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Storia d’Italia

La Storia d’Italia, la sola opera che Francesco Guicciardini destinò alla pubblicazione, fu composta tra il 1537 e il 1540, quando l’autore, alla fine della sua carriera politica, viveva ad Arcetri, totalmente libero da impegni politici e diplomatici. L’opera è costituita da venti libri e narra le guerre che portarono alla rovina dell’indipendenza italiana, dalla morte di Lorenzo il Magnifico, 1492, a quella del papa Clemente VII (1534).Ledizioni propone la versione digitale in formato epub di quest’opera fuori diritti.
(source: Bol.com)

Storia d’Italia. Vol. 1: Dalla fondazione di Roma alla distruzione di Cartagine

In questo volume: dalla fondazione di Roma, anno 753 a.C., data tradizionale, al 146 a.C., anno che vide la distruzione totale di Cartagine e Corinto, e la riduzione dell’intera Grecia in provincia romana col nome di Acaia.
Indro Montanelli ha inventato un nuovo genere letterario. Ha preso la storia dotta ed erudita e l’ha mutata in una storia per il grande pubblico, una storia degli uomini di ieri per gli uomini di oggi, semplice, vivace e polemica. Montanelli è pieno di curiosità per il passato, che egli vuol capire e far capire come se fosse presente, usando mille confronti, mille riferimenti ad episodi e personaggi del nostro tempo. Di questa ricca Storia d’Italia sono disponibili anche i seguenti volumi:
XIV, L’età della Riforma
XXXI, L’unità d’Italia
XXXII, Gli anni della destra
XXXIII, La sinistra al potere
XXXIV, La questione cattolica e la questione sociale
XXXV, L’età di Giolitti
XXXVI, La prima guerra mondiale
XXXVII, Caporetto, il Piave, la vittoria
XXXVIII, La fine del regime liberale
XXXIX, L’avvento del fascismo

Storia d’Italia, Vol 25. L’Italia dell’Ulivo [1995-1997]

La bufera di Tangentopoli spazzò via un sistema politico che sembrava eterno. Chi avrebbe mai pensato che la DC si dissolvesse in piccole formazioni? Che il PCI riuscisse a sopravvivere a prezzo di una scissione e cambiando nome? E che dire di PSI, di PSDI, di PRI e di PLI? Tutti volevano che le cose cambiassero: dovevano finire i tempi del compromesso, del trasformismo, dei mille accomodamenti e degli accordi sottobanco. Il Palazzo era alle corde, un’intera classe politica era delegittimata, il Paese reclamava a gran voce il «nuovo», pur non sapendo bene cosa potesse essere. In questo clima arroventato, il governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi rassegnò le dimissioni il 13 gennaio 1994 e tre giorni dopo il Presidente Oscar Luigi Scalfaro sciolse le Camere: si andava al voto con il «maggioritario», sebbene riveduto e corretto all’italiana. E proprio allora maturò quel clima di violenta intolleranza che ancora oggi fa del nostro sistema politico un bipolarismo imperfetto: il centrosinistra era sicuro di vincere, ma non aveva fatto i conti con Berlusconi che, dopo aver già sdoganato la destra di Fini, stabilì un alleanza con la Lega di Bossi e con il CCD formato da ex democristiani. Fin dall’inizio della campagna elettorale nessuno dei due schieramenti legittimò l’altro: la dialettica politica si ridusse ai soli insulti. Inoltre, i due poli erano profondamente divisi al loro interno. Il 27 e il 28 marzo si votò; vinse Berlusconi, che formò un governo che durò soltanto fino al 22 dicembre, quando Bossi abbandonò la maggioranza. Il centrodestra voleva tornare subito alle urne, ma Scalfaro affidò a Lamberto Dini, già ministro del Tesoro di Berlusconi, il compito di formare un governo di «tecnici» che rimase in carica sino all’11 gennaio 1996. Nel frattempo Romano Prodi aveva assunto la guida del centrosinistra raccogliendolo sotto l’insegna dell’Ulivo. Si votò il 21 aprile e «il professore» bolognese vinse, ben presto amareggiato dall’azione politica di Fausto Bertinotti – leader di Rifondazione comunista – che, il 9 ottobre, provocò la crisi del Governo Prodi. E qui s’interrompe questa «Storia d’Italia», perché, come scrisse Montanelli salutando i suoi lettori, «il congedo l’ho preso negli ultimi tempi dalla stessa Italia, un Paese che non mi appartiene più e a cui sento di non più appartenere». Quel che segue è ormai cronaca.

