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Un Altro Giro di Giostra

Viaggiare è sempre stato per Tiziano Terzani un modo di vivere e così, quando gli viene annunciato che la sua vita è ora in pericolo, mettersi in viaggio alla ricerca di una soluzione è la sua risposta istintiva. Solo che questo è un viaggio diverso da tutti gli altri, e anche il più difficile perché ogni passo, ogni scelta – a volte fra ragione e follia, fra scienza e magia – ha a che fare con la sua sopravvivenza. Strada facendo prende appunti. Da una lunga permanenza a New York e poi in un centro «alternativo» della California nasce un ritratto inquietante dell’America. Da un lungo girovagare per l’India, compresi tre mesi passati da semplice novizio in un ashram, sempre in cerca di qualcosa o qualcuno che possa aiutarlo, Terzani arriva ad una visione di quel che di più profondo questo paese ha da offrire all’uomo: la sua spiritualità. Ogni cultura ha il suo modo di affrontare i problemi umani, specie quelli della malattia e del dolore. Così, dopo essersi interessato all’omeopatia, Terzani si rivolge alle culture d’Oriente sperimentando sulla propria pelle le loro soluzioni, siano esse strane diete, pozioni di erbe o canti sacri. Medicina tibetana, cinese, ayurveda, qi gong, reiki, yoga e pranoterapia sono fra le sue tappe. Alla fine il viaggio esterno alla ricerca di una cura si trasforma in un viaggio interiore, il viaggio di ritorno alle radici divine dell’uomo. L’incontro casuale con un vecchio saggio nell’Himalaya – casuale certo no, perché niente, mai, succede per caso nelle nostre vite – segna la fine del cammino. Nel silenzio di una grandiosa natura, Terzani arriva alla conclusione che si tratta soprattutto di essere in armonia con l’universo e con se stessi; che si tratta di saper guardare il cielo ed essere una nuvola, che si tratta di «sentire la melodia». La cura di tutte le cure è quella di cambiare punto di vista, di cambiare se stessi e con questa rivoluzione interiore dare il proprio contributo alla speranza in un mondo migliore. Tutto il resto inutile? Niente affatto. Tutto serve, la mente gioca un enorme ruolo nelle nostre vite, i miracoli esistono, ma ognuno deve essere l’artefice del proprio. Un libro sull’America, un libro sull’India, un libro sulla medicina classica e quella alternativa, un libro sulla ricerca della propria identità. Tanti libri in uno: un libro leggero e sorridente, un libro su quel che non va nelle nostre vite di donne e uomini moderni e su quel che è ancora splendido nell’universo fuori e dentro tutti noi.

Un altro giorno è andato: Francesco Guccini si racconta a Massimo Cotto

Ci si può raccontare in modi diversi, seguendo le linee rette della domanda-risposta o assecondando le curve della memoria. Questa biografia di Francesco Guccini percorre la seconda strada. È un lungo racconto in cui il cantautore ha srotolato e poi riavvolto il filo rosso dei ricordi in due anni d’incontro con Massimo Cotto. Ci sono mille storie, la memoria del mulino di Pavana, il Corrierino che sa di melone, l’esame alla Siae su un brano di Claudio Villa, i Nomadi di Augusto, il bikini amaranto della bambina portoghese e l’amaro Montenegro sul set di Radiofreccia… Con una introduzione di Luciano Ligabue.

