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Il gatto che venne dal freddo

Billi è un gatto leopardo asiatico che vive in libertà tra le foreste e le lagune del Kerala, nell’India meridionale. Orgoglioso della propria indipendenza, prova però un’irrefrenabile attrazione per le attività degli esseri umani, soprattutto dei bambini, e ne invidia un po’ gli affetti e la vita sociale. Appollaiato sul ramo di un albero di mango assiste alle lezioni di un vecchio saggio e apprende il sanscrito e i principi fondamentali delle tre principali religioni indiane: buddhismo, induismo e giainismo. Quindi decide di conoscere il mondo e di scoprire qualcosa di più sugli uomini, e se osservano davvero i precetti della non violenza. Per farlo intraprende un lungo e rischioso viaggio, nel corso del quale incontra e interroga animali che vivono in simbiosi con gli esseri umani: un ghepardo sfruttato per la caccia, un bufalo, una mucca, un’elefantessa, una mangusta e un pappagallo. I loro racconti non sono per nulla incoraggianti eppure, una volta tornato nei suoi luoghi natii, un bel mattino decide di fare il grande passo e si lascia avvicinare da due bambini. **

Il fiume nero di Caronte

Il Presidente degli Stati Uniti ha deciso di liberare l’America dalla sua dipendenza verso il petrolio proveniente dall’estero, attraverso l’utilizzo dei depositi petroliferi presenti in Alaska e lo sviluppo di risorse energetiche alternative. Si tratta di una decisione ardita che potrebbe minacciare il ricco deposito di petrolio del Medio Oriente, e alcuni potrebbero non tollerare un’azione del genere. Anni fa, un progetto sovietico segreto era stato ideato con lo scopo di inferire un colpo fatale agli Stati Uniti per distruggere l’oleodotto presente in Alaska. Ora questo piano strategico è stato rubato dal brillante e infido agente della KGB Ivan Kerikov, che ha unito le sue forze con un potente Ministro del petrolio arabo con il fine di liberare il Fiume Nero di Caronte. Tuttavia essi non hanno preso in considerazione Philip Mercer, l’unico uomo in possesso della determinazione e dell’audacia necessarie per fermarli.

Il fauno di marmo

Donatello, il giovane artista italiano protagonista del romanzo, dall’aspetto straordinariamente simile a quello del Fauno di Prassitele, uccide un rivale in amore. Incapace di accettare il proprio gesto, al termine di un doloroso esame interiore, si consegna alla giustizia. In questo modo da fauno, creatura primitiva e ingenua, si trasforma in una sofferente figura di uomo moderno costretto a confrontarsi con la complessità del male e gli abissi della coscienza. Il fauno emblema della compostezza classica diviene simbolo di quell’Eden perduto, la cui nostalgia è destinata a percorrere la cultura britannica e germanica di fine secolo. Opera della duplice natura – romanzo e diario di viaggio – nasce dalla suggestione del paesaggio italiano e dalla tradizione ottocentesca del Gran Tour ed è segnalato da James come indispensabile bagaglio per ogni viaggiatore inglese in visita a Roma.

Il Club Delle Pecore Nere

Immaginate un tredicenne abbandonato dalla madre in un appartamento di amici trentenni, il trio delle pecore nere.
Uno scrittore che, dopo il coming out, ha rinunciato alla sua favola romantica mollando il futuro marito all’altare.
Una spogliarellista dal carattere pungente, femminista fino al midollo.
Un manager dissoluto, costretto dal capo a trovare una fidanzata di facciata per non sfigurare con i clienti.
Lui è Rocco e loro Samuele, Nicole e Ivan. Il risultato è una bomba pronta a esplodere. Perché mentre tentano di riordinare le proprie esistenze e affrontare le proprie paure, Rocco, il timido adolescente che però sembra il più saggio della casa, scardinerà tutti gli equilibri delle loro giornate e li costringerà a vedere il mondo da una prospettiva diversa.
E così, tra notti rocambolesche, storie familiari complicate, crisi di coppia e di sessualità, scene esilaranti, i tre trentenni dovranno imparare a prendersi cura non solo di se stessi ma anche di questo strano ragazzino. E iniziare a fare i conti con l’età adulta e con tutti i colori dell’amore.

