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Una morte impossibile

C’è un solo modo in cui un poliziotto può dimostrare il proprio valore: arrivare fino in fondo, a ogni costo, per trovare la verità. Ma non tutti i poliziotti sono uguali. Ci sono anche quelli odiati dai loro stessi colleghi: sono gli agenti della Disciplinare, disprezzati aspramente perché il loro incarico è indagare proprio sui colleghi. Per questo, quando Malcolm Fox inizia a lavorare sul nuovo caso, non si stupisce di trovarsi di fronte un ambiente estremamente ostile: risposte evasive, una diffidenza che nessuno si sforza di dissimulare e, come stanza degli interrogatori, un ripostiglio in un commissariato del Fife, la penisola a nord di Edimburgo. In quella zona, sospesa tra l’idillio dei paesini lungo la costa e il disagio sociale di una qualunque periferia urbana, Fox e i suoi devono verificare se tre agenti della Investigativa hanno coperto un collega condannato per molestie sessuali, il detective Paul Carter. All’apparenza un’indagine di routine, proprio quel che ci vuole per confermare lo stereotipo in cui tutti sembrano credere: gli uomini della Lamentele sono buoni solo per passare scartoffie, avviare azioni disciplinari e fare le pulci al lavoro dei veri poliziotti. E in fondo comincia a pensarlo anche lo stesso Fox, ormai sempre più dubbioso di poter tornare a essere un detective “normale”. Per questo, quando un’inattesa svolta nell’indagine apre uno squarcio sulla misteriosa morte di un avvocato avvenuta nel lontano 1985 Fox si getta a capofitto…
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Morte grezza

Non ci si finisce per caso, a Craigmillar, la peggiore stazione di polizia di tutta Edimburgo. E l’ispettore John Rebus sa benissimo perché ci si trova: ha (di nuovo) pestato i piedi a qualche pezzo grosso che, non potendo mandarlo all’inferno, lo ha spedito lì, in purgatorio, con la scusa della sostituzione di un collega malato. Ma in fondo, per Rebus, non fa una gran differenza: lui, i suoi fantasmi, se li porta appresso ovunque vada. Come il fantasma di «Bible John», il serial killer che ha terrorizzato Glasgow negli anni ’60 e ’70, picchiando, violentando e uccidendo tre donne, dopo averle adescate in una sala da ballo. Un caso difficile, doloroso e, soprattutto, insoluto. Un fantasma che, a trent’anni di distanza, sembra essersi impossessato di un nuovo corpo, al quale la stampa ha prontamente trovato un nome, «Johnny Bible», dato che anche lui ha picchiato, violentato e ucciso tre donne. Di quei due fantasmi, Rebus non se ne dovrebbe neppure occupare, ma loro lo perseguitano, sembrano lasciare segnali e indizi persino nei crimini su cui lui sta ufficialmente indagando: la morte di Allan Mitchison, un giovane che lavorava su una piattaforma petrolifera al largo di Aberdeen e che è stato ucciso in modo quantomeno insolito, e il caso Spaven, una vecchia storia mai definitivamente chiusa che coinvolge lui e il suo mentore, l’ispettore Lawson Geddes. Così, mentre le storie s’incastreranno l’una nell’altra, mentre i pub di Glasgow, di Edimburgo, di Aberdeen si riempiranno di fumo, di alcool e delle stesse, logore parole – vendette, errori, bugie –, inattaccabili persino dal vento implacabile del Mare del Nord, per Rebus arriverà il momento di affrontare davvero tutti i suoi fantasmi. Perché soltanto così potrà trovare la via d’uscita dai tre labirinti che lo tengono prigioniero: quello pieno di ramificazioni della malavita organizzata, quello contorto che si snoda dentro la mente di un serial killer e quello tortuoso che si dipana nella sua coscienza di poliziotto in crisi…

La morte felice

Composto da Albert Camus prima de “Lo straniero” e lasciato intenzionalmente inedito, “La morte felice” è già opera autonoma, sguardo lucido e solidissimo sull’umano nelle sue manifestazioni più estreme. Un romanzo che un altro grande scrittore francese contemporaneo di Camus, Andre Gide, considerava la crisalide nella quale si formava la larva delle sue opere successive. Un romanzo che è dunque al contempo narrazione e progetto di narrazioni.