Storia d’Italia, Vol 24. L’Italia di Berlusconi [1993-1995]

La bufera di Tangentopoli spazzò via un sistema politico che sembrava eterno. Chi avrebbe mai pensato che la DC si dissolvesse in piccole formazioni? Che il PCI riuscisse a sopravvivere a prezzo di una scissione e cambiando nome? E che dire di PSI, di PSDI, di PRI e di PLI? Tutti volevano che le cose cambiassero: dovevano finire i tempi del compromesso, del trasformismo, dei mille accomodamenti e degli accordi sottobanco. Il Palazzo era alle corde, un’intera classe politica era delegittimata, il Paese reclamava a gran voce il «nuovo», pur non sapendo bene cosa potesse essere. In questo clima arroventato, il governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi rassegnò le dimissioni il 13 gennaio 1994 e tre giorni dopo il Presidente Oscar Luigi Scalfaro sciolse le Camere: si andava al voto con il «maggioritario», sebbene riveduto e corretto all’italiana. E proprio allora maturò quel clima di violenta intolleranza che ancora oggi fa del nostro sistema politico un bipolarismo imperfetto: il centrosinistra era sicuro di vincere, ma non aveva fatto i conti con Berlusconi che, dopo aver già sdoganato la destra di Fini, stabilì un alleanza con la Lega di Bossi e con il CCD formato da ex democristiani. Fin dall’inizio della campagna elettorale nessuno dei due schieramenti legittimò l’altro: la dialettica politica si ridusse ai soli insulti. Inoltre, i due poli erano profondamente divisi al loro interno. Il 27 e il 28 marzo si votò; vinse Berlusconi, che formò un governo che durò soltanto fino al 22 dicembre, quando Bossi abbandonò la maggioranza. Il centrodestra voleva tornare subito alle urne, ma Scalfaro affidò a Lamberto Dini, già ministro del Tesoro di Berlusconi, il compito di formare un governo di «tecnici» che rimase in carica sino all’11 gennaio 1996. Nel frattempo Romano Prodi aveva assunto la guida del centrosinistra raccogliendolo sotto l’insegna dell’Ulivo. Si votò il 21 aprile e «il professore» bolognese vinse, ben presto amareggiato dall’azione politica di Fausto Bertinotti – leader di Rifondazione comunista – che, il 9 ottobre, provocò la crisi del Governo Prodi. E qui s’interrompe questa «Storia d’Italia», perché, come scrisse Montanelli salutando i suoi lettori, «il congedo l’ho preso negli ultimi tempi dalla stessa Italia, un Paese che non mi appartiene più e a cui sento di non più appartenere». Quel che segue è ormai cronaca.

Storia d’Italia, Vol 23. L’Italia degli anni di fango [1978-1993]

L’Italia assaporava un benessere mai conosciuto. In realtà, il boom economico aveva premiato solo alcune classi, ignorando quelle più deboli; gli industriali perseguivano una politica di breve respiro; la scuola non aveva saputo rinnovarsi; vigeva una morale retriva… Tutte queste contraddizioni esplosero nel Sessantotto quando i moti studenteschi che avevano scosso gli Stati Uniti e infiammato la Francia si estesero ai nostri atenei. Tutto era rimesso in discussione: la morale, i partiti, i sindacati, la politica, le istituzioni, l’insegnamento. Nel 1969, poi, le lotte degli studenti si saldarono alle rivendicazioni operaie. Il 12 dicembre di quell’anno, con la strage alla Banca dell’Agricoltura a Milano – uno dei tanti misteri d’Italia mai risolti – ebbero inizio quegli «anni di piombo» che avrebbero raggiunto il loro apice con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978. Tra queste due date l’Italia conobbe soltanto intimidazioni, agguati, bombe, scandali devastanti, ipocrisia intellettuale, uccisioni, la nascita delle Brigate rosse e del partito armato, lo stragismo, il terrorismo… Il Paese riuscì tuttavia a sconfiggere la lotta armata e ad avviare un processo di rinnovamento con l’elezione di Sandro Pertini alla presidenza della Repubblica (1978) e la formazione (1981) del Governo Spadolini, primo presidente del Consiglio non democristiano. Ma il «grande gioco» lo condusse Bettino Craxi: eletto segretario del PSI nel luglio del 1976, riuscì a vanificare il «compromesso storico» tra DC e PCI, a rendere il suo partito ago della bilancia della vita politica, a essere nominato presidente del Consiglio il 4 agosto 1983 e a mantenere questa carica fino al 3 marzo 198 7. Spregiudicato, politico di razza, capace di vincere un referendum che aboliva la scala mobile, Craxi fu statista di spessore, ma non seppe o non volle vedere la corruzione che dilagava attorno a lui e che lo travolse quando, il 17febbraio 1992, fu arrestato per avere intascato una «mazzetta» da Mario Chiesa, un funzionario socialista. Era l’inizio di Tangentopoli: dagli anni di piombo si era passati a quelli «di fango».

