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I capolavori della letteratura horror

Beckford, Vathek • Stevenson, Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde • Stoker, Dracula • Hodgson, La casa sull’Abisso • Meyrink, Il Golem • Munn, Stirpe di lupo • Lovecraft, Le Montagne della Follia Edizioni integrali Che cos’è l’orrore? È più della semplice paura, è più del brivido che si prova davanti all’ignoto, è la raggelante esperienza dell’inspiegabile, è il volto di tenebra del sublime. La misura dell’uomo è la conoscenza, e l’orrore è appena oltre la soglia del conoscibile, sembrano dirci le storie qui raccolte, veri capolavori ormai entrati di diritto nel mito. Vathek è la storia di un califfo ricco e potente, appassionato di esoterismo, che riceve a palazzo l’inattesa e sconvolgente visita di un demone. Il romanzo, che contamina elementi gotici e orientaleggianti, diede grande fama a Beckford, sul finire del Settecento. Lo strano caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde di Stevenson e Dracula di Bram Stoker sono forse i due più celebri e celebrati classici dell’horror: rielaborando l’uno il tema del doppio e il dissidio tra bene e male e l’altro il tema del vampirismo, costituiscono delle vere e proprie pietre miliari della letteratura. C’è un manoscritto ritrovato (altro topos caro al romanzo gotico) al centro di La casa sull’Abisso: Hodgson immagina il diario, redatto tra angoscia e disperazione, dell’inquilino di una misteriosa e cadente dimora affacciata sopra un infernale, enorme pozzo. Altro archetipo, derivante dalla tradizione ebraica, è ripreso da Meyrink: Il Golem narra l’antica leggenda praghese dell’uomo di terra, animato da un potente incantesimo e pronto a scatenare una forza sovrumana. Stirpe di lupo di Munn è una appassionante rielaborazione del tema della licantropia (altro archetipico connubio tra ferinità e umanità): un alieno proveniente da una lontana galassia, atterrato in prossimità di Babilonia, viene raggirato da una strega locale che, con un incantesimo, lo racchiude nel corpo di un essere umano… Le Montagne della Follia è ambientato in Antartide ed è il romanzo più avventuroso di Lovecraft, nel quale il genere dell’orrore trova nella dimensione psicologica il luogo da pervadere con un senso di inquietudine sottile e contagioso.

Il Capitolo Segreto

Il terzo libro della saga di Unika, Il Capitolo Segreto, svela i misteri e racconta il dramma che ha dato origine alla storia. 12.500 anni fa. Un salto nel passato, prima che tutto accadesse.
Prima che Unika si sacrificasse, prima dell’Adlivun, prima della chiusura delle Porte, Metatron inseguiva il sogno di fare avvicinare gli uomini agli angeli. E un angelo venne mandato sulla Terra per accelerare l’integrazione. Quattro popoli diversi ma ugualmente orientati all’evoluzione ascoltarono le sue parole e lo seguirono fino ad arrivare a uccidersi per dimostrare la loro superiorità e dominare l’uno sull’altro. Quel sogno si trasformò nell’incubo che divise Sefira e segnò per sempre l’esistenza del genere umano. Tra i fuochi dell’odio, una donna si immolò per fermare la guerra e dal dolore nacque un amore impossibile ma fortissimo, capace di travolge ogni cosa, anche le regole del creato.
Una storia drammatica, guidata da un destino implacabile. Amore, morte, sofferenza e coraggio si mescolano e si impossessano degli animi, e quando l’inevitabile diventa tragedia, nelle ultime lacrime si specchia la prima scintilla del nuovo sogno.
Quando Unika non immaginava di avere un segreto da proteggere.
Quando Ophidiel era il capo degli Angeli Guida.
Quando Metatron aveva un fratello.
Quando Yesod non era un Drago.
Quando Mizar non aveva compiuto la sua scelta.
Quando Basathiel amava Aqua di un amore al di là di ogni confine.
Quando Unika e Uniko non esistevano.
Quando i sogni potevano ancora realizzarsi.
Quando nessun angelo si era mai innamorato di un essere umano.

