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L’isola lontana

Estate del 1939. Due sorelline ebree austriache sono inviate dai genitori in Svezia, dove abiteranno presso due famiglie diverse su un’isola al largo di Göteborg. Steffi e Nelli pensano di rimanere lontane dai genitori per pochi mesi, ma poi scoppia la guerra, e quasi senza che se ne rendano conto passano gli anni. Alla fine del conflitto Steffi avrà ormai diciotto anni e avrà compiuto tutte le tappe della crescita – la scoperta dell’amore, del tradimento, della rabbia e del dolore dell’adolescenza – fino a diventare donna. Un romanzo ispirato alla storia vera di un folto gruppo di bambini ebrei sfuggiti alle persecuzioni naziste e ospitati in Svezia per un lungo periodo. Le difficoltà del loro inserimento, il rapporto con le nuove famiglie, la relazione con i compagni e la nostalgia per i genitori sono i temi portanti di un’opera di straordinaria sensibilità e forza. La narrazione dal punto di vista delle protagoniste, che vivono le avventure della crescita in una terra lontana, ci mostra da vicino la bontà e la cattiveria di un’umanità varia e straordinariamente vera.
(source: Bol.com)

L’isola dello Scheletro

Buonasera ragazzi.

Di solito, inizio dandovi il buongiorno, ma ho voluto cambiare per non smentire la mia fama di uomo imprevedibile e originale. L'idea forse non è proprio nuova; buonasera è infatti un tipico saluto sufficientemente diffuso. Ma c'è modo e modo di pronunciarlo, e soprattutto luogo e luogo per ascoltarlo. Una cosa è infatti sentirsi rivolgere la parola al tramonto davanti al portone di casa propria, e un'altra udirla risuonare all'improvviso alle spalle in una notte senza luna, su un'isola chiamata piacevolmente "dello scheletro", e mentre si è intenti a battere i denti per aver visto un fantasma. Che effetto fa in questo caso? Tenteranno di spiegarvelo Jupiter Jones, Bob Andrews e Pete Crenshaw: i Tre Investigatori.

Alfred Hitchcock

L’isola della Desolazione

La Leopard, un vascello da cinquanta cannoni, non si può certo definire una fulgida gemma della Royal Navy: varata nel 1790, ben dieci anni dopo la sua costruzione, ha al suo attivo pochissime prede. Eppure Jack Aubrey, bloccato a terra da molto tempo e ormai in preda a un desiderio quasi incontenibile di esplorare mari sconosciuti, accetta di assumerne il comando, preferendola alla magnifica Ajax, che lo avrebbe costretto a tornare nel ‘troppo familiare’ Mediterraneo, sotto il meschino e vendicativo ammiraglio Harte. Così, la ‘vecchia, orrenda Leopard’, per dirla con le parole di Stephen Maturin, miglior amico di Jack, nonché medico di bordo e agente segreto dell’ammiragliato, prende il mare alla volta dell’Australia e più precisamente per Botany Bay, dove il governatore del Nuovo Galles del Sud, il celeberrimo comandante Bligh del Bounty, è stato deposto e imprigionato da un manipolo di soldati ribelli con l’accusa di ‘aver sovvertito le leggi della colonia’. Quello che Jack non può sapere, però, è che anche le ‘leggi del mare’ saranno sovvertite durante il viaggio della Leopard, dapprima sconvolta da una tremenda epidemia e poi, dopo un infausto incontro con una nave da guerra olandese da settantaquattro cannoni, costretta addirittura a far rotta verso i ghiacci dell’Antartico. Tra ufficiali inetti e marinai scoraggiati, tempeste improvvise e inopinate deviazioni, Jack Aubrey dovrà fare appello a tutta la sua esperienza per trovare infine un porto sicuro in cui condurre la sua nave, un porto che si rivelerà un vero paradiso terrestre per il naturalista-filosofo Stephen, ma che per il comandante e i suoi uomini rischierà di trasformarsi nella loro ultima dimora terrena… In un romanzo unanimemente considerato tra i più avvincenti della serie Aubrey-Maturin, Patrick O’Brian si conferma uno dei pochissimi autori contemporanei capaci di fondere, in un’unica vicenda, il dramma e la commedia propri di ogni umana avventura, che egli descrive con una passione non disgiunta da un pizzico di sorridente comprensione per le traversie dei suoi personaggi.
(source: Bol.com)

