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I viaggi del pilota Pirx

Pirx è un pilota di linea, un astronauta per I’esattezza, in un futuro che vede ormai collegamenti regolari con tutti i pianeti, e viaggi di chiassosi turisti tra la Terra e la Luna. Epidemie a bordo, equipaggi di fortuna e robot «impazziti» movimentano le sue vicende, narrate da Lem in un’opera che ha riscosso un vasto successo presso i lettori di molti paesi. Pirx affronta ogni difficoltà con giovanile baldanza e sottile ironia: è un disincantato protagonista dell’era spaziale, sapiente conoscitore degli itinerari tra stelle e pianeti, ma schietto estimatore della vita sulla Terra, dove si può mangiar bene e bere buona birra. Anche qui la fantascienza del grande scrittore polacco si impone per la sua vivace originalità: dalle avventure dello spazio emergono gli interrogativi dell’uomo di fronte ai drammatici problemi della società moderna.

Viaggi

‘*Amo qualsiasi cosa scriva Michael Crichton.*’
Stephen King

‘*Il suo vero talento consiste nel fare entrare il lettore nel suo immaginario estremo, senza che egli se ne renda conto.*’
la Repubblica

‘*Michael Crichton sa rendere credibile l’incredibile.*’
Washington Post

Avventure, esperienze ed esplorazioni vissute e narrate in prima persona da Michael Crichton, fedele all’idea secondo la quale viaggiare significa anzitutto tornare a fare esperienze dirette, conoscersi più a fondo, mettersi alla prova per superare i propri limiti e le proprie paure. Dagli squali nelle acque di Tahiti agli aborigeni della Nuova Guinea, da Bangkok al Kilimanjaro, dalle tartarughe della Malesia alla solitudine del deserto americano: più che un ‘semplice’ libro di viaggi, questo volume è il percorso di una vita all’insegna di una curiosità insaziabile. E non è un caso che tra le pagine più intense e belle del libro vi siano quelle che raccontano degli anni di apprendistato alla Harvard Medical School, in cui Crichton descrive la propria esperienza di medico.
(source: Bol.com)

La via. Un nuovo modo di pensare qualsiasi cosa

Tendiamo a credere che per cambiare la nostra vita si debba pensare in grande. Ma i pensatori della Cina classica direbbero: non dimenticare ciò che è piccolo. Iniziamo a cambiare veramente quando cominciamo con piccoli cambiamenti del nostro modo di vivere. Primo libro nel suo genere, “La via” attinge alle opere dei grandi filosofi cinesi dell’età classica per offrirci una guida che ci aiuti a vivere bene. Nello spiegare ciò che i loro insegnamenti consigliano su argomenti come il prendere le decisioni o il migliorare le relazioni con gli altri, “La via” sfida alcune assunzioni profondamente consolidate dentro di noi e che informano la nostra società. Il modo in cui pensiamo di vivere le nostre vite non è il modo in cui effettivamente le viviamo. Possiamo vivere bene non tanto «trovando» noi stessi, come vorrebbero farci credere, bensì coltivando noi stessi e vivendo in stretta relazione con il mondo. “La via”, con l’aiuto del pensiero cinese classico, ci insegna «un nuovo modo di pensare qualsiasi cosa».
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La via lattea

In Spagna e in Portogallo la galassia che gli antichi chiamavano Via Lattea si chiama Cammino di Santiago, perché indica la via da est a ovest che porta al luogo della supposta sepoltura dell’apostolo Giacomo (Iago in spagnolo, da cui Sant’Iago). In una sorta di inversione, il Cammino di Santiago si chiama a sua volta Via Lattea, per sottolineare la sua natura di via «sotto le stelle». La Via Lattea è anche il titolo di un film di Luis Buñuel del 1969 che narra le avventure di due pellegrini in cammino verso la tomba di San Giacomo, e i metaforici duelli sulle questioni dottrinali che li accompagnano per tutto il percorso, fino alla meta. In spirito programmaticamente buñueliano, il matematico ateo Piergiorgio Odifreddi e il giornalista credente Sergio Valzania (e per un tratto lo storico cattolico Franco Cardini) hanno affrontato il Cammino di Santiago de Compostela tra il 24 aprile e il 26 maggio 2008, dando vita a continue e quotidiane schermaglie verbali su Radio3. Le ripercorrono ora in questo libro: schermaglie che, partendo dalla contrapposizione fra la Natura e Dio, si allargano a toccare non solo la scienza e la religione, ma anche l’etica, la filosofia, la storia e l’arte, per approdare infine a una meditazione sulla vita tutta.