Capitani della spiaggia

João Grande e Pedro Proiettile, il Professor Bella-Vita, il Gatto e Gamba-Zoppa, il negretto Barandão e la piccola Dora, il Siccità e il Lecca-Lecca sono i membri di una pericolosa banda di ragazzi che infesta il porto di Bahia in un’epoca di oppressione e di rivolta. Sono i bambini delinquenti, i reietti, il fiore nero e turbolento dell’abbandono e della miseria. Molti di loro vengono travolti, ieri come oggi, dalla crudeltà di una società nemica o dalla logica perversa dell’autodistruzione ma, ricorda Amado, ci sono anche quelli che la fortuna (gli adulti, la storia) può assistere. E se Dora e Almiro soccombono alla miseria e alla malattia, se Gamba-Zoppa cerca e trova la morte, se il Siccità si fa cangaçeiro, se il Gatto diventa bidonista e magnaccia, l’immensa sete di tenerezza e d’amore che mal si nasconde nella spavalda aggressività dei «Capitani» produce anche la vocazione religiosa di Lecca-Lecca, quella artistica del Professore, quella politica di Pedro Proiettile e Barandão.

La canzone di Orfeo

Claire adora la sua amica Ella. Sono inseparabili da quando giocavano insieme da piccole e da allora Claire protegge la sua dolce, svagata bellezza. Ora condividono con i loro amici i sogni di libertà e invincibilità che solo a diciassette anni si possono avere.
Durante una gita sulle spiagge del Northumberland, Claire e i suoi amici sfidano la notte alle fiamme di un falò, dormono nelle tende e si risvegliano al canto di uno sconosciuto, comparso dal nulla. Il suo nome è Orpheus: chi lo ascolta si perde nella sua musica, rapito da un incanto antico e nuovissimo. Ed Ella ne sarà rapita più di tutti, così tanto che Claire non sa se esserne felice o preoccupata. Ma Ella e Orpheus non possono sfuggire al loro amore, è come se lo aspettassero da sempre.
Un romanzo che è come un canto, il racconto di una grande amicizia e di un primo amore, dell’irrefrenabile vitalità e dell’immensa fragilità a cui espongono. Una riscrittura sorprendente del mito di Orfeo ed Euridice, un inno alla gioventù avventata, all’amore totalizzante e alla vita senza paure, nello stile lirico e visionario di Almond.

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Claire adora la sua amica Ella. Sono inseparabili da quando giocavano insieme da piccole e da allora Claire protegge la sua dolce, svagata bellezza. Ora condividono con i loro amici i sogni di libertà e invincibilità che solo a diciassette anni si possono avere.
Durante una gita sulle spiagge del Northumberland, Claire e i suoi amici sfidano la notte alle fiamme di un falò, dormono nelle tende e si risvegliano al canto di uno sconosciuto, comparso dal nulla. Il suo nome è Orpheus: chi lo ascolta si perde nella sua musica, rapito da un incanto antico e nuovissimo. Ed Ella ne sarà rapita più di tutti, così tanto che Claire non sa se esserne felice o preoccupata. Ma Ella e Orpheus non possono sfuggire al loro amore, è come se lo aspettassero da sempre.
Un romanzo che è come un canto, il racconto di una grande amicizia e di un primo amore, dell’irrefrenabile vitalità e dell’immensa fragilità a cui espongono. Una riscrittura sorprendente del mito di Orfeo ed Euridice, un inno alla gioventù avventata, all’amore totalizzante e alla vita senza paure, nello stile lirico e visionario di Almond.

I canti di Mihyar il damasceno

C’è qualcosa di assoluto, di totale e apertissimo, nei Canti di Mihyar il damasceno. Qualcosa di profondamente astorico, di archetipico, ma che pur dimora costretto nei confini della storia e dell’esilio. Il lettore è coinvolto dalla grande potenza liquida e musicale della parola e del verso del poeta (qui tradotto in ottima poesia italiana da Fawzi Al Delmi), che scrisse questi canti nei primi anni Sessanta, subito affermandosi come voce naturale e coltissima di un popolo e di una cultura, quella araba, in virtù della nobile profondità maestosa del suo canto, vibrante e di ampio respiro. ‘Sono entrato nella liturgia della creazione’ dice Mihyar, il grande ‘santo barbaro’, personaggio che consente al poeta di esprimersi nella mirabile tensione di una parola carica di suggestioni, che si manifesta nelle accensioni essenziali della lirica come negli splendidi svolgimenti in poeticissima prosa dei salmi. Elegie e visioni, momenti epici, popolano questo capolavoro della poesia novecentesca, al cui centro è un personaggio creato da Adonis, Mihyar appunto, che vive nell”incertezza di chi sa ogni cosa’, mosso da una ‘identità in continua ricerca’, come ci avverte nella postfazione Khalida Said, che ci inoltra sulla strada di quella figura mitica che coinvolge e riassume in sé svariati elementi: ‘la crisi del poeta come individuo che vive nel XX secolo’ e insieme, su un altro livello, ‘l’esperienza della trasformazione e della mobilità nella società araba e la crisi dell’uomo che si trova di fronte a temi quali la vita, la morte e l’amore’.
(source: Bol.com)

