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Dialogo DI UNA Prostituta Con UN Suo Cliente

Donne e sesso, donne e amicizia, donne e dolore: tre pièce teatrali esplorano l’universo femminile nelle sue sfaccettature più oscure e misteriose. Il corpo della donna si rifiuta di diventare merce nel dialogo tra Manila e il suo cliente. In un serrato botta e risposta, alternando blandizie e minacce, l’uomo si offre di amare e proteggere, ma l’ironia impassibile della prostituta porta alla luce il bluff perverso di chi vuole solo possedere. Due casalinghe consumate dalla vita si confidano segreti e ricordi mentre si affaccendano nella casa di un uomo quasi sconosciuto. Ma la chiacchiera oziosa cede il passo a frustrazione e rabbia mentre le donne ripercorrono le loro esistenze, risucchiate dal dovere dell’accudire e onorare i propri uomini. Una famiglia di immigrati siciliani rivive trame di morte e pazzia, mescolando ad arte tragedia greca e violenza urbana, mentre esplode il conflitto mortale tra una madre ribelle, Clitennestra, e una figlia devota al padre, la cupa Elettra.
(source: Bol.com)

Dialettica di un periodo di transizione dal Nulla al Niente

Stepa è ossessionato dai numeri. Da ragazzo decide che il numero 34 sarà il suo numero guida (la somma dei suoi componenti, 3 e 4, è infatti il 7, numero magico e proprio in quanto tale usuratissimo). Ma ha anche un numero negativo, che è l’immagine speculare del 34, il 43. E continua ad averlo quando, ormai adulto, entra nel magico mondo della finanza… Viktor Pelevin racchiude in questo romanzo la Russia di oggi in tutta la sua abissale assurdità.

Di Pura Razza Italiana

Alla fine degli anni Trenta, con la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’Impero, l’Italia fascista sente il bisogno di affiancare alla nuova coscienza imperiale degli italiani anche una coscienza razziale. Ben presto dal razzismo africano si passerà all’antisemitismo, e nel 1938 in pochi mesi si arriverà alle fatidiche leggi razziali che equivalsero alla morte civile per gli ebrei, banditi da scuole, luoghi di lavoro, esercito, ed espropriati delle loro attività. Tutti gli italiani ariani aderirono, dai piccoli balilla che non salutavano più i compagni, a gente comune e alti accademici che volsero le spalle agli ex amici. La bella gioventù dell’epoca (universitari, giornalisti e professionisti in erba) rappresentò l’avanguardia del razzismo fascista. Molti di loro avrebbero costituito l’ossatura della classe dirigente della Repubblica, ma quasi tutti in quel quinquennio furono contagiati dal virus antisemita. Ecco perché per circa sessant’anni c’è stata una sorta di autoassoluzione nazionale che gli storici non hanno pienamente rivisto. Per restituirci un’immagine più veritiera dell’atteggiamento della popolazione di fronte alla persecuzione dei connazionali ebrei, Avagliano e Palmieri hanno scandagliato un’enorme mole di fonti.
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### Sinossi
Alla fine degli anni Trenta, con la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’Impero, l’Italia fascista sente il bisogno di affiancare alla nuova coscienza imperiale degli italiani anche una coscienza razziale. Ben presto dal razzismo africano si passerà all’antisemitismo, e nel 1938 in pochi mesi si arriverà alle fatidiche leggi razziali che equivalsero alla morte civile per gli ebrei, banditi da scuole, luoghi di lavoro, esercito, ed espropriati delle loro attività. Tutti gli italiani ariani aderirono, dai piccoli balilla che non salutavano più i compagni, a gente comune e alti accademici che volsero le spalle agli ex amici. La bella gioventù dell’epoca (universitari, giornalisti e professionisti in erba) rappresentò l’avanguardia del razzismo fascista. Molti di loro avrebbero costituito l’ossatura della classe dirigente della Repubblica, ma quasi tutti in quel quinquennio furono contagiati dal virus antisemita. Ecco perché per circa sessant’anni c’è stata una sorta di autoassoluzione nazionale che gli storici non hanno pienamente rivisto. Per restituirci un’immagine più veritiera dell’atteggiamento della popolazione di fronte alla persecuzione dei connazionali ebrei, Avagliano e Palmieri hanno scandagliato un’enorme mole di fonti.

