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Una vita violenta

‘La trama di Una vita violenta mi si è fulmineamente delineata una sera del ’53 o ’54… C’era un’aria fradicia e dolente… Camminavo nel fango. E lì, alla fermata dell’autobus che svolta verso Pietralata, ho conosciuto Tommaso. Non si chiamava Tommaso: ma era identico, di faccia, a come poi l’ho dipinto… Come spesso usano fare i giovani romani, prese subito confidenza: e in pochi minuti mi raccontò tutta la sua storia.’ (Pier Paolo Pasolini, Le belle bandiere, 1966))

(source: Bol.com)

Una vita sottile

Chiara Gamberale parla con tono spensierato di tutto ciò che la circonda ogni giorno, delle persone che incontra, di quelle che sanno tutto e la sostengono, e di quelle che ignorano il suo dramma quotidiano: la lotta con la bilancia, il terrore di ingrassare e il rifiuto del cibo fino a che il corpo quasi si fa aria. E la reazione incontrollata, l’assalto al frigo e la grande abbuffata, per poi sentire ancora il bisogno di svuotarsi. Dialoghi vivaci, versi senza pretese, riflessioni e prese di coscienza unite al piacere delle piccole conquiste si alternano tra tensione e dolcezza.

La vita sessuale di Catherine M.

Una donna libera si guarda, si rivela, si espone. E racconta con chiarezza sconvolgente la sua vita sessuale dall’adolescenza in poi. Spregiudicata, disinibita e sicura di sé, sottomessa solo alla ricerca del piacere che trova nell’offrirsi completamente, nell’usare il suo corpo senza gerarchie, né nella sfera morale né in quella fisica, Catherine Millet offre una riflessione cruda, profonda e intelligente sulla propria sessualità. Catherine M. non è una «donna in cerca di avventure» e tantomeno una dominatrice, ma una donna che cerca il piacere nel rinnovare incessantemente l’esperienza, nel mettersi ogni volta di fronte a qualcosa di inatteso.
Libro scandalo che ha scatenato violente polemiche in Francia, *La vita sessuale di Catherine M.* è il frutto di un prodigioso sguardo su di sé che non provoca né vergogna né imbarazzi, e s’impone per la “leggerezza”, la precisione e l’eleganza con cui è scritto.

La vita quotidiana alla fine del mondo antico (Universale paperbacks Il Mulino)

Fra il IV e il VI secolo la società antica subisce grandi cambiamenti, legati all’affermazione del cristianesimo, alla divisione definitiva dell’impero in due parti, con l’emergere della nuova città di Costantinopoli nella metà orientale, e infine alla caduta dell’impero romano d’Occidente, travolto dalle invasioni barbariche. Com’era la vita quotidiana in quella turbolenta epoca di transizione? Il libro ce la restituisce in tutta la sua ricchezza e in rapporto ai diversi strati sociali.
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### Sinossi
Fra il IV e il VI secolo la società antica subisce grandi cambiamenti, legati all’affermazione del cristianesimo, alla divisione definitiva dell’impero in due parti, con l’emergere della nuova città di Costantinopoli nella metà orientale, e infine alla caduta dell’impero romano d’Occidente, travolto dalle invasioni barbariche. Com’era la vita quotidiana in quella turbolenta epoca di transizione? Il libro ce la restituisce in tutta la sua ricchezza e in rapporto ai diversi strati sociali.

La vita oscena

Una spietata discesa agli inferi, dove la spasmodica ricerca di desiderio occupa il dolore, l’oscenità è l’unica purezza, e la morte si consuma nella depravazione ripetuta, come una lenta combustione, sino alla fine. O sino a vedere la luce oltre le fiamme. «Ero piccolo ma già sapevo che riempirsi di cose era il modo che usiamo per sentirci il più lontano possibile dalla morte». Un bambino osserva il mondo degli adulti con la sua voce tersa e visionaria. Il padre che guida velocissimo cantando jingle di Carosello, ma da quando la moglie si è ammalata spesso ferma l’auto di colpo e «fa la faccia della morte». La madre che era una hippy e ora ha il cancro e aspetta la morte, ma a morire per primo è il marito, «come un’offesa inimmaginabile». Rimasto solo, ormai adolescente, il protagonista sprofonda nell’alcol e negli psicofarmaci finché per errore non manda a fuoco la casa. E comincia la sua iniziazione all’abisso, dove droga e irrefrenabile desiderio sessuale ricalcano il meccanismo dell’attesa e del consumo che riempie le nostre esistenze. Una specie di morte in vita da cui però – imprevista – affiora la rinascita.