L’altro figlio

Janie, architetto newyorkese, è una madre single che vive per il piccolo Noah, nato da una notte di passione consumata su una spiaggia di Trinidad con un perfetto sconosciuto. A quattro anni, Noah mostra di conoscere cose di cui nessuno gli ha mai parlato. Un bambino prodigio, e tuttavia un bambino con oscuri comportamenti che sgomentano la madre. Janie non riesce quasi mai a lavargli le mani, poiché Noah è talmente terrorizzato dall’acqua da incorrere in vere e proprie crisi d’asma. Spesso poi fa brutti sogni, incubi da cui si sveglia di soprassalto con gli occhi vitrei, chiedendo di poter tornare nella sua ‘vera casa’, di riabbracciare la sua ‘vera madre’. Il giorno in cui viene convocata dalla preside della scuola materna, allarmata dal fatto che Noah abbia rivelato alla sua insegnante di essere rimasto con la testa sott’acqua talmente a lungo da aver ‘perso i sensi’ – un’espressione assai inconsueta per un bambino di quattro anni – Janie crolla e comprende che, per garantire al figlio una qualche prospettiva di vita normale, non le resta che sottoporlo a una perizia psichiatrica. L’esistenza dello psichiatra Jerome Anderson, invece, è da tempo priva di prospettive. Dopo la morte della moglie e la terribile diagnosi di afasia primaria progressiva, un tipo di demenza degenerativa che colpisce le aree del linguaggio, il medico ha deciso di abbandonare per sempre le proprie, infruttuose, ricerche sulla vita dopo la morte. Quando però Janie e Noah si presentano, disperati, al suo cospetto, comprende che il destino ha voluto riservargli un’ultima, irripetibile occasione. Con una prosa chiara, suggestiva e intima, e dei personaggi ricchi di vita e di sentimento, Sharon Guskin ci racconta una storia caratterizzata da numerosi colpi di scena e con un finale sorprendente. ‘Avvincente, brillante e di grande coinvolgimento emotivo’. New York Times Book Review ‘Tenero… provocatorio… originalissimo’. BookPage
(source: Bol.com)

Un altro da uccidere

Ted McKay ha una vita apparentemente perfetta: è ricco, ha una moglie che lo ama e due figlie adorabili. Ed è a un solo passo dalla morte. Perché la mente di Ted McKay è un labirinto. Ma proprio quando sta per premere il grilletto e farla finita, Ted viene interrotto da un insistente scampanellio alla porta di casa. Nessuno sa che si trova lì, nessuno sa cosa sta per fare. Eppure, adesso che apre gli occhi e abbassa lo sguardo, Ted nota un biglietto sul tavolo. Una nota scritta da lui stesso, ma della quale non si ricorda affatto. Poche parole: “Apri la porta, è la tua ultima via d’uscita”. Ted appoggia la pistola sul tavolo. Apre la porta. E inizia l’immersione nell’incubo. L’uomo alla porta si chiama Lynch e ha una soluzione per lui. Invece di suicidarsi, con tutto il carico di dolore che rimarrebbe a gravare sulla sua famiglia, Ted deve compiere un assassinio…

L’altro capo del filo

La nuova indagine del commissario Montalbano. A Vigàta si susseguono gli arrivi di migranti e tutto il paese è coinvolto nel dare aiuto; in primo luogo la capitaneria e la polizia, ma anche tanti volontari. Il commissario e i suoi uomini non si risparmiano, ci sono gli scafisti da individuare, sospettati anche dello stupro di una bambina. Poi una notte mentre Montalbano è al porto per il consumarsi di una ennesima tragedia del mare, un’altra tragedia lo trascina via dal molo: nella più rinomata sartoria del paese è stata ritrovata la sarta Elena trucidata a colpi di forbici.