Il Capitalismo Della Sorveglianza

*“Leggendo Il capitalismo della sorveglianza ho sentito subito l’urgenza di far leggere a chiunque questo libro come atto di autodifesa digitale. Con enorme lucidità e coraggio morale, Zuboff mostra non solo come le nostre menti vengano sfruttate per ottenere dati, ma anche come questo processo le cambi in modo rapido e radicale.”*
**Naomi Klein**
*“Ogni nostra email, ogni nostra interazione, ogni nostra emozione è venduta, controllata, manipolata. Mai la società umana ha avuto una così grande concentrazione di ricchezza,conoscenza e potere in così poche mani. Non ve ne siete accorti? Leggete Shoshana Zuboff.”*
**Roberto Saviano**
*”Questo libro è* Il Capitale *di questa generazione”*
**Zadie Smith**
L’era che stiamo vivendo, caratterizzata da uno sviluppo senza precedenti della tecnologia, porta con sé una grave minaccia per la natura umana: un’architettura globale di sorveglianza, ubiqua e sempre all’erta, osserva e indirizza il nostro stesso comportamento per fare gli interessi di pochissimi – coloro i quali dalla compravendita dei nostri dati personali e delle predizioni sui comportamenti futuri traggono enormi ricchezze e un potere sconfinato. È il “capitalismo della sorveglianza”, lo scenario alla base del nuovo ordine economico che sfrutta l’esperienza umana sotto forma di dati come materia prima per pratiche commerciali segrete e il movimento di potere che impone il proprio dominio sulla società sfidando la democrazia e mettendo a rischio la nostra stessa libertà. Il libro di Shoshana Zuboff, frutto di anni di ricerca, mostra la pervasività e pericolosità di questo sistema, svelando come, spesso senza rendercene conto, stiamo di fatto pagando per farci dominare. *Il capitalismo della sorveglianza* , un’opera già classica e un libro imprescindibile per comprendere la nostra epoca, è l’incubo in cui è necessario immergersi per poter trovare la strada che ci conduca a un futuro più giusto – una strada difficile, complessa, in parte ancora sconosciuta, ma che non può che avere origine dal nostro dire “basta!”

Il capitale umano

Drew Hagel ha trascorso gli ultimi dieci anni guardando la vita sgusciargli tra le dita: un primo matrimonio fallito, la sua attività di immobiliarista che non è mai decollata, la figlia Shannon con cui non è mai riuscito a costruire un rapporto. E così si vede scivolare in fondo alla scala sociale nel ricco quartiere dove suo padre aveva costruito intorno alla famiglia una solida reputazione. Finché sopravviene, inaspettata, l’amicizia di un potente finanziere, Quint Manning, che gli offre la possibilità del riscatto. Quello che Drew non sa è che, al di là delle apparenze, anche Manning ha dei problemi simili ai suoi: una moglie delusa, un figlio alcolizzato, e un’imminente bancarotta. Quando un terribile incidente lega definitivamente il destino delle due famiglie, e i loro figli vengono indagati per omicidio, Drew decide di approfittarne e di andare all’attacco. Ma non si può investire sul “capitale umano” come si investe un capitale finanziario, e il suo tentativo di speculare sui sentimenti e sulla vita di chi gli sta intorno avrà tragiche conseguenze per tutti.
Spietato ritratto di una società in cui “la legge è vincere, sempre e comunque”, *Il capitale umano* ci racconta un mondo in cui il perbenismo e la volontà di apparire vengono travolti dai demoni che ciascuno porta dentro di sé, in un mix esplosivo di debolezze, distorsione dei valori e imprevedibilità del caso. Romanzo che si colloca nella grande tradizione del realismo sociale americano, tra Jonathan Franzen e Tom Wolfe, Il capitale umano è un libro destinato a rimanere come pietra di paragone nella narrativa statunitense contemporanea. “Amidon – ha scritto Michiki Kakutani, il più temuto dei critici letterari d’oltreoceano – racconta la sua storia col ritmo di un regista di thriller hollywoodiano. Ma ci fa entrare al tempo stesso nell’interiorità dei suoi personaggi, ci fa vivere la complessa dinamica dei rapporti genitori-figli. E si finisce il romanzo non solo con un senso di ammirazione per la sua bravura, ma anche con una più profonda comprensione dell’animo umano”.