La vita non è grave: Avventure tragicomiche di un giovane medico innamorato di quello che fa.

Sette lunghe notti al Pronto Soccorso raccontate dal punto di vista spesso divertito, sempre partecipe e appassionato, di un giovane specializzando in medicina in un ospedale francese. Di giorno Baptiste dorme nel polveroso pensionato della facoltà e di notte si dedica con entusiasmo al suo nuovo lavoro, dividendosi tra le emergenze e il reparto cure palliative. Ama “collezionare” le storie dei pazienti, che non sono mai solo corpi da curare, ma uomini e donne da accogliere, conoscere, consolare. Esseri umani da cui imparare, nel bene e nel male. Baptiste osserva con curiosità il lavoro dei colleghi, quelli che operano amanti maldestri traditi da improbabili sex toys e quelli che tengono la mano ai piccoli malati di leucemia; si traveste da clown e conforta i moribondi, si affeziona a loro, e in particolare alla paziente terminale della stanza numero 7. Alla quale, in attesa che il figlio bloccato in aeroporto dall’eruzione di un vulcano arrivi a darle l’ultimo saluto, somministra aneddoti e storie dell’ospedale come se fossero medicine, le più preziose a sua disposizione. Perché nel luogo sacro, caotico e per nulla asettico dove tutto comincia e tutto finisce, la vita si rivela in tutto il suo incommensurabile valore.

Vita nel Medioevo

Convinta che ”la storia vale in quanto è viva”, Eileen Power ha voluto studiare la vita medievale nei suoi aspetti piú minuti e quotidiani, analizzando documenti piuttosto rari che testimoniano delle vicende di gente comune. Ecco, quindi, un contadino, la cui esistenza può essere delineata attraverso l’attività di una tenuta agricola dei tempi di Carlo Magno; una donna di casa, attraverso i diari di una famiglia della classe media; un fabbricante di panni, visto nella sua attività grazie a scritture e libri del tempo. Solo il commercio veneziano con l’Oriente è mostrato attraverso un grande personaggio, Marco Polo, studiato però a sua volta come uno dei tanti mercanti viaggiatori che nel Medioevo percorrevano le vie del mondo. In questo modo ci sono dati quadri vivacissimi e significativi di vita vissuta, e il racconto procede con una finezza che appassiona proprio per il suo rigore storico.
(source: Bol.com)

La vita istruzioni per l’uso

I cataloghi, le descrizioni, il racconto delle cose inanimate: questo aspetto è una caratteristica del libro e una ragione del suo fascino (uno dei capitoli più suggestivi, il 74, è l’evocazione d’un mondo sotterraneo che s’estende sotto le cantine, nelle viscere della terra), ma certo la sua presa di lettura sta nell’altro aspetto: il libro brulicante di storie, d’avventure, di delitti, d’indagini poliziesche. Non per nulla nel frontespizio dell’edizione francese sotto il titolo La Vie mode d’emploi figura la dicitura Romans: ”romanzi” al plurale. Ogni appartamento dello stabile cela un mistero, un dramma, una peripezia che si dirama nelle più esotiche contrade del mondo o trae origine in epoche remote. Le cento stanze diventano le Mille e una notte. Italo Calvino
(source: Bol.com)

La vita inattesa

Ex bibliotecario, ex suonatore dilettante di chitarra, vedovo, Livio Aldegheri ha superato la soglia degli ottant’anni, e ha imparato a convivere con il suo bagaglio di rimpianti, sensi di colpa e desideri irrealizzati. Coltiva il suo giardino e organizza piani dettagliati per non farsi cogliere impreparato dalla morte. Ma il destino ha in serbo altri piani per lui: da un giorno all’altro i due figli con i quali ha interrotto ogni rapporto da molto tempo decidono di chiuderlo in una casa di riposo. Quello che sembra il vero inizio della fine, per Livio diventa l’occasione per una rivincita. Deciso a non farsi mettere da parte come un oggetto inutile, organizza una rocambolesca fuga dall’ospizio, che gli consentirà di scoprire che anche l’ultima stagione della vita può contenere tante soprese e istanti di folgorante bellezza: si può fare buona musica, adottare un cane, forse perfino innamorarsi. E soprattutto Livio capirà che non è mai troppo tardi per lasciare una traccia da seguire a chi si affaccia alla vita. Il romanzo di formazione di un ottantenne, una storia che commuove, diverte e trascina con il ritmo di una commedia on the road.