Morte di un ex tappezziere

Amedeo Consonni, il tappezziere pensionato protagonista di avventure rocambolesche e di investigazioni paradossali, è morto. Non di morte naturale, però. Ma come si è arrivati a quell’esito fatale? Occorre tornare un po’ indietro.

La morte di Ivan Il’ic

La morte di Ivan Il’ič, pubblicato per la prima volta nel 1886, è un racconto di Lev Nikolaevič Tolstoj. È una delle opere più celebrate di Tolstoj, influenzata dalla crisi spirituale dell’autore, che lo porterà a convertirsi al Cristianesimo. Tema centrale della storia è quello dell’uomo di fronte all’inevitabilità della morte.
In un ufficio del Tribunale di San Pietroburgo, alcuni magistrati stanno accalorandosi su un importante caso giudiziario. Uno di loro, disinteressato alla discussione, sfoglia il giornale. All’improvviso vede il necrologio di un collega, Ivan Il’ič Golovin, di 45 anni, che tutti sapevano essere gravemente malato. Dopo una serie di ipotesi su chi potrà occupare il posto lasciato vacante e vaghi propositi di andare a visitare il defunto, i giudici tornano al loro lavoro, sotto sotto contenti di essere ancora vivi. Il giudice Petr Ivanovic, che aveva letto la notizia ed era stato amico di Ivan Il’ič fin dai tempi dell’Università, dopo pranzo si reca a far visita alla vedova. Prascovia Fedorovna, questo il suo nome, preferisce invece approfittare della presenza del giudice Ivanovic per chiedergli consigli su come riuscire ad aumentare la quota della pensione di reversibilità dallo Stato. L’incontro con la moglie e i figli adolescenti del defunto non è quindi particolarmente cordiale ed è più che altro la soddisfazione di un obbligo morale. Adempiutolo, il giudice si reca a casa di un collega, per giocare a carte.
La storia della vita del giudice Ivan Il’ič Golovin, consigliere della Corte d’Appello di San Pietroburgo “era la più semplice, la più comune e la più terribile”. Figlio di un alto funzionario del governo, “membro inutile di numerose inutili istituzioni”, aveva studiato giurisprudenza ed era diventato giudice istruttore di una remota provincia. Dopo alcune avventure sentimentali con donne più mature di lui si era poi sposato per convenienza con una ragazza altolocata da cui aveva avuto due figli. Diversi anni più tardi era riuscito ad ottenere il trasferimento nella capitale, con conseguente promozione ed aumento di stipendio. Proprio mentre sta arredando la nuova casa a San Pietroburgo, però, cade dalla scala su cui era salito per mostrare al tappezziere come fissare le tende e sbatte col fianco sulla maniglia della finestra. Sul momento sembra una cosa da nulla, ma con l’andar del tempo inizia a manifestarsi un malessere proprio in corrispondenza del punto in cui la maniglia l’aveva colpito. Il dolore cresce costantemente ed evolve in una misteriosa malattia, a cui i medici non sanno dare un nome e per cui nessuno riesce a trovare un rimedio. Ivan Il’ič si trova ben presto di fronte ad un male incurabile, ormai chiaramente in stadio terminale. Una sorda disperazione prende il protagonista, che non riesce a capire il significato della sua mortalità. Aveva sempre saputo, certo, di essere un mortale, però la concreta prospettiva di dover morire lo inquieta. Cerca di pensare ad altro, si butta nel lavoro, ma senza risultati, “lei” si riaffaccia di continuo alla sua mente.
Durante la malattia, si forma l’idea che, se non avesse vissuto una vita giusta, la sofferenza e la morte avrebbero avuto un senso. Ma lui era sempre vissuto onestamente, e tutto questo non si spiegava. Inizia ad odiare i familiari, la loro pretesa che lui sia solo ammalato e non moribondo, il loro superficiale tentativo di evitare il tema della sua morte. L’unico conforto gli viene dal servo Gerasim, un ragazzo di origini contadine, l’unico a non avere paura della morte e l’unico, in definitiva, a mostrargli compassione. Ivan inizia a domandarsi se avesse, in realtà, vissuto giustamente (Wik.).
