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L’amante del vulcano

La Napoli del 1772 è la seconda città d’Europa: una città sontuosa e miserabile, con un re infantile che ha per sola passione la caccia. Sir William Hamilton, il flemmatico e attempato ambasciatore inglese che tutti chiamano “il Cavaliere”, conosce improvvisamente la passione quando un nipote gli manda dall’Inghilterra una giovane amante di cui vuole disfarsi. Di umili condizioni, Emma è bellissima, intelligente, ha un talento d’attrice e impara in fretta: diventerà la vera animatrice della corte borbonica, la potente amica della regina, sorella di Maria Antonietta. Finché un giorno arriva a Napoli l’Eroe, l’ammiraglio Nelson, che ha sconfitto Napoleone in Egitto…
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L’amante del bosco

È un giorno destate del 1906 ed Emily Carr passeggia sulla spiaggia della costa occidentale dellisola di Vancouver. Il paniere col cibo al braccio, il berretto che sbatacchia al vento, Emily non si stanca mai di guardare il villaggio di Hitatsuu, disteso sotto un delicato velo di vapore. È felice di trovarsi nella terra dei Nootka, là dove la foresta e il mare si danno la mano, e i cedri e gli abeti, sferzati dalle onde e profumati dalghe e spruzzi salini, lottano per conquistare lo spazio, scuotono i rami e premono a ridosso delle case.
Ogni artista, si sa, ha il suo démone, la forza impetuosa che lo separa dal resto del mondo e costituisce la fonte più vera della sua ispirazione. Il démone di Emily Carr, pittrice e donna alla ricerca del cuore selvaggio della vita, è il bosco dellisola di Vancouver, la foresta pullulante e minacciosa, popolata dai discorsi dei corvi e da altri segreti, da case fatte di cedro e scorticate dalle intemperie fino a diventare di un meraviglioso color argento, da tribù nobili e fiere.
Emily è stata a San Francisco e lha trovata meschina, è stata a Londra e si è sentita soffocare. Ha percorso le Montagne Rocciose sulla Canadian Pacific Railway, trattenendo il fiato di fronte alla potenza delle cime frastagliate, ha galoppato a pelo in un ranch del Western Cariboo, sventolando il cappello e lanciando grida sotto il cielo immenso. È tornata nel salotto inamidato e cosparso di centrini della sua casa natale di Victoria e non vi ha trovato altro che ipocrisia e pregiudizi.
Solo nella foresta dellisola di Vancouver, in quel luogo grondante di succhi vitali, il posto più selvaggio, più libero e seducente della terra, lei, lamante del bosco, lamica degli indiani e perciò, secondo sua sorella Dede, «la disgrazia della sua famiglia», ha scoperto il suo mondo, il paesaggio ideale della sua arte.
Come nella Passione di Artemisia, Susan Vreeland ci offre, con Lamante del bosco, il ritratto indimenticabile di unartista la cui vita è stata segnata dal conflitto con le ottuse convenzioni sociali e i pregiudizi dellepoca. Vera e propria icona (prima di Georgia OKeeffe e Frida Kahlo) dellarte del secolo scorso, Emily Carr (1871-1945) condusse, infatti, unesistenza scandalosa per il suo tempo: donna bianca della buona società vittoriana, visse tra le tribù indiane della Columbia britannica, e fece suo il loro stile di vita «selvaggio e pagano».
Attorno alla maestosa figura dellartista, sfilano, in queste pagine, i personaggi che hanno segnato la sua vita: Sophie, la coraggiosa donna squamish che ha perduto i suoi figli per le malattie trasmesse dai bianchi; Harold, il figlio di missionari che abbraccia la cultura indigena; Fanny, lartista che condivide con lei unestate sulla costa bretone; Claude, il francese che le ruba il cuore; e, soprattutto, le sue opere che hanno rivoluzionato larte moderna americana.
«Una ribelle e appassionata canadese, caparbia nell’originalità della sua scandalosa pittura, destinata a rivoluzionare l’arte americana».
Supplemento de La Stampa
«Emily è una pioniera, e vive la sua passione di pittrice in maniera selvaggia e pagana incontrando nel bosco personaggi straordinari e indimenticabili».
Shopping Milano