Storia d’Italia, Vol 22. L’Italia degli anni di piombo [1965-1978]

L’Italia assaporava un benessere mai conosciuto. In realtà, il boom economico aveva premiato solo alcune classi, ignorando quelle più deboli; gli industriali perseguivano una politica di breve respiro; la scuola non aveva saputo rinnovarsi; vigeva una morale retriva… Tutte queste contraddizioni esplosero nel Sessantotto quando i moti studenteschi che avevano scosso gli Stati Uniti e infiammato la Francia si estesero ai nostri atenei. Tutto era rimesso in discussione: la morale, i partiti, i sindacati, la politica, le istituzioni, l’insegnamento. Nel 1969, poi, le lotte degli studenti si saldarono alle rivendicazioni operaie. Il 12 dicembre di quell’anno, con la strage alla Banca dell’Agricoltura a Milano – uno dei tanti misteri d’Italia mai risolti – ebbero inizio quegli «anni di piombo» che avrebbero raggiunto il loro apice con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978. Tra queste due date l’Italia conobbe soltanto intimidazioni, agguati, bombe, scandali devastanti, ipocrisia intellettuale, uccisioni, la nascita delle Brigate rosse e del partito armato, lo stragismo, il terrorismo… Il Paese riuscì tuttavia a sconfiggere la lotta armata e ad avviare un processo di rinnovamento con l’elezione di Sandro Pertini alla presidenza della Repubblica (1978) e la formazione (1981) del Governo Spadolini, primo presidente del Consiglio non democristiano. Ma il «grande gioco» lo condusse Bettino Craxi: eletto segretario del PSI nel luglio del 1976, riuscì a vanificare il «compromesso storico» tra DC e PCI, a rendere il suo partito ago della bilancia della vita politica, a essere nominato presidente del Consiglio il 4 agosto 1983 e a mantenere questa carica fino al 3 marzo 198 7. Spregiudicato, politico di razza, capace di vincere un referendum che aboliva la scala mobile, Craxi fu statista di spessore, ma non seppe o non volle vedere la corruzione che dilagava attorno a lui e che lo travolse quando, il 17febbraio 1992, fu arrestato per avere intascato una «mazzetta» da Mario Chiesa, un funzionario socialista. Era l’inizio di Tangentopoli: dagli anni di piombo si era passati a quelli «di fango».

Storia d’Italia, Vol 21. L’Italia dei due Giovanni [1955-1965]

Grazie alla stabilizzazione politica raggiunta con le elezioni del 18 aprile 1948, poteva finalmente avere inizio quell’opera di ricostruzione che a molti sembrava disperata. Eppure, in pochi anni, gli italiani dimostrarono di essere capaci di dare il meglio di sé proprio quando la situazione è più difficile. A prezzo di enormi sacrifici e di un duro confronto con l’opposizione, i diversi Governi De Gasperi contribuirono alla nascita di un’industria che si affermò poi come una delle più competitive d’Europa, affrontarono la questione meridionale istituendo la Cassa del Mezzogiorno, crearono un sistema fiscale moderno. Il dibattito politico era aspro, gli scontri di piazza violenti, ma entrambe le parti sapevano che non era più possibile mettere in discussione le grandi scelte di campo compiute dal Paese. In politica interna si assistè alla costituzione del PSDI di Saragat, all’allentarsi dell’unità d’azione tra PCI e PSI, all’evoluzione della DC in un «partito di centro che guarda a sinistra»: e in occasione del Quinto Congresso del partito (27 giugno 1954) i giovani emergenti (Fanfani, Moro, Gronchi) accantonarono uno stanco De Gasperi per dar vita a una politica che mirava, con il tempo, a coinvolgere nel governo il PSI di Nenni. Questo disegno trasse impulso dalla presidenza di Giovanni Gronchi e dal pontificato di Giovanni XXIII che, stabilendo per quanto riguardava il marxismo una netta distinzione tra «errore» ed «errante», favori un certo spostamento a sinistra dei voti dei cattolici più «impegnati». Anche nel pei, dopo il XX Congresso del PCUS (25 febbraio 1956), in cui Kruscev denunciò apertamente i crimini di Stalin, cominciò lentamente a incrinarsi la ferrea fede nell’URSS. Ma questi sono anche gli anni dei primi scandali finanziari che vedono coinvolti uomini di governo e di partito, della politica del rinvio, delle contraddizioni non risolte che, nascoste dall’apparente benessere dei «favolosi anni Sessanta», sarebbero di lì a poco esplose sconvolgendo il Paese.