Il Bambino Senza Nome

« *È una storia incredibile. Così avventurosa, sorprendente e atroce da sembrare il soggetto di un grande film.* »
**la Repubblica**
Mark ha da poco iniziato la sua vita da ricercatore a Oxford quando suo padre Alex bussa alla sua porta con un angoscioso segreto da confessare. I brandelli di quel segreto sono rinchiusi in una logora valigia che custodisce i ricordi evanescenti e ossessionanti che per quasi settant’anni suo padre ha cercato di seppellire sotto il peso dell’oblio, mentre brandelli di immagini confuse riaffioravano dal buco nero della memoria. Tocca a Mark ora aiutare suo padre a ricostruire la sua storia, l’epopea tragica e assurda, incredibile eppure drammaticamente reale, di un bambino bielorusso ebreo di cinque anni che è scampato avventurosamente allo sterminio della sua famiglia e del suo villaggio, ha vagato per nove mesi da solo nei boschi, tra la neve e i lupi, è stato catturato da un’unità lettone filonazista, è stato portato davanti al plotone di esecuzione e lì, le spalle contro il muro della scuola, ha rivolto al sottoufficiale che stava per premere il grilletto una strana, perfetta domanda da bambino: «Puoi darmi un pezzo di pane, prima di spararmi?». È stata quella strana domanda a salvargli la vita, anche se non è bastata a preservarlo dalle beffe del destino: le SS decidono di prendere quel bambino dai capelli biondissimi e dagli occhi cerulei come loro mascotte, per farne una mascotte da utilizzare per la propaganda. Ora vuole ricordare, Alex, ritrovare le sue radici, la sua famiglia, il suo passato, vuole sapere tutto, anche il suo nome, perché quello con cui è cresciuto, si è sposato, ha generato tre figli, Alex Kurzem, non è che il nome falso che gli diedero su un foglio di via.

Ignorantocrazia

Gianni Canova tocca uno dei nervi scoperti del dibattito culturale in Italia, un paese che sembra condannato a diventare nazione di analfabeti e populisti. Secondo Canova l’Italia del XXI secolo è diventata culturalmente anoressica: dopo il neorealismo dell’immediato dopoguerra sono mancati riferimenti riconosciuti a livello internazionale e un consumo di prodotti culturali degno di un paese sviluppato. Mentre l’intellettuale progressista o elitista si crogiola tra i propri idoli, l’unica vera rivoluzione culturale pare essere rimasta quella del cinema. È possibile rianimare o costruire una nuova democrazia culturale per il Belpaese?

Ic&Fire

“Lei è Sara e sarà l’addetta al bar per i prossimi mesi. E’ già qui da qualche giorno e ha avuto modo di prendere confidenza con la villa, vi farà fare un breve tour del piano terra e del piano interrato di modo che abbiate consapevolezza degli spazi. Il primo piano scopritelo da soli invece.” Si gira verso di me e mi fissa, lo sguardo cambia e intuisco che quello che dirà non mi piacerà ”Lei per voi sarà una sorta di sorellina minore, siete tutti responsabili che non si cacci nei guai, è come dire poco incline a seguire le istruzioni impartite…non fatevi fottere dalla sua faccia d’angelo, degli angeli condivide solo il fatto che dovrete considerarla asessuata. A lei sono interdetti i piani superiori quindi se la trovate a curiosare sentitevi liberi di allontanarla nei modi che riterrete più opportuni, se la vedete troppo coinvolta con un cliente informatemi immediatamente. “
Stringo i pugni dalla rabbia, sostengo il suo sguardo soddisfatto, se crede che cederò si sbaglia di grosso, mi ha appena trattata davanti a tutti come una bambina inetta e incapace…incrocio le braccia, sono rossa in volto per la rabbia e poi mi viene un’idea…dopo qualche attimo distolgo lo sguardo, in segno di resa, voglio che per pochi secondi gusti il sapore della vittoria e prevedibilmente lo fa…con la coda dell’occhio lo vedo sorridere, certo di avermi in pugno, bene si gira e fa per andarsene, con tono distratto e di sufficienza esclamo
“ah Mikael ho scelto” si rigira e mi guarda dubbioso
“non sapevo dovessi scegliere qualcosa”
“non qualcosa ma qualcuno” assottiglio lo sguardo e voltandomi verso il tavolo indico i due ragazzi che hanno catturato la mia attenzione “loro due” mi guarda non capendo “mi scoperò loro due entro il prossimo mese, contemporaneamente o meno lo deciderò dopo”
Un Club dove poter soddisfare ogni più perverso desiderio
Una ragazza sfrontata e ribelle
Un guanto di sfida
Desiderio, lussuria, eros faranno da sfondo all’incontro e scontro tra i personaggi
Benvenuti alla MasterDom, la società che gestisce i due club più peccaminosi d’Italia
Il libro contiene scene esplicite di sesso, si consiglia la lettura ad un pubblico adulto.
Romanzo autoconclusivo.