«Il merito maggiore della Vreeland è quello di prestarci gli occhi per vedere i quadri di Emily, con tutte le storie che ci sono dietro che raccontano di coraggio e di disperazione, di morti e di nuove vite, in un ciclo continuo».
Marilia Piccone, Stradanove
«Fu pittrice innovativa e imprevedibile, dotata di un talento straordinario come il suo carattere. Emily Carr condusse l’intera esistenza a combattere le convenzioni della ingessata e benpensante società vittoriana».
The Guide
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### Sinossi
È un giorno destate del 1906 ed Emily Carr passeggia sulla spiaggia della costa occidentale dellisola di Vancouver. Il paniere col cibo al braccio, il berretto che sbatacchia al vento, Emily non si stanca mai di guardare il villaggio di Hitatsuu, disteso sotto un delicato velo di vapore. È felice di trovarsi nella terra dei Nootka, là dove la foresta e il mare si danno la mano, e i cedri e gli abeti, sferzati dalle onde e profumati dalghe e spruzzi salini, lottano per conquistare lo spazio, scuotono i rami e premono a ridosso delle case.
Ogni artista, si sa, ha il suo démone, la forza impetuosa che lo separa dal resto del mondo e costituisce la fonte più vera della sua ispirazione. Il démone di Emily Carr, pittrice e donna alla ricerca del cuore selvaggio della vita, è il bosco dellisola di Vancouver, la foresta pullulante e minacciosa, popolata dai discorsi dei corvi e da altri segreti, da case fatte di cedro e scorticate dalle intemperie fino a diventare di un meraviglioso color argento, da tribù nobili e fiere.
Emily è stata a San Francisco e lha trovata meschina, è stata a Londra e si è sentita soffocare. Ha percorso le Montagne Rocciose sulla Canadian Pacific Railway, trattenendo il fiato di fronte alla potenza delle cime frastagliate, ha galoppato a pelo in un ranch del Western Cariboo, sventolando il cappello e lanciando grida sotto il cielo immenso. È tornata nel salotto inamidato e cosparso di centrini della sua casa natale di Victoria e non vi ha trovato altro che ipocrisia e pregiudizi.
Solo nella foresta dellisola di Vancouver, in quel luogo grondante di succhi vitali, il posto più selvaggio, più libero e seducente della terra, lei, lamante del bosco, lamica degli indiani e perciò, secondo sua sorella Dede, «la disgrazia della sua famiglia», ha scoperto il suo mondo, il paesaggio ideale della sua arte.
Come nella Passione di Artemisia, Susan Vreeland ci offre, con Lamante del bosco, il ritratto indimenticabile di unartista la cui vita è stata segnata dal conflitto con le ottuse convenzioni sociali e i pregiudizi dellepoca. Vera e propria icona (prima di Georgia OKeeffe e Frida Kahlo) dellarte del secolo scorso, Emily Carr (1871-1945) condusse, infatti, unesistenza scandalosa per il suo tempo: donna bianca della buona società vittoriana, visse tra le tribù indiane della Columbia britannica, e fece suo il loro stile di vita «selvaggio e pagano».
Attorno alla maestosa figura dellartista, sfilano, in queste pagine, i personaggi che hanno segnato la sua vita: Sophie, la coraggiosa donna squamish che ha perduto i suoi figli per le malattie trasmesse dai bianchi; Harold, il figlio di missionari che abbraccia la cultura indigena; Fanny, lartista che condivide con lei unestate sulla costa bretone; Claude, il francese che le ruba il cuore; e, soprattutto, le sue opere che hanno rivoluzionato larte moderna americana.
«Una ribelle e appassionata canadese, caparbia nell’originalità della sua scandalosa pittura, destinata a rivoluzionare l’arte americana».
Supplemento de La Stampa
«Emily è una pioniera, e vive la sua passione di pittrice in maniera selvaggia e pagana incontrando nel bosco personaggi straordinari e indimenticabili».
Shopping Milano
«Il merito maggiore della Vreeland è quello di prestarci gli occhi per vedere i quadri di Emily, con tutte le storie che ci sono dietro che raccontano di coraggio e di disperazione, di morti e di nuove vite, in un ciclo continuo».
Marilia Piccone, Stradanove
«Fu pittrice innovativa e imprevedibile, dotata di un talento straordinario come il suo carattere. Emily Carr condusse l’intera esistenza a combattere le convenzioni della ingessata e benpensante società vittoriana».
The Guide