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### Sinossi
La morte di Ivan Il’ič, pubblicato per la prima volta nel 1886, è un racconto di Lev Nikolaevič Tolstoj. È una delle opere più celebrate di Tolstoj, influenzata dalla crisi spirituale dell’autore, che lo porterà a convertirsi al Cristianesimo. Tema centrale della storia è quello dell’uomo di fronte all’inevitabilità della morte.
In un ufficio del Tribunale di San Pietroburgo, alcuni magistrati stanno accalorandosi su un importante caso giudiziario. Uno di loro, disinteressato alla discussione, sfoglia il giornale. All’improvviso vede il necrologio di un collega, Ivan Il’ič Golovin, di 45 anni, che tutti sapevano essere gravemente malato. Dopo una serie di ipotesi su chi potrà occupare il posto lasciato vacante e vaghi propositi di andare a visitare il defunto, i giudici tornano al loro lavoro, sotto sotto contenti di essere ancora vivi. Il giudice Petr Ivanovic, che aveva letto la notizia ed era stato amico di Ivan Il’ič fin dai tempi dell’Università, dopo pranzo si reca a far visita alla vedova. Prascovia Fedorovna, questo il suo nome, preferisce invece approfittare della presenza del giudice Ivanovic per chiedergli consigli su come riuscire ad aumentare la quota della pensione di reversibilità dallo Stato. L’incontro con la moglie e i figli adolescenti del defunto non è quindi particolarmente cordiale ed è più che altro la soddisfazione di un obbligo morale. Adempiutolo, il giudice si reca a casa di un collega, per giocare a carte.
La storia della vita del giudice Ivan Il’ič Golovin, consigliere della Corte d’Appello di San Pietroburgo “era la più semplice, la più comune e la più terribile”. Figlio di un alto funzionario del governo, “membro inutile di numerose inutili istituzioni”, aveva studiato giurisprudenza ed era diventato giudice istruttore di una remota provincia. Dopo alcune avventure sentimentali con donne più mature di lui si era poi sposato per convenienza con una ragazza altolocata da cui aveva avuto due figli. Diversi anni più tardi era riuscito ad ottenere il trasferimento nella capitale, con conseguente promozione ed aumento di stipendio. Proprio mentre sta arredando la nuova casa a San Pietroburgo, però, cade dalla scala su cui era salito per mostrare al tappezziere come fissare le tende e sbatte col fianco sulla maniglia della finestra. Sul momento sembra una cosa da nulla, ma con l’andar del tempo inizia a manifestarsi un malessere proprio in corrispondenza del punto in cui la maniglia l’aveva colpito. Il dolore cresce costantemente ed evolve in una misteriosa malattia, a cui i medici non sanno dare un nome e per cui nessuno riesce a trovare un rimedio. Ivan Il’ič si trova ben presto di fronte ad un male incurabile, ormai chiaramente in stadio terminale. Una sorda disperazione prende il protagonista, che non riesce a capire il significato della sua mortalità. Aveva sempre saputo, certo, di essere un mortale, però la concreta prospettiva di dover morire lo inquieta. Cerca di pensare ad altro, si butta nel lavoro, ma senza risultati, “lei” si riaffaccia di continuo alla sua mente.
Durante la malattia, si forma l’idea che, se non avesse vissuto una vita giusta, la sofferenza e la morte avrebbero avuto un senso. Ma lui era sempre vissuto onestamente, e tutto questo non si spiegava. Inizia ad odiare i familiari, la loro pretesa che lui sia solo ammalato e non moribondo, il loro superficiale tentativo di evitare il tema della sua morte. L’unico conforto gli viene dal servo Gerasim, un ragazzo di origini contadine, l’unico a non avere paura della morte e l’unico, in definitiva, a mostrargli compassione. Ivan inizia a domandarsi se avesse, in realtà, vissuto giustamente (Wik.).