L’isola dell’amore proibito

L’acqua cristallina lambisce dolcemente i suoi piedi nudi. Anna apre gli occhi all’improvviso e davanti a lei si apre la distesa sconfinata di un mare dalle mille sfumature, dal turchese allo smeraldo più intenso. Intorno, una spiaggia di un bianco accecante, ombreggiata da palme frondose. Le dita della ragazza stringono ancora spasmodicamente la mano di T.J., disteso accanto a lei, esausto dopo averla trascinata fino alla riva. Anna non ricorda niente di quello che è successo, solo il viaggio in aereo, la superficie blu che si avvicina troppo velocemente e gli occhi impauriti di T.J., il ragazzo di sedici anni a cui dovrebbe dare ripetizioni per tutta l’estate. Un lavoro inaspettato, ma chi rifiuterebbe una vacanza retribuita alle Maldive? E poi Anna, insegnante trentenne, è partita per un disperato bisogno di fuga da una relazione che non sembra andare da nessuna parte. Ma adesso la loro vita passata non è più importante. Anna e T.J. sono naufraghi e l’isola è deserta. La priorità è quella di sopravvivere fino ai soccorsi. I giorni diventano settimane, poi mesi e infine anni. L’isola sembra un paradiso, eppure è anche piena di pericoli. I due devono imparare a lottare insieme per la vita. Ma per Anna la sfida più grande è quella di vivere accanto a un ragazzo che sta diventando un uomo. Perché quella che all’inizio era solo un’innocente amicizia, attimo dopo attimo si trasforma in un’attrazione che li lega sempre più indissolubilmente. L’isola dell’amore proibito è un fenomeno editoriale senza precedenti. Pubblicato in proprio dall’autrice, in pochissime settimane ha venduto più di 200.000 copie solo negli Stati Uniti. Dopo la pubblicazione presso una delle più importanti case editrici americane, ha scalato tutte le classifiche restando ai primi posti. Una storia d’amore unica, intrisa di travolgente romanticismo e intensa come la vita, sullo sfondo del mare incontaminato dell’oceano Indiano.
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### Sinossi
L’acqua cristallina lambisce dolcemente i suoi piedi nudi. Anna apre gli occhi all’improvviso e davanti a lei si apre la distesa sconfinata di un mare dalle mille sfumature, dal turchese allo smeraldo più intenso. Intorno, una spiaggia di un bianco accecante, ombreggiata da palme frondose. Le dita della ragazza stringono ancora spasmodicamente la mano di T.J., disteso accanto a lei, esausto dopo averla trascinata fino alla riva. Anna non ricorda niente di quello che è successo, solo il viaggio in aereo, la superficie blu che si avvicina troppo velocemente e gli occhi impauriti di T.J., il ragazzo di sedici anni a cui dovrebbe dare ripetizioni per tutta l’estate. Un lavoro inaspettato, ma chi rifiuterebbe una vacanza retribuita alle Maldive? E poi Anna, insegnante trentenne, è partita per un disperato bisogno di fuga da una relazione che non sembra andare da nessuna parte. Ma adesso la loro vita passata non è più importante. Anna e T.J. sono naufraghi e l’isola è deserta. La priorità è quella di sopravvivere fino ai soccorsi. I giorni diventano settimane, poi mesi e infine anni. L’isola sembra un paradiso, eppure è anche piena di pericoli. I due devono imparare a lottare insieme per la vita. Ma per Anna la sfida più grande è quella di vivere accanto a un ragazzo che sta diventando un uomo. Perché quella che all’inizio era solo un’innocente amicizia, attimo dopo attimo si trasforma in un’attrazione che li lega sempre più indissolubilmente. L’isola dell’amore proibito è un fenomeno editoriale senza precedenti. Pubblicato in proprio dall’autrice, in pochissime settimane ha venduto più di 200.000 copie solo negli Stati Uniti. Dopo la pubblicazione presso una delle più importanti case editrici americane, ha scalato tutte le classifiche restando ai primi posti. Una storia d’amore unica, intrisa di travolgente romanticismo e intensa come la vita, sullo sfondo del mare incontaminato dell’oceano Indiano.