Amanda è morta nel parco

Il cadavere di una donna dalle mani spappolate viene ritrovato al Central Park di Manhattan. In assenza di impronte e di documenti il detective Palanski identifica la vittima in base al nome sull’etichetta della giacca: è Cathy Mallory, geniale e irriducibile cane sciolto della sezione Crimini Speciali della Polizia di New York, recentemente sospesa dal servizio per motivi disciplinari. Quando il notiziario di mezzogiorno la informa della propria morte, Mallory si getta nelle indagini con foga. E scopre che la vittima è in realtà Amanda Bosh, venticinquenne da tempo coinvolta nella relazione con un facoltoso uomo sposato. Per stanare l’assassino Mallory è pronta a tutto, persino a trasformarsi in un vera e propria esca umana.

Amami o lasciami

“Benvenuti all’Hope Street Hotel dove entri sposato ed esci single”. Sono passati due anni da quando Chloe Townsend è stata abbandonata sull’altare e ha dovuto lasciarsi alle spalle tutto quello che contava per lei. Ancora oggi fatica a guardare avanti e a pensare al futuro fino a quando, inaspettatamente, le capita un’occasione unica: l’offerta da parte di Rob McFyden, ricchissimo proprietario di una nota catena alberghiera, di gestire un nuovo hotel super glamour a Dublino. L’Hope Street Hotel è decisamente particolare: albergo sperimentale per coppie che vogliono divorziare, è pensato per rendere la separazione veloce e indolore. La struttura si occuperà di ogni aspetto legale, tecnico ed emotivo. I suoi ospiti ne usciranno finalmente liberi e single.Chloe comincia a rimettere insieme i pezzi della sua vita e le cose sembrano migliorare, nonostante il super esigente, ma affascinante, boss le stia con il fiato sul collo. Nessuno è più bravo di lei a capire di cosa le coppie hanno bisogno quando la loro relazione arriva al punto di rottura ma ben presto si rende conto che deve anche curare il suo cuore spezzato e affrontare i sentimenti che sta cercando di nascondere.Le tre coppie che più hanno bisogno del suo aiuto sono Jo e Dave, Lucy e Andrew, Kirk e Dawn. E il fine settimana che li aspetta sarà ricco di rivelazioni, ricordi tristi e felici, situazioni da affrontare e grandi sorprese.E’ ora di guardare avanti. E presto sarà chiaro che certi addii sono, in realtà, nuovi, eccitanti inizi.

Alvin l’apprendista

L’America tranquilla e pacifica in cui Alvin era nato non esiste più da tempo: l’uomo bianco ha strappato la terra all’uomo rosso, ha tagliato, abbattuto, disboscato e depredato. Il giovane Alvin, inconsapevole incarnazione di un potere arcano e insondabile, è il solo che può ridare speranza a quella terra martoriata. Con l’aiuto di Ta-Kumsaw, un Rosso forte e orgoglioso, e di suo fratello Lolla-Wossiky, il “profeta della terra rossa”, Alvin troverà la forza di battersi per la salvezza della sua terra di cui vedrà persino il lontano e incerto futuro: la misteriosa Città di Cristallo.

Un altro tempo un’altra vita

Pur se archiviata, l’indagine per l’omicidio di un anonimo impiegato sembra in realtà avere continuato una sua vita segreta. Dieci anni dopo, gli uomini dei Servizi di sicurezza continuano a fare ricerche sulla vittima, e indagano un crimine molto più complesso di quello che la polizia aveva cercato di risolvere. Un ritratto brillante e tagliente del complicato e cinico mondo in cui gli affari della polizia si mescolano alla legge e alla politica.