La morte di Danton: Dramma (Collezione di teatro Vol. 441)

Sotto l’apparenza del dramma storico *Morte di Danton* nasconde i nervi scoperti della condizione umana, cosí come sarà rivelata e rappresentata un secolo dopo, nel Novecento, con quella stessa incandescenza, la stessa disillusione, lo stesso urlo soffocato. Per Büchner, come per Leopardi, la Storia non è che una macchina celibe, anche se le ragioni per scatenare la rivoluzione sono sempre tutte vive e presenti. Quello che commuove, in *Morte di Danton*, è la fragilità: sembra un paradosso, trattandosi di vicende che raccontano i protagonisti di un tempo in cui si è sprigionata una forza di cui ancora oggi sentiamo la spinta. Eppure nessuno di quegli uomini ha potuto sottrarsi, oltre che alla ghigliottina, alla verifica della propria impossibilità di invertire la rotta assegnata (da Dio? dalla Natura? dal Nulla?) agli esseri umani, nonché di porre rimedio all’ingiustizia che da sempre regna sovrana.
**Mario Martone**
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### Sinossi
Sotto l’apparenza del dramma storico *Morte di Danton* nasconde i nervi scoperti della condizione umana, cosí come sarà rivelata e rappresentata un secolo dopo, nel Novecento, con quella stessa incandescenza, la stessa disillusione, lo stesso urlo soffocato. Per Büchner, come per Leopardi, la Storia non è che una macchina celibe, anche se le ragioni per scatenare la rivoluzione sono sempre tutte vive e presenti. Quello che commuove, in *Morte di Danton*, è la fragilità: sembra un paradosso, trattandosi di vicende che raccontano i protagonisti di un tempo in cui si è sprigionata una forza di cui ancora oggi sentiamo la spinta. Eppure nessuno di quegli uomini ha potuto sottrarsi, oltre che alla ghigliottina, alla verifica della propria impossibilità di invertire la rotta assegnata (da Dio? dalla Natura? dal Nulla?) agli esseri umani, nonché di porre rimedio all’ingiustizia che da sempre regna sovrana.
**Mario Martone**

La morte della farfalla: Zelda e Francis Scott Fitzgerald

Zelda Sayre nasce nell’aprile dell’anno 1900. Nel luglio del 1918, a una festa da ballo in cui è contesa da cavalieri come la più corteggiata fanciulla d’Alabama, conosce un giovane ufficiale: Francis Scott Fitzgerald. È un amore totale, geloso e tormentato fin da principio. I due si sposeranno nel 1924, pochi giorni dopo la pubblicazione del suo primo romanzo di successo. Ma la vita di questa coppia baciata dalla bellezza e dal successo è segnata dall’ombra lunga della follia di Zelda, e da quella della disperata insoddisfazione di Fitzgerald.

La morte del padre

“Quando si sa troppo poco, è come se questo poco non esistesse, ma anche quando si sa troppo, è come se questo troppo non ci fosse. Scrivere significa portare alla luce l’esistente facendolo emergere dalle ombre di ciò che sappiamo. La scrittura è questo. Non quello che vi succede, non gli avvenimenti che vi si svolgono, ma lì, in se stessa. Lì, risiede il luogo e l’obiettivo dello scrivere. Ma come si arriva a questo lì? Era questa la domanda che mi ponevo mentre seduto su una panchina di quel quartiere di Stoccolma bevevo caffè e i muscoli si stavano rattrappendo dal freddo e il fumo della sigaretta si dissolveva in quell’enorme spazio fatto d’aria che mi sovrastava. Per molti anni avevo cercato di scrivere di mio padre, ma senza riuscirci, sicuramente perché tutto questo era troppo vicino alla mia vita e quindi non era facile costringerlo in un’altra forma, che invece costituisce il presupposto base della letteratura. È la sua unica legge: tutto deve piegarsi alla forma. Se qualcuno degli altri elementi letterari è più forte della forma, per esempio lo stile, l’intreccio e il tema, scavalca l’importanza della forma, il risultato sarà debole. Ecco perché gli scrittori che posseggono uno stile marcato scrivono spesso libri deboli. Ecco perché quegli autori che si occupano di argomenti e temi forti scrivono libri deboli. La potenza insita nel tema e nello stile deve essere spezzata affinché possa nascere la letteratura. È questa demolizione che viene definita ‘scrivere’. Lo scrivere riguarda più il distruggere che il creare.” Karl Ove Knausgård