Storia d’Italia, Vol 20. L’Italia del miracolo [1948-1954]

Grazie alla stabilizzazione politica raggiunta con le elezioni del 18 aprile 1948, poteva finalmente avere inizio quell’opera di ricostruzione che a molti sembrava disperata. Eppure, in pochi anni, gli italiani dimostrarono di essere capaci di dare il meglio di sé proprio quando la situazione è più difficile. A prezzo di enormi sacrifici e di un duro confronto con l’opposizione, i diversi Governi De Gasperi contribuirono alla nascita di un’industria che si affermò poi come una delle più competitive d’Europa, affrontarono la questione meridionale istituendo la Cassa del Mezzogiorno, crearono un sistema fiscale moderno. Il dibattito politico era aspro, gli scontri di piazza violenti, ma entrambe le parti sapevano che non era più possibile mettere in discussione le grandi scelte di campo compiute dal Paese. In politica interna si assistè alla costituzione del PSDI di Saragat, all’allentarsi dell’unità d’azione tra PCI e PSI, all’evoluzione della DC in un «partito di centro che guarda a sinistra»: e in occasione del Quinto Congresso del partito (27 giugno 1954) i giovani emergenti (Fanfani, Moro, Gronchi) accantonarono uno stanco De Gasperi per dar vita a una politica che mirava, con il tempo, a coinvolgere nel governo il PSI di Nenni. Questo disegno trasse impulso dalla presidenza di Giovanni Gronchi e dal pontificato di Giovanni XXIII che, stabilendo per quanto riguardava il marxismo una netta distinzione tra «errore» ed «errante», favori un certo spostamento a sinistra dei voti dei cattolici più «impegnati». Anche nel pei, dopo il XX Congresso del PCUS (25 febbraio 1956), in cui Kruscev denunciò apertamente i crimini di Stalin, cominciò lentamente a incrinarsi la ferrea fede nell’URSS. Ma questi sono anche gli anni dei primi scandali finanziari che vedono coinvolti uomini di governo e di partito, della politica del rinvio, delle contraddizioni non risolte che, nascoste dall’apparente benessere dei «favolosi anni Sessanta», sarebbero di lì a poco esplose sconvolgendo il Paese.

Storia d’Italia, Vol 19. L’Italia della Repubblica [1946-1948]