L’isola del giorno prima

Nell’estate del 1643 un giovane piemontese naufraga, nei mari del sud, su di una nave deserta. Di fronte a lui un’Isola che non può raggiungere. Intorno a lui un ambiente apparentemente accogliente. Solo, su un mare sconosciuto, Roberto de la Grive vede per la prima volta in vita sua cieli, acque, uccelli, piante, pesci e coralli che non sa come nominare. Scrive lettere d’amore, attraverso le quali si indovina la sua storia: una lenta e traumatica iniziazione al mondo secentesco della nuova scienza, della ragion di stato, di un cosmo in cui la terra non è più al centro dell’universo. Roberto vive la sua vicenda tutta giocata sulla memoria e sull’attesa di approdare a un’Isola che non è lontana solo nello spazio, ma anche nel tempo.te ad arricchire la bibliografia di Hans Ulrich su quelle che Karl Marx chiamava le ‘Robinsonaden’, cioè le storie (e le variazioni di storie) che hanno come tema la sopravvivenza di un essere umano dopo un naufragio e le sue capacità di convivere con la propria solitudine, le proprie memorie, sogni, allucinazioni, il proprio patrimonio di conoscenze e abilità pratiche, di adattarsi a un ambiente naturale diverso ed esotico e di misurarsi con lo straordinario ‘Dasein’ di un’isola misteriosa. Di ‘Robinsonaden’ce ne furono già prima dello stesso “Robinson* di Defoe, da quelle della novellistica, della favolistica e dei romanzi antichi d’avventura alle cronache e diari dei marinai dell’epoca delle scoperte, come lo scozzese Alexander Selkirk o il francese Denis Vairasse d’Allais o l’olandese Enrikk Smeek, alle tantissime variazioni successive, romanzesche o cinematografiche fino alle molte barzellette che appartengono a questo preciso sottogenere e compaiono regolarmente nella “Settimana enigmistica”.
In quest’ultima variante di Umberto Eco, il naufrago, che si chiama Roberto combinando insieme la parte iniziale del nome di Robinson e quella finale del suo inventore e alter ego, sopravvive a lungo su una nave abbandonata e deserta, all’ancora davanti a un’isola, isola artificiale essa stessa che reduplica come in uno specchio l’isola naturale, mentre fra l’una isola e l’altra passa proprio la linea longitudinale del cambiamento di data, quella a noi tutti nota dal “Viaggio in 80 giorni” (di qui il titolo del romanzo)…
Mentre Michel Tournier, in “Venerdì o il limbo del Pacifico”, ha spostato non solo l’ambientazione geografica ma anche quella temporale del suo rifacimento della storia di Robinson, collocandola nel Settecento di Bougainville e Diderot, Eco, che anche lui ha trasportato la sua robinsonata nell’Oceano Pacifico, l’ha spostata idealmente all’indietro nel tempo. Il suo Robinson, divenuto con uno scherzetto un po’ facile sul nome, il monferrina Roberto Pozzo di San Patrizio, o Roberto de la Grive, non si trova ad agire sullo sfondo sociale e marinaresco della nuova borghesia mercantile, ma idealmente più indietro nel tempo, nel Seicento dell’Italia nobile, spagnolesca, gesuitica, scientificizzante e militaresca, sconvolta da una pestilenza che è la stessa dei “Promessi sposi” di Manzoni, o nel Seicento della Francia dei re assoluti e dei cardinali astuti e potenti, della ragion di stato, della gran retorica barocca e delle raffinatezze e vuotezze mondane delle “preziose”.
Quella di Eco è un’abilissima, astutissima, filosoficamente ambiziosa “robinsonata”, condita in salsa postmoderna (che può essere anche definita “neobarocca”, se si presta ascolto alle teorie di un discepolo di Eco: Omar Calabrese). Il suo libro è una gran macchina narrativa e romanzesca, che vien fatta funzionare da un esperto di finzioni, da un interprete affezionato e gran lettore non solo di Defoe, ma ano che di Alexandre Dumas, Jules Verne e tanti altri creatori di perfette macchine romanzesche (dall’autore, insomma, di “Lector in fabula”, delle lezioni harvardiane, ma anche dei non dimenticati studi sul romanzo popolare dell’Ottocento). Spostamenti e rovesciamenti di prospettive sono, in una macchina narrativa meravigliosa e neobarocca, all’ordine del giorno. Mentre Tournier costruisce la sua macchina snella e leggera attorno a un deciso scambio di ruoli fra Robinson e Venerdì e all’esplorazione tematica settecentesca del confronto con l’altro, della psicologia sensistica e della ricerca della natura e della felicità, Eco complica considerevolmente le cose, facendo anzitutto in modo che il suo naufrago non arrivi mai all’isola e si affidi alla fine a un viaggio mistico e dissolutorio nel mare, e poi sostituendo Venerdì con un bizzarro padre gesuita tedesco di nome Caspar, un po’ gran sapiente naturalista un po’ balengo manipolatore di impiastri e fattuccherie, sdoppiando il suo personaggio e affiancandogli un suo sosia-fratello, di nome Ferrante, che è al tempo stesso una proiezione allucinatoria, un’incarnazione della parte malvagia e perversa della sua natura (un Jekyll di lui come Hyde), un’invenzione narrativa che assume a un certo punto una vita romanzesca indipendente, e diviene personaggio di un controromanzo pensato da Roberto.