I cani della peste

Richard Adams, the author of Watership Down, creates a lyrical and engrossing tale, a remarkable journey into the hearts and minds of two canine heroes, Snitter and Rowf.
After being horribly mistreated at a government animal research facility, Snitter and Rowf escape into the isolation–and terror–of the wilderness. Aided only by a fox they call ”the Tod,” the two dogs must struggle to survive in their new environment. When the starving dogs attack some sheep, they are labeled ferocious man-eating monsters, setting off a great dog hunt that is later intensified by the fear that the dogs could be carriers of the bubonic plague.

Campo di sangue

E’ il diario, il resoconto, la storia di un viaggio a piedi da Venezia ad Auschwitz. La madre di Affinati salì su uno di quei treni che portavano ad Auschwitz e solo per un colpo di fortuna riuscì a scendere prima dell’arrivo a destinazione. Partendo da Venezia, città simbolo del mito romantico, Affinati attraversa l’Austria e la Polonia interrogando se stesso, il paesaggio e tutti i libri letti sulla letteratura dei lager per ricercare le ragioni delle pagine più abominevoli, ma non per questo meno irripetibili, della storia dell’uomo.
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Campo del sangue

*Campo del sangue* è il resoconto di un viaggio da Venezia ad Auschwitz, compiuto per gran parte a piedi, sulle orme delle vittime e dei carnefici, intrapreso da Eraldo Affinati insieme a un amico poeta. Un viaggio di conoscenza e di coscienza verso l’incommensurabilità del Male, sotto la guida ideale dei protagonisti della formazione umana e culturale dell’autore: il nonno partigiano, la madre sfuggita alla deportazione, gli autori più amati, i testimoni del massacro.
Alternando diario e memoria, racconto e vicende familiari, riflessione etica e interrogativi religiosi, *Campo del sangue* dà al lettore la possibilità di gettare uno sguardo sulla voragine della natura umana e di scoprire, accanto ai fantasmi di un passato che ancora ci ossessiona, le carte necessarie a capire il secolo più sanguinario della nostra storia.
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*Campo del sangue* è il resoconto di un viaggio da Venezia ad Auschwitz, compiuto per gran parte a piedi, sulle orme delle vittime e dei carnefici, intrapreso da Eraldo Affinati insieme a un amico poeta. Un viaggio di conoscenza e di coscienza verso l’incommensurabilità del Male, sotto la guida ideale dei protagonisti della formazione umana e culturale dell’autore: il nonno partigiano, la madre sfuggita alla deportazione, gli autori più amati, i testimoni del massacro.
Alternando diario e memoria, racconto e vicende familiari, riflessione etica e interrogativi religiosi, *Campo del sangue* dà al lettore la possibilità di gettare uno sguardo sulla voragine della natura umana e di scoprire, accanto ai fantasmi di un passato che ancora ci ossessiona, le carte necessarie a capire il secolo più sanguinario della nostra storia.

Calila e Dimna

Dalla scoperta delle Mille e una notte, il mondo esotico di un millenario oriente in cui si mescolano tradizioni indiane, persiane e arabe, con i suoi scià e visir, eremiti e bramini, fanciulle belle come la luna e mariti gelosi, servi infidi e improvvidi mercanti, animali parlanti a specchio di umani vizi e virtù, è per noi sinonimo di fiaba, parte inscindibile del nostro immaginario fantastico. È a questa stessa tradizione che appartiene Calila e Dimna, “uno dei sei o sette antichi libri persiani più importanti, la nostra prosa più bella”, dice Kader Abdolah che l’ha voluto rielaborare nel suo olandese icastico e poetico, per offrirlo in moderna versione, filtrata dalla sua sensibilità di scrittore esule, come un “antico gioiello” donato ai lettori occidentali. Al cospetto di Ray Dabashelim, lo scià dell’India, è il bramino Bidpai chiamato a svolgere il ruolo di Shahrazad, e a trovare per ogni caso della vita il giusto hekayat, il racconto che diverta e serva da esempio. Ma in ogni storia un personaggio si fa a sua volta narratore e gli hekayat si incastrano uno nell’altro in una spirale di aneddoti, apologhi ed episodi in cui uomini e animali, come gli emblematici sciacalli del titolo, si alternano per mettere in scena, più che un insegnamento morale, l’infinita varietà della commedia umana. Se l’inganno, il tradimento e i nemici sono sempre in agguato e l’ambizione e l’avidità portano facilmente alla rovina, non sempre i vizi vengono puniti e le virtù premiate: spesso la fortuna vale più del merito, e chi detiene il potere preferisce ascoltare chi lo adula e condanna chi lo critica dicendo la verità. “Nessuno sfugge al suo destino, né le dure montagne, né i cerbiatti con le loro zampette bianche”, ma due cose restano nel fluttuare della sorte: l’amicizia capace di superare antichi odi, e quella sospensione miracolosa del fluire del tempo data dalla parola, l’erba curativa contro gli irrimediabili mali della vita che, come i personaggi del libro, continuiamo a chiedere agli scrittori: “Raccontaci la storia.”

