra loro di non conoscerla, poi ricordano di averla vista solo una volta nel 1983, alla festa per il cinquantesimo compleanno di Rosamond. Più di vent’anni prima, dunque. Imogen era quella deliziosa bimba bionda di sette o otto anni venuta con gli altri a festeggiare la padrona di casa: una bimba dolcissima e silenziosa, che si muoveva quasi furtivamente. Sembrava che avesse qualcosa di strano. Sì, era cieca. Occorre dunque ritrovare Imogen per informarla della fortuna che le è toccata. Ma per quanti sforzi si facciano, Imogen non si trova. E allora non resta – come indicato dalla stessa Rosamond in un biglietto scritto prima di morire – che ascoltare le cassette. Le cassette incise dalla donna mentre sfogliava l’album di fotografie selezionando le venti istantanee in cui poteva compendiarsi la sua vita. E, assieme a Gill e alle sue due giovani figlie, il lettore ascolta la voce di Rosamond raccontare la storia della famiglia, le drammatiche vicende che hanno portato alla scomparsa di Imogen, tracciando uno spaccato di una certa società inglese, affrontando tematiche come quella dell’anaffettività verso le bambine e la genitorialità omosessuale, intrecciando destini con la consueta maestria e sensibilità di Jonathan Coe.

Pioggia nera

Karen è una ragazza dall’aria serena, tranquilla. Ecco perché la notizia del suo suicidio lascia l’investigatore privato Pat Kenzie esterrefatto. Cosa può averla indotta a un gesto così estremo? Per rispondere a questa domanda dovrà ricostruire gli ultimi inaspettati eventi della vita della ragazza e scoprire che dietro alla sua morte non c’è il caso, ma un piano diabolico quanto la mente di chi l’ha ideato.
(source: Bol.com)

Pioggia di stelle

2 romanzi in 1
LA ROSA ROSSA – Emma Richmond
Il miliardario Garde Chevenay ha appena acquistato un’antica abbazia. Anche una notizia all’apparenza così insignificante fa scalpore quando c’è di mezzo una personalità della sua fama, e per la rossa Sorrel è una specie di segno del destino. Lei è un architetto di giardini, alla ricerca di un lavoro da quando un cliente, per vendicarsi di essere stato respinto, le ha rovinato la reputazione accusandola di furto. Così, preso il coraggio a due mani, Sorrel va da Garde per offrirsi di sistemare il parco della sua nuova proprietà.
IL GIOIELLO PIÙ PREZIOSO – Emma Darcy
Non è solo una questione di bellezza estetica o di fiuto per gli affari. Jared King, ricchissimo magnate del mondo dorato dei gioielli, ha visto nella collana che la sua segretaria indossa qualcosa di davvero unico. Così va a cercare l’artista che l’ha forgiata al mercatino dove vende le sue creazioni e scopre che anche Christabel Valdez è unica. Affascinato, Jared le offre un contratto come disegnatrice per la sua azienda e lei accetta ma ad una condizione: deve essere libera di scomparire senza preavviso.

La pioggia deve cadere

A vent’anni, Karl Ove decide di trasferirsi a Bergen per seguire i corsi di una prestigiosa accademia di scrittura. Come studente più giovane mai ammesso, è eccitato e pieno di aspirazioni. Presto però si sente defraudato delle sue illusioni giovanili. A disagio in compagnia e senza speranza con le donne, si dà al bere e alla musica rock. Poi, pian piano, le cose prendono una piega più luminosa. Si innamora, lascia perdere lo scrivere e si concentra sulla più gratificante critica letteraria, e il principio di una vita adulta prende forma. Fino a quando i suoi demoni, le sbronze e l’irresistibile esca della battaglia dello scrittore lo richiamano all’ordine. Nel quinto volume del ciclo de La mia battaglia, Karl Ove rivela la sua personale e spesso vergognosa battaglia contro l’introversione, l’abuso di alcol, l’infedeltà e le ambizioni artistiche. Knausgård scrive con decisa sincerità per riportarci tutto il dramma quotidiano dell’esistenza, in un romanzo mozzafiato in equilibrio tra il disperato desiderio di essere buono e il terribile potere della trasgressione.