Altri libertini

Altri libertini ha avuto fin dagli inizi una vita avventurosa: pubblicato nel 1980, sequestrato per oscenità e poi assolto dal tribunale (‟con formula ampia”), è stato contemporaneamente giudicato dalla critica una delle opere migliori degli ultimi anni e ha imposto Tondelli tra i nuovi autori italiani più letti anche all’estero. I sei episodi, storie di gruppi più che di individui, legittimano l’adozione di una vera e propria soggettività plurale, di un Noi narrativo che fa del romanzo un ritratto generazionale: sullo sfondo della fauna scatenata che si muove nelle pagine di Tondelli c’è l’irrequietezza dell’ambiente studentesco bolognese, che al ‟realismo” della borghesia e alla rassegnazione del sottoproletariato oppone un vitalismo non eroico, ma disinibito e contagioso. Sia la disinvoltura con la quale Altri libertini, aggressiva opera prima, affronta vecchi tabù sia l’ironica diffidenza con la quale tratta mitologie culturali e politiche testimoniano dell’intima appartenenza dell’autore a una letteratura nuova e combattiva.
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### Recensione
L’Ultimo spettacolo nella Correggio del mio Tondelli 20 anni dopo. Un «tondelliano postumo» rilegge le opere libertine ora raccolte in 2 volumi
Ho saputo chi era Pier Vittorio Tondelli quando lui non era più di questo mondo da un paio d’anni. Mi capitò tra le mani una copia di Altri libertini, sfogliai le prime pagine, trovai la sua scrittura lontana da ciò che mi interessava allora, e misi via il libro. Ciò che mi infastidiva maggiormente, credo, era l’alone sacrilego che accompagnava quel libro di successo. Sapevo che era stato al centro di una causa per oscenità, qualcuno voleva che fosse ritirato dalle librerie, e che quella causa aveva contribuito a farlo leggere ancora di più. Forse per colpa di libri che si erano portati dietro accuse, fatwe, fama di scandalo e che avevo letto senza capirci un accidente, o trovandoli indigesti polpettoni ripieni di droghe e sesso spinto e senza un briciolo di anima, ero prevenuto anche nei confronti di Altri libertini. Fu poi uno scritto del critico Fulvio Panzeri, anche quello capitatomi sotto gli occhi per caso, ad accendere un barlume di interesse; e poi le letture di due autori come Culicchia e Ballestra che Tondelli aveva aiutato a esordire alimentarono il barlume acceso da Panzeri, e fu con vivo interesse che ripresi Altri libertini. Be’, inutile sottolineare che fu un’esperienza folgorante. Il libro non era cambiato da quando lo avevo sfogliato la prima volta: ero cambiato io, ero un lettore maturo, ero pronto a lasciarmi trascinare nelle avventure di quelle busone, quei tossici gay con un’anima vagabonda e disperatamente sentimentale, quelle ragazze che si erano fatte una cattiva reputazione perché discinte e promiscue, ma nelle quali pulsava un amore più puro e toccante di quello di una suora per Cristo. C’era questa provincia emiliana ritagliata sulla nativa Correggio, che sembrava un po’ il set de L’ultimo spettacolo di Bogdanovich, là dove i tavolacci freddi del «Posto Ristoro» andavano a sostituire il bar-sala da biliardo e il cinema in dismissione di Sam il Leone. Quei personaggi e quei posti mi ispirarono da subito (e continuano a farlo) una furente e tenera passione: erano esistenze ai margini che prendevano il centro della scena, per poi dileguarsi, all’ultima pagina, nella nebbia di un futuro incerto ma quasi sicuramente disgraziato. Gli outsider di Bukowski e Selby jr, che avevo ritenuto individui così tipicamente americani, in realtà erano passati anche nella nostra letteratura, e in ritardo ne prendevo coscienza. Dico ritardo, ma forse non è così. Semplicemente Tondelli era un autore di un’altra generazione, e io dovevo, come ogni buon lettore, risalire il fiume del tempo per incontrarlo e ammirarlo: siamo tutti successivi a qualcuno o qualcosa di eccezionale. Ma era il linguaggio il corpo tramortente dei racconti dello scrittore emiliano: l’infilata di bestemmie, citazioni, parole sgrammaticate, periodi senza punteggiatura, dialoghi parossistici e teneri, descrizioni sguaiate di stati di follia, intuizioni verbali, scippi dai fumetti, la coloritura a tinte forti di destini/declini. Tutto, nei tocchi di Tondelli, diventava