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Mussolini l’alleato

La monumentale biografia mussoliniana di De Felice si conclude con questo volume, che affronta il periodo compreso fra i giorni immediatamente successivi al 25 luglio 1943 e la primavera del 1944. Sono le ultime pagine lasciate da De Felice al momento della sua prematura scomparsa. In questi capitoli finali, la figura di Mussolini si intreccia con i drammatici eventi che preludono alla fine della sua vita e della ventennale esperienza del fascismo; e la biografia, il ritratto dell’uomo, si trasforma nella rappresentazione corale degli italiani in un periodo cruciale della loro storia. Dopo una prima analisi dedicata alla prigionia del duce e alle manovre dei tedeschi per la sua liberazione, alle iniziative e alle motivazioni che portarono alla nascita della Repubblica sociale, De Felice esamina, nella parte centrale di questa sua ultima fatica, le origini e il carattere di quella che viene ormai riconosciuta come una “guerra civile”. Ma, accanto alle vicende politico-militari del Rsi e delle forze della Resistenza, trova qui spazio la voce del popolo italiano, di quella maggioranza che, dopo il crollo dello Stato nazionale l’8 Settembre, non fece una precisa scelta di campo e si trovò a dover sopravvivere in una situazione di incertezza e di confusione. Con il quarto capitolo, De Felice si dedica in modo specifico all’organizzazione interna della Rsi nei suoi primi mesi di vita, ai rapporti tra le varie componenti del fascismo repubblicano e alle complesse relazioni con l’alleato tedesco. Il volume è infine corredato di dieci documenti inediti di grande interesse, tra cui i verbali delle riunioni del Consiglio dei ministri di Salò e alcuni passi di lettere censurate che testimoniano lo stato d’animo della popolazione.

Mussolini il duce. Gli anni del consenso (1929-1936)

In questo primo volume della biografia di Benito Mussolini, vengono affrontate le questioni relative alla politica estera e alla guerra d’Etiopia, l’impatto della “grande crisi” sull’economia italiana e le sue ripercussioni sui programmi di politica economico-sociale del regime e, soprattutto, sulla questione del consenso. Largo spazio viene poi dedicato alle vicende interne del fascismo in questi anni (1929-1936), al conflitto con la Santa Sede e al significato che le varie componenti del regime e del fascismo dettero alla politica corporativa.
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Mussolini e il fascismo

Ha 39 anni Benito Mussolini, è deputato soltanto da un anno, quando diviene il più giovane presidente del Consiglio nella storia dell’Italia unita. Sono tutti più anziani di lui i leader che lo hanno preceduto: Giolitti quando arriva al governo di anni ne aveva 50, era deputato da 10, era stato già ministro. E più anziani sono gli altri leader europei. Lo stesso Lenin al comando arriva a 48 anni, e Stalin a 45. L’età di Mussolini è una rivoluzione generazionale, rivoluzionario è il modo in cui assume il potere, rivoluzionario il suo stile. Mai il governo parlamentare era stato affidato al duce di un partito milizia. Mai un primo ministro aveva dichiarato che il suo potere era irrevocabile, lo Stato liberale superato, il parlamentarismo morto. Mai un partito aveva assunto il governo di un regime parlamentare, arrogandosi il monopolio della politica, eliminando le opposizioni, imponendo la propria ideologia come una religione. È la prima realizzazione nell’Europa occidentale di un nuovo tipo di regime, il totalitarismo, fondato sul partito unico, sulla organizzazione delle masse, sul culto del capo come un nume vivente. Il duce è il primo dittatore carismatico nella storia del Novecento. Il suo stile di potere diviene un modello per altri duci nazionalisti aspiranti a diventare dittatori, in Europa e nel mondo. Forse anche nella Russia di Stalin.
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### Sinossi
Ha 39 anni Benito Mussolini, è deputato soltanto da un anno, quando diviene il più giovane presidente del Consiglio nella storia dell’Italia unita. Sono tutti più anziani di lui i leader che lo hanno preceduto: Giolitti quando arriva al governo di anni ne aveva 50, era deputato da 10, era stato già ministro. E più anziani sono gli altri leader europei. Lo stesso Lenin al comando arriva a 48 anni, e Stalin a 45. L’età di Mussolini è una rivoluzione generazionale, rivoluzionario è il modo in cui assume il potere, rivoluzionario il suo stile. Mai il governo parlamentare era stato affidato al duce di un partito milizia. Mai un primo ministro aveva dichiarato che il suo potere era irrevocabile, lo Stato liberale superato, il parlamentarismo morto. Mai un partito aveva assunto il governo di un regime parlamentare, arrogandosi il monopolio della politica, eliminando le opposizioni, imponendo la propria ideologia come una religione. È la prima realizzazione nell’Europa occidentale di un nuovo tipo di regime, il totalitarismo, fondato sul partito unico, sulla organizzazione delle masse, sul culto del capo come un nume vivente. Il duce è il primo dittatore carismatico nella storia del Novecento. Il suo stile di potere diviene un modello per altri duci nazionalisti aspiranti a diventare dittatori, in Europa e nel mondo. Forse anche nella Russia di Stalin.