8 settembre 1943, 2 giugno 1946, 18 aprile 1948: tre giorni cruciali per la storia del nostro Paese. Il primo segna l’inizio della guerra civile che insanguinò L’Italia quando «era tagliata in due» (secondo un’incisiva definizione di Benedetto Croce), con la Repubblica Sociale di Mussolini a Nord tenuta in vita dai tedeschi e il Regno del Sud di Vittorio Emanuele III che godeva del sostegno degli Alleati. Fino al 25 aprile, e oltre, si combatté tra italiani una guerra disperata e feroce in nome – come sostenevano su fronti opposti repubblichini e partigiani – dell’onore, della dignità e della libertà. Furono proprio gli autori di questo libro a rompere una tradizione storiografica che parlava solo di «guerra di Liberazione» e a far conoscere a milioni di lettori che l’Italia aveva combattuto una guerra civile che, pur non raggiungendo gli orrori di quella spagnola, aveva provocato nel Paese una spaccatura che solo oggi si comincia timidamente a cercare di superare da entrambe le parti. Un Mussolini abulico, impotente e malato fu costretto da Hitler – pena un’occupazione ancora più feroce – a costituire una repubblica priva di un’autonomia reale, il cui unico compito era quello di aiutare i tedeschi nella repressione delle forze partigiane. Il Regno del Sud, da parte sua, cercò, collaborando con gli Alleati, di assicurare all’Italia il famoso «biglietto di ritorno» tra le grandi democrazie. Fu una guerra dura in cui «pietà era morta»: fucilazioni, rappresaglie, orrori e vendette private da entrambe le parti. Uscita distrutta da un conflitto immane, lacerata da una guerra intestina, guardata con diffidenza da tutte le potenze vincitrici, l’Italia ebbe la forza di voltare pagina, con il referendum del 2 giugno 1946 (seconda data cruciale), scegliendo la Repubblica e infine, il 18 aprile 1948 (terza data cruciale), di ancorarsi, grazie alla vittoria elettorale della De di De Gasperi, all’Occidente e alla democrazia. La lunga e faticosa ricostruzione poteva finalmente incominciare.

Storia d’Italia, Vol 18. L’Italia della guerra civile [1943-1946]

8 settembre 1943, 2 giugno 1946, 18 aprile 1948: tre giorni cruciali per la storia del nostro Paese. Il primo segna l’inizio della guerra civile che insanguinò L’Italia quando «era tagliata in due» (secondo un’incisiva definizione di Benedetto Croce), con la Repubblica Sociale di Mussolini a Nord tenuta in vita dai tedeschi e il Regno del Sud di Vittorio Emanuele III che godeva del sostegno degli Alleati. Fino al 25 aprile, e oltre, si combatté tra italiani una guerra disperata e feroce in nome – come sostenevano su fronti opposti repubblichini e partigiani – dell’onore, della dignità e della libertà. Furono proprio gli autori di questo libro a rompere una tradizione storiografica che parlava solo di «guerra di Liberazione» e a far conoscere a milioni di lettori che l’Italia aveva combattuto una guerra civile che, pur non raggiungendo gli orrori di quella spagnola, aveva provocato nel Paese una spaccatura che solo oggi si comincia timidamente a cercare di superare da entrambe le parti. Un Mussolini abulico, impotente e malato fu costretto da Hitler – pena un’occupazione ancora più feroce – a costituire una repubblica priva di un’autonomia reale, il cui unico compito era quello di aiutare i tedeschi nella repressione delle forze partigiane. Il Regno del Sud, da parte sua, cercò, collaborando con gli Alleati, di assicurare all’Italia il famoso «biglietto di ritorno» tra le grandi democrazie. Fu una guerra dura in cui «pietà era morta»: fucilazioni, rappresaglie, orrori e vendette private da entrambe le parti. Uscita distrutta da un conflitto immane, lacerata da una guerra intestina, guardata con diffidenza da tutte le potenze vincitrici, l’Italia ebbe la forza di voltare pagina, con il referendum del 2 giugno 1946 (seconda data cruciale), scegliendo la Repubblica e infine, il 18 aprile 1948 (terza data cruciale), di ancorarsi, grazie alla vittoria elettorale della De di De Gasperi, all’Occidente e alla democrazia. La lunga e faticosa ricostruzione poteva finalmente incominciare.

Storia d’Italia, Vol 17. L’Italia della disfatta [1940-1943]