orgia di vita e poesia dell’annullamento. Ogni racconto ti lasciava dentro un senso di infatuazione colpevole, un brivido incantato da sguardo nell’abisso. Tondelli non era quel tipo di scrittore di cui vorresti avere il numero di telefono per chiamarlo dopo che hai finito di leggere un suo libro: perché non avresti saputo cosa chiedergli e che tipo di complimento fargli. E non t’importava se fosse un’asceta della parola tutto preso dal mito di se stesso oppure un artista sensibile alla lusinga: Tondelli, almeno per me – se avessi cominciato a leggerne le opere quando ancora abitava questo mondo -, sarebbe esistito attraverso i suoi scritti: che fossero racconti, romanzi, commedie, articoli, o testi inclassificabili come Un weekend postmoderno, a me sarebbe bastato sapere che esisteva, e che scriveva, scriveva. Leggerlo postumo mi ha sollevato dalla responsabilità di incontrarlo, di vederlo in diretta appollaiato sulle poltrone di qualche fichissimo salotto televisivo, a consumarsi in trite dissertazioni sullo stato delle cose e a consumarmi la stima. Cinicamente, la morte me lo ha reso più affascinante, più vero, più avvicinabile. Come spero possa accadere alle generazioni dopo la mia, in quel risalire indietro nei decenni che è continua fonte di meraviglia e nostalgia.
Recensione di Tuttolibri, a cura di Christian Frascella
### Recensione
Il lettore che nel giugno del 1979 fosse uscito dal bar della stazione ferroviaria dove ha inizio Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, tra spie e vecchie mondane, per entrare di lì a poco in un altro bar di un’altra stazione, quella di Postoristoro, con cui si apre Altri liberitini, libro di esordio di Pier Vittorio Tondelli, nel gennaio del 1980, avrebbe misurato di colpo il cambio di stagione accaduto nel giro di quei mesi. Gli anni di piombo sono al loro culmine; a Bologna esplode la bomba neofascista nella stazione, ma il declino del terrorismo è già cominciato. Il bar della stazione di Reggio Emilia, baricentro geografico dell’intero libro di racconti di Tondelli, è il ricettacolo di eroinomani, piccoli delinquenti, spacciatori, checche e travestiti, giovani abbandonati da tutti e da tutto.
Tondelli racconta in sei episodi – un romanzo di racconti – le storie della sua gioventù e dei suoi coetanei. L’iniziazione alla vita, al sesso, ai sentimenti, alla droga e al viaggio di quella generazione che è stata la protagonista del movimento del Settantasette.
Gli anni Ottanta sono finiti da un pezzo eppure Altri libertini sembra ancora parlare una lingua che si comprende benissimo. I ragazzi di oggi lo comprendono perché al centro della sua narrazione c’è l’educazione sentimentale di un ragazzo: le passioni, i timori, le scoperte, le bizzarrie di un’educazione amorosa che è scoperta di se stessi e del mondo.
Rileggerlo ora significa misurare la distanza anche con uno dei maestri del decennio precedente, Pier Paolo Pasolini, che solo cinque anni prima aveva scioccato e abbacinato l’Italia con i suoi Scritti corsari. L’iniziazione omosessuale raccontata in Viaggio è lontana anni luce dalla passione erotica per i giovani ragazzi di PPP. Con questo, che è il racconto più gioioso e insieme malinconico, si può osservare dall’interno la trasformazione avvenuta alla fine degli anni Settanta, mentre le Br uccidevano Moro, i partiti si liquefacevano e i comunisti non riuscivano a conquistare il potere. Il patetico sembra il sentimento dominante di Tondelli, stigma di un’intera epoca in cui lo sguardo dei singoli si rivolge verso il proprio Self: estenuazione dei sentimenti, deriva narcisistica, passione come patimento, impossibilità di raggiungere la perfezione di sé. Altri libertini non ha perso il suo smalto. A tratti sono pagine piroettanti, a tratti esplosive, a tratti il racconto implode su se stesso. Diverte, commuove, fa riflettere sul nostro “come eravamo”. Scritti nel giro di poco tempo, dopo che la Feltrinelli gli ha respinto un voluminoso romanzo sperimentale ancora inedito, in cui erano in parte incastonati, questi sei racconti segnano anche l’avvento della letteratura industriale di cui il giovane di Correggio è stato l’inconsapevole ostetrico. Trent’anni passati in un lampo, ed è subito ieri.
Recensione di Marco Belpoliti, www.doppiozero.com