La morte avrà i tuoi occhi

Là fuori, in un mondo dove nessuna certezza è più tale, c’è qualcosa di terrificante. Qualcosa che non deve essere visto. Chi è così folle da tenere gli occhi aperti, va incontro a un destino spaventoso. Cinque anni dopo i primi episodi di terrore, pochi sono rimasti a popolare la terra. Vivono bendati, in una cecità autoimposta che li confina in un’oscurità perenne, in case buie e polverose con porte e finestre sprangate. Nessuno di loro ricorda di che colore è il cielo, com’è fatta una nuvola, quanto può abbagliare la luce del sole. Come Malorie che, rimasta sola con i suoi due bambini, ha soltanto una speranza: attraversare il fiume, bendata, e raggiungere un luogo dove alcuni uomini stanno combattendo contro quel male senza nome. Ha aspettato quattro anni perché sa che il fiume, a un certo punto del percorso, si divide in quattro rivoli. E, per scegliere quello giusto, Malorie dovrà fare qualcosa che non fa da anni: aprire gli occhi. E sfidare la sua stessa mente per non cedere alla follia. Tra La strada di McCarthy e l’immaginario di Stephen King, un debutto acclamatissimo negli Stati Uniti, la cui sottile e persistente inquietudine resterà con voi molto, molto a lungo.
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### Sinossi
Là fuori, in un mondo dove nessuna certezza è più tale, c’è qualcosa di terrificante. Qualcosa che non deve essere visto. Chi è così folle da tenere gli occhi aperti, va incontro a un destino spaventoso. Cinque anni dopo i primi episodi di terrore, pochi sono rimasti a popolare la terra. Vivono bendati, in una cecità autoimposta che li confina in un’oscurità perenne, in case buie e polverose con porte e finestre sprangate. Nessuno di loro ricorda di che colore è il cielo, com’è fatta una nuvola, quanto può abbagliare la luce del sole. Come Malorie che, rimasta sola con i suoi due bambini, ha soltanto una speranza: attraversare il fiume, bendata, e raggiungere un luogo dove alcuni uomini stanno combattendo contro quel male senza nome. Ha aspettato quattro anni perché sa che il fiume, a un certo punto del percorso, si divide in quattro rivoli. E, per scegliere quello giusto, Malorie dovrà fare qualcosa che non fa da anni: aprire gli occhi. E sfidare la sua stessa mente per non cedere alla follia. Tra La strada di McCarthy e l’immaginario di Stephen King, un debutto acclamatissimo negli Stati Uniti, la cui sottile e persistente inquietudine resterà con voi molto, molto a lungo.

La morte arriva per posta

Alison, Fran, Brena, Joan, Kipp, Tony, Neil: sette ragazzi come tutti gli altri, vicini al diploma di scuola superiore e protesi verso il futuro. Eppure c’è qualcosa nel loro passato che non li fa dormire tranquilli…
L’estate prima, infatti, sono rimasti coinvolti in un drammatico incidente che ha provocato la morte di uno sconosciuto e tutti insieme hanno deciso di fuggire e di tacere. Nessuno ha più accennato a quella notte terribile, ma ora qualcuno che conosce il loro segreto li sta ricattando e lettere piene di minacce, firmate “L’Occhio”, li obbligano a fare cose assurde e umilianti. Ma che è il misterioso ricattatore e perché li odia tanto?
A poco a poco, una terribile domanda si fa strada: e se l’Occhio fosse uno di loro?