Se da un lato la conquista dell’Impero aveva fatto credere a Mussolini che l’Italia fosse una grande potenza militare, dall’altro lo aveva isolato dalle democrazie occidentali che avevano timidamente osteggiato l’impresa africana. Ed è a questo punto che Adolf Hitler si schiera al fianco del duce, da lui considerato maestro e ispiratore: così nacque quest’alleanza fatale della quale, per qualche tempo, Mussolini si illuse di essere il leader. La guerra di Spagna cementò quest’unione tra Italia fascista e Germania nazista, rafforzata poi dal successo personale di Mussolini nelle trattative che condussero al Patto di Monaco (1938) e dal Patto d’Acciaio siglato l’anno dopo. Ma se i due dittatori sembravano procedere in pieno accordo (si pensi alle leggi razziali del 1938), nell’animo di Mussolini andava maturando nei confronti, del Fiihrer un complesso d’inferiorità che gli fece perdere quel fiuto al quale doveva i suoi maggiori successi. Quando Hitler invade la Polonia nel 1939 proclama la non belligeranza, quando l’anno successivo la Francia è in ginocchio entra in guerra per partecipare al banchetto dei vincitori, poi conduce un esercito male armato e peggio comandato in una velleitaria guerra parallela che condurrà ai disastri di Africa, Grecia e Russia. Agli inizi del 1943 è ormai chiaro che l’Italia è sconfitta: Vittorio Emanuele HI aveva già avviato prudenti contatti con gli Alleati per trovare una via d’uscita dal conflitto, ma sarà lo stesso fascismo che si autoaffonderà clamorosamente il 25 luglio quando il Gran Consiglio provocherà la caduta di Mussolini e il suo arresto da parte del re. Ma se il regime si era sciolto come neve al sole, la guerra – almeno secondo il proclama di Badoglio, nuovo capo del governo – «continuava». Era una finzione alla quale Hitler non abboccò e che lo spinse a inviare in Italia sempre più truppe. L’armistizio dell’8 settembre e la fuga di Vittorio Emanuele III e del Governo a Brindisi non sorpresero nessuno; sorpresero soltanto le migliaia e migliaia di soldati italiani lasciati senza ordini ed esposti alla vendetta tedesca.

Storia d’Italia, Vol 16. L’Italia dell’Asse [1936-1940]

Se da un lato la conquista dell’Impero aveva fatto credere a Mussolini che l’Italia fosse una grande potenza militare, dall’altro lo aveva isolato dalle democrazie occidentali che avevano timidamente osteggiato l’impresa africana. Ed è a questo punto che Adolf Hitler si schiera al fianco del duce, da lui considerato maestro e ispiratore: così nacque quest’alleanza fatale della quale, per qualche tempo, Mussolini si illuse di essere il leader. La guerra di Spagna cementò quest’unione tra Italia fascista e Germania nazista, rafforzata poi dal successo personale di Mussolini nelle trattative che condussero al Patto di Monaco (1938) e dal Patto d’Acciaio siglato l’anno dopo. Ma se i due dittatori sembravano procedere in pieno accordo (si pensi alle leggi razziali del 1938), nell’animo di Mussolini andava maturando nei confronti, del Fiihrer un complesso d’inferiorità che gli fece perdere quel fiuto al quale doveva i suoi maggiori successi. Quando Hitler invade la Polonia nel 1939 proclama la non belligeranza, quando l’anno successivo la Francia è in ginocchio entra in guerra per partecipare al banchetto dei vincitori, poi conduce un esercito male armato e peggio comandato in una velleitaria guerra parallela che condurrà ai disastri di Africa, Grecia e Russia. Agli inizi del 1943 è ormai chiaro che l’Italia è sconfitta: Vittorio Emanuele HI aveva già avviato prudenti contatti con gli Alleati per trovare una via d’uscita dal conflitto, ma sarà lo stesso fascismo che si autoaffonderà clamorosamente il 25 luglio quando il Gran Consiglio provocherà la caduta di Mussolini e il suo arresto da parte del re. Ma se il regime si era sciolto come neve al sole, la guerra – almeno secondo il proclama di Badoglio, nuovo capo del governo – «continuava». Era una finzione alla quale Hitler non abboccò e che lo spinse a inviare in Italia sempre più truppe. L’armistizio dell’8 settembre e la fuga di Vittorio Emanuele III e del Governo a Brindisi non sorpresero nessuno; sorpresero soltanto le migliaia e migliaia di soldati italiani lasciati senza ordini ed esposti alla vendetta tedesca.

Storia d’Italia, Vol 15. L’Italia littoria [1925-1936]