(source: Bol.com)

L’altro mondo

La tragica morte di una donna viene sbrigativamente archiviata dalle autorità come omicidio per mano del bandito Dionigi Mariani che vive con i suoi uomini nei monti della Barbagia. L’avvocato Bustianu è incaricato di chiarire questo mistero proprio dal bandito, che sembra fornirgli, anche se in maniera un po’ ambigua, una pista da seguire. Nonostante sia riluttante ad accettare la proposta di Mariani, l’avvocato rimane tuttavia turbato da alcune cose che a mano a mano comincia a intravedere e decide cosí di continuare la sua indagine. Bustianu deve però fare una scelta importante anche nella sua vita privata: vuole vivere alla luce del sole la sua storia d’amore con Clorinda Pattusi, e sa che questo gli costerà una rottura con la madre. Una doppia battaglia, dunque, la sua: privata , contro la tradizione e i costumi famigliari; pubblica , contro una modernità che, per l’incapacità di rinnovare conservando quanto c’è di buono, sta distruggendo la sua terra e corrompendo le coscienze della sua gente. Siamo nell’Ottocento, ma talvolta la storia si ripete.

Un altro mondo è possibile

Delusa e disillusa dalle ideologie novecentesche, soverchiata da un progresso scientifico e tecnologico inarrestabile, l’umanità di oggi sembra essere rimasta priva di un “faro” che illumini il percorso verso il futuro. Questa sorta di eterno presente – stravolto dalle disuguaglianze, dalla violenza e dalla regressione ideologica – è la condizione che Augé definisce come la “preistoria dell’umanità come società planetaria”. Come uscirne ed entrare in una nuova era? Con un’utopia che possa segnare un radicale cambio di prospettiva. “La sola utopia valida per i secoli a venire e le cui fondamenta andrebbero urgentemente costruite o rinforzate è l’utopia dell’istruzione per tutti: l’unica via possibile per frenare una società mondiale ineguale e ignorante, condannata al consumo o all’esclusione e, alla fin fine, a rischio di suicidio planetario”.

L’altro lato del sesso

Valérie Tasso è stata testimone privilegiata negli ambienti chiusi e selezionati del sesso da molti definito deviante: è stata invitata in un castello della Repubblica Ceca dove le donne dominano gli uomini chiamato il Regno dell’altro mondo, ha seguito i voyeurs di Casa de Campo a Madrid, ha raccolto informazioni su pratiche poco conosciute come le “Infermiere sessuali” in Danimarca e negli Stati Uniti, che le usano come terapia per malati e anziani. L’indagine approfondisce anche la posizione di coloro che rinunciano al sesso, praticando l’astinenza. Il libro riflette anche l’atteggiamento dell’autrice davanti al sesso, sempre libero, ma anche diverso, fuori dalle convenzioni e dai discorsi normalizzanti.
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Un Altro Giro di Giostra