C’è solo un capitano

Quella fra Francesco Totti e la sua città è, semplicemente, un’infinita storia d’amore. Lorenzo e Matteo, due amici e una Vespa, hanno deciso di celebrarla visitando i luoghi e le strade della capitale che hanno fatto da palcoscenico alla vicenda umana e sportiva del loro Capitano. Fra aneddoti e risate, ricordando storie di calcio e di vita, i sogni di gloria e le sconfitte brucianti, le emozioni forti vissute da due ragazzi che, come moltissimi altri a Roma, sono nati e cresciuti con un solo nome scritto sulle spalle, sopra il numero 10. Il loro è il racconto leggero e commovente di un’intera generazione di romanisti e di amanti del calcio, per la quale il Capitano c’era fin dall’inizio del loro amore per i colori giallorossi, c’è nei sogni del presente e, semplicemente, continuerà a esserci per sempre.

(source: Bol.com)

BUON NATALE AMORE MIO

Sono trascorsi quattro mesi dal loro matrimonio e ora Emmalie e Tyler si preparano a trascorrere il loro primo Natale insieme, in relax, nel resort di famiglia. Nessuno, però, può stare tranquillo quando c’è di mezzo la famigerata nonna Bessy. Cosa avrà in serbo per loro questa volta?
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Sono trascorsi quattro mesi dal loro matrimonio e ora Emmalie e Tyler si preparano a trascorrere il loro primo Natale insieme, in relax, nel resort di famiglia. Nessuno, però, può stare tranquillo quando c’è di mezzo la famigerata nonna Bessy. Cosa avrà in serbo per loro questa volta?

Il buio

Il buio è ambientato nella dilacerata Jugoslavia post-titoista travolta da crisi sociali, politiche e ideologiche. Il protagonista-io-narrante avverte che probabilmente sarà ucciso, e vuole raccontare la propria storia. Vuole spiegare perché è chiuso da dodici giorni in una stanza di albergo, perché ha cercato di camuffare il proprio aspetto, perché vive in uno stato di perenne ansia. La sua vita è cambiata: prima del crollo del comunismo faceva il traduttore di scrittori americani, frequentava i salotti culturali, i party letterari e raccontava tutto quello che vedeva e sentiva all’amico Davor Milo, agente per la sicurezza dello stato a Belgrado. Ora, nascosto in un albergo canadese, deve farla franca, riuscire a ingannare onnipresenti e invisibili cani da guardia che lo vogliono morto poiché sospettano che lui complotti contro le istituzioni dello Stato. Incentrata su una vicenda apparentemente personale e individuale, l’opera si dilata e va ben oltre le caratteristiche storico-ambientali per trasformarsi in un efficace paradigma delle molteplici vicissitudini individuali nel mondo comunista, non solo jugoslavo.
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Il brigante e la mondina. Lomellina 1902

Lomellina, maggio 1902. Pietro Gusmani, fittabile della cascina Confaloniera di Ferrera Erbognone, viene ucciso pochi secondi dopo aver accolto le mondine dell’Oltrepò Pavese.
L’omicida, una donna dalla folta chioma mora, riesce a fuggire al di là del torrente Agogna facendo perdere le sue tracce. Le indagini sono condotte dal brigadiere Angelo Pesenti, che allo stesso tempo dà la caccia al brigante monferrino Francesco De Michelis, detto il Biundén. Intanto, le campagne s’infiammano.
I sindacalisti della Federazione proletaria lomellina, capitanati da Piero Corti, affrontano i padroni. Le mondine, locali e forestiere, sono guidate dalla pasionaria Gina Provera.
Proprio mentre la stagione della monda del riso giunge al termine, il brigadiere risolverà il caso dell’omicidio del fittabile.

(source: Bol.com)