La via di fuga

Il Labirinto e i viscidi Dolenti sono ben poca cosa se paragonati alla lunga marcia che la Cattivo ha stavolta pianificato per loro attraverso la Zona Bruciata, una landa squallida inaridita da un sole accecante e sferzata dalle tempeste di fulmini, popolata da esseri umani che l’Eruzione, il temibile morbo che rende folli, ha ridotto a zombie assetati di sangue. Nelle due settimane in cui dovranno percorrere i centocinquanta chilometri che li separano dal porto sicuro, la loro meta, tra cunicoli sotterranei infestati da sfere metalliche affamate di teste umane e creature senza volto dagli artigli letali, i Radurai dovranno
dar prova del loro coraggio e dar voce al loro istinto di sopravvivenza. In questo scenario da desolazione postnucleare, superando le insidie di città fatiscenti e foreste morte, il viaggio verso il luogo misterioso in cui potranno ottenere la cura che salverà loro stessi e il mondo diventerà per Thomas, Brenda, Minho e gli altri un percorso di scoperta del proprio mondo interiore, del limite oltre il quale è possibile spingere le proprie paure.

Via delle Oche

Via delle Oche, a Bologna, è una strada rinomata. Prima della Legge Merlin, vi erano le case chiuse. Tra mercoledì 14 aprile 1943 e giovedì 15 luglio 1948 (tra le elezioni del Quarantotto, l’attentato a Togliatti, Bartali maglia gialla…) si svolge un’inchiesta di polizia che muove da un delitto in un casino, cui seguono alcuni omicidi disparati e apparentemente indipendenti. Il commissario De Luca investiga per una specie di intuito storicistico, conosce, per condivisione, il grumo profondo, il ritmo, la legge in cui la cronaca italiana germoglia dalla storia d’Italia. E coglie la verità del delitto nell’attimo in cui la ragione dello stato e della storia viene a ineghiottirla. E in quell’attimo, come p r un ultimo guizzo, quella verità appare piena e chiara. Sempre più profonda, più triste e inaspettata di quanto apparisse a lui, e al lettore.

La via del male

“La via del male”, caso unico nella lunga carriera di Grazia Deledda, conobbe ben quattro redazioni a stampa. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1896 da Speirani a Torino; nel corso del 1906 la Gazzetta del Popolo di Torino lo pubblicò in appendice con il titolo “Il servo”; nello stesso anno di nuovo con il titolo “La via del male” il romanzo uscì di volume nella Biblioteca Romantica della Nuova antologia di Roma; infine, nel 1916, presso l’editore Treves di Milano, se ne ebbe una nuova ed ultima versione. Il testo, dunque, è rimasto in lavorazione per più di vent’anni, essendo passato attraverso una massiccia attività correttoria. In questo romanzo, che incontrò il favore di Luigi Capuana, l’autrice, suggestionata dal verismo, abbandonò le imitazioni degli autori romantici a favore di un’elaborazione maggiormente aderente alla realtà, con descrizioni di situazione concrete in cui far muovere personaggi più autentici. Ne “La via del male”, comparvero gli elementi tipici della produzione della Deledda: gli uomini, abitatori della sua “misteriosa” Sardegna, primitivi e taciturni, in ascolto solo delle voci della natura, chiusi nelle loro credenze e tradizioni, in lotta contro un destino avverso che li piega o li costringe a ripiegare in se stessi, che, agitati da passioni violente, guidati dall’amore, vissuto come esperienza passionale, o dall’odio, sono indotti al peccato, ma poi travagliati dal senso di colpa che li condurrà ad espiare.
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La via dei fantasmi

La grande Riserva Navajo è un immenso mare d’erba e di sterpi, spazzato dal vento, una terra di selvagge montagne e canyons che offrono perfetti nascondigli. In questa riserva avviene un fatto di sangue. Un uomo, appena arrivato in macchina, si ferma a parlare con un vecchio del villaggio, dicendo di essere in cerca di un certo Leroy Gorman, quando sopraggiunge un altro individuo. Tra i due c’è una sparatoria. Il secondo uomo rimane ucciso e l’altro ferito, fugge. Il crimine è di competenza dell’FBI, non della Polizia Tribale. Ma i Federali non hanno la capacità di Jim Chee di leggere certi indizi: una capanna infestata dagli spiriti, un cadavere sepolto senza ottemperare ai riti e altre cose strane. Inoltre le ricerche che Chee sta compiendo per ritrovare una ragazza navajo scomparsa, lo scaraventano in un enigma la cui unica possibile chiave di interpretazione è un messaggio, apparentemente senza mittente e senza alcun significato. Un altro, suggestivo racconto del cantore della civiltà navajo.