Viaggiare è sempre stato per Tiziano Terzani un modo di vivere e così, quando gli viene annunciato che la sua vita è ora in pericolo, mettersi in viaggio alla ricerca di una soluzione è la sua risposta istintiva. Solo che questo è un viaggio diverso da tutti gli altri, e anche il più difficile perché ogni passo, ogni scelta – a volte fra ragione e follia, fra scienza e magia – ha a che fare con la sua sopravvivenza. Strada facendo prende appunti. Da una lunga permanenza a New York e poi in un centro «alternativo» della California nasce un ritratto inquietante dell’America. Da un lungo girovagare per l’India, compresi tre mesi passati da semplice novizio in un ashram, sempre in cerca di qualcosa o qualcuno che possa aiutarlo, Terzani arriva ad una visione di quel che di più profondo questo paese ha da offrire all’uomo: la sua spiritualità. Ogni cultura ha il suo modo di affrontare i problemi umani, specie quelli della malattia e del dolore. Così, dopo essersi interessato all’omeopatia, Terzani si rivolge alle culture d’Oriente sperimentando sulla propria pelle le loro soluzioni, siano esse strane diete, pozioni di erbe o canti sacri. Medicina tibetana, cinese, ayurveda, qi gong, reiki, yoga e pranoterapia sono fra le sue tappe. Alla fine il viaggio esterno alla ricerca di una cura si trasforma in un viaggio interiore, il viaggio di ritorno alle radici divine dell’uomo. L’incontro casuale con un vecchio saggio nell’Himalaya – casuale certo no, perché niente, mai, succede per caso nelle nostre vite – segna la fine del cammino. Nel silenzio di una grandiosa natura, Terzani arriva alla conclusione che si tratta soprattutto di essere in armonia con l’universo e con se stessi; che si tratta di saper guardare il cielo ed essere una nuvola, che si tratta di «sentire la melodia». La cura di tutte le cure è quella di cambiare punto di vista, di cambiare se stessi e con questa rivoluzione interiore dare il proprio contributo alla speranza in un mondo migliore. Tutto il resto inutile? Niente affatto. Tutto serve, la mente gioca un enorme ruolo nelle nostre vite, i miracoli esistono, ma ognuno deve essere l’artefice del proprio. Un libro sull’America, un libro sull’India, un libro sulla medicina classica e quella alternativa, un libro sulla ricerca della propria identità. Tanti libri in uno: un libro leggero e sorridente, un libro su quel che non va nelle nostre vite di donne e uomini moderni e su quel che è ancora splendido nell’universo fuori e dentro tutti noi.

Un altro giorno è andato: Francesco Guccini si racconta a Massimo Cotto

Ci si può raccontare in modi diversi, seguendo le linee rette della domanda-risposta o assecondando le curve della memoria. Questa biografia di Francesco Guccini percorre la seconda strada. È un lungo racconto in cui il cantautore ha srotolato e poi riavvolto il filo rosso dei ricordi in due anni d’incontro con Massimo Cotto. Ci sono mille storie, la memoria del mulino di Pavana, il Corrierino che sa di melone, l’esame alla Siae su un brano di Claudio Villa, i Nomadi di Augusto, il bikini amaranto della bambina portoghese e l’amaro Montenegro sul set di Radiofreccia… Con una introduzione di Luciano Ligabue.

L’altro figlio

Janie, architetto newyorkese, è una madre single che vive per il piccolo Noah, nato da una notte di passione consumata su una spiaggia di Trinidad con un perfetto sconosciuto. A quattro anni, Noah mostra di conoscere cose di cui nessuno gli ha mai parlato. Un bambino prodigio, e tuttavia un bambino con oscuri comportamenti che sgomentano la madre. Janie non riesce quasi mai a lavargli le mani, poiché Noah è talmente terrorizzato dall’acqua da incorrere in vere e proprie crisi d’asma. Spesso poi fa brutti sogni, incubi da cui si sveglia di soprassalto con gli occhi vitrei, chiedendo di poter tornare nella sua ‘vera casa’, di riabbracciare la sua ‘vera madre’. Il giorno in cui viene convocata dalla preside della scuola materna, allarmata dal fatto che Noah abbia rivelato alla sua insegnante di essere rimasto con la testa sott’acqua talmente a lungo da aver ‘perso i sensi’ – un’espressione assai inconsueta per un bambino di quattro anni – Janie crolla e comprende che, per garantire al figlio una qualche prospettiva di vita normale, non le resta che sottoporlo a una perizia psichiatrica. L’esistenza dello psichiatra Jerome Anderson, invece, è da tempo priva di prospettive. Dopo la morte della moglie e la terribile diagnosi di afasia primaria progressiva, un tipo di demenza degenerativa che colpisce le aree del linguaggio, il medico ha deciso di abbandonare per sempre le proprie, infruttuose, ricerche sulla vita dopo la morte. Quando però Janie e Noah si presentano, disperati, al suo cospetto, comprende che il destino ha voluto riservargli un’ultima, irripetibile occasione. Con una prosa chiara, suggestiva e intima, e dei personaggi ricchi di vita e di sentimento, Sharon Guskin ci racconta una storia caratterizzata da numerosi colpi di scena e con un finale sorprendente. ‘Avvincente, brillante e di grande coinvolgimento emotivo’. New York Times Book Review ‘Tenero… provocatorio… originalissimo’. BookPage
(source: Bol.com)