Mortdecai e il delitto perfetto (La serie di Charlie Mortdecai Vol. 4)

*Poteva mancare, tra le avventure di quel britannicissimo gentleman che è il molto onorevole Charlie Mortdecai, una puntatina tra i college di Oxford?* Ovviamente no, e infatti – guarito da un fastidioso problemino intimo che lo ha visto ospedalizzato, per fortuna in compagnia di graziose infermiere – eccolo curiosare tra le stradine della vecchia città e le imponenti guglie dell’università più prestigiosa del mondo…
In realtà, Charlie non ha portato i suoi baffi fin qui spontaneamente: è stato chiamato d’urgenza, nientedimeno che per indagare sulla morte violenta di una sua ex compagna di college, una famosa e riveritissima docente che ha avuto la ventura di scontrarsi con un omnibus. Ma qualcosa non quadra, in questo quadro. Ad esempio, i due loschi figuri che hanno seguito la poveretta nei giorni precedenti l’incidente. E Mortdecai è qui per dimostrare al mondo che chi fa fuori una ex alunna dello Scone College non la passa liscia…
In una Oxford così affollata di spie da sembrare una scatola di sardine, il nostro baffuto gentiluomo – insieme a quella dolce e leggiadra creatura che è il suo sdentato tirapiedi Jock – se la vedrà con tutti i tipi di nemici, armato di tutti i generi di raffinatezze estetiche, liquori e tabacchi. Ah, e ovviamente del tirapugni di Jock.
Il quarto e ultimo episodio – godibilissimo anche se non avete letto i primi tre – delle irresistibili avventure del mercante d’arte e bon vivant Charlie Mortdecai finirà molto facilmente là dov’è destinato a rimanere: al numero uno delle letture più divertenti che vi siano capitate.
**«Senza paura di essere smentiti, possiamo dire che quelli di Bonfiglioli sono tra i romanzi più divertenti della seconda metà del secolo. Il suo ritorno è di gran lunga la cosa migliore capitata sulla scena letteraria da anni a questa parte.»*The Spectator
* «Le irresistibili avventure di un edonista incallito. Tra i più godibili, cattivi e divertenti romanzi crime degli ultimi anni.»*The Guardian***
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### Sinossi
*Poteva mancare, tra le avventure di quel britannicissimo gentleman che è il molto onorevole Charlie Mortdecai, una puntatina tra i college di Oxford?* Ovviamente no, e infatti – guarito da un fastidioso problemino intimo che lo ha visto ospedalizzato, per fortuna in compagnia di graziose infermiere – eccolo curiosare tra le stradine della vecchia città e le imponenti guglie dell’università più prestigiosa del mondo…
In realtà, Charlie non ha portato i suoi baffi fin qui spontaneamente: è stato chiamato d’urgenza, nientedimeno che per indagare sulla morte violenta di una sua ex compagna di college, una famosa e riveritissima docente che ha avuto la ventura di scontrarsi con un omnibus. Ma qualcosa non quadra, in questo quadro. Ad esempio, i due loschi figuri che hanno seguito la poveretta nei giorni precedenti l’incidente. E Mortdecai è qui per dimostrare al mondo che chi fa fuori una ex alunna dello Scone College non la passa liscia…
In una Oxford così affollata di spie da sembrare una scatola di sardine, il nostro baffuto gentiluomo – insieme a quella dolce e leggiadra creatura che è il suo sdentato tirapiedi Jock – se la vedrà con tutti i tipi di nemici, armato di tutti i generi di raffinatezze estetiche, liquori e tabacchi. Ah, e ovviamente del tirapugni di Jock.
Il quarto e ultimo episodio – godibilissimo anche se non avete letto i primi tre – delle irresistibili avventure del mercante d’arte e bon vivant Charlie Mortdecai finirà molto facilmente là dov’è destinato a rimanere: al numero uno delle letture più divertenti che vi siano capitate.
**«Senza paura di essere smentiti, possiamo dire che quelli di Bonfiglioli sono tra i romanzi più divertenti della seconda metà del secolo. Il suo ritorno è di gran lunga la cosa migliore capitata sulla scena letteraria da anni a questa parte.»*The Spectator
* «Le irresistibili avventure di un edonista incallito. Tra i più godibili, cattivi e divertenti romanzi crime degli ultimi anni.»*The Guardian***