La via d’oro

Il professor Henry Conklin ha atteso questo momento per tutta la vita. Nel corso di alcuni scavi archeologici sulle Ande peruviane, ha portato alla luce una mummia perfettamente conservata, che potrebbe finalmente confermare la sua rivoluzionaria teoria: l’esistenza di un’avanzata civiltà indigena precedente agli inca. Dopo aver lasciato la direzione dei lavori al nipote Sam, Conklin torna subito negli Stati Uniti per effettuare le analisi di laboratorio, che tuttavia danno risultati sorprendenti: la mummia appartiene a un missionario spagnolo vissuto nel XVI secolo e, all’interno del cranio, è presente una sostanza simile all’oro, ma dalla composizione chimica sconosciuta e dalle proprietà sconcertanti… Nel frattempo, in Perù, Sam e la sua squadra proseguono l’esplorazione del sito precolombiano e trovano un passaggio segreto, che conduce a una necropoli scavata nella montagna. Sebbene quel luogo sia rimasto sigillato per centinaia d’anni, ben presto gli archeologi avvertono una presenza inquietante, come se qualcuno, o qualcosa, si aggirasse nei cunicoli labirintici del complesso funerario. Poi lo vedono: un sentiero che luccica nell’oscurità, quasi fosse rivestito d’oro. E da quel momento diventano la preda di un nemico spietato e astuto, deciso a eliminarli a uno a uno pur di custodire il suo preziosissimo segreto…
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Il vestito dei libri

**UNA GRANDE SCRITTRICE ESPLORA E RACCONTA UN ASPETTO CRUCIALE
DEL FAR LIBRI**
Vi siete mai chiesti come si vestano i libri? Per la vincitrice del Premio Pulitzer Jhumpa Lahiri il processo di scrivere è un sogno, e la copertina del libro rappresenta il risveglio. È una sorta di traduzione ulteriore delle sue parole in un nuovo linguaggio, quello visivo. Rappresenta il testo, ma non è parte di esso. Come una traduzione, può essere fedele, o può tradire. In questa personalissima e intima riflessione, Jhumpa Lahiri esplora il processo creativo che sta dietro alle copertine dei libri, tanto dalla prospettiva di autrice quanto da quella di lettrice. Sondando le complesse relazioni tra testo e immagine, autore e designer, arte e mercato, riflette sul ruolo di questa particolarissima uniforme, arrivando al cuore della questione: le copertine per lei hanno sempre significato molto, e a volte sono riuscite a diventare «parte di lei».
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### Sinossi
**UNA GRANDE SCRITTRICE ESPLORA E RACCONTA UN ASPETTO CRUCIALE
DEL FAR LIBRI**
Vi siete mai chiesti come si vestano i libri? Per la vincitrice del Premio Pulitzer Jhumpa Lahiri il processo di scrivere è un sogno, e la copertina del libro rappresenta il risveglio. È una sorta di traduzione ulteriore delle sue parole in un nuovo linguaggio, quello visivo. Rappresenta il testo, ma non è parte di esso. Come una traduzione, può essere fedele, o può tradire. In questa personalissima e intima riflessione, Jhumpa Lahiri esplora il processo creativo che sta dietro alle copertine dei libri, tanto dalla prospettiva di autrice quanto da quella di lettrice. Sondando le complesse relazioni tra testo e immagine, autore e designer, arte e mercato, riflette sul ruolo di questa particolarissima uniforme, arrivando al cuore della questione: le copertine per lei hanno sempre significato molto, e a volte sono riuscite a diventare «parte di lei».

Il vessillo di porpora

Il vessillo purpureo galleggiò nel cielo dove nubi oscure si contendevano l’orizzonte con squarci di azzurro; una folata di vento si staccò dalla pianura disegnando un’onda nell’erba che risalì fino a noi per trapassarci fredda come una falce di cristallo. La cresta del centurione della Sesta Coorte si mosse tra la selva di lance e il suo sguardo percorse incessantemente lo schieramento in armi. Gli animi erano incandescenti. Sapevamo che alla fine di quella giornata la collina sarebbe stata coperta di cadaveri, ma non sapevamo se sarebbero stati nostri o loro. Un boato si levò dalla schiera immensa dei nemici, e il loro grido di guerra giungeva a noi come le onde dell’Oceanus che si infrangono sulla spiaggia, e proprio come l’Oceanus non se ne vedeva la fine. “Non lasciatevi impressionare dal numero” disse il centurione. “Sono sempre pochi quelli che segnano l’esito di una battaglia. Oggi tocca a noi farlo e meno saremo, maggiore sarà la gloria per ciascuno.” L’orda variopinta dei barbari cominciò a correre per il pianoro. Sopra di me vidi passare una nuvola di frecce. Poi si alzò l’ordine del centurione: “Impetus!”. Britannia, 60 d. C. Da qualche anno l’isola è sotto il giogo romano, ma le popolazioni locali sono lungi dall’essere domate, anche se l’odio fra le tribù prevale su quello per Roma. Ma quando lo stolto governatore Svetonio umilia brutalmente la regina degli Iceni, Boudicca, l’insurrezione divampa. Le legioni romane di stanza sull’isola devono prepararsi a un’incerta battaglia contro il più temibile dei nemici: la sete di libertà.
(source: Bol.com)