I Morti Non Sognano

Aperto dal celebre racconto *L’intervista* e dalla voce di un regista così cinico e spietato da sembrare un gangster, questo volume raccoglie più di sessanta racconti che – parallelamente ai memorabili romanzi – scandiscono quasi cinquant’anni di attività di Ed McBain, aka Evan Hunter. «Gli aspetti salienti della sua narrativa» ha scritto Corrado Augias «sono in primo luogo i dialoghi, bellissimi, poi il realismo degli sfondi urbani. La città è il suo teatro, i piccoli criminali i suoi personaggi preferiti.» Ma nelle short stories non si incontrano solo bande di delinquenti e investigatori privati, poliziotti disillusi e private follie: oltre all’universo del crimine McBain sa indagare i mali della società, dal razzismo alle conseguenze della guerra, e anche le crisi individuali e di coppia. Ne emerge il ritratto a tutto tondo di un grandissimo artigiano della scrittura, amato nel mondo intero per il suo umorismo e per la profonda umanità che lo porta a immergersi con sguardo spietato e partecipe negli abissi più nascosti della mente umana.

I crepuscolari. I fiori del crepuscolo

Argo, un giovane cacciatore di Lepòmene, parte dal suo villaggio di Aka
insieme con suo padre e un manipolo di uomini.
Quando il gruppo viene attaccato e la morte del ragazzo sembra oramai inevitabile, questi viene salvato da un misterioso viaggiatore di nome Atropos.
Col passare del tempo Argo comincia a sentire dentro di sé qualcosa di strano: il suo corpo sta cambiando, finché il fiore del crepuscolo che è in lui si schiude, trasformandolo in un demone.
Argo diventa una creatura né del giorno né della notte, un essere immortale in cerca della sua vendetta verso chi lo ha maledetto.
Il passato, il presente e il futuro della Terra dei Cento viene man mano rivelato, mentre le razze antiche e quella umana si preparano a una nuova guerra.

I come italiani

Con tutti i suoi difetti, le sue contraddizioni, le sue assurdità, l’Italia è tutto fuorché banale. Enzo Biagi ci offre una personalissima guida pratica per capire questo sorprendente Paese. Articolato in 107 voci ora affettuose, ora irritate,” I come italiani” parla di grandi personaggi come Fellini, Casanova, Montanelli, Sordi, Mastroianni, Padre Pio, ma anche di Dio e del diavolo, di pudore e di preservativo, di tasse e di Tangentopoli, di cognomi e di verginità, di informazione, di mafia, di mamma, di città, di santi, di sesso…

Gunther d’Amalfi. Cavaliere templare

“Gunther D’Amalfi. Cavaliere templare” di Franco Cuomo, un romanzo, nato dalla capacità dell’autore di contaminare la documentazione storica con la fantasia più trasgressiva. Un’appassionante avventura che ricorda per molti aspetti una moderna spy-story, seppure immersa in un tardo Medioevo. Sogni di gloria e d’amore, ma anche devastanti crisi spirituali, s’intrecciano su questo sfondo storico, nel segno di quella che fu la grande utopia templare, la realizzazione cioè di un’armonia universale attraverso il sincretismo delle due grandi religioni contrapposte della cristianità e dell’islam, senza esclusione per l’ebraismo (che all’epoca non era in armi come oggi, ma comunque in campo con il peso del suo primato storico tra le tre grandi religioni monoteiste ). Un’utopia la cui attualità è sotto gli occhi di tutti per il dramma che si vive quotidianamente in Medioriente.