La vita immaginaria

«La vita è una merda. Non sempre, adesso. Non sto dicendo che la vita è stata una merda da quando sono nata, ma che lo è in questi giorni, queste settimane, questi mesi. Questi mesi in cui apro la finestra al mattino e non mi importa se il pruno che sta di fronte è fiorito o marcito. Questi mesi senza colore, nemmeno in bianco e nero, ma proprio piatti». Un deserto. Questo è ciò che rimane dell’anima di Nata quando Alberto la lascia; un deserto pieno di domande che sembrano miraggi, di dubbi che paiono insormontabili. Lei è giovane, ‘ha tutta la vita davanti’; ma di quella vita non sa che farsene, perché trabocca di un amore ormai sprecato, un amore che lui non vuole più. Amici e lavoro non sono più una risorsa per Nata, e l’unico rifugio è un luogo dove tutto è possibile, dove il deserto non esiste e Alberto è sempre al suo fianco… Finché il miraggio resiste. Ma anche i luoghi del sogno prima o poi svaniscono, come svaniscono i miraggi. La realtà esige il suo tributo e Nata è costretta a uscire, a fare i conti con la paura e con la solitudine, e a rendersi conto che, a dispetto di tutto, la vita continua. Ironico, originale, sincero fino all’amarezza, questo romanzo parla di sogni e verità, di strategie d’amore e di sopravvivenza, e ci insegna che per piegare al nostro volere anche la realtà più ostile basta solo accettarla.

La vita extraterrestre

Siamo veramente i soli esseri “intelligenti” ad abitare l‘Universo o ne esistono altri, in qualche luogo imprecisato?
L’uomo si è sempre posto questo interrogativo, arrischiando risposte vaghe, spesso legate alle frammentarie e dubbie testimonianze, riportate dai mass media, di chi afferma di avere avvistato oggetti e forme anomale. Questo testo analizza lo stato attuale della ricerca in una materia cosi affascinante, riportando sia le opinioni dei ricercatori più direttamente coinvolti nell’ambito dei vari progetti SETI (Search Extra Terrestrial Intelligence) sia i più recenti risultati ottenuti con l’HST (Hubble Space Telescope) nell’individuazione dei sistemi planetari extrasolari.

La vita è uno schifo

Pubblicato originariamente alla fine degli anni Quaranta e poi riunito nella *Trilogie noire* nel 1969, *La vita è uno schifo* è considerato il romanzo capostipite del noir francese. Un gruppo di anarco-comunisti intendono sostenere, con furti e rapine, il proprio progetto rivoluzionario. Ma il limite tra ideologia politica e terrorismo sarà presto drammaticamente superato. Il giovane protagonista, Jean Fraiger, perdutamente innamorato di una donna bellissima e sfuggente, si ritrova a condurre da solo una spietata lotta contro il mondo fino al tragico e struggente epilogo. La concezione surrealista dell’*amour fou*, la dimensione onirica del piacere e del dolore prendono vita, con straordinaria forza espressiva, nelle pagine centrali del romanzo.
Duro, romantico e violento, *La vita è uno schifo* rappresenta uno dei vertici assoluti del noir novecentesco.