Mussolini

Questa è una biografia politica di Benito Mussolini, non una storia dell’Italia fascista. Mussolini non nacque grande, né la grandezza gli fu imposta dal corso degli eventi. La strada che lo portò fuori dall’oscurità dovette aprirsela con la sua ambizione, traendo il massimo partito dalle occasioni che la fortuna pose sul suo cammino.
Morendo, nel 1945, lasciò il suo Paese distrutto dalla sconfitta militare e dalla guerra civile; per sua stessa ammissione, era divenuto l’uomo più odiato d’Italia.
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### Sinossi
Questa è una biografia politica di Benito Mussolini, non una storia dell’Italia fascista. Mussolini non nacque grande, né la grandezza gli fu imposta dal corso degli eventi. La strada che lo portò fuori dall’oscurità dovette aprirsela con la sua ambizione, traendo il massimo partito dalle occasioni che la fortuna pose sul suo cammino.
Morendo, nel 1945, lasciò il suo Paese distrutto dalla sconfitta militare e dalla guerra civile; per sua stessa ammissione, era divenuto l’uomo più odiato d’Italia.

La musica segreta

**’Con ferocia, violenza, istinto tragico, John Banville racconta in bellissime pagine la vita di Copernico.’**
Pietro Citati
Erede designato dell’impresa commerciale paterna, un labirinto di uffici e magazzini affacciato sul brulicante porto fluviale di Toruń, Nicolaus Koppernigk avverte ben presto, con un misto di terrore ed ebbrezza, che lo attende un destino più grande. Sensibile, brillante, infinitamente più dotato dei fratelli, come pure di compagni e professori, è attratto dalle stelle e dal funzionamento della ‘macchina del mondo’. Alle prese con uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, John Banville compie in questo romanzo il felicissimo azzardo di non fermarsi ai fatti, alle circostanze storiche, ma di servirsene per forzare e sondare dall’interno il mistero di una mente e di un’esistenza del tutto singolari. Così, in uno stile immaginoso e pittorico, prendono forma con straordinaria vividezza paesaggi esteriori ‒ la cittadina natale; l’Italia con le sue università: Bologna, Padova, Ferrara; il rifugio di Frauenburg ‒ e dilemmi interiori. Se fuori infuriano guerre e congiure, dentro si fronteggiano con esiti incerti la consapevolezza e l’imbarazzo di un’intelligenza superiore, il disperato bisogno d’amore e l’incapacità di viverlo fino in fondo, la visione folgorante di un sistema e lo sgomento umanissimo di fronte alle conseguenze delle proprie scoperte: il peso, troppo grande da reggere da soli, di dover scacciare la Terra, e dunque l’uomo, dal centro di un universo di cui si ha il raro privilegio di sapere ascoltare la ‘musica segreta’.
(source: Bol.com)