Altri giorni, altri occhi

Il tema dello scienziato pazzo che perviene in cantina a una straordinaria invenzione è di quelli che gli scrittori di fantascienza non toccano più nemmeno con le molle da almeno trent’anni. E fanno male, perchè nella fantascienza, come nella letteratura in genere, tutto è sempre raccontabile, con le dovute varianti, modifiche, migliorie. Lo scienziato di questo romanzo non è pazzo e non è nemmeno un genio. Il suo laboratorio non è in cantina ma in uno stabilimento di media grandezza. La sua invenzione arriva dopo lunghe ricerche volte in tutt’altra direzione, e viene brevettata e venduta per tutt’altri scopi. Poi, una serie di inspiegabili incidenti mette in allarme una grande casa automobilistica: tutte le macchine coinvolte erano di un certo modello, tutte stavano eseguendo una svolta a sinistra, tutte montavano un certo tipo di parabrezza. Soltanto a questo punto, quella che sembrava una modesta novità tecnologica diventa una scoperta sensazionale le cui applicazioni, buone e cattive, trasformano in pochi anni il mondo e arricchiscono la fs di una memorabile trovata. 

L’altra verità

Un alternarsi di orrore e solitudine, di incapacità di comprendere e di essere compresi, in una narrazione che nonostante tutto è un inno alla vita e alla forza del “sentire”. Alda Merini ripercorre il suo ricovero decennale in manicomio: il racconto della vita nella clinica psichiatrica, tra elettroshock sguardo della poetessa su questo inferno, come un’onda che alterna la lucidità all’incanto. Un diario senza traccia di sentimentalismo o di facili condanne, in cui emerge lo “sperdimento”, ma anche la sicurezza di sé e delle proprie emozioni in una sorta di innocenza primaria che tutto osserva e trasforma, senza mai disconoscere la malattia, o la fatica del non sentire i ritmi e i bisogni altrui, in una riflessione che si fa poesia, negli interrogativi e nei dubbi che divengono rime a lacerare il torpore, l’abitudine, l’indifferenza e la paura del mondo che c’è “fuori”.
(source: Bol.com)

Un’altra storia

La vita di Chiara (già protagonista della Storia spezzata), non è stata facile: un grande amore, una bambina, e adesso un grande dolore. Dopo aver perso l’uomo che amava, stroncato da un infarto, Chiara sa di non poter semplicemente rinunciare a combattere: deve ricominciare, per se stessa e per Sara. Decide allora di lasciarsi il passato alle spalle e regalare a entrambe la freschezza di un inizio nuovo di zecca: nuova la città, nuova la casa, nuovo il lavoro. Un programma attentamente pianificato e che, soprattutto, non prevede l’amore: mai più. Ma a Roma molte sorprese attendono Chiara, che dovrà ancora una volta fare i conti con la perdita, il dolore e l’irresistibile forza dei sentimenti.
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### Sinossi
La vita di Chiara (già protagonista della Storia spezzata), non è stata facile: un grande amore, una bambina, e adesso un grande dolore. Dopo aver perso l’uomo che amava, stroncato da un infarto, Chiara sa di non poter semplicemente rinunciare a combattere: deve ricominciare, per se stessa e per Sara. Decide allora di lasciarsi il passato alle spalle e regalare a entrambe la freschezza di un inizio nuovo di zecca: nuova la città, nuova la casa, nuovo il lavoro. Un programma attentamente pianificato e che, soprattutto, non prevede l’amore: mai più. Ma a Roma molte sorprese attendono Chiara, che dovrà ancora una volta fare i conti con la perdita, il dolore e l’irresistibile forza dei sentimenti.
### Descrizione
Un’opera di comodo formato, aggiornata al 2002, con molteplici chiavi di accesso in grado di favorire l’accostamento alla materia anche allo studente più riluttante. Un volume progettato per facilitare la memorizzazione degli argomenti, corredato di schemi riassuntivi alla fine di ogni capitolo e di agili box che approfondiscono temi specifici o sviluppano aspetti generali o, come si dice oggi, “trasversali”.