Verso un’ecologia della mente

«L’ecologia della mente» scrive Bateson in apertura di questo volume, che contiene i suoi più importanti scritti teorici, «è una scienza che ancora non esiste come *corpus* organico di teoria o conoscenza». Ma questa scienza in formazione è nondimeno essenziale. Essa sola permette di capire, ricorrendo alle stesse categorie, questioni come «la simmetria bilaterale di un animale, la disposizione strutturata delle foglie in una pianta, l’amplificazione successiva della corsa agli armamenti, le pratiche del corteggiamento, la natura del gioco, la grammatica di una frase, il mistero dell’evoluzione biologica, e la crisi in cui oggi si trovano i rapporti tra l’uomo e l’ambiente». Non ci si lasci sviare dalla voluta paradossalità della formulazione: Bateson non è soltanto uno straordinario suscitatore di idee, ma l’autore di alcune capitali scoperte concrete. Basti pensare a quella del «doppio vincolo», che ha permesso di impostare in termini del tutto nuovi la questione della schizofrenia (influenzando in modo decisivo tutto il movimento antipsichiatrico) ed è diventata un punto di riferimento prezioso anche per gli epistemologi e i teorici della comunicazione. Ma questa pluralità dei livelli di applicazione vale in genere per le scoperte di Bateson, la cui prima caratteristica è di essere «spostabili» entro àmbiti molto distanti, accostando perciò realtà apparentemente irrelate, come varianti e manifestazioni locali di uno stesso ecosistema di idee. È uno dei presupposti di Bateson, infatti, che le idee siano in certo modo esseri viventi, soggette a una peculiare selezione naturale e a leggi economiche che regolano e limitano il loro moltiplicarsi entro certe regioni della mente. Un tale approccio sembra richiedere le qualità di uno scienziato rigoroso, che sia familiare con molte discipline, e quelle di una sorta di maestro Zen. Bateson, curiosamente, risponde appunto a questa descrizione. Antropologo di formazione, e autore di un libro classico, *Naven*, sugli Iatmul della Nuova Guinea, coinvolto fin dal 1942 nei primissimi sviluppi della cibernetica, psichiatra, e come tale ispiratore di una delle più vive scuole psichiatriche di oggi, la «scuola di Palo Alto», autore di ricerche sperimentali sulla comunicazione animale, epistemologo, studioso dei processi di evoluzione delle culture, Bateson ha in realtà perseguito durante tutta la sua vita una «scienza della mente e dell’ordine» verso cui il presente volume apre la via. Quanto alle sue qualità da maestro Zen, basterà leggere gli affascinanti «metaloghi» (origine dei *Nodi* di Laing) all’inizio di questo libro e seguirlo mentre ci mostra «perché le cose finiscono in disordine», per vedere come, con i più sottili e sofisticati strumenti della logica e dell’argomentazione, si possa arrivare a quella «domanda dietro le domande» cui accenna lo Zen. Che cos’è un «gioco»? Che cos’è l’ «entropia»? Che cos’è un «sacramento»? Queste domande venivano poste da Bateson ai partecipanti a un corso estemporaneo tenuto all’interno di un ospedale psichiatrico, a Palo Alto. In questo libro egli le pone, insieme con innumerevoli altre, a se stesso e ai suoi lettori e, passo per passo, guida alle risposte, che sono poi la base di altre domande. Così arriveremo, a volte, ad alcuni risultati che sono acquisiti e capitali, altre volte a ipotesi audaci in attesa di conferma. In ogni caso, però, avremo imparato un nuovo modo di pensare e di trattare le idee.