Uno di noi

Siamo a Los Angeles, nel prossimo futuro. Hap Thomson è stato assunto dalla REMtemp, una ditta gestita dall’ambiguo Stratten, che si occupa dello “smistamento dei sogni”: è stato trovato un sistema per far sognare ad altri i propri incubi, e c’è gente che paga per questo servizio. E’ una attività ai limiti della legge, e Hap deve stare sul chi vive. Finché un giorno Stratten gli propone una nuova attività, questa volta decisamente illegale: lo smistamento dei ricordi.

Una di loro

Comincia un nuovo anno scolastico per Torey Hayden che dovrà occuparsi di unaserie di casi molto difficili: due sorelline irlandesi scioccate dagli orrori della guerra; il loro cuginetto testimone del suicidio del padre; Dirkie checonosce solo la vita dell’orfanatrofio; Mariana, otto anni, aggressiva esessualmente precoce; Leslie, sette anni, chiusa nel suo mondo e incapace di relazionarsi con l’esterno. Inaspettatamente giunge in classe un’alunna in più: la mamma di Leslie che, entrata ufficialmente come aiutante, dopo uninizio molto conflittuale, si appoggia a Torey Hayden perché l’aiuti arisolvere i suoi numerosissimi problemi. E così, un poco alla volta la maestra si trova a dover affrontare un altro caso che, almeno inizialmente, non sa come affrontare…

DI FRONTE ALL’IGNOTO

Nota: prima parte di “The Rim of the Unknown”, la seconda è in “[E’ bello essere marziani](https://www.goodreads.com/book/show/15845820.E__bello_essere_marziani “E’ bello essere marziani”)”
Un’astronave prigioniera della giungla su un pianeta solitario e geloso della propria solitudine… Un uomo senza risorse di fronte a una presenza aliena… Una creatura “impossibile” che sembra un demone… Sono alcuni degli ingredienti di questa grande antologia personale di Frank Belknap Long, di cui oggi presentiamo la prima parte (la seconda verrà pubblicata in uno dei prossimi numeri di URANIA). Nato e vissuto a New York, dove è scomparso nel 1993, Frank Belknap Long ha dedicato tutta la vita alla fantascienza e alla fantasy: dagli esordi eroici, sotto l’influsso dell’amico H. P. Lovecraft, fino quasi ai giorni nostri. Questo volume, dunque, è un giusto tributo a uno scrittore che ci riporta con fascino e convinzione al’epoca d’oro del racconto fantastico americano.
Indice:
L’INTELLIGENZA SPIRALIFORME (The Spiral Intelligence)
IL MONDO DI WULKINS (The World of Wulkins)
L’UOMO DALLE MILLE GAMBE (Man with a Thousand Legs)
TESTA D’UOVO FA UN BEL CAPITOMBOLO (Humpty Dumpty – Great Fall)
UN OSPITE IN CASA (Guest in the House)
LA TRAPPOLA (The Trap)
LA CASA DEL VENTO NASCENTE (House of the Rising Winds)
IL SIGNOR CAXTON DISEGNA UN UCCELLO MARZIANO (Mr. Caxton Draws a Martian Bird)
Copertina: Oscar CHICONI

Di buona famiglia: romanzo

In un arco di tempo che spazia dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri, il romanzo analizza il rapporto fra due sorelle, un rapporto perennemente sospeso tra odio e amore, tenerezza e violenza. Remissiva e strenua custode delle tradizioni familiari la maggiore, irrequieta e spregiudicata la minore, le due protagoniste si confrontano in una disperata ricerca di amore e di comprensione, mai soddisfatta da un mondo (quello della piccola nobiltà trentina, sospesa tra Italia e Austria) che sta subendo una troppo rapida trasformazione. Dalle due parti del romanzo si fronteggiano le due confessioni, due verità sulla stessa storia, entrambe giustificate e plausibili. Il romanzo ha vinto il Premio Campiello nel 1991.

Dexter il vendicatore

A tre anni Dexter Morgan ha vissuto quello che nessuno, adulto o bambino, potrebbe tollerare: l’omicidio della madre, morta davanti ai suoi occhi. Traumatizzato, è diventato un individuo incapace di provare sentimenti di empatia e ossessionato dal bisogno di uccidere. Il padre adottivo ha intuito le inclinazioni del bambino e lo ha educato a controllare l’impulso omicida, incanalandolo verso chi “merita” di essere punito. Così, da grande, Dexter ha una doppia vita: di giorno è un giovane brillante ematologo e consulente della polizia di Miami, specializzato nell’analizzare le scene del crimine. Di notte si trasforma nell’incarnazione dell’incubo americano: un serial killer micidiale e infallibile, che colpisce i malviventi sfuggiti alla giustizia… Il primo libro della fortunata saga di Dexter, che ha ispirato la famosa serie televisiva.

Devo raccontare: Diario 1941-1945

«C’è una grande differenza fra me e Anna Frank. Io sono sopravvissuta» – questo è il bilancio di Masha Rolnikaite. Il suo diario, che prende avvio nel 1941, è stato scritto su fogli volanti, mandato a memoria, annotato su sacchi di cemento, copiato su minuscole striscioline poi nascoste in una bottiglia – e infine trasferito, nella primavera del 1945, su carta. All’inizio, Masha è una bambina di tredici anni che assiste allo smantellamento della Vilna ebraica – la «Gerusalemme dell’Europa orientale» – e annota ogni cosa, sinché la madre, ritenendo troppo pericoloso anche solo registrare ciò che accade, glielo vieta. Del resto, a Masha e agli altri come lei sarà vietato tutto – tranne l’esecuzione di lavori sempre più brutali e avvilenti. Acquaiola in un’azienda agricola, spaccapietre nel Lager, bestia da soma in una tenuta della Pomerania, Masha non sembra tuttavia poter smettere di osservare, e raccontare, l’odio senza fine dei carnefici, la metamorfosi di civilissimi vicini di casa in spietati collaborazionisti, le connivenze e le ambiguità del Consiglio ebraico, insomma ogni anello di quella catena di orrori che, per rassicurarci, pretendiamo di conoscere bene, ma che libri come questo ci costringono invece a ripercorrere, impietriti, come per la prima volta.

Devo perché posso

‘Scalo le montagne perché mi rende felice.’ Chiunque senta parlare Simone Moro – alle conferenze sulle sue imprese in montagna, nei discorsi ispirazionali che tiene per le aziende, in una qualsiasi chiacchierata spontanea – rimane affascinato e ricava una sensazione di benessere. Perché? Il segreto è la felicità. Eppure, nella sua vita Simone non si è certo sottratto alla fatica con le cinquantacinque imprese alpinistiche che ha portato a termine sulle vette più impegnative e insidiose del pianeta. Né si è risparmiato il disagio, esponendosi nelle invernali alle temperature più basse della Terra. Allo stesso tempo ha conosciuto più volte la rinuncia quando è dovuto rientrare al campo base per le avverse condizioni meteo e soprattutto ha provato la sofferenza per la perdita di amici carissimi in incidenti alpinistici. Ma la felicità nasce da un sogno e dalla forza e dalla determinazione con cui tentiamo di realizzarlo giorno dopo giorno, per tutta la nostra vita. Per costruircelo, possiamo cominciare identificando i nostri miti – quelli che per Simone, fra gli altri, sono stati Messner, Cassin e Bonatti – per poi sceglierci dei maestri – per lui, il Camòs e Anatoli Boukreev – che ci aiutino a farci la nostra cassetta degli attrezzi e a trovare i mezzi. Poi è bene che ci cerchiamo degli alleati, individuandoli tra le nostre stesse risorse personali (le proprie doti, i punti di forza) e nelle persone in carne e ossa che possono sostenerci (fra gli altri, per Simone, Marianna Zanatta, sua collaboratrice da sempre e coautrice di questo libro). Infine, dobbiamo mettere in conto anche l’errore e il tradimento, la paura e il sacrificio. Ma il risultato di tutto questo è la felicità. Ricco di episodi inediti dalle imprese alpinistiche di Simone Moro e trascinante come tutti i suoi racconti di esperienze in alta quota, Devo perché posso è una lettura utilissima e fortificante per chiunque di noi, anche se non muoviamo nemmeno un passo in montagna. Ma, come tutti, cerchiamo la felicità nei nostri sogni quotidiani.
(source: Bol.com)

Devil Red

Non ancora paghi delle ultime avventure e dell’incontro con la leggendaria killer Vanilla Ride, Hap e Leonard decidono di voler continuare la loro attività di investigatori privati, anche se vorrebbero poterla svolgere nella legalità, una volta tanto. Il primo caso che affrontano, però, è uno dei più incredibili che gli sia mai capitato: c’è di mezzo una specie di setta vampirica, una strampalata organizzazione di killer mercenari e un crollo nervoso di Hap. Ma non c’è tempo per riposare: lui e Leonard sono troppo impegnati nel disperato tentativo di non farsi ammazzare da una serie di persone che ce l’hanno con loro, tra cui il killer Devil Red, la Dixie mafia, e una loro vecchia conoscenza, che potrebbe rivelarsi un prezioso alleato o il peggiore nemico mai affrontato.