Un altro da uccidere

Ted McKay ha una vita apparentemente perfetta: è ricco, ha una moglie che lo ama e due figlie adorabili. Ed è a un solo passo dalla morte. Perché la mente di Ted McKay è un labirinto. Ma proprio quando sta per premere il grilletto e farla finita, Ted viene interrotto da un insistente scampanellio alla porta di casa. Nessuno sa che si trova lì, nessuno sa cosa sta per fare. Eppure, adesso che apre gli occhi e abbassa lo sguardo, Ted nota un biglietto sul tavolo. Una nota scritta da lui stesso, ma della quale non si ricorda affatto. Poche parole: “Apri la porta, è la tua ultima via d’uscita”. Ted appoggia la pistola sul tavolo. Apre la porta. E inizia l’immersione nell’incubo. L’uomo alla porta si chiama Lynch e ha una soluzione per lui. Invece di suicidarsi, con tutto il carico di dolore che rimarrebbe a gravare sulla sua famiglia, Ted deve compiere un assassinio…

L’altro capo del filo

La nuova indagine del commissario Montalbano. A Vigàta si susseguono gli arrivi di migranti e tutto il paese è coinvolto nel dare aiuto; in primo luogo la capitaneria e la polizia, ma anche tanti volontari. Il commissario e i suoi uomini non si risparmiano, ci sono gli scafisti da individuare, sospettati anche dello stupro di una bambina. Poi una notte mentre Montalbano è al porto per il consumarsi di una ennesima tragedia del mare, un’altra tragedia lo trascina via dal molo: nella più rinomata sartoria del paese è stata ritrovata la sarta Elena trucidata a colpi di forbici.