La vita è sogno

Autentico capolavoro del teatro barocco, l’opera mette in scena il conflitto tra libertà e destino, vita e sogno (un sogno presunto, insinuato da altri), verità e ingannevole apparenza. “Sogno” infatti non è emblema solo d’una condizione sfuggente e precaria, ma anche d’uno strato di finzione e di menzogna, di paralisi parziale della volontà, di un’angoscia esistenziale “il delitto d’esser nato” – che consiste nel non poter imporre agli altri il proprio essere e il proprio esistere. Introduzione di Andrea Baldissera.
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La vita è sogno

‘Sono poche, pochissime le opere teatrali che possono reggere il confronto con La vida es sueño per densità e dovizia di significati’, scrive Puccini nella prefazione. Autentico capolavoro del teatro barocco, l’opera mette in scena il conflitto tra libertà e destino, vita e sogno (un sogno presunto, insinuato da altri), verità e ingannevole apparenza. Sogno infatti non è emblema solo d’una condizione sfuggente e precaria, ma anche d’uno stato di finzione e di menzogna, di paralisi parziale della volontà, di un’angoscia esistenziale – ‘il delitto d’esser nato’ – che consiste nel non poter imporre agli altri il proprio essere e il proprio esistere.
(source: Bol.com)

Vita e destino (Gli Adelphi)

«Ho appena terminato un grande romanzo a cui ho lavorato per quasi dieci anni…» scriveva nel 1960 Vasilij Grossman, scrittore noto in patria sin dagli anni Trenta (e fra i primi corrispondenti di guerra a entrare, al seguito dell’Armata Rossa, nell’inferno di Treblinka). Non sapeva, Grossman, che in quel momento il manoscritto della sua immensa epopea (che aveva la dichiarata ambizione di essere il “Guerra e pace” del Novecento) era già all’esame del Comitato centrale. Tant’è che nel febbraio del 1961 due agenti del KGB confischeranno non solo il manoscritto, ma anche le carte carbone e le minute, e perfino i nastri della macchina per scrivere: del «grande romanzo» non deve rimanere traccia. Gli occhiuti burocrati sovietici hanno intuito subito quanto fosse temibile per il regime un libro come “Vita e destino”: forse più ancora del “Dottor Zivago”. Quello che può sembrare solo un vasto, appassionante affresco storico si rivela infatti, ben presto, per ciò che è: una bruciante riflessione sul male. Del male (attraverso le vicende di un gran numero di personaggi in un modo o nell’altro collegati fra loro, e in mezzo ai quali incontriamo vittime e carnefici, eroi e traditori, idealisti e leccapiedi – fino ai due massimi protagonisti storici, Hitler e Stalin) Vasilij Grossman svela con implacabile acutezza la natura, che è menzogna e cancellazione della verità mediante la mistificazione più abietta: quella di ammantarsi di bene, un bene astratto e universale nel cui nome si compie ogni atrocità e ogni bassezza, e che induce a piegare il capo davanti alle sue sublimi esigenze. «Libri come “Vita e destino”» ha scritto George Steiner «eclissano quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio».
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### Sinossi
«Ho appena terminato un grande romanzo a cui ho lavorato per quasi dieci anni…» scriveva nel 1960 Vasilij Grossman, scrittore noto in patria sin dagli anni Trenta (e fra i primi corrispondenti di guerra a entrare, al seguito dell’Armata Rossa, nell’inferno di Treblinka). Non sapeva, Grossman, che in quel momento il manoscritto della sua immensa epopea (che aveva la dichiarata ambizione di essere il “Guerra e pace” del Novecento) era già all’esame del Comitato centrale. Tant’è che nel febbraio del 1961 due agenti del KGB confischeranno non solo il manoscritto, ma anche le carte carbone e le minute, e perfino i nastri della macchina per scrivere: del «grande romanzo» non deve rimanere traccia. Gli occhiuti burocrati sovietici hanno intuito subito quanto fosse temibile per il regime un libro come “Vita e destino”: forse più ancora del “Dottor Zivago”. Quello che può sembrare solo un vasto, appassionante affresco storico si rivela infatti, ben presto, per ciò che è: una bruciante riflessione sul male. Del male (attraverso le vicende di un gran numero di personaggi in un modo o nell’altro collegati fra loro, e in mezzo ai quali incontriamo vittime e carnefici, eroi e traditori, idealisti e leccapiedi – fino ai due massimi protagonisti storici, Hitler e Stalin) Vasilij Grossman svela con implacabile acutezza la natura, che è menzogna e cancellazione della verità mediante la mistificazione più abietta: quella di ammantarsi di bene, un bene astratto e universale nel cui nome si compie ogni atrocità e ogni bassezza, e che induce a piegare il capo davanti alle sue sublimi esigenze. «Libri come “Vita e destino”» ha scritto George Steiner «eclissano quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio».