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Io vi maledico

Viaggio alle radici della rabbia. Le voci di chi non ha voce, gli sguardi e le parole di un Paese che cambia. Storie vere dell’Italia fragile.
«Io vi maledico» c’è scritto sulla lapide di marmo che un operaio dell’Ilva di Taranto ha voluto mettere per strada, sotto casa sua. E «Io vi maledico», dice la figlia dell’imprenditore che si è ucciso strozzato dall’usura bancaria. Sono due delle storie che compongono il ritratto corale di un Paese disorientato, in cui rabbia e frustrazione possono trasformarsi in malattia sociale o in vento di cambiamento. C’è il ragazzo sardo che voleva partecipare a X Factor, non l’hanno preso ed è tornato in miniera. C’è Michele, 4 anni, che ha fatto il test per misurare la rabbia e doveva prendere delle medicine, ma sua madre ha deciso di no. La fatica dei genitori, la sazietà disillusa dei figli. Emanuela che ha scritto due volte a Marchionne e che sa – glielo ha spiegato suo padre – cosa significa «comportarsi da uomo». C’è Milagros che racconta che gli indignados sono orfani delle carte di credito e figli degli sfratti. C’è la rabbia degli adolescenti, cui i professori non sanno dare risposte. Ci sono cinque donne sindaco del Sud, dove le teste di maiale non son maschere da indossare alle feste. E c’è Atesia, dove le donne del call center rispondono la notte ai maniaci per non perdere 80 centesimi lordi. Un ritratto scritto con parole dure come la pietra. O come la verità. Unico antidoto alla rabbia di chi è stanco di non essere ascoltato.
(source: Bol.com)

Io venìa pien d’angoscia a rimirarti

Recanati, 1813. In un austero palazzo nobiliare, il giovane Orazio Carlo tiene un diario nel quale riporta le parole e le azioni del fratello maggiore, Tardegardo Giacomo. Ad attirare l’attenzione del ragazzo è il comportamento misterioso di Tardegardo, che si diletta di poesia e ha tranquille abitudini da erudito, ma è anche roso da una sconvolgente irrequietezza. Si alternano così la rivisitazione della vita e delle opere di un giovane poeta e gli elementi di un romanzo nero, con delitti efferati, strane simbologie e antiche vicende di sangue. Riprendendo i modi della prosa italiana dell’800 il racconto è l’esecuzione musicale di un apocrifo leopardiano, ed è al contempo una variazione sul tema del doppio, “un apologo misurato ed elegante”, ha scritto Lorenzo Mondo, “sulla faccia notturna della vita, sulle pulsioni selvagge che ricollegano l’uomo al tempo delle origini”.

Io ti troverò

A dieci anni Thomas Bishop viene internato in una clinica psichiatrica poiché ha barbaramente ucciso la madre, che lo tiranneggiava da sempre. Quindici anni dopo, ormai uomo, evade dall’istituto e dà inizio a una fuga sanguinaria, lungo la quale sono ancora le donne a cadere. Un omicidio, poi due, poi saranno decine; Bishop tortura e uccide spostandosi da Las Vegas a Chicago e a New York. Un personaggio infero ma straordinariamente umano, del quale Shane Stevens è cronista implacabile e, a suo modo, sodale, raccontandone nel dettaglio l’infanzia e gli anni di reclusione, le piccole ingenuità quotidiane e la ferocia omicida. Ne emerge un indimenticabile ritratto della follia, di quel concatenarsi di storie, incontri o mancati incontri che conducono un uomo a cedere alla violenza, all’orrore, alla distruzione dell’altro e di sé. E accanto a quest’ombra inafferrabile che ferisce a morte le grandi metropoli del continente, scorre l’America degli anni Settanta, restituita attraverso una galleria di personaggi che gravitano intorno all’universo del crimine: poliziotti, medici, giudici, politici e giornalisti, un’intera società che si stringe attorno al primo serial killer della storia contemporanea. Contenuti extra: la corrispondenza personale tra Shane Stevens e l’amico John Williams (autore di Stoner). «Uno dei più grandi noir mai scritti». Carlo Lucarelli «Uno dei più acuti romanzi mai scritti sul lato oscuro dell’American Dream. Lo raccomando senza riserve!». Stephen King «Un libro immenso». James Ellroy «Sarà difficile per voi sfuggire agli artigli dei noir di Stevens». Luca Crovi «Un capolavoro». Paolo Di Stefano, «Corriere della Sera» «Indimenticabile». Francesco Fantasia, «Il Messaggero» «Magistrale». Anna Folli, «Il Foglio»