(source: Bol.com)

Una pinta d’inchiostro irlandese (Biblioteca Adelphi)

Questo romanzo rivelò Flann O’Brien nel 1939, l’anno di “Finnegans Wake” (e Joyce riconobbe subito in lui «un vero scrittore»). Oggi sappiamo che con questo libro cominciava a spuntare un nuovo, inconfondibile ramo nel grande albero irlandese della follia e della letteratura. Ma Flann O’Brien, bisogna aggiungere, non somiglia che a se stesso. «Come Dio, occorre definirlo con una tautologia» scrisse di lui Anthony Burgess.
I non pochi lettori che hanno già amato “Il terzo poliziotto” ritroveranno qui il sapore di un singolare, allarmante humour nero, surreale e iperreale, imperturbabile nella sua capacità di sconvolgere a ogni passo le carte dell’immaginazione. Non sarebbe urbano chiedere a qualcuno di raccontare la trama di un romanzo di Flann O’Brien. Basterà quindi dire, per chiarire le cose, che si tratta di un romanzo-dentro-un-romanzo-dentro-un-romanzo, che è esilarante, che contiene parodie di un vasto numero di generi letterari – dalla poesia dei bardi gaelici alla disputa erudita – e che Dylan Thomas lo consigliava come «il libro giusto da regalare alla propria sorella se è una sporca ubriacona chiassosa». Infine: è un romanzo di alto virtuosismo linguistico, che ha avuto la fortuna di trovare in Italia il traduttore più congeniale che si potesse escogitare, per estro e umori: J. Rodolfo Wilcock. Alla fine di queste pagine, il lettore non mancherà di assentire pensosamente alle parole di Graham Greene: «Ho letto questo libro con passione e divertendomi dall’inizio alla fine, oltre che con quella specie di esultanza che si prova a teatro quando qualcuno sfascia delle porcellane sulla scena».
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### Sinossi
Questo romanzo rivelò Flann O’Brien nel 1939, l’anno di “Finnegans Wake” (e Joyce riconobbe subito in lui «un vero scrittore»). Oggi sappiamo che con questo libro cominciava a spuntare un nuovo, inconfondibile ramo nel grande albero irlandese della follia e della letteratura. Ma Flann O’Brien, bisogna aggiungere, non somiglia che a se stesso. «Come Dio, occorre definirlo con una tautologia» scrisse di lui Anthony Burgess.
I non pochi lettori che hanno già amato “Il terzo poliziotto” ritroveranno qui il sapore di un singolare, allarmante humour nero, surreale e iperreale, imperturbabile nella sua capacità di sconvolgere a ogni passo le carte dell’immaginazione. Non sarebbe urbano chiedere a qualcuno di raccontare la trama di un romanzo di Flann O’Brien. Basterà quindi dire, per chiarire le cose, che si tratta di un romanzo-dentro-un-romanzo-dentro-un-romanzo, che è esilarante, che contiene parodie di un vasto numero di generi letterari – dalla poesia dei bardi gaelici alla disputa erudita – e che Dylan Thomas lo consigliava come «il libro giusto da regalare alla propria sorella se è una sporca ubriacona chiassosa». Infine: è un romanzo di alto virtuosismo linguistico, che ha avuto la fortuna di trovare in Italia il traduttore più congeniale che si potesse escogitare, per estro e umori: J. Rodolfo Wilcock. Alla fine di queste pagine, il lettore non mancherà di assentire pensosamente alle parole di Graham Greene: «Ho letto questo libro con passione e divertendomi dall’inizio alla fine, oltre che con quella specie di esultanza che si prova a teatro quando qualcuno sfascia delle porcellane sulla scena».

Pinocchio: un libro parallelo

Questa singolarissima opera è un libro nel libro, insieme parassitario e autonomo, in cui il Manganelli scrittore da un lato illumina “Pinocchio” di una luce nuova e dall’altro dà forma all’ennesimo paesaggio della sua poetica – paesaggio ancora una volta lunare, comico e alieno. Il classico di Collodi diventa così più terrificante ma anche più euforico, più enigmatico ma anche più carico di rivelazioni, più cupo ma anche più ricco di risonanze metaforiche e simboliche. E in particolare il percorso di Pinocchio, personaggio insieme umano, animale, vegetale e ultraterreno, mosso fin dall’inizio da «una vocazione metamorfica e insieme teatrale», da un «occulto, multiforme, futuro». Questo percorso, infatti, altro non è se non l’attraversamento dell’Erebo, del Regno dei Morti, che ha il suo centro nel cuore nero del libro, ma che si estende a tutta la topografia collodiana, dal bosco verde scuro in cui biancheggia la casa mortuaria della Fata alla campagna popolata di faine dove Pinocchio fa il cane da guardia. Libro notturno, di una notte definitiva (dove il giorno è solo «recitato» da sarcastici lampi temporaleschi), il Pinocchio di Manganelli non si chiude con la trasformazione edificante della vulgata, giacché il ragazzo in carne e ossa non sostituisce il burattino e non ne è la resurrezione: dovrà invece conviverci, con quella «reliquia prodigiosa», con quel legno che «continuerà a sfidarlo».
(source: Bol.com)