Verrà la vita e avrà i tuoi occhi

“Ciao Barbara, sono Stefania, riconosci ancora la mia voce?”: ricordi struggenti di un incontro, un’amicizia, un’addio si susseguono – con armoniosa pacatezza – nelle pagine di questo libro.
Due ragazze si conoscono durante un breve viaggio e scoprono di avere in comune non solo la meta del loro muoversi ma, anche, l’inquietudine, la curiosità, la passione con cui si pongono davanti a un futuro tutto da plasmare. Guardano il mondo da angolazioni esattamente opposte e, tuttavia, sembrano incastrarsi alla perfezione, venirsi incontro offrendo l-una all’altra un complementare equilibrio. Il comporsi del loro rapporto, i mesi trascorsi nella stesa casa, fanno pensare al lento, apparentemente inspiegabile assestarsi di un liquido che scorre tra due vasi comunicanti. La fantasia di Stefania, cresciuta in un paesino di montagna, é stata nutrita di odori e sapori. Quella di Barbara é stata formata dalle parole e dai racconti di una madre innamorata di miti e simbologie che, a suo dire, aiutano a guardare la realtà come un “labirinto a volo d’uccello”.
Stefania sogna spesso di volare e si sveglia con la sensazione che nella vita tutto é possibile, basta volerlo davvero. Barbara sogna invece di stare, affamata, al centro di un gigantesco nido di paglia intrecciata e di fango morbido.
Incapace di districarsi e di scegliere il suo giusto nutrimento, finisce con riempirsi la bocca di poltiglia e pietruzze, camuffate da pietanze appetitose.
I sogni di Barbara sono lo specchio di una realtà che – incombente – la precipita in quel labirinto di cui le parlava la madre, ma sprovvista di strumenti per sollevarsi e vedere una via d’uscita.
E la sua sofferenza si condensa tutta nel rapporto con il proprio corpo, diventa il cibo stesso che lei vomita con implacabile determinazione, dopo ogni pasto; diventa il coltello da cucina con cui, invece di una fetta di pane, cerca di tagliarsi le vene.
Stefania si sforza di rimanerle accanto ne lungo scorrere di giorni in cui la vita sembra fatta solo di rancore e solitudine.
Rischiando di essere, oltre che coinvolta, stravolta dal dolore dell’amica che oscura anche il suo mondo, le si deposita dentro come “il té infuso sulle pareti di una teiera”. Sarà il tempo a lenire la pena, a far crescere,in pagine dense di vitalità e di calore, la consapevolezza dell’infinita metamorfosi del bene e del male, dell’eterno succedersi delle gioie e dei tormenti.
Fino al momento in cui, assieme al coraggio di ricordare e di riconciliarsi con le grandi presenze assenti, i morti, Stefania ritrova il ritmo segreto della vita che, proprio come i fiori, ha un suo misterioso respiro.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Le poesie di Verrà la morte non attingono alla vena epica di Lavorare stanca. Dall’oggettivazione narrativa fanno ritorno al soggettivismo lirico, ma trascendono l’antico limite della confessione e dello sfogo nella sottile sapienza d’un linguaggio poetico che si fa numero, immagine, valore musicale.
(source: Bol.com)

Veronika decide di morire

Il giorno 11 novembre del 1997 Veronika, ventiquattro anni, slovena, capisce di non voler più vivere e assume una forte dose di sonniferi. Salvata per caso, si risveglia tra le mura dell’ospedale psichiatrico di Villete, con il cuore stanco e sofferente per il veleno che lei gli ha somministrato. In pochi giorni a Villete Veronika scopre un universo di cui non sospettava l’esistenza. Conosce Mari, Zedka, Eduard, persone che la gente “normale” considera folli, e soprattutto incontra il dottor Igor, che attraverso una serie di colloqui cerca di eliminare dall’organismo di Veronika l’Amargura, l’Amarezza che la intossica privandola del desiderio di vivere. Veronika spalanca così le porte di un nuovo mondo, un mondo che, attraversato con la consapevolezza della morte, la spinge, sorprendentemente, alla consapevolezza della vita. Fino alla conquista del dono più prezioso: sapere vivere ogni giorno come un miracolo. In questo straordinario romanzo, nella storia della giovane Veronika, Paulo Coelho riversa la sua personale esperienza, i ricordi di tre anni consecutivi di ricovero in un ospedale psichiatrico, dove lo scrittore venne rinchiuso solo perché considerato “diverso”. E riesce ancora una volta a mostrare al lettore come il miracoloso e inafferrabile dono della serenità possa essere conquistato in qualsiasi luogo, anche in quelli apparentemente più improbabili. Perché il dono della serenità è nascosto nel cuore di ciascuno di noi.