Io ti ho trovato

Alice Lake vive in un piccolo cottage sulle coste orientali dello Yorkshire. Madre single di tre figli, per mantenere se stessa e la sua famiglia compone collage con ritagli di vecchie carte geografiche, che provvede poi a vendere in rete. Una sera, sulla spiaggia, Alice scorge la sagoma di un uomo: seduto sulla sabbia umida, le braccia allacciate intorno alle ginocchia, l’uomo indossa solo jeans e camicia e sembra indifferente al vento che solleva spruzzi gelidi. Non è abbastanza malconcio per essere un vagabondo né abbastanza strano per essere un paziente del centro di salute mentale del paese. Ma ha un’aria talmente sperduta, uno sguardo così confuso e triste che Alice decide di avvicinarlo e di prestargli soccorso. L’uomo le rivela di non sapere nulla di sé, del perché si trova lì e di come ci è arrivato. Tra gli sguardi increduli dei tre figli, Alice porta a casa lo sconosciuto e lo sistema nella piccola dépendance che di solito affitta, ma in quel momento è vuota. Una decisione avventata e di certo rischiosa, dato che quell’uomo in evidente stato confusionale e senza alcuna memoria del suo passato potrebbe essere chiunque. Quella stessa sera, a Londra, Lily Monrose telefona alla polizia per denunciare la scomparsa di suo marito, Carl Monrose. Quando non lo ha visto tornare dal lavoro ha avuto la sensazione che un ghiacciolo le scivolasse lungo la schiena. Lei e Carl sono rientrati dal viaggio di nozze solo dieci giorni prima e lui si precipitava a casa tutte le sere appena finiva di lavorare, prima di svanire nel nulla lasciando dietro di sé una scia di inquietanti interrogativi, tra cui una falsa identità. La soluzione di questi misteri sembra condurre a un evento accaduto ventitré anni prima, quando due adolescenti, Gray e Kirsty, in vacanza con i loro genitori in un pittoresco villaggio di mare, incontrarono un giovane un po’ singolare. Un giovane che aveva occhi solo per Kirsty. Attraverso una trama capace di mantenere sempre alta la tensione, e grazie a una scrittura dal ritmo incalzante, Lisa Jewell ci consegna un romanzo dalla suspense travolgente e dagli esiti totalmente inaspettati. ‘Lisa Jewell è una meravigliosa narratrice: i suoi personaggi sono credibili, la scrittura è forte e poetica e la narrazione è ricca di suspense e colpi di scena’. Library Journal ‘Il modo di raccontare di Lisa Jewell è così emotivamente realistico che è impossibile non essere coinvolti… Un po’ giallo, un po’ thriller e un po’ storia d’amore, questo romanzo vi terrà incollati alla sedia’. Psychologies
(source: Bol.com)

Io ti fotto. L’Italia è un Paese fondato sulla fregatura: ecco tutti i modi in cui gli italiani raggirano gli altri (e sé stessi)

In Italia, fottere l’altro – una parola più tenue non renderebbe l’idea – è un vizio che è quasi un vanto, “lo ti fotto” è una legge: di più, un comandamento. Convinti di questo, due giovani e brillanti giornalisti hanno esplorato ogni angolo d’Italia alla ricerca dei mille versanti del fottere, dai più quotidiani e apparentemente veniali ai più imprevisti e diabolici: dai meccanici e i tassisti pronti a fregare il prossimo cliente fino ai professionisti del raggiro, abili a evadere il fisco e poi a passare per moralisti, lenti a dichiarare bancarotta, lesti a scappare. E ancora: i mutui e le carte di credito patacca, le vacanze-estorsione, il fottere in rete, la carità truffaldina di Onlus inesistenti o sprecone… Per finire con il “fottere pubblico”: gli appalti, le consulenze, gli espedienti micro e macro per svuotare le casse dell’Italia. Una progressiva “estensione del dominio del fottere” che rischia di coinvolgere non solo le alte sfere, i grandi criminali e i poveri diavoli, ma oramai la stessa classe media, impoverita e resa cinica dalla sensazione di esser rimasta l’unica a farsi ancora imbrogliare. In “lo ti fotto” c’è dunque di tutto e ce n’è per tutti: è un libro spassoso, scritto con una verve rara nei libri d’inchiesta, ma al contempo un reportage impietoso e allarmante, che – speriamo – scuoterà i lettori: se si continua a fottere perché “tanto in Italia tutti fottono”, il Paese ha i giorni contati.
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Io ti controllo