L’altra regina

Per la prima volta Philippa Gregory scava nella biografia più intima di Maria Stuarda, icona tragica, donna bellissima, manipolatrice e indomabile. È il 1568. Maria, regina cattolica di Scozia ed erede legittima al trono d’Inghilterra, in fuga dai tumulti della sua patria cerca aiuto in Elisabetta I. Ma la cugina si affretta a confinarla nelle proprietà del conte di Shrewsbury, George Talbot, e della moglie Bess. Nobile di nascita integerrimo e fedelissimo alla Corona, lui; abile affarista che si è fatta da sola, lei. La coppia accoglie la sfortunata sovrana, certa che questa permanenza porterà solo vantaggi nella ristretta cerchia dei Tudor. Ben presto, però, i Talbot scoprono con orrore che la loro dimora è diventata l’epicentro di intrighi e tresche d’ogni tipo. Maria – tenuta in esilio lontana da corte – ripudia mariti e si procaccia fidanzati potenti semplicemente per riconquistare la libertà oppure mira ad appropriarsi del trono? E l’inflessibile Regina Vergine agisce per difesa o ha ordito freddamente un piano per liberarsi di una pericolosa rivale?
Mentre il Paese è scosso da rivolte e insurrezioni, e vive sotto la minaccia di attacchi nemici, i due “custodi”, incatenati alla scomoda ospite, vedono sgretolarsi il loro patrimonio insieme con la reputazione e la felicità matrimoniale. Bess diventa la spia segreta del potentissimo consigliere di Elisabetta, mentre il marito è un burattino nelle mani dell’incantevole scozzese. Quando la disperata ammirazione di George per l’avvenente Maria non può più essere negata, viene messa in dubbio anche la lealtà dei Talbot alla regina. E tutto precipita. Un romanzo eccezionale, teso, drammatico, che va dal cuore dei protagonisti al cuore della Storia, senza soluzione di continuità. Uno dei momenti più oscuri e torbidi dell’epoca moderna raccontato con tanto pathos e intensità che sembra di viverlo, pagina dopo pagina.

L’altra realtà

Ogni sera Vargas lascia la moglie Squaw, i figli Guy e Doll e la sua bella casa nel New Jersey per recarsi con la sua Dodge Viper GTS Coupé in una Manhattan buia, silenziosa e deserta. Vargas lavora al Dipartimento di polizia di New York. E’ incaricato di rimuovere i cadaveri della notte. Ma se il cadavere da rimuovere è quello di una donna troppo sana per farsi portare via o di un informatico svanito nel nulla, allora le cose si complicano. Forse la Manhattan piena di corpi da ripulire non è quella che sembra. O forse è lui…
Copertina: Franco Brambilla
* supplemento a Urania # 1505

L’altra madre

Genny ha sedici anni e lavora in un bar dalle parti di via Toledo; gli piace giocare a pallone e fare il buffone sul motorino. Perché, dicono gli amici, come lo porta lui, il mezzo, non lo porta nessuno. Tania di anni ne ha quindici, va ancora a scuola e dorme in una stanza che “tiene il soffitto pittato di stelle”; le piacciono le scarpe da ginnastica rosa e i bastoncini di merluzzo. La madre di Genny “ha quarant’anni, forse pure qualcuno in meno, ma il viso è segnato da certe occhiaie scure che la fanno sembrare più vecchia”; passa le giornate a fare gli orli ai jeans: venti orli ottanta euro; ogni tanto si interrompe, prende le carte e fa i tarocchi; e ogni tanto, quando non riesce a respirare, si attacca all’ossigeno. La madre di Tania fa la poliziotta, ha un corpo asciutto, muscoloso, e vicino all’ombelico “la cicatrice tonda di quando l’hanno sparata”; ed è una che se qualcosa va storto non esita a tirare fuori la pistola. Un sabato pomeriggio, in una strada del Vomero, le vite di Genny e di Tania si incrociano in modo tragico: e una madre decide di fare giustizia. A modo suo. Come già in “Dieci” con quella scrittura spigolosa e incalzante che riesce, è stato scritto, “a riattivare ciò che giace inerte nel linguaggio collettivo e privato”, Andrej Longo ci racconta una certa Napoli, e gli uomini e le donne che la abitano: protervi e feriti, crudeli e generosi.
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L’altra figlia