Dalla violenta irruzione del fascismo nella vita politica italiana, alla sua trasformazione in regime, alla sua conquista totale dello Stato e dei suoi apparati, a quelli che Renzo De Felice definì «gli anni del consenso», alla vittoriosa impresa d'Abissinia, alla proclamazione dell'Impero. Questi anni di storia d'Italia coincidono con la vicenda personale di Benito Mussolini – un oscuro maestro di provincia che era stato, di volta in volta, un agitatore socialista, un deciso avversario della campagna libica, un eccezionale giornalista, un convinto interventista, un irriducibile avversario dei socialisti e della sinistra rivoluzionaria nell'immediato dopoguerra. Mussolini conquista il potere attraverso un simulacro di rivoluzione che sarebbe stato facilissimo evitare se ciò che rimaneva dello Stato liberale e Casa Savoia avessero avuto il coraggio di ordinare all'esercito di disperdere la massa sbandata di camicie nere che marciava su Roma forte solo della altrui debolezza. Così non fu e Mussolini prese il potere, benedetto anche da quei liberali che pensavano di servirsene e poi di scaricarlo. Si sbagliarono: Mussolini era un animale politico dal fiuto incredibile. Si impadronì dello Stato, sopravvisse alla crisi del delitto Matteotti, istituì di fatto il regime con il famoso discorso del 3 gennaio 1925, avviò una politica economica che diede buoni risultati, avviò la grande stagione delle opere pubbliche (soprattutto la bonifica dell'Agro Pontino), istituì lo Stato corporativo… In Europa e nel mondo personaggi insospettabili (Churchill, per esempio) lo ammiravano e stimavano, l'opposizione antifascista era, come disse Giorgio Amendola, ridotta a un pugno di idealisti perseguitati in Italia e all'estero. Mussolini avrebbe potuto cogliere quel momento per giungere a una pacificazione definitiva del Paese (perfino i suoi oppositori più strenui sembravano rassegnati ad accettarla), invece, inebriato dal successo della guerra d'Africa, si illuse che l'Italia fosse una grande potenza militare e su questo, come un giocatore d'azzardo, puntò tutto: nel giro di pochi anni avrebbe perso tutto e condotto alla rovina l'Italia.

Storia d’Italia, Vol 14. L’Italia in camicia nera [1919-1925]

Dalla violenta irruzione del fascismo nella vita politica italiana, alla sua trasformazione in regime, alla sua conquista totale dello Stato e dei suoi apparati, a quelli che Renzo De Felice definì «gli anni del consenso», alla vittoriosa impresa d'Abissinia, alla proclamazione dell'Impero. Questi anni di storia d'Italia coincidono con la vicenda personale di Benito Mussolini – un oscuro maestro di provincia che era stato, di volta in volta, un agitatore socialista, un deciso avversario della campagna libica, un eccezionale giornalista, un convinto interventista, un irriducibile avversario dei socialisti e della sinistra rivoluzionaria nell'immediato dopoguerra. Mussolini conquista il potere attraverso un simulacro di rivoluzione che sarebbe stato facilissimo evitare se ciò che rimaneva dello Stato liberale e Casa Savoia avessero avuto il coraggio di ordinare all'esercito di disperdere la massa sbandata di camicie nere che marciava su Roma forte solo della altrui debolezza. Così non fu e Mussolini prese il potere, benedetto anche da quei liberali che pensavano di servirsene e poi di scaricarlo. Si sbagliarono: Mussolini era un animale politico dal fiuto incredibile. Si impadronì dello Stato, sopravvisse alla crisi del delitto Matteotti, istituì di fatto il regime con il famoso discorso del 3 gennaio 1925, avviò una politica economica che diede buoni risultati, avviò la grande stagione delle opere pubbliche (soprattutto la bonifica dell'Agro Pontino), istituì lo Stato corporativo… In Europa e nel mondo personaggi insospettabili (Churchill, per esempio) lo ammiravano e stimavano, l'opposizione antifascista era, come disse Giorgio Amendola, ridotta a un pugno di idealisti perseguitati in Italia e all'estero. Mussolini avrebbe potuto cogliere quel momento per giungere a una pacificazione definitiva del Paese (perfino i suoi oppositori più strenui sembravano rassegnati ad accettarla), invece, inebriato dal successo della guerra d'Africa, si illuse che l'Italia fosse una grande potenza militare e su questo, come un giocatore d'azzardo, puntò tutto: nel giro di pochi anni avrebbe perso tutto e condotto alla rovina l'Italia.