Musica per un incendio

Tornano Paul ed Elaine, gli “adulti da soli” nevrotici e insicuri che abbiamo conosciuto nella raccolta “La sicurezza degli oggetti”. I figli sono cresciuti, ma i genitori sono sempre più impantanati nella fatica di essere normali. Un po’ per scherzo e un po’ per non morire, alla ricerca di una via di fuga, credono di trovarla dando fuoco alla loro stessa casa. Ma si sa, il fuoco è difficile da controllare: se pure i danni alla proprietà sono esigui, il loro atto innesca una serie di conseguenze impreviste e imprevedibili, che spaziano dal ridicolo al grottesco, dalla commedia alla tragedia, e tengono il lettore con il fiato sospeso fino all’ultima riga. Con questo intenso e drammatico romanzo, A.M. Homes torna a puntare il suo sguardo spietato e la sua scrittura al vetriolo sulla periferia suburbana newyorkese: tra un barbecue con gli amici e una recita scolastica, si celano solitudini e nevrosi che troppo spesso sfociano nella pura follia.

Musica per camaleonti

«È un distillato di tutto quello che so sulla scrittura: scrittura di racconti, di sceneggiatura cinematografica, giornalismo… tutto.»
Truman Capote
Truman Capote è uno dei maggiori scrittori americani del Novecento e al tempo stesso un insuperabile maestro del reportage. Nella sua opera il confine tra la letteratura e il giornalismo è spesso labile, indefinibile: Musica per camaleonti, pubblicato per la prima volta nel 1980, riesce a essere insieme grande letteratura e grande giornalismo. Al centro del libro è Bare intagliate a mano, un thriller con tutti i crismi che racconta un fatto vero e terribile: un delitto sadico perpetrato con l’aiuto di serpenti drogati con anfetamine.
Un altro pezzo forte di Musica per camaleonti sono gli incontri con personaggi che vanno da Marilyn Monroe a un membro della Banda Manson, passando per due gemelle siamesi che raccontano le loro esperienze sessuali. Condotte con crudele e tenera complicità, queste conversazioni sono sedimentate in interviste-ritratto di terrificante efficacia.
Cangiante e mutevole come un camaleonte, Capote entra in sintonia con i suoi interlocutori, spingendoli a disegnarsi in autoritratti involontari dallo stile vivido e raffinatamente mimetico. Raccontando pezzi di vita quotidiana e pettegolezzi, sregolatezze e bizzarrie, passando con naturalezza dallo snervante chiacchiericcio del jet-set ai riti della provincia più dimenticata e profonda, Truman Capote riesce a mettere a nudo tutta l’innocenza e la violenza dell’anima americana.