Altri libertini

Altri libertini ha avuto fin dagli inizi una vita avventurosa: pubblicato nel 1980, sequestrato per oscenità e poi assolto dal tribunale (‟con formula ampia”), è stato contemporaneamente giudicato dalla critica una delle opere migliori degli ultimi anni e ha imposto Tondelli tra i nuovi autori italiani più letti anche all’estero. I sei episodi, storie di gruppi più che di individui, legittimano l’adozione di una vera e propria soggettività plurale, di un Noi narrativo che fa del romanzo un ritratto generazionale: sullo sfondo della fauna scatenata che si muove nelle pagine di Tondelli c’è l’irrequietezza dell’ambiente studentesco bolognese, che al ‟realismo” della borghesia e alla rassegnazione del sottoproletariato oppone un vitalismo non eroico, ma disinibito e contagioso. Sia la disinvoltura con la quale Altri libertini, aggressiva opera prima, affronta vecchi tabù sia l’ironica diffidenza con la quale tratta mitologie culturali e politiche testimoniano dell’intima appartenenza dell’autore a una letteratura nuova e combattiva.
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### Recensione
L’Ultimo spettacolo nella Correggio del mio Tondelli 20 anni dopo. Un «tondelliano postumo» rilegge le opere libertine ora raccolte in 2 volumi
Ho saputo chi era Pier Vittorio Tondelli quando lui non era più di questo mondo da un paio d’anni. Mi capitò tra le mani una copia di Altri libertini, sfogliai le prime pagine, trovai la sua scrittura lontana da ciò che mi interessava allora, e misi via il libro. Ciò che mi infastidiva maggiormente, credo, era l’alone sacrilego che accompagnava quel libro di successo. Sapevo che era stato al centro di una causa per oscenità, qualcuno voleva che fosse ritirato dalle librerie, e che quella causa aveva contribuito a farlo leggere ancora di più. Forse per colpa di libri che si erano portati dietro accuse, fatwe, fama di scandalo e che avevo letto senza capirci un accidente, o trovandoli indigesti polpettoni ripieni di droghe e sesso spinto e senza un briciolo di anima, ero prevenuto anche nei confronti di Altri libertini. Fu poi uno scritto del critico Fulvio Panzeri, anche quello capitatomi sotto gli occhi per caso, ad accendere un barlume di interesse; e poi le letture di due autori come Culicchia e Ballestra che Tondelli aveva aiutato a esordire alimentarono il barlume acceso da Panzeri, e fu con vivo interesse che ripresi Altri libertini. Be’, inutile sottolineare che fu un’esperienza folgorante. Il libro non era cambiato da quando lo avevo sfogliato la prima volta: ero cambiato io, ero un lettore maturo, ero pronto a lasciarmi trascinare nelle avventure di quelle busone, quei tossici gay con un’anima vagabonda e disperatamente sentimentale, quelle ragazze che si erano fatte una cattiva reputazione perché discinte e promiscue, ma nelle quali pulsava un amore più puro e toccante di quello di una suora per Cristo. C’era questa provincia emiliana ritagliata sulla nativa Correggio, che sembrava un po’ il set de L’ultimo spettacolo di Bogdanovich, là dove i tavolacci freddi del «Posto Ristoro» andavano a sostituire il bar-sala da biliardo e il cinema in dismissione di Sam il Leone. Quei personaggi e quei posti mi ispirarono da subito (e continuano a farlo) una furente e tenera passione: erano esistenze ai margini che prendevano il centro della scena, per poi dileguarsi, all’ultima pagina, nella nebbia di un futuro incerto ma quasi sicuramente disgraziato. Gli outsider di Bukowski e Selby jr, che avevo ritenuto individui così tipicamente americani, in realtà erano passati anche nella nostra letteratura, e in ritardo ne prendevo coscienza. Dico ritardo, ma forse non è così. Semplicemente Tondelli era un autore di un’altra generazione, e io dovevo, come ogni buon lettore, risalire il fiume del tempo per incontrarlo e ammirarlo: siamo tutti successivi a qualcuno o qualcosa di eccezionale. Ma era il linguaggio il corpo tramortente dei racconti dello scrittore emiliano: l’infilata di bestemmie, citazioni, parole sgrammaticate, periodi senza punteggiatura, dialoghi parossistici e teneri, descrizioni sguaiate di stati di follia, intuizioni verbali, scippi dai fumetti, la coloritura a tinte forti di destini/declini. Tutto, nei tocchi di Tondelli, diventava orgia di vita e poesia dell’annullamento. Ogni racconto ti lasciava dentro un senso di infatuazione colpevole, un brivido incantato da sguardo nell’abisso. Tondelli non era quel tipo di scrittore di cui vorresti avere il numero di telefono per chiamarlo dopo che hai finito di leggere un suo libro: perché non avresti saputo cosa chiedergli e che tipo di complimento fargli. E non t’importava se fosse un’asceta della parola tutto preso dal mito di se stesso oppure un artista sensibile alla lusinga: Tondelli, almeno per me – se avessi cominciato a leggerne