Due assassini si muovono per i corridoi vuoti di un albergo di lusso, tra stanze impeccabili e sale silenziose e sfolgoranti, dove tutto è pronto per un’inaugurazione che non avverrà mai. Perché, a uno a uno, i membri dello staff vengono isolati e uccisi. E prima che la notte finisca, mentre i superstiti lottano per la vita, si farà strada una verità inquietante: al Manderley Resort c’è sempre qualcuno che guarda. Mancano solo quattro giorni alla serata di apertura del Manderley, l’hotel piú esclusivo del mondo. Il prestigioso resort sul mare offrirà ai suoi fortunati clienti il massimo in termini di lusso e sicurezza. Tessa è la persona incaricata dell’organizzazione e, nonostante l’arrivo inaspettato e spiazzante di Brian, il suo amico d’infanzia, ogni cosa sembra andare per il meglio. Ma due killer con il volto coperto iniziano a eliminare in maniera sistematica i membri del personale sotto gli occhi impassibili di centinaia di telecamere. Chi li manda? Cosa vogliono? E perché la Security non interviene? Tessa e Brian dovranno usare tutta la loro intelligenza e il loro coraggio per uscire vivi da quel luogo di sogno che si è trasformato in una trappola.

Io speriamo che me la cavo

«Quanti temi avrò letto nei miei dieci e più anni come maestro elementare di Arzano? Non lo so, ne ho perso il conto. Ma non li ricordo perché ordinati o disordinati, tristi, giocosi e persino polemici, tutti hanno sempre detto e a volte dato qualcosa. Tanto che alcuni li ho conservati e ora ho voluto raccoglierne una sessantina tra i più ameni e sorprendenti. Credo che valga la pena di conoscerli. Colorati, vitalissimi, spesso prodigiosamente sgrammaticati e scoppiettanti di humour involontario, di primo acchito possono far pensare a una travolgente antologia di “perle”. Ma, per chi sa guardare, sotto c’è qualcosa di diverso e di più. Una saggezza e una rassegnazione antica, un’allegria scanzonata e struggente nel suo candore sottoproletario, una cronaca quotidiana ilare e spietata che sfocia in uno spaccato inquietante delle condizioni del nostro Sud.» (Marcello D’Orta)

Io sono l’argilla

Durante la guerra di Corea, mentre i cinesi e l’esercito del nord avanzano, un vecchio contadino e sua moglie fuggono dal loro villaggio. Per evitare una colonna di jeep e carri armati americani, si gettano in un fossato dove trovano un ragazzo coperto di sangue. Ben presto esplode il conflitto tra l’istintiva generosità della donna e la diffidenza del marito. Attraverso l’odissea di questi profughi persi in un paesaggio apocalittico e ridotti ai loro bisogni più elementari, si delinea anche il contrasto tra un universo contadino, ancora in contatto con la sacralità della natura, e le devastazioni prodotte dalla moderne tecnologie: un contrasto che alludde a quello tra la spiritualità orientale e la cultura dell’Occidente.

Io sono il lupo

Kate vorrebbe rimanere per sempre una ragazza normale, ma sa che non sarà possibile. La sua è una famiglia di licantropi e una volta raggiunta la maggiore età dovrà diventarlo anche lei. Sua madre ha già scelto per lei un compagno, Tom Folan. Mentre è in vacanza con la sua famiglia, il ragazzo viene rapito nel buio della foresta e quando si risveglia, a casa di Kate, si accorge che i suoi sensi si sono acutizzati e ha uno strano desiderio di carne cruda… Poi apprende la terribile verità. Ma Kate non si rassegna. Vuole salvare il ragazzo e rifiuta di piegarsi al volere della sua famiglia: dare alla luce insieme a Tom un figlio della loro orribile specie. I due fuggono insieme in cerca della salvezza e di un medico che possa ridare loro le sembianze umane. Ma nonostante provino a reprimere le emozioni, non possono evitare di innamorarsi l’uno dell’altra, e la loro diventa un’avventurosa fuga d’amore.