Di sdoppiamenti e reduplicazioni ce ne sono nel romanzo a bizzeffe. Come macchina neobarocca, come gran teatro del mondo, piazza delle meraviglie, museo e ‘Wunderkammer’, enciclopedia di tutte le scienze e pseudoscienze rinascimentali, il libro funziona; forse un po’ meno funziona come macchina narrativa, anzi come tale, per volontà dello stesso narratore, deliberatamente si inceppa e, se mi si consente l’arguzia barocca, ‘desinit in piscem’ (nel senso che il povero Roberto finisce in pasto ai pesci). Alexandre Dumas cede frequentemente il posto a Van Loon e all’Enciclopedia dei ragazzi, spiazzando il lettore, alternando momenti di avvincente avventura con altri di divulgazione scientifica e altri ancora di esplorazione di alcuni importanti temi epistemologici e di filosofia esistenziale. Non mancano nel libro i capitoli narrativamente avvincenti, come quello fortemente robinsoniano della scoperta, che viene al culmine di una serie di segnali, indizi inquietanti e vere e proprie orme, dell’esistenza sulla nave di un altro essere umano, per l’appunto il padre Caspar. E neppure mancano le pagine di divertito ‘pastiche’, di svolazzo filosofico o naturalistico, di ragionamento dialettico o di trascrizione stupefatta di mostri e meraviglie della natura: particolarmente inventivi ed efficaci sono i capitoli sull’esplorazione della barriera corallina e sull’incontro con la Medusa o Pesce Pietra oppure sul pensiero delle Pietre (per esempio: “Che cosa sentirei se fossi davvero una pietra? Anzitutto il movimento degli atomi che mi compongono, ovvero lo stabile vibrare delle posizioni che le parti delle mie parti delle mie parti intrattengono tra loro. Sentirei il ronzare del mio pietrare. Ma non potrei dire “io”, perché per dire “io” bisogna pure che ci siano degli altri, qualcosa d’altro a cui oppormi. In principio la pietra non può sapere che ci sia altri fuori di sé. Ronza, pietra se stessa pietrante, e ignora il resto. È un mondo. Un mondo che mondula da sola”).
Se si prende “L’isola del giorno prima” come opera enciclopedica, essa diviene immediatamente un giardino di delizie per i cultori del romanzo erudito e accademico, che sembra poi genere assai fortunato nell’epoca postmoderna e neobarocca: la fitta trama dei rinvii intertestuali è un territorio privilegiato, e sarà contesissimo, per la grande industria accademica del commento e della ricerca di sottotetti, ipotesti e ipertesti, è una miniera di grandi meraviglie, un mare pescoso, pieno di perle ma anche di fondi di bottiglia, per un lessicologo e uno schedatore della scrittura barocca e neobarocca, è, per il comune lettore, un pronao sovrabbondante, che fiacca l’appetito e le capacità di digerire. Si tratta di un grande emporio, un romanzo-enciclopedia che si differenzia però dall’opera-enciclopedia o opera-mondo di cui parla Franco Moretti nel suo ultimo libro. Nessuna dimensione epica, nessuna grande sintesi modernistica, nessuna sacralità intrinseca. Qui c’è la risposta postmoderna alle ambizioni eroiche di Goethe, di Wagner, di Joyce, di Broch, condotta con spirito avventuroso e romanzesco, eruditissimo e disinvolto. L’unica cosa in comune è l’effetto, quello di cui parla Moretti: “un’opera molto lunga, e molto noiosa… una forma, diciamo così super-canonica – eppure quasi non letta”.
Se si prende “L’isola del giorno prima” come romanzo di formazione, si può anche ridurne l’insegnamento finale a una morale in pillole assai semplice. Essa, se fosse chiamato a tirarla un giovane borghese immerso nell’empirismo inglese e nella morale puritana alla Defoe o un illuminista dialettico e problematico alla Tournier, sarebbe questa: non mettetevi in giro per il mondo, soprattutto se volete fare lo spione e carpire i segreti della misurazione della longitudine ai pazzi, millantatori o scienziati veri che stanno navigando nell’Oceano Pacifico proprio per quello scopo, senza prima avere imparato a nuotare. Se invece a tirarla fosse chiamato non un avventuriero dei mari ma piuttosto un giovane che aspira a coltivare la poesia, la scienza e l’oratoria e vuole ricevere la formazione di un perfetto intellettuale moderno, la morale sarebbe questa, sostanzialmente non molto diversa: ricordatevi dei precetti di Guarino e sin dai’ primi anni dell’infanzia, all’inizio del vostro processo educativo, imparate a nuotare. Altrimenti sarete condannati al destino del povero Roberto, più fortunato di Robinson al momento del naufragio, ma. diversamente da lui incapace di nuotare.
Se si prende “L’isola del giorno prima” come gabinetto delle meraviglie della scrittura letteraria, non si può fare a meno, dopo avere ammirato i tanti esercizi di ingegno e di bravura, i tanti effetti ed effettacci di un ‘wit’ spesso ridotto a dimensione domestica, o semplicemente goliardica, rimarcarne anche alcune evidenti ‘défaillances’. Lo stile neobarocco sembra aver perso, rispetto al suo grande modello, una dimensione essenziale, e cioè quelle della sonorità delle parole. Gli effetti visivi, gli anagrammi, le figure iconiche della cultura barocca vengono mantenuti e spinti semmai all’estremo, come è giusto che avvenga in libri che sono scritti e montati con l’ausilio della tastiera e dei comandi di taglio e di incollo dei moderni Pc. La grandiosa sonorità barocca, il continuo pedale d’organo, il contrappunto armonioso sembrano invece persi, nonostante le possibilità multimediali dello strumento. Nel discorso vengono infilati facili endecasillabi per cercare di tener su artificiosamente quella sonorità (“mai n’ebbe Olimpo pari ai suoi banchetti, soave ambrosia a me dall’imo ponto, il mostro a cui la morte non è vita”), la parodia delle voci umane cade nel grottesco (come avviene per il linguaggio tedeschizzante di padre Caspar). ogni tanto succede che lo stile barocco ceda il passo, quasi inconsapevolmente, al linguaggio ottocentesco, carducciano (“una vicenda di azioni convulse vissute in pieno sole, in modo che le rutilanti giornate dell’assedio, che la memoria gli restituiva, lo compensassero di quel suo pallido vagabondare”). Del resto qualcosa di simile succede anche sul piano della coerenza tematica: il grande scontro fra i due modelli secenteschi dell’amore come passione e dell’amore come libertinaggio ogni tanto tranquillamente vede fare la sua comparsa, anacronisticamente, il gran modello dell’amore romantico, con i suoi inevitabili risvolti melodrammatici. Il gabinetto delle meraviglie contiene anche reperti di dubbia provenienza e veri e propri falsi.