Mortdecai e il delitto perfetto

Poteva mancare, tra le avventure di quel britannicissimo gentleman che è il molto onorevole Charlie Mortdecai, una puntatina tra i college di Oxford? Ovviamente no, e infatti – guarito da un fastidioso problemino intimo che lo ha visto ospedalizzato, per fortuna in compagnia di graziose infermiere eccolo curiosare tra le stradine della vecchia città e le imponenti guglie dell’università più prestigiosa del mondo… In realtà, Charlie non ha portato i suoi baffi fin qui spontaneamente: è stato chiamato d’urgenza, nientedimeno che per indagare sulla morte violenta di una sua ex compagna di college, una famosa e riveritissima docente che ha avuto la ventura di scontrarsi con un omnibus. Ma qualcosa non quadra, in questo quadro. Ad esempio, i due loschi figuri che hanno seguito la poveretta nei giorni precedenti l’incidente. E Mortdecai è qui per dimostrare al mondo che chi fa fuori una ex alunna dello Scone College non la passa liscia… In una Oxford così affollata di spie da sembrare una scatola di sardine, il nostro baffuto gentiluomo – insieme a quella dolce e leggiadra creatura che è il suo sdentato tirapiedi Jock – se la vedrà con tutti i tipi di nemici, armato di tutti i generi di raffinatezze estetiche, liquori e tabacchi. Ah, e ovviamente del tirapugni di Jock.

Morire in primavera

Nel tardo inverno del 1945, nella Germania del nord, Walter e Fiete, diciassette anni ciascuno, lavorano come mungitori in un podere dal magnifico stemma con un cavallo nero sotto due falci incrociate. Il podere mostra tutti i segni della guerra. Lo stemma giace a terra in giardino, le travi della torre dell’orologio si ergono carbonizzate nel cielo, il portico è storto e danneggiato dopo un attacco dei caccia. ‘Il soldato Ivan è già sull’Oder’, sussurrano le donne e sperano che quell’ultimo sussulto di guerra non si porti via, dopo gli uomini, anche i ragazzini del podere, come Walter e Fiete, mungitori dalla faccia pulita. Walter pensa che non lo spediranno mai al fronte. Sparava storto già nella Gioventù Hitleriana, ha gli occhi che non vanno, munge mucche, fa un lavoro che qualcuno deve pur fare. Inoltre, deve ancora finire di brigare con Elizabeth, la ragazza che fuma come una ciminiera e, con le sue sopracciglia, i riccioli neri e una sfrontatezza senza pari, sembra una zingara. Fiete, il suo amico più caro, ha il volto scarno, la carnagione imberbe, le ciglia lunghe e ricce e, se chiude gli occhi pesti, pare una ragazza. Quando beve, anziché dire ‘Heil Hitler’, dice ‘Drei Liter’. Ha già la fidanzata: Ortrud, dalle labbra rosse come nessuna. Insomma, è tutto fuorché un soldatino di piombo pronto a difendere l’onore della grande Germania. A una festa, però, lungo il canale, tra barili di birra e un’orchestrina di otto elementi, compaiono anche le Waffen-SS, con le loro divise grigioverdi pulite, stivali lustri e un invito cui nessuno può sottrarsi, pena ritrovarsi un cappio attorno al collo: arruolarsi per sancire la fedeltà al Führer, al popolo, alla patria e alla fede incrollabile nella vittoria! Walter e Fiete si ritrovano così in Ungheria. Walter a trasportare rifornimenti per le truppe e Fiete nell’orrore del fronte. Fiete rimedia una scheggia sotto la clavicola, viene curato alla meglio e rispedito in prima linea, dove gli ufficiali tirano le bombe a mano sui talloni dei loro stessi uomini per riuscire a mandarli all’attacco. In un giorno di primavera, Walter apprende che Fiete non ha resistito all’orrore: ha disertato, è stato riacciuffato, sprangato e chiuso a chiave proprio nella cantina della sua camerata. L’indomani tocca proprio alla sua camerata l’onore di ‘rispedire al mittente’, davanti a un plotone d’esecuzione, il giovane amico. Salutata in Germania come una delle opere piú importanti della narrativa tedesca contemporanea, capace di inaugurare finalmente ‘l’era post-Günther Grass’ (Die Zeit), Morire in primavera è piú di un libro sulla guerra e sulla follia nazista. È un romanzo in cui l’innocenza e la colpa, la libertà e il destino, l’amicizia e il tradimento sono chiamati a raccolta in una prosa limpida e controllata che colpisce al cuore. ‘Morire in primavera è un romanzo grandioso, piú forte di qualsiasi esperienza letteraria. Ed è anche molto piú di un romanzo pacifista. Il miglior libro che ho letto quest’anno’. Sebastian Hammelehle, Der Spiegel ‘È ormai una certezza: con Morire in primavera è stata ufficialmente e potentemente inaugurata l’era post-Günther Grass’. Die Zeit ‘Raramente sono stati descritti in modo così radicale e avvincente la barbarie e l’orrore della guerra. Raramente la letteratura ha usato i propri mezzi in modo tanto magistrale’. Deutschlandradio Kultur
(source: Bol.com)