Io Sono Febbraio. La Storia Dell’inverno Che Non Voleva Finire Mai

In un luogo e in un tempo imprecisato, una piccola cittadina vive un incubo infinito: da mesi gli abitanti sono immersi in un inverno che sembra non voler finire mai, la luce del sole è solo un lontano ricordo, ovunque solo freddo e neve. Mentre gli adulti, progressivamente, cadono in una profonda depressione, uno spirito misterioso – di nome Febbraio – si accanisce contro la popolazione, vietando il volo degli aquiloni e delle mongolfiere dei bambini. Ed è proprio quando questi ultimi iniziano a scomparire che Thaddeus Lowe decide di reagire, dichiarando guerra a Febbraio. Una storia allegorica e struggente, un piccolo scrigno di invenzioni letterarie e immagini poetiche. Shane Jones racconta una surreale fiaba invernale, in cui un’umanità oppressa, che non ha perso la speranza, ha ancora la forza di lottare.

Io sono Dot (Einaudi. Stile libero big)

Niente è stato facile per Dorothy «Dot» Sherman. Ma se mai c’è stata una ragazzina capace di prendere la vita e rivoltarla, be’, è lei. A diciassette anni, quando hai un padre uscito a comprare le sigarette e mai tornato, una madre buona a nulla, un fratellino re delle caccole e una sorella regolarmente gonfiata di botte dal marito, non sono molte le persone su cui puoi contare. Cosí Dot fa la cameriera sui pattini e si difende come può, anche menando le mani. Finché, un giorno, un tizio di nome Elbert, che dichiara di essere uno zio, si installa nella roulotte di famiglia. Per quel che ne sa Dot, Elbert potrebbe essere un serial killer – del resto qualche piccolo trascorso criminale ce l’ha – ma alla fine l’uomo si rivelerà il piú sensato della famiglia. E, dopo anni di frustrazioni e delusioni, forse anche per Dot la ruota potrebbe girare.
«Potreste pensare che questa non sia una storia vera, perché una parte di essa contiene cose a cui è difficile credere, ma vi assicuro che non c’è niente di inventato, dall’inizio alla fine. Vi dirò la pura verità, dal principio alla fine. Vi dirò che i miei amici mi chiamano Dot, e che preferisco che i miei nemici non mi chiamino affatto. Si tratta di una grande avventura? Be’, nessuno andrà sulla luna o scalerà una montagna altissima. Ma per me è un’avventura. È la mia vita quotidiana».
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### Sinossi
Niente è stato facile per Dorothy «Dot» Sherman. Ma se mai c’è stata una ragazzina capace di prendere la vita e rivoltarla, be’, è lei. A diciassette anni, quando hai un padre uscito a comprare le sigarette e mai tornato, una madre buona a nulla, un fratellino re delle caccole e una sorella regolarmente gonfiata di botte dal marito, non sono molte le persone su cui puoi contare. Cosí Dot fa la cameriera sui pattini e si difende come può, anche menando le mani. Finché, un giorno, un tizio di nome Elbert, che dichiara di essere uno zio, si installa nella roulotte di famiglia. Per quel che ne sa Dot, Elbert potrebbe essere un serial killer – del resto qualche piccolo trascorso criminale ce l’ha – ma alla fine l’uomo si rivelerà il piú sensato della famiglia. E, dopo anni di frustrazioni e delusioni, forse anche per Dot la ruota potrebbe girare.
«Potreste pensare che questa non sia una storia vera, perché una parte di essa contiene cose a cui è difficile credere, ma vi assicuro che non c’è niente di inventato, dall’inizio alla fine. Vi dirò la pura verità, dal principio alla fine. Vi dirò che i miei amici mi chiamano Dot, e che preferisco che i miei nemici non mi chiamino affatto. Si tratta di una grande avventura? Be’, nessuno andrà sulla luna o scalerà una montagna altissima. Ma per me è un’avventura. È la mia vita quotidiana».