L’isola del drago

Quando nel passato più remoto, tra le foreste di felci arboree e i vulcani rosseggianti in un cielo velato perennemente dalle ceneri della Terra nascente, i lontani progenitori della razza umana si rifugiavano nelle caverne, la battaglia per la sopravvivenza era giunta alla sua svolta decisiva: una battaglia iniziata quando, nell’umido calore di qualche mare primordiale, la prima cellula era nata e si era scissa, avviando l’eterno processo dell’evoluzione e della lotta per sfruttare ciò che il mondo offriva alla vita. Eppure, dopo due milioni di anni, questa lotta non si è ancora conclusa… perché nella fredda, ostile civiltà tecnologica, nella New York angosciosa dei nostri incubi, una nuova presenza si aggira tra i grattacieli, una presenza che non ha volto e non ha nome, ma che minaccia la stessa sopravvivenza del genere umano. Nella metropoli per eccellenza, come nelle giungle della Nuova Guinea, l’isola che è stata definita, per la sua forma bizzarra, ‘l’isola del Drago’, una misteriosa organizzazione opera per cambiare il mondo, e conquistare le stelle. Una nuova, sorprendente scoperta scientifica, ha creato una nuova razza: una razza di superuomini che esistono, insospettati e insospettabili, tra gli uomini della Terra, e che conducono una lotta spietata per l’esistenza, contro nemici decisi e implacabili. Ma qual è il mistero della Nuova Guinea? Chi è l’uomo che ha deciso di iniziare una guerra senza quartiere, e quali fantastiche armi verranno opposte ai ritrovati della tecnologia moderna? Questa storia potrebbe capitare a ciascuno di noi… perchè anche il nostro vicino, anche il nostro migliore amico, potrebbero appartenere a quella razza senza volto che prepara in segreto una nuova èra.

L’isola del drago

A Gont, una delle isole di Earthsea, vive Tenar, una donna che pur essendo stata l’allieva prediletta del potente Arcimago Ogion, ha sorprendentemente rinunciato ai Poteri della magia per condurre una vita tranquilla accanto all’uomo che ama. Ma quel destino che Tenar ha rifiutato non ha mai cessato di albergare nei ricordi, nei pensieri e nei gesti della donna, e ora ritorna a lei sotto forme diverse e inquietanti: una bambina martoriata nel corpo e nello spirito (ma dotata di immani capacità soprannaturali), un vecchio amico che ha smarrito i Poteri dopo un viaggio nella terra delle Tenebre, l’antico maestro che la chiama per confidarle un segreto che solo lei può comprendere. Tornare sul sentiero che pensava abbandonato per sempre non sarà facile per Tenar, eppure solo lei conosce quel luogo dove – fra streghe, draghi, premonizioni e sortilegi – si deciderà l’esito della lotta tra il giovane e coraggioso re di Gont e le forze delle Tenebre che hanno scagliato contro l’isola una maledizione letale…