Grida di pietra

Da bambina Leila abitava a Haifa, in una piccola casa che i suoi possedevano vicino al quartiere ebraico di Hadar Hacarmel. I vicini si chiamavano Abramovitch, Aronstein o Eisenberg. Una delle sue migliori compagne di giochi si chiamava Tamara. Era ebrea, e la sua vita era dolce proprio come la sua, poiché a Haifa vivevano allora semplicemente degli esseri umani che non si curavano più di tanto del fatto di essere ebrei o palestinesi.
Poi arrivò quel maledetto 29 novembre 1947, il giorno in cui alcuni stranieri riuniti in una casa di vetro e d’acciaio in qualche parte nel mondo decisero di concedere il cinquantasei per cento della terra palestinese ai parenti di Tamara.
Leila dovette lasciare la sua terra, e rifugiarsi con la sua famiglia e settemila suoi compatrioti nel campo profughi di Borj el-Shemali, in Libano. Un posto paradisiaco, con la spiaggia più bella del Paese dei Cedri e il mare cangiante di mille colori meravigliosi. Un posto perfetto per qualsiasi bambina, ma non per Leila. Una frase atroce, ripetuta all’infinito dai suoi genitori e dai vecchi del campo, avvolse nel sudario del lutto la sua adolescenza: Siamo nati rifugiati, moriremo rifugiati. Cresciuta con l’idea di ribellarsi al destino di polvere e sangue della sua gente, e di sovrastare i lamenti con le grida di pietra della sua terra, Leila Khaled, alla fine degli anni Sessanta, dirottò due aerei, prima donna in assoluto a prendere parte a un’azione simile.
Secondo volume del grande affresco sul Medio Oriente iniziato con *La terra dei gelsomini* , *Grida di pietra* narra questa e numerose altre storie straordinarie. Non soltanto storie di lutto e di guerra, ma anche d’amore e di pace, come la vicenda che coinvolge, e unisce in un sentimento più alto della rabbia e dell’odio, Jumana, giovane palestinese fatta prigioniera dall’esercito israeliano dopo aver tentato di posizionare un ordigno, e Avram Bronstein, soldato israeliano che avrebbe dovuto restare vittima proprio di quell’ordigno.
Sullo sfondo dei numerosi sussulti politici che hanno segnato il Medio Oriente negli ultimi cinquant’anni, sfilano in queste pagine i reali protagonisti della Storia: Nasser, Sadat, Arafat, Saddam Hussein, Moshe Dayan, Assad padre, figure che prendono corpo e voce sotto l’abile penna di Gilbert Sinoué.

Gli internazionali

La sede di una rappresentanza diplomatica internazionale in Albania negli anni del post-comunismo; un ambasciatore depresso perché tradito dalla sua giovane amante; alcuni addetti, di varie nazionalità, che sgomitano per primeggiare. E Rosh, giovane impiegato albanese, che osserva e registra i paternalismi, le invidie, i carrierismi e le ipocrisie di questo variegato circo. Una commedia dolceamara che svela i dietro le quinte di una delle tante missioni cosiddette “umanitarie”, dove ci si domanda come può l’Occidente essere d’aiuto ai Paesi in via di sviluppo se ancora vi si accosta con presunzione e superiorità, e come può un Paese in difficoltà accettare aiuto da chi nei fatti irride la sua identità. La sagace e sferzante ironia di Aliçka – che da ex diplomatico ben conosce il mondo di cui racconta – colpisce tanto gli zelanti soccorritori internazionali quanto i remissivi e sventurati autoctoni. Un romanzo satirico fresco e allegro da ascrivere alla migliore tradizione balcanica di questo genere.