In un’assolata domenica d’estate una bambina ascolta per caso una conversazione della madre, e la sua vita cambia per sempre: i genitori hanno avuto un’altra figlia, morta ancora piccola due anni prima che lei nascesse. È una rivelazione che diviene spartiacque di un’infanzia, segna il destino di una donna e di una scrittrice.
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L’Altra Famiglia

Zoe Baxter per dieci anni ha cercato disperatamente di avere un figlio e finalmente il sogno suo e del marito Max sembra diventare realtà: ormai è al settimo mese di gravidanza. Ma il sogno è destinato a tramutarsi in un incubo. Anche questa volta Zoe non riesce a portare a termina la gravidanza e il suo matrimonio non regge di fronte a questo ennesimo, grande dolore. Zoe si rifugia nella sua professione di musicoterapeuta e insieme alla collega Vanessa cerca di aiutare un adolescente che ha tentato il suicidio. Fra le due nasce un’amicizia profonda che, con grande sorpresa di Zoe, è destinata a diventare amore. Al punto che Zoe spera di poter costruire una nuova famiglia e di avere con Vanessa quel figlio tanto desiderato, grazie agli spermatozoi conservati da lei e Max in una banca del seme. Ma Max si oppone con tutte le sue forze all’idea che Zoe possa avere un figlio, che lui rivendica anche come suo, insieme a un’altra donna. Il caso finisce in tribunale, dove si scontreranno non solo Zoe e Max, ma anche due concezioni diverse e opposte della famiglia, e dove i sentimenti più profondi e radicati di ciascuno verranno alla luce, fino all’inatteso e sorprendente finale.

L’altra faccia dell’amore

Profondamente turbato dagli oscuri segreti della sua famiglia e dall’aver rovinato la vita all’unica donna che abbia mai amato, Matteo Arvedi, ha diverse questioni da risolvere, un’azienda da guidare, la Tessilk, e una vendetta da portare a termine.Un’unica certezza: farla pagare al suo vero padre.Un unico obiettivo: riconquistare Francesca.Già, Francesca… È vero che l’amore vince su tutto? Qual è l’altra faccia dell’amore? Ma poi, era vero amore? Chi è Francesca? L’altra faccia dell’amore è il secondo capitolo della mia trilogia.Un romanzo d’amore a tratti divertente che vi sorprenderà.Nome Illustratore Sherazade’s GraphicsHanno scritto de L’amore è un’altra cosa: lalibreriadiluce: Le uniche interruzioni che si frappongono allo scorrere delle pagine sono determinate da battute di sagace umorismo.Ilmondoviola: Questo romanzo trovo sia un giusto mix tra amore, passione, un pizzico di erotismo, che però viene introdotto senza strafare e/o stufare, amicizia, amore, ironia, dramma, e colpi di scena. Il libro si presta ad essere letto tutto d’un fiato.OltreYume: È lei, ma siamo tutte. Si viene travolti nel libro come nella vita.

Alto tradimento

In un assolato pomeriggio di fine giugno del 1914, Joseph Reavley, professore di Cambridge, sta assistendo a una partita di cricket tra studenti, quando gli giunge la notizia che i suoi genitori sono morti in un incidente stradale. Nel comunicargli il tragico evento, suo fratello Matthew, impiegato nei servizi segreti, gli rivela che il padre stava per consegnargli un misterioso documento, che pare abbia il potere di portare alla rovina l’Inghilterra se non l’intero mondo civilizzato. Cos’è accaduto a quel documento, se mai è realmente esistito? Come ha fatto a finire in possesso di un uomo tranquillo, insospettabile? I fratelli Reavley dovranno scoprire e sventare il terribile complotto che potrebbe ridisegnare per sempre i confini del mondo.
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