Il Pimandro

Il primo libro del Corpus hermeticum, Il Pimandro, si apre con la visione di Ermete. Una visione che porta Ermete ad incontrare Dio. Un Dio che si manifesta indefinito, immenso, incommensurabile quale del resto deve essere. Dio è per definizione inconoscibile, inqualificabile ma, comunque, onnipresente e visibile. Dio-Creatore e Padre deve necessariamente rivelarsi alla Sua creatura preferita, deve far sentire la presenza del padre affinché l’uomo non si senta solo e abbandonato.
Questa rivelazione è necessaria per far comprendere all’uomo che la sua vita, la sua esistenza, non sono limitate al mondo materiale e tangibile, fargli capire che la sua vita va molto al di là della quotidianità e di ciò che è percepibile con i sensi. Dio, rivelandosi, vuole far comprendere all’uomo che è parte di qualcosa di più grande, indefinito, immenso: Dio.
La rivelazione trasforma i prescelti in strumenti di Dio e la loro opera servirà, per coloro che sanno ascoltarli, alla realizzazione del disegno di Dio. Questo è il cammino intrapreso, tra gli altri, da Ermete. E la descrizione presente nel Pimandro consente di avere una visione più chiara del disegno divino.

(source: Bol.com)

Le pietre di Venezia

La rivisitazione della grande civiltà veneziana, del suo splendore artistico e cittadino compiuta da uno dei più grandi critici d’arte del secondo Ottocento. Un libro che è insieme saggio, racconto, romanzo e pamphlet appassionato: contro la decadenza culturale, civile, artistica della modernità, nel vagheggiamento di un sogno di perfezione perduto.
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Le pietre del potere

Jon Shannow, l’uomo di Gerusalemme, è diventato ormai una leggenda, anzi un oggetto di culto. In suo nome la Chiesa ha dato vita a un regno di oppressione e terrore: un’epoca di oscurantismo ottuso e violento, di cui fanno le spese soprattutto i Mutati e tutti coloro che sono considerati non credenti. Il Diacono e i suoi Cavalieri di Gerusalemme hanno imposto un regno di terrore e, ormai, crudeltà, torture e massacri, sono all’ordine del giorno. Chi osa offendere in qualche modo la memoria di Shannow è considerato un eretico e punito come tale. Eppure, quando la piccola diocesi di Pilgrim’s Valley viene distrutta e arsa fino alle fondamenta, quando l’intera congregazione resta vittima di una orrenda strage per mano dei sicari del Diacono, chi è l’uomo che si erge, solitario e terribile, contro tanta insana violenza? Chi è l’angelo della vendetta che si lancia sulle tracce degli assassini perché giustizia sia fatta? Quando la voce si sparge, pare frutto dapprima di un’allucinata fantasia, eppure ben presto la notizia si propaga, di bocca in bocca, di villaggio in villaggio: è lui, è tornato. L’Uomo di Gerusalemme cavalca ancora.

La pietra per gli occhi: Venetia 1106 d.C.

Venezia, Anno Domini 1106. La città che conosciamo, ricca, potente, con i suoi maestosi palazzi e chiese, non è ancora nata: è solo un agglomerato di isolette di fango rubate alla laguna. Questo è il paesaggio che si presenta a Edgardo d’Arduino, giovane chierico amanuense dell’abbazia di Bobbio, quando arriva a Venezia. Una malattia l’ha colpito agli occhi, la vista vacilla, e per uno scriba dedito alla copiatura questo significa la fine di tutto. Edgardo ha avuto notizia che a Venezia, città di vetrai, conoscono un rimedio che guarisce gli occhi malati: una pietra per leggere, “lapides ad legendum”, che permette di continuare a vedere. Edgardo comincia la sua ricerca disperata della pietra miracolosa e viene subito in contatto con il mondo dei fiolari, i vetrai di allora, molto numerosi e attivi. Ma è appena stato commesso un delitto atroce: un giovane garzone è stato trovato morto con gli occhi cavati; al loro posto uno schizzo di vetro trasparente… La ricostruzione attenta e storicamente attendibile di una Venezia medievale mai raccontata prima fa da sfondo a una storia d’amore e di riscatto, attraversata da delitti orribili, false amicizie, lotte di potere, cataclismi e sconvolgimenti naturali.