La musica è pericolosa

Quella di Nicola Piovani è una vita nel segno della musica, e degli incontri che la musica ha reso possibili: con Ennio Morricone, Manos Hadjidakis; con il pubblico che lo ha ascoltato dal vivo negli auditorium, nei teatri, nei cabaret; con i registi come Federico Fellini e Mario Monicelli, per i quali ha scritto alcune delle colonne sonore che hanno segnato quarant’anni di cinema. Ma se «la musica è pericolosa», come diceva Fellini, è un pericolo che vale la pena correre perché regala inaspettati scampoli di divinità. In queste pagine, Nicola Piovani, uno dei musicisti più noti e amati nel mondo, ricorda com’è cambiata la sua vita con l’arrivo in casa della rivoluzionaria Lesaphon Perla, la fonovaligia acquistata per le feste da ballo di suo fratello e su cui lui ascoltava insaziabilmente Bach e Beethoven. Racconta come sono nate molte delle sue musiche prendendo ispirazione anche dalla sua infanzia, come La banda del pinzimonio composta per Roberto Benigni, la combinazione mi-fa-sol di Il bombarolo scritta per Fabrizio De André o la canzone Quanto t’ho amato, scritta con l’amato amico Vincenzo Cerami, al fianco del quale ha lavorato per tanti anni. Ma racconta anche gli scherzi goliardici che si concedeva con Gigi Magni, come quello di approntare un testo provvisorio per la metrica di una nuova lirica di I sette re di Roma usando il turpiloquio al posto dei numeri, che si usano normalmente. Prende forma così una «vita cantabile» dove la musica diventa un pretesto per parlare della vita, e dove la vita si lascia agganciare proprio in quei momenti in cui un’aria, una combinazione di suoni, il fragore di una banda o l’audacia di un’orchestra hanno saputo toccarci il cuore e dirci qualcosa di più su questa rocambolesca avventura di essere musicalmente al mondo.
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### Sinossi
Quella di Nicola Piovani è una vita nel segno della musica, e degli incontri che la musica ha reso possibili: con Ennio Morricone, Manos Hadjidakis; con il pubblico che lo ha ascoltato dal vivo negli auditorium, nei teatri, nei cabaret; con i registi come Federico Fellini e Mario Monicelli, per i quali ha scritto alcune delle colonne sonore che hanno segnato quarant’anni di cinema. Ma se «la musica è pericolosa», come diceva Fellini, è un pericolo che vale la pena correre perché regala inaspettati scampoli di divinità. In queste pagine, Nicola Piovani, uno dei musicisti più noti e amati nel mondo, ricorda com’è cambiata la sua vita con l’arrivo in casa della rivoluzionaria Lesaphon Perla, la fonovaligia acquistata per le feste da ballo di suo fratello e su cui lui ascoltava insaziabilmente Bach e Beethoven. Racconta come sono nate molte delle sue musiche prendendo ispirazione anche dalla sua infanzia, come La banda del pinzimonio composta per Roberto Benigni, la combinazione mi-fa-sol di Il bombarolo scritta per Fabrizio De André o la canzone Quanto t’ho amato, scritta con l’amato amico Vincenzo Cerami, al fianco del quale ha lavorato per tanti anni. Ma racconta anche gli scherzi goliardici che si concedeva con Gigi Magni, come quello di approntare un testo provvisorio per la metrica di una nuova lirica di I sette re di Roma usando il turpiloquio al posto dei numeri, che si usano normalmente. Prende forma così una «vita cantabile» dove la musica diventa un pretesto per parlare della vita, e dove la vita si lascia agganciare proprio in quei momenti in cui un’aria, una combinazione di suoni, il fragore di una banda o l’audacia di un’orchestra hanno saputo toccarci il cuore e dirci qualcosa di più su questa rocambolesca avventura di essere musicalmente al mondo.

La musica e l’ineffabile

Il lettore di “La musica e l’ineffabile” è invitato a un’avventura di pensiero: Jankélévitch attraversa alcuni itinerari musicali – non casualmente di area russo-francese tra fine Ottocento e inizi Novecento – e vi rintraccia movenze e suggestioni dell’aspetto ineffabile del reale. Ma, nel condurre questa operazione, il libro compie anche sottili decostruzioni che demistificano ogni partito preso, ogni metodologia o idea convenzionale sulla musica. Così il pensiero stesso può aprirsi a una nuova esperienza, a una nuova sensibilità etica ed estetica. Jankélévitch non vuole farsi sfuggire quello che per lui è il compito primo dell’uomo contemporaneo: tenere a distanza tutte le illusioni.
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La Musica Del Cuore

Katherine Arcangeli arriva a San Francisco col cuore spezzato ma ha il suo pianoforte, una sorella fantastica e la musica. È quest’ultima che le ha sempre dato la forza di andare avanti e affrontare con determinazione la vita e il futuro. Non sa se potrà amare ancora, ma lo spettacolo come sempre deve andare avanti. In quella meravigliosa città di vento e mare, di strade in salita e grattacieli che sfiorano l’azzurro, qualcosa accadrà, qualcuno entrerà nella sua vita proprio grazie a un pianoforte e a una Jaguar sfasciata. È questo il più stupefacente dei miracoli: che la speranza, l’amore, la rinascita, bussano sempre alla porta quando meno te lo aspetti…
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Museo delle cere