Io sono con te

L’ha scelta fra mille possibili, come si apre una porta o si imbocca un sentiero. Perché è solo dentro gli occhi di ogni singola persona che si può vedere il mondo.
Brigitte arriva alla stazione Termini un giorno di fine gennaio. Addosso ha dei vestiti leggeri, ha freddo, fame, non sa nemmeno bene in che Paese si trova. È fuggita precipitosamente dal Congo, scaricata poi come un pacco ingombrante. La stazione di Roma diventa il suo dormitorio, la spazzatura la sua cena. Eppure era un’infermiera, madre di quattro figli che ora non sa nemmeno se sono ancora vivi. Quando è ormai totalmente alla deriva l’avvicina un uomo, le rivolge la parola, le scarabocchia sul tovagliolo un indirizzo: è quello del Centro Astalli, lí troverà un pasto, calore umano e tutto l’aiuto che le serve. Di fatto è un nuovo inizio, ma è anche l’inizio di una nuova odissea. Io sono con te è un libro raro e necessario per molte ragioni: è la storia di un incontro e di un riconoscimento, di un calvario e una rinascita, la descrizione di un’Italia insieme inospitale e accoglientissima, politicamente inadeguata e piena di realtà e persone miracolose. Melania Mazzucco si è messa in gioco a ogni pagina come essere umano e come scrittrice, scegliendo una forma flessibile e nuova, esatta, personale, carica di un’emozione trattenuta e dirompente. Se in Vita aveva narrato l’epopea dell’emigrazione italiana, ora ribalta la prospettiva: guardando negli occhi questi uomini e queste donne, specchiandoci nelle loro storie, non potremo non riconoscere l’energia disperata che ci accomuna tutti, quando la vita ci ha travolti e tentiamo di rimetterci in piedi.
(source: Bol.com)

Io sono Achille

Una scena di guerra impressa nella nostra memoria, il duello tra due giovani principi invincibili e possenti che Omero ci ha narrato con l’epica potenza ispirata dagli dèi, diventa con Malouf il racconto umanissimo e moderno dei sentimenti che muovono le loro anime. E tocca le nostre. Questa versione dell’Iliade si apre con Achille, fuori di sé dal dolore per la morte dell’amico Patroclo. Dalle mura di Troia Priamo lo osserva perpetrare lo strazio estremo del cadavere del figlio Ettore, trascinato inerme dietro il cocchio, nella polvere. Ma, pensa il padre affranto, deve esistere un modo per farsi restituire il suo corpo. Un modo grazie al quale le parole di un dialogo possano prevalere sulla furia sorda dell’eroe guerriero, per superare le regole ferree e immutabili della tradizione e per forzare la mano del fato. E allora Priamo, spogliatosi delle insegne regali e indossata una semplice tunica, sale su un carro tirato da muli e guidato da un vecchio come lui, e si avvia umile, ma fermamente deciso, verso l’accampamento greco. Non per incontrare il feroce nemico, l’assassino del suo stesso sangue, ma un altro giovane uomo. Che potrebbe essere suo figlio. Un guerriero che è anche padre e al cui senso paterno Priamo si appella. Ricordandogli che siamo tutti esseri umani e quindi mortali, una condizione che ci accomuna non solo nel dolore, ma soprattutto nella compassione.
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Io so… come hanno ucciso Pasolini

Finalmente dopo 35 lunghissimi anni, Pino Pelosi, ha deciso di parlare. Di raccontare tutta la verità sull’omicidio Pasolini, una delle pagine più buie e controverse della nostra storia. Dopo aver scontato interamente la pena per un delitto mai commesso, e quindi senza poter trarre alcun vantaggio legale da questa coraggiosa testimonianza, Pino la Rana torna a far luce, senza omissioni o reticenze, sull’accaduto, svelando verità mai pronunciate, per chiudere un contenzioso con gli italiani e scaricarsi la coscienza da un fardello troppo grande per un uomo comune.

Io no: ricordi d’infanzia e gioventù

Nessun altro come Joachim Fest ha dato un contributo altrettanto importante per la comprensione della storia del Terzo Reich. La sua fondamentale biografia di Hitler, quella di Albert Speer e la descrizione degli ultimi giorni del Führer nel bunker di Berlino nella Disfatta, hanno raggiunto milioni di lettori in tutto il mondo. Ma come ha vissuto lui stesso quegli anni terribili dominati dal nazismo e dalla guerra? Con questa autobiografia della propria giovinezza Fest offre per la prima volta un quadro personale della sua vita durante quel periodo oscuro. Descrive la casa paterna nei sobborghi di Berlino; racconta l’ostracismo nei confronti di suo padre, importante uomo politico e oppositore del nazismo; narra l’incontro con l’ambiente operistico della capitale tedesca; illustra le proprie letture durante il servizio militare; ricorda il tentativo di fuga da un campo di prigionia americano dentro una cassa di legno. In “Io no”, che già nel titolo segnala inequivocabilmente la propria posizione e quella della sua famiglia nei confronti del nazismo, Fest racconta sé stesso e mostra così l’ambiente di quella borghesia liberale della Germania degli anni Trenta e Quaranta che ha saputo coraggiosamente offrire resistenza alla barbarie dilagante.