La pietra di Moor

Un vecchio avanza a fatica in una landa desolata, stretta nella morsa dell’inverno. È notte e non si scorge alcun segno di vita. Nonostante la grande stanchezza attanagli le sue membra intirizzite, lui continua a camminare, sostenuto da una grande determinazione. Ormai sente di essere prossimo alla meta, infatti di lì a poco, scorge davanti a sé una luce palpitante e soprannaturale. Si affretta in quella direzione, presentendo che i suoi compagni siano già arrivati. Quando varca la soglia di un antro scavato nelle rocce, vede tre figure ammantate di nero sedute intorno a una fiamma che arde senza bruciare e senza consumarsi. La magia emanata dalle tre figure colma l’atmosfera della caverna provocandogli un istantaneo ritorno delle forze. Senza dir nulla si siede fra loro e subito l’energia prende a scorrere dall’uno all’altro facendo vibrare l’aria. Tuttavia manca ancora uno dei compagni e il cerchio non è completo. Le lunghe ore della notte trascorrono nella veglia; alle prime luci dell’alba si ode il battito delle ali di un grande uccello e dopo qualche attimo appare un’alta figura ammantata di nero. I suoi occhi scintillano come pezzi di brace nel volto invisibile fra le ombre del cappuccio. Il nuovo arrivato si unisce agli altri ed ora la magia potrà raggiungere la forza necessaria per compiere il sortilegio e far riapparire in quella dimensione la Fortezza di Kaer-Dunn nei cui sotterranei è custodita la Pietra di Moor dai terribili poteri.

Pierrot amico mio

Un poliziesco senza delitto. Una love story senza amore. L’educazione sentimentale di un personaggio alla Buster Keaton. Pierrot, fratello gemello di Zazie, non si decide a crescere e, come appunto i grandi comici, non invecchierà mai, fissato in una zona senza età.
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La piega. Leibniz e il barocco

Consacrato a Leibniz, ma dedicato a esplorare i più diversi aspetti della cultura barocca, dall’estetica alla metafisica, dall’architettura alla matematica, dalla pittura alla musica, questo saggio ormai classico di Deleuze cerca di definire, attraverso la metafora della «piega», il costituirsi dell’anima e dell’esperienza moderna. Se la piega è sempre esistita nell’arte, caratteristica del Barocco è quella di replicarla all’infinito. La filosofia di Leibniz è dunque una filosofia barocca per eccellenza, proprio perché in essa tutto si piega, si dispiega, si ripiega. Partendo dalla celebre tesi leibniziana dell’anima come monade, Deleuze giunge così a scoprire l’essenza del neobarocco moderno, seguendo la storia della piega infinita nel suo manifestarsi, «piega su piega», in tutte le espressioni artistiche: nella poesia di Mallarmé, nel romanzo di Proust, nell’opera di Michaux, nella musica di Boulez, nella pittura di Hantaï. L’infinito riprodursi delle pieghe, il loro incessante stratificarsi, produce composizioni visive, rapporti aritmetici, «accordi», che contribuiscono alla creazione di quella «nuova armonia» a cui la filosofia, come suggerisce Deleuze, non deve mancare di ispirarsi.

Piccolo trattato sulle verità dell’esistenza (Einaudi. Stile libero extra)

Un centinaio di pagine scritte in otto giorni con l’urgenza delle cose improrogabili. Un breviario autoironico da cui attingere per evitare gaffe, cavolate, derive e sbagli, specie in amore.
Dopo la lettura di questo libro l’esistenza non avrà piú alcun segreto per voi. Saprete tutto dei lombrichi, della pressione e dell’anti-pressione. Imparerete tutto dell’amore redentore, e perfino qualcosa della sorella e della madre dell’autrice; questo senza dimenticare il campanile di Villiers-d’Écaudart, paesino della Normandia che è per lei, piú o meno, ciò che Weimar fu per Goethe. Vi diventeranno familiari il principio dell’attesa e quello fondamentale del risparmio di energia, il concetto dell’astice e quello di rupe. Scoprirete, inoltre, che «l’altro non lo si cambia». In questo «piccolo trattato» Fred Vargas affronta, con umorismo, la vita e i suoi misteri, traendone un distillato acuto e divertente di riflessioni capace, forse, di regalare un po’ di sollievo al nostro errare.
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### Sinossi
Un centinaio di pagine scritte in otto giorni con l’urgenza delle cose improrogabili. Un breviario autoironico da cui attingere per evitare gaffe, cavolate, derive e sbagli, specie in amore.
Dopo la lettura di questo libro l’esistenza non avrà piú alcun segreto per voi. Saprete tutto dei lombrichi, della pressione e dell’anti-pressione. Imparerete tutto dell’amore redentore, e perfino qualcosa della sorella e della madre dell’autrice; questo senza dimenticare il campanile di Villiers-d’Écaudart, paesino della Normandia che è per lei, piú o meno, ciò che Weimar fu per Goethe. Vi diventeranno familiari il principio dell’attesa e quello fondamentale del risparmio di energia, il concetto dell’astice e quello di rupe. Scoprirete, inoltre, che «l’altro non lo si cambia». In questo «piccolo trattato» Fred Vargas affronta, con umorismo, la vita e i suoi misteri, traendone un distillato acuto e divertente di riflessioni capace, forse, di regalare un po’ di sollievo al nostro errare.