Prima di rivelarsi pienamente come narratore, Joseph Roth lavorò come giornalista, in quegli anni Venti particolarmente adatti alle incursioni nella realtà da parte di un viaggiatore «dappertutto a casa, ma senza casa». E subito fu riconosciuto «prosatore di prim’ordine, un maestro della lingua tedesca» (Hermann Kesten). In “Museo delle cere”, pubblicato nel 1930, Roth volle raccogliere il meglio di quegli scritti: una trentina di feuilleton apparsi per la maggior parte nella «Frankfurter Zeitung». Il titolo originale, “Panoptikum”, riprendeva il termine tedesco per «museo delle cere» – accenno a un mondo sempre più spettrale, dove i manichini del Musée Grévin potevano apparire come «imitazioni più vere» –, e al tempo stesso implicava una visione «panotticale», una veloce panoramica delle esperienze fatte da Roth, uomo e giornalista, a Vienna e in Germania ma anche su e giù per l’Europa, in Francia come in Albania: «figure e sfondi», come dice il sottotitolo. Tra le «figure» sfilano i piccoli personaggi della vita d’albergo che sarebbe diventata la vita stessa di Roth, gli oscuri colleghi in giornalismo, le ombre indaffarate che partecipano a un solenne ma effimero congresso: profili che un giorno acquisiranno nomi e cognomi nei romanzi di Roth, comparse di un’epoca che pochi come lui ci hanno saputo restituire. Tra gli «sfondi» emerge un ricordo che diviene una pagina memorabile: l’addio a tutto un mondo, con il funerale di Sua Maestà Apostolica Imperial-regia Francesco Giuseppe – cerimonia alla quale il giovane Roth aveva partecipato indossando la «nuova uniforme grigio-verde con la quale saremmo andati al fronte qualche settimana più tardi».
(source: Bol.com)

Il museo dell’inferno

Il quinto volume della serie Factory, una guida nel Museo dell’inferno, attraverso i corridoi più oscuri di una mente omicida.Quali abissi deve aver attraversato l’anima di un uomo capace di fare a pezzi i corpi delle proprie vittime per ricomporli poi con dedizione maniacale, estatica, come un artista che plasmi la sua materia per l’allestimento di una galleria degli orrori? È la domanda che il sergente della sezione Delitti irrisolti dovrà porsi se vorrà venire a capo di un’indagine in cui si ritrova quasi per caso ma che con i sui lacci logori rischia di intrappolarlo. Donne che scompaiono, sospetti che il più delle volte sembrano infondati, strani e indecifrabili comportamenti, identità improbabili, destinate a rivelarsi false: sono questi gli elementi in mano al sergente. A lui e ai suoi uomini spetta addentrarsi nel mondo che ha nutrito il serial killer, tra le nebbie di un’apparente normalità che invece cela tra le sue pieghe l’orrore, e dove la violenza trova il suo compimento più aberrante. Un viaggio angosciante e pericoloso, percorso tra i corridoi bui di un museo labirintico in cui mai saremmo voluti entrare, e dove le uniche luci sono quelle che illuminano la violenza più cieca.

(source: Bol.com)

Murphy

Beckett compose la sua prima opera, “Murphy”, nel 1935 ma la pubblicò solo tre anni dopo. La scrisse in inglese perché ancora non si era trasferito in Francia: il francese sarebbe divenuto la sua lingua di elezione quasi un decennio più tardi. Ciò nonostante “Murphy” è conosciuto nella versione francese a cui Beckett collaborò appena. Questa edizione, a cura di Gabriele Frasca, traduce l’originale inglese che ha sostanziali differenze rispetto alla versione francese. La versione francese pareva più debitrice nei confronti di Céline e sacrificava quello stile secco, umoristico e joyciano che è invece una caratteristica precisa del primo Beckett.
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Muori due volte (Segretissimo)

Di chi puoi fidarti quando il nemico sta dalla tua stessa parte? Il capitano David Trevellyan, operativo della Royal Navy Intelligence in trasferta negli USA, è stato assegnato al consolato britannico di Chicago. Ufficialmente lui non esiste, condizione ideale per un incarico molto delicato: fermare un collega intenzionato a vendere una bombola di gas tossico per uso militare sul mercato del terrorismo. David ha esperienza di queste cose, sa quale trattamento riservare ai traditori. Una soluzione pulita e definitiva è ciò che vogliono i suoi capi. Ma l’unica speranza di riuscire sta nel suo istinto e nella sua abilità, perché non riceverà alcun aiuto dal sistema. Ha una certa esperienza anche in questo. La fiducia è un’illusione letale: affidati alla persona sbagliata e la tua vita non varrà più niente.