L’isola del dr. Moreau

Edward Prendick naufraga a seguito di un terribile incidente in nave avvenuto nel Pacifico, e viene salvato da un piccolo vascello comandato da un capitano alcolizzato, sul quale si trasportano animali esotici. Sull’imbarcazione conosce il misterioso Montgomery e il suo deforme e inumano servitore, M’ling.
Ancora confuso e stremato per via del naufragio, Prendick viene costretto a seguire Montgomery nel suo sbarco su di un’isola di origine vulcanica, sulla quale vengono sbarcati anche gli animali. Giunti e lasciati soli sulle coste isolane, il terzetto di uomini viene accolto da strani uomini che suscitano in Prendick sentimenti di curiosità e abominio insieme. Là conoscerà il Dr. Moreau scienziato brillante dalle idee tanto stravaganti quanto abominevoli.
Su queste premesse iniziano le avventure di Prendick sull’isola del Dr. Moreau…
Herbert George Wells, meglio conosciuto come H. G. Wells è stato uno scrittore britannico tra i più popolari della sua epoca, estremamente prolifico ha potuto cimentare la propria arte in diversi generi narrativi.
A influire tutti i racconti e i romanzi dello scrittore, vi sono tutte le osservazioni tecniche e scientifiche che rendono ogni storia narrata emozionante e in certo modo di rilievo scientifico, vista la conoscenza dello scrittore in zoologia e biologia.
Alcuni temi trattati dello scrittore saranno anche una rivelazione in campo letterario, essendo temi o rivisitazioni nuove e affascinanti. La critica è ormai unanime nel considerare i romanzi di Wells un’importante esperienza narrativa, considerando lo scrittore, assieme a Jules Verne come padre fondatore del romanzo scientifico.
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### Sinossi
Edward Prendick naufraga a seguito di un terribile incidente in nave avvenuto nel Pacifico, e viene salvato da un piccolo vascello comandato da un capitano alcolizzato, sul quale si trasportano animali esotici. Sull’imbarcazione conosce il misterioso Montgomery e il suo deforme e inumano servitore, M’ling.
Ancora confuso e stremato per via del naufragio, Prendick viene costretto a seguire Montgomery nel suo sbarco su di un’isola di origine vulcanica, sulla quale vengono sbarcati anche gli animali. Giunti e lasciati soli sulle coste isolane, il terzetto di uomini viene accolto da strani uomini che suscitano in Prendick sentimenti di curiosità e abominio insieme. Là conoscerà il Dr. Moreau scienziato brillante dalle idee tanto stravaganti quanto abominevoli.
Su queste premesse iniziano le avventure di Prendick sull’isola del Dr. Moreau…
Herbert George Wells, meglio conosciuto come H. G. Wells è stato uno scrittore britannico tra i più popolari della sua epoca, estremamente prolifico ha potuto cimentare la propria arte in diversi generi narrativi.
A influire tutti i racconti e i romanzi dello scrittore, vi sono tutte le osservazioni tecniche e scientifiche che rendono ogni storia narrata emozionante e in certo modo di rilievo scientifico, vista la conoscenza dello scrittore in zoologia e biologia.
Alcuni temi trattati dello scrittore saranno anche una rivelazione in campo letterario, essendo temi o rivisitazioni nuove e affascinanti. La critica è ormai unanime nel considerare i romanzi di Wells un’importante esperienza narrativa, considerando lo scrittore, assieme a Jules Verne come padre fondatore del romanzo scientifico.

L’isola dei senza colore (Gli Adelphi)

Due viaggi in Micronesia dischiudono a Sacks una prospettiva sconfinata di orrori, meraviglie e misteri: la cecità cromatica completa ed ereditaria che si manifesta a Pingelap e Pohnpei, in una terra che è un tripudio di colori; il devastante e inspiegato lytico-bodig, che colpisce con una sorta di paralisi progressiva solo certi abitanti dell’isola di Guam, e solo quelli nati in certi anni. Sacks ci racconta questi suoi viaggi passo per passo – o meglio salto per salto dei minuscoli aerei che lo trasportano come cavallette da un’isola all’altra. Ed è come se un Melville neuro-botanico ci riconducesse alle Encantadas per metterci di fronte, con partecipazione profonda e magistrale arte narrativa, all’indecifrato rapporto fra la mente e la natura che ci circonda e di cui siamo fatti.
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### Sinossi
Due viaggi in Micronesia dischiudono a Sacks una prospettiva sconfinata di orrori, meraviglie e misteri: la cecità cromatica completa ed ereditaria che si manifesta a Pingelap e Pohnpei, in una terra che è un tripudio di colori; il devastante e inspiegato lytico-bodig, che colpisce con una sorta di paralisi progressiva solo certi abitanti dell’isola di Guam, e solo quelli nati in certi anni. Sacks ci racconta questi suoi viaggi passo per passo – o meglio salto per salto dei minuscoli aerei che lo trasportano come cavallette da un’isola all’altra. Ed è come se un Melville neuro-botanico ci riconducesse alle Encantadas per metterci di fronte, con partecipazione profonda e magistrale arte narrativa, all’indecifrato rapporto fra la mente e la natura che ci circonda e di cui siamo fatti.