Storia d’Italia, Vol 13. L’Italia di Giolitti [1900-1920]

Ora che l’Italia è fatta bisogna fare gli italiani» aveva detto Massimo d’Azeglio subito dopo la raggiunta Unità del Paese, ma a questa celebre frase fa da inquietante controcanto una battuta che il romanziere Federico De Roberto mette in bocca a un notabile e gattopardo siciliano nel suo romanzo I Viceré ambientato nella Sicilia annessa al Continente: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…». Il cinismo di questa battuta è determinato dalle delusioni di un’Unità che, se aveva fatto più ricco il Nord, aveva di fatto ridotto il Meridione a una colonia amministrata o da «piemontesi» o da «tangentari» ante litteram che facevano incetta di denaro. Un’Italia in cui i lavori pubblici arricchiscono i privati, in cui -fatta eccezione per pochi personaggi (uno su tutti, Quintino Sella) – la cosa pubblica diviene cosa privata, in cui gli scandali economici hanno come ispiratori governi e uomini politici, in cui nasce la piaga del trasformismo in cui la destra non ha alcuna remora a divenire sinistra e viceversa. Sono anche anni in cui assistiamo al declino fatale dell’esercito italiano, con le sconfitte di Custoza e di Lissa nel 1866, ai velleitari tentativi dell’«Italietta» di trovare, il suo posto al sole in Africa (dove incorrerà però nelle disfatte di Dogali (1887) e di Adua (1896) e di essere (senza risultato) annoverata tra le «potenze» europee, alla feroce repressione del generale Bava Beccaris che non esita (1898) a ordinare all’esercito di sparare sulla folla che protestava a Milano per il rincaro del pane. L’uomo che riuscì a mutare questo stato di cose fu uno dei pochi grandi statisti italiani dello scorso secolo: Giovanni Giolitti, che pose fine all’involuzione autoritaria in cui rischiava di precipitare il Paese, contribuì con le sue riforme alla nascita della grande industria, soddisfo le velleità di potenza dell’esercito conquistando la Libia – il famoso «scatolone di sabbia» -, cercò, vanamente di tenere l’Italia fuori dal bagno di sangue del primo conflitto mondiale. Tornò per l’ultima volta al governo nel 1919 e pose fine all’impresa fiumana di D’Annunzio. Quando abbandonò il suo incarico di primo ministro non c’era più nessuno in grado di arrestare la marea montante del fascismo.

Storia d’Italia, Vol 12. L’Italia dei Notabili [1861-1900]

Ora che l’Italia è fatta bisogna fare gli italiani» aveva detto Massimo d’Azeglio subito dopo la raggiunta Unità del Paese, ma a questa celebre frase fa da inquietante controcanto una battuta che il romanziere Federico De Roberto mette in bocca a un notabile e gattopardo siciliano nel suo romanzo I Viceré ambientato nella Sicilia annessa al Continente: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…». Il cinismo di questa battuta è determinato dalle delusioni di un’Unità che, se aveva fatto più ricco il Nord, aveva di fatto ridotto il Meridione a una colonia amministrata o da «piemontesi» o da «tangentari» ante litteram che facevano incetta di denaro. Un’Italia in cui i lavori pubblici arricchiscono i privati, in cui -fatta eccezione per pochi personaggi (uno su tutti, Quintino Sella) – la cosa pubblica diviene cosa privata, in cui gli scandali economici hanno come ispiratori governi e uomini politici, in cui nasce la piaga del trasformismo in cui la destra non ha alcuna remora a divenire sinistra e viceversa. Sono anche anni in cui assistiamo al declino fatale dell’esercito italiano, con le sconfitte di Custoza e di Lissa nel 1866, ai velleitari tentativi dell’«Italietta» di trovare, il suo posto al sole in Africa (dove incorrerà però nelle disfatte di Dogali (1887) e di Adua (1896) e di essere (senza risultato) annoverata tra le «potenze» europee, alla feroce repressione del generale Bava Beccaris che non esita (1898) a ordinare all’esercito di sparare sulla folla che protestava a Milano per il rincaro del pane. L’uomo che riuscì a mutare questo stato di cose fu uno dei pochi grandi statisti italiani dello scorso secolo: Giovanni Giolitti, che pose fine all’involuzione autoritaria in cui rischiava di precipitare il Paese, contribuì con le sue riforme alla nascita della grande industria, soddisfo le velleità di potenza dell’esercito conquistando la Libia – il famoso «scatolone di sabbia» -, cercò, vanamente di tenere l’Italia fuori dal bagno di sangue del primo conflitto mondiale. Tornò per l’ultima volta al governo nel 1919 e pose fine all’impresa fiumana di D’Annunzio. Quando abbandonò il suo incarico di primo ministro non c’era più nessuno in grado di arrestare la marea montante del fascismo.