le opere quando ancora abitava questo mondo -, sarebbe esistito attraverso i suoi scritti: che fossero racconti, romanzi, commedie, articoli, o testi inclassificabili come Un weekend postmoderno, a me sarebbe bastato sapere che esisteva, e che scriveva, scriveva. Leggerlo postumo mi ha sollevato dalla responsabilità di incontrarlo, di vederlo in diretta appollaiato sulle poltrone di qualche fichissimo salotto televisivo, a consumarsi in trite dissertazioni sullo stato delle cose e a consumarmi la stima. Cinicamente, la morte me lo ha reso più affascinante, più vero, più avvicinabile. Come spero possa accadere alle generazioni dopo la mia, in quel risalire indietro nei decenni che è continua fonte di meraviglia e nostalgia.
Recensione di Tuttolibri, a cura di Christian Frascella
### Recensione
Il lettore che nel giugno del 1979 fosse uscito dal bar della stazione ferroviaria dove ha inizio Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, tra spie e vecchie mondane, per entrare di lì a poco in un altro bar di un’altra stazione, quella di Postoristoro, con cui si apre Altri liberitini, libro di esordio di Pier Vittorio Tondelli, nel gennaio del 1980, avrebbe misurato di colpo il cambio di stagione accaduto nel giro di quei mesi. Gli anni di piombo sono al loro culmine; a Bologna esplode la bomba neofascista nella stazione, ma il declino del terrorismo è già cominciato. Il bar della stazione di Reggio Emilia, baricentro geografico dell’intero libro di racconti di Tondelli, è il ricettacolo di eroinomani, piccoli delinquenti, spacciatori, checche e travestiti, giovani abbandonati da tutti e da tutto.
Tondelli racconta in sei episodi – un romanzo di racconti – le storie della sua gioventù e dei suoi coetanei. L’iniziazione alla vita, al sesso, ai sentimenti, alla droga e al viaggio di quella generazione che è stata la protagonista del movimento del Settantasette.
Gli anni Ottanta sono finiti da un pezzo eppure Altri libertini sembra ancora parlare una lingua che si comprende benissimo. I ragazzi di oggi lo comprendono perché al centro della sua narrazione c’è l’educazione sentimentale di un ragazzo: le passioni, i timori, le scoperte, le bizzarrie di un’educazione amorosa che è scoperta di se stessi e del mondo.
Rileggerlo ora significa misurare la distanza anche con uno dei maestri del decennio precedente, Pier Paolo Pasolini, che solo cinque anni prima aveva scioccato e abbacinato l’Italia con i suoi Scritti corsari. L’iniziazione omosessuale raccontata in Viaggio è lontana anni luce dalla passione erotica per i giovani ragazzi di PPP. Con questo, che è il racconto più gioioso e insieme malinconico, si può osservare dall’interno la trasformazione avvenuta alla fine degli anni Settanta, mentre le Br uccidevano Moro, i partiti si liquefacevano e i comunisti non riuscivano a conquistare il potere. Il patetico sembra il sentimento dominante di Tondelli, stigma di un’intera epoca in cui lo sguardo dei singoli si rivolge verso il proprio Self: estenuazione dei sentimenti, deriva narcisistica, passione come patimento, impossibilità di raggiungere la perfezione di sé. Altri libertini non ha perso il suo smalto. A tratti sono pagine piroettanti, a tratti esplosive, a tratti il racconto implode su se stesso. Diverte, commuove, fa riflettere sul nostro “come eravamo”. Scritti nel giro di poco tempo, dopo che la Feltrinelli gli ha respinto un voluminoso romanzo sperimentale ancora inedito, in cui erano in parte incastonati, questi sei racconti segnano anche l’avvento della letteratura industriale di cui il giovane di Correggio è stato l’inconsapevole ostetrico. Trent’anni passati in un lampo, ed è subito ieri.
Recensione di Marco Belpoliti, www.doppiozero.com

Altri giorni, altri occhi

Il tema dello scienziato pazzo che perviene in cantina a una straordinaria invenzione è di quelli che gli scrittori di fantascienza non toccano più nemmeno con le molle da almeno trent’anni. E fanno male, perchè nella fantascienza, come nella letteratura in genere, tutto è sempre raccontabile, con le dovute varianti, modifiche, migliorie. Lo scienziato di questo romanzo non è pazzo e non è nemmeno un genio. Il suo laboratorio non è in cantina ma in uno stabilimento di media grandezza. La sua invenzione arriva dopo lunghe ricerche volte in tutt’altra direzione, e viene brevettata e venduta per tutt’altri scopi. Poi, una serie di inspiegabili incidenti mette in allarme una grande casa automobilistica: tutte le macchine coinvolte erano di un certo modello, tutte stavano eseguendo una svolta a sinistra, tutte montavano un certo tipo di parabrezza. Soltanto a questo punto, quella che sembrava una modesta novità tecnologica diventa una scoperta sensazionale le cui applicazioni, buone e cattive, trasformano in pochi anni il mondo e arricchiscono la fs di una memorabile trovata.