L’isola dei piaceri

Kara North è in fuga. Da un fidanzato con la mania del controllo e da un matrimonio che non ha mai voluto davvero. Così quando il fratello le chiede di occuparsi della sua nuova proprietà a Liddell Island, lei coglie l’occasione al volo. Appena arrivata, il padrone dell’isola, il fotografo erotico Ric Liddell, non può fare a meno di notarla. Ric è un uomo abituato a ottenere sempre ciò che vuole, a dominare gli altri, e presto Kara cede ai suoi desideri. La passione, però, non è di un gusto solo, come ben sa Zachary Blackwater, l’affascinante venditore di gelati dell’isola, che mostra alla ragazza un nuovo modo di vivere il piacere. Quando Kara scopre che i due uomini sono amanti da diversi anni, l’idea di possederli entrambi comincia a ossessionarla. Zach all’inizio sembra riluttante, finché non si rende conto dell’effetto che Kara ha su Ric… E se fosse il modo di conquistarlo per sempre? Visti i contenuti espliciti se ne consiglia la lettura a un pubblico adulto.

L’isola dei morti

Il racconto prende ispirazione dal rinvenimento del relitto di una nave risalente al XIV secolo presso San Marco in Boccalama, un’isola della laguna veneta oggi sommersa, usata come luogo di sepoltura (o forse come semplice discarica) dei morti di peste del 1348. Tra quelle migliaia di scheletri consumati dal tempo ce n’è uno che nasconde un enigma di straordinaria importanza. Con la consueta abilità narrativa e la profonda conoscenza del passato che contraddistinguono i suoi libri, Manfredi usa i dati archeologici per dare vita a una storia di intrigo e mistero, dove si dà la caccia a un favoloso tesoro scomparso. Un tesoro prezioso, un patrimonio dell’anima lasciato in eredità all’umanità intera da una mente superiore. E così le calli di Venezia e i fondali limacciosi della laguna si trasformano nel teatro in cui si muovono improvvisati ma determinati investigatori che, abituati a indagare negli scavi archeologici i segreti del passato più remoto, si trovano a fare i conti con nemici pericolosi, potenti e tremendamente attuali.
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Il racconto prende ispirazione dal rinvenimento del relitto di una nave risalente al XIV secolo presso San Marco in Boccalama, un’isola della laguna veneta oggi sommersa, usata come luogo di sepoltura (o forse come semplice discarica) dei morti di peste del 1348. Tra quelle migliaia di scheletri consumati dal tempo ce n’è uno che nasconde un enigma di straordinaria importanza. Con la consueta abilità narrativa e la profonda conoscenza del passato che contraddistinguono i suoi libri, Manfredi usa i dati archeologici per dare vita a una storia di intrigo e mistero, dove si dà la caccia a un favoloso tesoro scomparso. Un tesoro prezioso, un patrimonio dell’anima lasciato in eredità all’umanità intera da una mente superiore. E così le calli di Venezia e i fondali limacciosi della laguna si trasformano nel teatro in cui si muovono improvvisati ma determinati investigatori che, abituati a indagare negli scavi archeologici i segreti del passato più remoto, si trovano a fare i conti con nemici pericolosi, potenti e tremendamente attuali.

L’isola dei due mondi

America settentrionale, 1660. Bethia Mayfield ha quindici anni quando una sera dal suo letto sente il padre e il fratello annunciare quella che per lei è un’insperata felicità: Caleb della tribù wampanoag, da anni suo grande amico segreto, andrà a vivere nella loro casa, dopo il battesimo e la conversione alla religione cristiana. Bethia è nata e cresciuta in una piccola comunità inglese di pionieri puritani insediatisi sull’isola di Martha’s Vineyard, un lembo di terra affacciato sull’oceano atlantico, schiacciato tra la selva e il mare. È sempre stata una bambina seria e silenziosa, e ha accentuato il suo carattere solitario dal giorno in cui l’amata mamma è morta dopo aver dato alla luce la piccola Solace. Inquieta e curiosa, Bethia subisce a malincuore quello che è il destino di una ragazzina del XVII secolo: non accedere all’istruzione o, come dice Makepeace, il suo pingue e pigro fratello, essere “dispensata” dall’onere degli studi. Trascorre così le giornate occupandosi di Solace, della casa e del padre, il pastore della comunità, un uomo di specchiata e intransigente moralità. Nei momenti liberi, tuttavia, la sua ansia di sapere, il suo desiderio di conoscenza dello strano mondo e delle cose che la circondano prendono il sopravvento. Bethia se ne va in giro per l’isola, a esplorare baie e boschi, e a osservare i nativi e i loro riti, che la affascinano e al tempo stesso la turbano, tra consapevolezza di libertà e paura del peccato. Ha dodici anni quando incontra Caleb…
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L’isola che brucia