Devi tacere per sempre

Si conoscono tutti nella pittoresca cittadina di The Hollows. È uno di quei luoghi in cui dai del tu al droghiere, la dottoressa è anche tua vicina di casa e magari è andata al ballo di fine anno con tuo fratello; il poliziotto che ti bussa alla porta è il tipo strafatto d’erba che finiva costantemente nei guai al liceo. A Maggie questa realtà è sempre stata stretta, ma ora che è una psicologa dall’intuito sottile, ne vede tutti i vantaggi: conoscere il passato dei propri pazienti non può che esserle d’aiuto. Così, quando improvvisamente la fidanzatina di suo figlio svanisce nel nulla, Maggie inizia a mettere insieme i pezzi. Fin da subito però qualcosa non torna: da quando suo marito – il detective Jones – è stato incaricato del caso, non è più lo stesso… soprattutto dal momento in cui sono emerse inquietanti analogie con un episodio di cronaca di tanti anni prima. Al tempo in cui lui e Maggie erano giovani, infatti, l’intera comunità fu scossa dal brutale omicidio di una ragazza poco più che adolescente. E in un luogo in cui il passato è sempre presente, nessuno, ma proprio nessuno, può essere al di sopra di ogni sospetto.
Con una trama a prova di bomba e un ritmo che non dà tregua, Devi tacere per sempre è una storia incredibile sul lato oscuro delle migliori intenzioni. Da non perdere.
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Detto tra noi

“Mi sono ritrovato lì, in campo, a combattere contro me stesso allontanando il pensiero che fosse finita, che non avrei più giocato in quello stadio e con quella maglia. Nessuno, me per primo, si era ancora reso conto che quel momento potesse arrivare davvero. I titoli di coda del film del quale ero il protagonista stavano per scorrere e io non avevo idea di come sarebbe stata l’ultima scena. Sapevo soltanto che la partita contro l’Atalanta doveva essere una festa, e una festa è stata.Questa contraddizione tra i due opposti – l’euforia per il trionfo e la tristezza per l’addio – è stata forse la chiave della straordinarietà di quel finale. In quella partita ho anche fatto gol, volevo farlo. È l’unica cosa che, in qualche modo, ero riuscito a mettere in conto, che avevo programmato. E mi è andata bene.Da quel momento in poi è successo qualcosa di unico, inedito e irripetibile, come solo ciò che è improvvisato, spontaneo e naturale sa essere. Ho trovato, ripensandoci, delle similitudini forti tra quanto è accaduto quel giorno e il mio modo di giocare nei tanti anni trascorsi correndo dietro a un pallone. Le cose migliori sono sempre arrivate quando la genuinità, l’istinto e la mia libertà hanno preso il sopravvento sulla dimensione razionale, pur sempre presente (a volte anche troppo).Il modo in cui si è materializzata quella spremuta di cuori, allo Stadium, mi ha davvero ricordato quando, nelle tante battaglie con la maglia della Juve, il senso del gioco che avevo dentro mi guidava oltre ciò che prima potevo soltanto immaginare ma che poi, magicamente, si concretizzava su quel prato verde. Ecco, la gente mi ha restituito questo, con la stessa naturalezza e la stessa empatia, come se la mia dimensione calcistica si fosse quasi trasformata in un sentimento condiviso.Io mi sforzavo di continuare a pensare al cerimoniale per la celebrazione dello scudetto, alla consegna del trofeo che avevo tanto sognato di sollevare ancora una volta, l’ultima volta. Ma i tifosi no, loro volevano altro. Volevano un momento tutto per noi. Solo loro e io: il resto non doveva contare più nulla.C’erano soltanto la mia storia e tutti noi che l’abbiamo vissuta insieme.” Il 13 maggio del 2012 il pianeta Calcio si è fermato per celebrare uno dei suoi più grandi campioni: Alessandro Del Piero. Quello struggente, clamoroso e poetico addio si è trasformato in un bellissimo “arrivederci” a tutte le persone capaci di riconoscere nella parabola sportiva e umana dell’ex capitano juventino i tratti del fuoriclasse assoluto, in campo e fuori dal campo.Ora, dopo le fantastiche esperienze come ambassador in Australia e in India, in questo dialogo social con i suoi fan, Del Piero svela passato, presente e futuro, confermando che la sua passione per il calcio è rimasta come quella di un bambino: perché certi amori non finiscono mai.