Morbo

In un avveniristico centro per la ricerca sul cancro si verificano inspiegabili episodi e una catena di morti sospette. Un’infermiera e uno studente di medicina fanno l’agghiacciante scoperta degli oscuri maneggi di chi utilizza inermi vite umane per i propri abominevoli scopi…

La morale come pazzia

«Per quale ragione si compie l’azione morale? Perché Giordano Bruno ha salito il rogo? Forse per la semplice pazzia di non voler ritrattare la propria fede?». In questo libro, pubblicato postumo nel 1942 a cura dell’allievo Alessandro Fersen, Giuseppe Rensi affronta il problema del fondamento razionale dell’etica. Ribadendo l’impossibilità di una dottrina morale universale che sappia guidare la vita in tutti i suoi aspetti, privati e politici, il filosofo conduce una critica serrata delle teorie utilitariste – a cominciare dai padri Jeremy Bentham e John Stuart Mill – e accetta i rischi di una riflessione che si gioca ormai sul confine del nichilismo. Preso atto del fallimento di qualunque giustificazione razionale, l’unica motivazione che possiamo accordare all’agire morale è l’assenza di ragione, la pazzia, magari portandoci a postulare l’esistenza di un demone – il daimon socratico – che ci spinge a operare il bene, anche contro la nostra convenienza e la nostra incolumità. Una morale, dunque, al di là del principio di piacere, anormale, essenzialmente spiritualistica, fondata sulla convinzione che non esistono autorità indiscutibili e inattaccabili che possano essere chiamate a garanzia delle nostre scelte.

Monte Athos. Un pellegrinaggio nel cuore spirituale del cristianesimo ortodosso

Il territorio verdeggiante e a tratti roccioso della penisola athonita rappresenta il caso unico al mondo di una Repubblica monastica ancora nel pieno delle sue forze dopo oltre un millennio di storia. La data di fondazione comunemente accettata dagli studiosi è quella del 963, anno in cui il monaco Atanasio diede vita al monastero della Grande Lavra. La storia religiosa di questo lembo di terra della Calcidica era però già iniziata molto tempo prima, sin dall’epoca tardo-antica, quando numerosi e oscuri eremiti vi trovarono rifugio. Oggi il Monte Athos, con i suoi venti monasteri, rappresenta il cuore spirituale del cristianesimo ortodosso. In questo luogo di silenzio e di preghiera si è conservata inalterata l’antica tradizione mistica ereditata dagli anacoreti del deserto egiziano. Questo libro narra il pellegrinaggio del grande scrittore russo nei vari monasteri, un racconto che traccia non solo un quadro storico e agiografico di questa terra, ma che riesce a proiettarci nel battito emozionale e spirituale di uno dei luoghi più cari al cristianesimo.
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