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Intrigo d’agosto all’ombra del vulcano nell’isola di Stromboli. Quattro giorni di vacanze e di amori tra ville e buganvillee sconvolti da alcune morti violente. «Dialoghi serrati e tagli brevi, alta tensione, splendidi paesaggi, lava nera e passioni tenebrose che si addensano e si aggrumano sulle falde di un vulcano e nel cuore di un misterioso assassino» LA REPUBBLICA «Avvincente fin dalle prime pagine il romanzo galoppa a ritmo sostenuto verso lo scioglimento finale. Osservatore attento di una società che si distingue per i suoi snobismi, i suoi tic, le sue manie, impeccabile nei suoi formalismi e anticonformista nelle sue trasgressioni, Farinetti sa coglierne le debolezze e i rimpianti, i compromessi e le rassegnazioni» IL GIORNALE

L’islam e la modernità: Riflessioni blasfeme

Con la strage alla sede di Charlie Hebdo compiuta da un commando di giovani franco-algerini in nome del famigerato Stato Islamico, l’Europa sembra aver avuto il suo 11 settembre, e con ogni probabilità nei prossimi anni avrà le sue leggi liberticide, la militarizzazione della sua società, le sue guerre democratiche. Ma episodi ripugnanti come quello di Parigi quali conflitti sotterranei si prestano a coprire? Slavoj Žižek, in questo pamphlet scritto per «contemperare le reazioni a caldo e l’atto del pensare», ci rivela una verità che è sotto i nostri occhi ma non abbiamo il coraggio di cogliere. Una realtà in cui il fondamentalismo religioso e il liberalismo sono le due facce di una stessa medaglia, in cui jihadisti invasati e dall’aspetto truce, decapitatori, stupratori, genocidi, che sembrano prelevati da un passato mitico e crudele, invece speculano in borsa, sono esperti di informatica e usano le immagini con una maestria che fa impallidire il più consumato regista di Hollywood: in una parola sono i figli ripudiati della modernità. Il filosofo di Lubiana ci costringe ancora una volta, nonostante tutto, a pensare, combinando la critica dell’ideologia alla dissertazione teologica, la prospettiva rivoluzionaria alla difesa degli ideali della Rivoluzione francese, la lettura psicoanalitica all’inchiesta giornalistica: e soprattutto mostrandoci un Islam sconfessato, davvero radicale, perfino libertario, rispetto a quello propugnato da chi pretende, con una brutalità ostentata e senza freni, di affermare una fantomatica «fede» delle origini. Un documento imprescindibile per chi voglia mantenere i nervi saldi e la mente lucida in tempi che si preannunciano difficili.

L’ira funesta: Il primo caso del maresciallo Valdes

A volte basta un niente per sconvolgere la vita di una placida cittadina di provincia. Basta, per esempio, che l’unico farmacista, corso in ospedale dove sta per nascere il suo primo figlio, debba tenere chiuso il negozio: niente medicine per gli anziani e, soprattutto, niente medicine per il Gaggina, un colosso di centotrenta chili con il carattere dell’attaccabrighe di professione. Quel giorno, senza i suoi tranquillanti, non riesce a tenere a bada la propria ira: in sella a un motorino scassato tenta di assalire la stazione dei carabinieri, irrompe nel bar della locale polisportiva, picchia un vigile che vuole fargli la multa, per poi barricarsi in casa minacciando con una katana da samurai chiunque si avvicini. Al Piccola Russia – così viene chiamato il borgo, dove le strade hanno tutte nomi di “compagni” e la giunta è monocolore dal 1948 – si scatena il consueto passaparola. «L’ennesima follia del Gaggina, state tranquilli, non farebbe male a una mosca» assicura qualcuno. Ma quando il corpo del vecchio Giuanìn Penna, appena tornato dall’America dopo trent’anni di assenza, viene trovato tra i campi, trafitto proprio da una spada, la situazione prende una brutta piega. A sbrogliare la matassa sarà chiamato il maresciallo Omar Valdes, alias “tenente Siluro”, un militare tormentato e dal passato oscuro, in un’indagine ricca di sorprese e di una travolgente ironia. Attraverso le astuzie e le ingenuità di una piccola folla di personaggi memorabili, L’ira funesta racconta l’anima della provincia italiana, l’apparente semplicità della vita di paese, dove le chiacchiere intorno al tavolo di un bar possono diventare, tra un bicchiere di Lambrusco e quattro risate, una fenomenale chiave d’indagine.